martedì, novembre 03, 2009
Il Consiglio di Stato nel 2006:
«Il crocefisso ha valore anche per i laici»
È un segno che non discrimina ma unisce, non offende ma educa: fuori dalle chiese, in un ufficio pubblico come può essere una scuola, il crocifisso resta un riferimento alla fede per i cristiani, «ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata e assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile e intuibile (al pari d'ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono e ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile». Ovvero «tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, riguardo alla sua libertà, autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità, solidarietà umana, rifiuto di ogni discriminazione». Valori che «hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano». In questo senso «il crocifisso potrà svolgere, anche in un orizzonte "laico", diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni».

Con la sentenza numero 556/2006 del febbraio 2006 la sesta sezione del Consiglio di Stato presieduta da Giorgio Giovannini ha fissato alcuni punti fermi, in termini strettamente giuridici, in un dibattito, quello sulla libertà religiosa e sulla laicità della Repubblica italiana, troppo spesso ispirato da interpretazioni che gli stessi giudici hanno descritto come «ideologiche». Non a caso, anche dopo la pubblicazione del verdetto, si erano levate voci di contestazione che ricorrono esattamente agli stessi argomenti respinti dai giudici di Palazzo Spada. Questi, infatti, hanno giudicato «infondato» il ricorso in appello della signora finlandese di Abano Terme, che nel 2002 si era rivolta al Tribunale amministrativo regionale del Veneto per chiedere la rimozione, dalla scuola frequentata dai suoi figli, del crocifisso, la cui esposizione avrebbe a suo dire violato i principi di laicità dello Stato e d'imparzialità dell'amministrazione.

Il Tar del Veneto nel 2005, dopo aver sollevato la questione davanti alla Corte costituzionale (che l'aveva dichiarata inammissibile), aveva respinto il ricorso. Lo stesso ha fatto un anno dopo, in grado d'appello, il Consiglio di Stato, massimo organo giurisdizionale amministrativo. Che ha motivato la decisione proprio con il principio di laicità dello Stato: «Non si può pensare al crocifisso esposto nelle aule scolastiche come a una suppellettile, oggetto di arredo - scrivono infatti i magistrati - e neppure come a un oggetto di culto; si deve pensare piuttosto come a un simbolo idoneo a esprimere l'elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato». Uno Stato laico, dunque, che rispetta la sensibilità e la libertà religiosa di ciascuno, riaffermando al tempo stesso valori comuni a tutti i cittadini.

Anzi, si legge ancora nella sentenza, «nel contesto culturale italiano appare difficile trovare un altro simbolo, in verità, che si presti più di esso (del crocifisso, ndr) a farlo; e l'appellante del resto auspica (e rivendica) una parete bianca, la sola che alla stessa appare particolarmente consona con il valore della laicità dello Stato». La decisione delle autorità scolastiche «in esecuzione di norme regolamentari» di esporre il crocifisso - ha osservato il Consiglio di Stato - «non appare pertanto censurabile con riferimento al principio di laicità proprio dello Stato italiano». Né vale obiettare - come hanno fatto gli avvocati della signora nel ricorso e continuano a fare sistematicamente alcuni esponenti politici - che quelle norme regolamentari (contenute nel regio decreto 965 del 1924) furono emanate quando la religione cattolica era «la sola religione dello Stato» perché «è altrettanto vero che tale norma non impedì minimamente al legislatore, nel corso di vari decenni, di adottare in molteplici settori della vita dello Stato una normativa contraria agli interessi della confessione cattolica» e perfino «di ascrivere la Chiesa cattolica tra le associazioni illecite».
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martedì, novembre 03, 2009
La Corte Europea dice no
ai crocifissi in aula
La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». È quanto ha stabilito oggi la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo nella sentenza su un ricorso presentato da una cittadina italiana.
 
Il ricorso. Il ricorso a Strasburgo era stato presentato il 27 luglio del 2006 da Solie Lautsi, moglie finlandese di un cittadino italiano e madre di Dataico e Sami Albertin, rispettivamente 11 e 13 anni, che nel 2001-2002 frequentavano l'Istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre, ad Abno Terme. Secondo la donna, l'esposizione del crocifisso sul muro è contraria ai principi del secolarismo cui voleva fossero educati i suoi figli. Dopo aver informato la scuola della sua posizione, la Lautsi, nel luglio del 2002, si è rivolta al Tar del Veneto, che nel gennaio del 2004 ha consentito che il ricorso presentato dalla donna venisse inviato alla Corte Costituzionale, i cui giudici hanno stabilito di non avere la giurisdizione sul caso. Il fascicolo è quindi tornato alTribunale amministrativo regionale, che il 17 marzo del 2005 non ha accolto il ricorso della Lautsi, sostenendo che il crocifisso è il simbolo della storia e della cultura italiana, e di conseguenza dell'identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato. Nel febbraio del 2006, il Consiglio di Stato ha confermato questa posizione. Di qui la decisione della donna di ricorrere alla Corte europea di Strasburgo.

I danni morali. La sentenza prevede che il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza, rende noto l'ufficio stampa della Corte, è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche.

La posizione della Corte di Strasburgo. "La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastische - si legge nella sentenza dei giudici di Strasburgo - potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso, che avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione". Tutto questo, proseguono, "potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose, o che sono atei".

Ancora, la Corte "non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione (europea dei diritti umani, ndr), un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana". "L'esposizione obbligatoria di un simbolo di una dataconfessione in luoghi che sono utilizzati dalle autorità pubbliche, e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni - concludono i giudici della Corte europea dei diritti umani - e il diritto dei bambini di credere o non credere. La Corte, all'unanimità, ha stabilito che c'è stata una violazione dell'articolo 2 del Protocollo 1 insieme all'articolo 9 della Convenzione".

I giudici (tra cui l'italiano Zagrebelsky). I sette giudici autori della sentenza sono: Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia).
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domenica, novembre 01, 2009
La sfida a Zapatero: i figli in arrivo contano come quelli già nati
Cittadini a tutti gli effetti. E, per questo, con lo stesso diritto degli altri ad avere un alloggio. A riconoscere le prerogative dei bambini non ancora nati, è una nuova risoluzione del governo autonomo – o Generalitat – della regione valenciana, guidato dal Partito Popolare. Il provvedimento stabilisce che i membri della famiglia “in arrivo” vengano conteggiati come già nati nella domanda per l’assegnazione delle casi popolari, a livello locale e nazionale. Se, cioè, una coppia aspetta un bambino, il nucleo viene considerato di tre persone e non di due, come è stato finora. Per dimostrare la gravidanza è necessario presentare un certificato medico.

Si tratta di una novità importante. Anche perché arriva proprio mentre nel Paese si discute il progetto di legge per la legalizzazione dell’aborto, voluta dal governo Zapatero. Non a caso, l’esecutivo centrale ha ventilato l’ipotesi di ricorrere contro la risoluzione valenciana, ideata dal vicepresidente regionale Juan Cotino. «Attribuire diritti ai feti pone dubbi sulla legalità della misura. Le gravidanze, poi, non sempre vengono portate a termine. Se il bambino non nasce si toglie la casa alla famiglia?», ha commentato il delegato governativo Luis Felipe Martinez.

La Generalitat di Valencia, però, va avanti. La risoluzione sulle case popolari è la prima di una lunga serie, elaborata dalla Generalitat, in cui i “figli non nati” vengono ritenuti membri effettivi della famiglia. Almeno per quanto riguarda la garanzia dei servizi sociali. A breve, i “bambini in arrivo” faranno aumentare i componenti effettivi della famiglia nella distribuzione di incentivi per l’istruzione. Verrà, inoltre, previsto un fondo straordinario per le gravidanze a rischio. I provvedimenti sarebbero dovuti entrare in vigore nel 2010. La Generalitat valenciana ha però deciso di anticipare i tempi. Per dare un segno che gran parte della Spagna non è d’accordo con Zapatero sull’aborto.
Un dato confermato anche da un sondaggio pubblicato ieri dal quotidiano di sinistra Publico.

Secondo il giornale, tre spagnoli su quattro sono contrari al fatto che le adolescenti fra i 16 e i 18 anni possano interrompere la gravidanza, fino alla quattordicesima settimana, senza nemmeno avvertire i genitori, come previsto nel nuovo disegno di legge all’esame del Parlamento. Una disposizione inammissibile per ben il 73% dei cittadini. Fra questi, anche il 64% degli elettori socialisti. Oltre il 43% degli spagnoli ritiene che le ragazzine non debbano essere lasciate sole di fronte alla scelta se abortire o meno. La decisione dovrebbe essere presa insieme ai genitori.

Un’opinione condivisa dalle stesse adolescenti. La maggior parte di loro – circa il 70% – ha dichiarato di considerare fondamentale il parere dei genitori in una simile circostanza. Esiste poi un campione più ristretto di adulti – il 31% – secondo cui dovrebbero essere madre e padre ad avere l’ultima parola. Solo una minoranza, infine, il 26%, è convinto che la decisione spetti unicamente alla futura mamma adolescente, senza che questa debba consultarsi con altri. Non è, però, solo la parte dell’aborto libero per le ragazzine a preoccupare i cittadini. La Spagna è spaccata sulla legalizzazione dell’aborto, con un 41,6% di favorevoli e il 40,8 di contrari.
Lucia Capuzzi
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domenica, novembre 01, 2009

Bud Spencer compie 80 anni

Dopo quarantadue anni di carriera, non ha voglia di riposarsi un po’?
Per carità, guai a riposarsi. Se ti fermi, sei fregato! Da un po’ di tempo sto scrivendo la mia autobiografia, si intitola Lasciatemi passare, un titolo che la dice lunga sul mio modo di affrontare la vita e sull’ottimismo che, per grazia di Dio, mi ha sempre accompagnato.

Ha citato Dio. Lei è credente?
Io credo perché ho bisogno di credere in Dio e nel «dopo» che c’è oltre la vita. La fede, per me, è un dogma. Un valore assoluto. Che fa parte della vita di chiunque, anche di quelli che dicono di non credere.

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lunedì, ottobre 19, 2009

Ora di religione islamica nelle scuole?

Nei giorni scorsi il vice ministro per lo Sviluppo economico, Adolfo Urso, ha proposto di introdurre nelle scuole un’ora facoltativa di religione islamica.

La proposta è piaciuta a Massimo D’Alema (Pd) e al presidente della Camera, Gianfranco Fini, all’Idv, mentre ha ricevuto critiche da parte di ampi settori del centro destra e centro sinistra.

Forti critiche sono state sollevate dall’Udc e  in particolare dalla Lega che, in nome della salvaguardia della identità cristiana del nostro Paese, si è spinta a chiedere “l’ora di religione cattolica obbligatoria per i musulmani” ( Luca Zaia, ministro dell’Agricoltura).

L’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii) “preferisce che gli istituti pubblici italiani offrano ai ragazzi delle diverse religioni un insegnamento di storia delle religioni, lasciando alle comunità religiose l’insegnamento confessionale della fede”.

Pollice verso da parte dell’Udc e del card. Esilio Tonini: “ capisco le buone intenzioni ma dietro queste proposte c’è pressappochismo. Ci vuole la massima prudenza nell’approccio con l’Islam”.

Ecco alcuni spunti per favorire la discussione e il discernimento:

1)      Il Concordato non prevede un’ora di religione islamica, ma un’ora alternativa all’Irc, un’ora per lo studio libero, l’uscita da scuola.

2)      Il Concordato prevede accordi fra due entità ben precise, mentre l’Islam è variegato e non ha un unico rappresentante che possa interloquire con lo Stato. L’ora di religione islamica sarebbe istituita o attraverso una decisione  unilaterale dello Stato o con l’approvazione di parte del mondo islamico.

3)      L’ora di Religione cattolica (IRc) è un ‘ ora confessionale con finalità culturali e quindi non può essere catechismo. Ecco perché è ammessa all’interno della scuola ed è aperta a tutti. L’ora di religione islamica non avrebbe queste caratteristiche perché più orientata verso l’istruzione legata al culto.

4)      Gli insegnanti IRc sono proposti dal Vescovo che è garante, davanti al Dirigente scolastico (che ne approva l’assunzione) e alle famiglie degli studenti, della idoneità dell’insegnante, della correttezza dell’insegnamento proposto (ortodossia e rispetto delle finalità volute dallo Stato). Per l’Islam il problema si pone. Mario Scialoja, membro del cda del Centro culturale islamico Italiano, ammette che  “sarebbe difficile reperire insegnanti qualificati che insegnino un islam autentico, corretto, aperto al dialogo, senza fondamentalismi”.

5)      In quale lingua si impartirebbero le lezioni? Non certo in arabo, sia perché relegherebbe l’insegnamento a chi padroneggia la lingua, sia perchè nessuno potrebbe vigilare sulla bontà dell’insegnamento stesso.

6)      Appare un’idea interessante e da studiare che potrebbe “ essere utile per sottrarre i bambini dalle madrasse (scuole craniche) dove si insegna il fondamentalismo islamico e si inneggia alla Jihad” (Souad Sbai, deputata Pdl). L’idea però dovrebbe andare di pari passo “ con la chiusura delle moschee irregolari – prosegue la Sbai – e con l’istituzione di un albo degli imam attraverso la moschea di Roma”.

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domenica, ottobre 18, 2009

Ora di religione islamica a scuola?

 Fermata da un coro di ragionate obie­zioni di buona parte della maggioran­za l’idea del viceministro dello Svilup­po economico, Adolfo Urso, di introdurre nel­le scuole un’ora facoltativa di religione isla­mica. Invece la sponsorizza immediatamen­te il big del Pd, Massimo D’Alema, mentre non entusiasta appare la reazione delle varie organizzazioni musulmane. «Nella proposta non c’è nulla di scandaloso» ribatte al termi­ne di una giornata di polemiche lo stesso pre­sidente della Camera, Gianfranco Fini, da A­solo, dove è in corso un workshop bipartisan su immigrazione e integrazione animato dal­le fondazioni FareFuturo ed ItalianiEuropei.
 È proprio da quel laboratorio che venerdì Ur­so ha lanciato l’ora di religione musulmana. «Mi sembra elementare buon senso – insiste Fini –. C’è l’interesse nazionale alla coesione sociale». Secondo Fini, che è presidente di
FareFuturo, sarebbe «molto meglio che un bambino che vuol sentire cosa dice il Cora­no, lo senta a scuola piuttosto che in un ga­rage da un imam anche estremista. Chiude­re gli occhi di fronte a questo vuol dire esse­re miopi». E D’Alema, presidente di Italia­niEuropei, lo spalleggia: le critiche mosse sa­rebbero «risposte imbarazzanti, dal caratte­re primitivo: non si può rispondere con dei toni gutturali a un’idea non di facile realizza­zione ma sulla quale discutere». E anche in materia di islam l’ex premier del centrosini­stra ripete il suo monito: «affrontare le que­stioni in modo laico». Ma il vicecapogruppo del Pdl al Senato, Gae­tano Quagliariello, constata che la proposta è «una ripetizione stantia dei canoni del mul­ticulturalismo, ricetta che in Europa è già fal­lita al punto che il governo Blair l’ha definita un incubo». Quagliariello invita piuttosto, a concentrare gli «sforzi nel promuovere la no­stra specifica identità, rispettando quelle i­stanze che provengono da altre culture e che a loro volta rispettano le nostre leggi e non of­fendono il nostro senso comune». Per l’e­sponente del Pdl, peraltro, non è certo lo Sta­to a doversi «fare agente di un malinteso plu­ralismo culturale». «Si tratta di un’idea che non tiene conto del­la sostanziale differenza che esiste tra l’inse­gnamento della religione cattolica e quello di altre religioni», argomenta sempre nel Pdl Maurizio Lupi, avvertendo che l’idea di Urso produce«ghettizzazione» invece che «inte­grazione ». Il vicepresidente della Camera ri­corda poi che «il cattolicesimo fonda la ci­viltà europea e quella italiana, fa parte della nostra identità. Al punto che la stessa Costi­tuzione ne riconosce l’importanza».
  «L’ora di religione islamica non è nel pro­gramma », puntualizza inoltre il viceministro leghista alle Infrastrutture, Roberto Castelli, accusando Urso, Fini e i suoi di «seminare zi­zania », perché la proposta è solo «una pro­vocazione ». E il capogruppo del 'Carroccio' a Palazzo Madama, Federico Bricolo, confer­ma che con la Lega in questa maggioranza l’i­dea dell’ex di An «non potrà realizzarsi in nes­sun modo». «Dobbiamo difendere la nostra identità non cancellarla», aggiunge il suo o­mologo alla Camera, Roberto Cota. E il mi­nistro dell’Agricoltura, Luca Zaia, contrap­pone al progetto di
FareFuturo
«l’ora di reli­gione cattolica obbligatoria per i musulma­ni » per far capire loro «i risultati del cristia­nesimo e cattolicesimo profondamente ra­dicati nella nostra società».
  Il sottosegretario all’Interno, Alfredo Manto­vano, oltre ai problemi organizzativi (la diffi­coltà di tener fuori dall’iniziativa l’influenza della componente fondamentalista), avver­te che una proposta come quella di Urso a­prirebbe la strada ad «una Babele e un su­permercato delle religioni». «Evidentemente – conclude – il legislatore, e prima ancora il costituente, che ha recepito il Concordato, ha voluto riconoscere il ruolo della tradizione
cattolica nella nostra storia e nel nostro ethos nazionale».
  Peraltro, Mario Scialoja, membro del cda del Centro culturale islamico italiano, pur di­cendosi «contentissimo» dell’ora di religione musulmana, non la vede «facile», sia perché «bisognerebbe fare lo stesso con tutte le altre religioni», sia perché «sarebbe difficile repe­rire insegnanti qualificati che insegnino un i­slam autentico, corretto, aperto al dialogo e senza fondamentalismi». L’Ucoii (Unione del­le comunità e organizzazioni islamiche in I­talia), inoltre, apprezza la proposta, ma «pre­ferisce che gli istituti pubblici italiani offrano ai ragazzi delle diverse religioni un insegna­mento di storia delle religioni, lasciando alle comunità religiose l’insegnamento confes­sionale della fede». «Totalmente favorevole», invece, l’Associazione intellettuali musul­mani Italiani. La proposta è «interessante»,
per Souad Sbai, perché potrebbe effettiva­mente «essere utile per sottrarre i bambini dalle madrasse dove si insegna il fondamen­talismo islamico e si inneggia al jihad». «Va va­lutata con attenzione», osserva tuttavia la de­puatata pidiellina nata in Marocco, da un im­mediato gruppo di lavoro, e chiudendo «su­bito le moschee irregolari» e con un «un albo degli imam attraverso la moschea di Roma». La «riflessione su come insegnare nelle suo­le pubbliche anche le altre religioni», insiste Urso da Asolo, rientra nel pacchetto di misu­re concordato con ItalianiEuropei
per l’inte­grazione. Ma per il responsabile della con­sulta Scuola del Pdl, Fabio Garagnani, la pro­posta del viceministro è «estremamente pe­ricolosa », quando il nostro paese è alle prese «con fenomeni di violenza, di rifiuto di inte­grazione e di intolleranza di settori notevoli della comunità islamica».

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domenica, ottobre 18, 2009

Cristiani crocefissi in Sudan

Sette il 13 agosto. Sei il 16. Cri­stiani crocifissi nei più efferati degli attacchi sistematicamen­te portati dai ribelli che impestano il Sud Sudan. Tragedia nella tragedia di cui, al Sinodo dei vescovi sull’Africa, s’è fatto voce monsignor Edward Hii­boro Kussala, vescovo di Tombura­Yambio, chiedendo, come ribadisce in questa intervista ad Avvenire, che l’Europa e tutta la Comunità inter­nazionale «torni a guardare al nostro Paese, intervenga per porre fine a u­na situazione che non si può più so­stenere».
 Lei ha denunciato l’«insopportabile livello di violenza» che colpisce il Sud Sudan attraverso il Lord’s Resistan­ce Army. Di che cosa stiamo parlan­do?

 Tra i molti problemi che abbiamo, c’è questo molto grande dei ribelli che provengono dal Nord Uganda, e che si trovano al confine con Sudan, Re­pubblica centroafricana e Repubbli­ca democratica del Congo. Stanno nelle foreste di questa zona da quat­tro anni; attaccano i villaggi, uccido­no sul posto quelli che fanno resi­stenza, uccidono gli anziani o li bru­ciano nella loro case, e prendono le
persone più giovani, i bambini, ra­gazzi e ragazze, per indottrinarli, cambiare il loro modo di pensare. U­na tragedia che dura, come ho detto, da quattro anni, e della quale come Chiesa abbiamo parlato molte volte, chiedendo interventi per arrivare al­la pace.

 Violenza che colpisce anche i cri­stiani.

 Certo. Il 13 agosto è avvenuto l’epi­sodio più grave: i ribelli hanno attac­cato una mia parrocchia, dove si sta­vano preparando per la festa dell’As­sunzione. Hanno preso diciassette persone e ne hanno crocifisse sette, mentre dieci le hanno rapite. Il gior­no successivo quelli che hanno sco­perto cosa fosse accaduto si sono tro­vati di fronte uno spettacolo terribi­le. Tre giorni, dopo nella parrocchia di Nzara, è accaduta la stessa cosa: hanno preso dodici persone, e sei so­no state crocifisse. Noi per primi ci domandiamo: perché questa cosa? Perché questo attacco alle chiese? Le incendiano, le colpiscono in tutti i modi. Io non so la risposta. Ma le do­mande sono tante. E poi chi li aiuta? E perché? Hanno armi nuove, vestiti nuovi, e sono ben organizzati...

 Che origine hanno questi gruppi?

 Questo è un qualcosa difficile da de­finire, anche perché negli anni qual­cosa è cambiato. In origine erano u­gandesi, però in questi anni hanno preso gente dal Sudan, dal Congo, dalla Repubblica Centroafricana. Il loro “leader” era un cristiano, e così i suoi comandanti, alcuni dei quali si dice abbiano avuto una formazione
militare in Afghanistan. Se abbiano ancora contatti laggiù, o legami con al-Qaeda, non si sa; c’è forse un qual­che legame con l’islam. Si può dire che credono in un “qualcosa”, che però non si capisce. All’inizio dice­vano «vogliamo educare l’Uganda ai dieci comandamenti di Dio», ma quello che fanno non ha niente a che fare coi comandamenti.

 Un gruppo non definibile, insomma, neppure nei suoi obiettivi

 È così. E, soprattutto, perché fanno quel che fanno? Non lo capiamo. C’è però da dire che, dopo che nel 2005 fu firmata la pace, l’Europa e la Co­munità internazionale avrebbero do­vuto seguire questo processo. Invece si sono rivolti verso altre situazioni, e ci hanno lasciato soli nel momen­to più delicato. Abbiamo ricevuti aiu­ti dalla Conferenza episcopale italia­na, che ha costruito due scuole, e al­la fine dello scorso anno ci ha invia­to sostegni alimentari per tre villag­gi; e poi qualcosa è arrivato dall’ Aiu­to
 alla Chiesa che soffre. Ma per il re­sto siamo soli.
 Il pastore in questi giorni ha nuovamente denunciato al Sinodo africano la tragedia che dura da 4 anni «Grato per gli aiuti giunti dalla Conferenza episcopale italiana»

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sabato, ottobre 10, 2009

Giornata Diocesana della scuola

Domenica 11 ottobre 2009

Alle comunità cristiane, alle famiglie, ai  docenti e alunni della Diocesi di    Faenza-Modigliana

LA SCUOLA E’ DI TUTTI

Normalmente, quando si dice che la scuola è di tutti, si intende che tutti hanno il diritto e il dovere di andare a scuola. Questa volta, vogliamo intendere che nella scuola ci sono molti responsabili che devono essere coinvolti perché la scuola raggiunga il suo scopo educativo.  Nella scuola ci sono ovviamente gli alunni per i quali la scuola esiste. Ma non potendo affrontare tutti gli aspetti della vita scolastica in una volta sola,  ci soffermiamo sul ruolo della famiglia nei confronti della “scuola” e concretamente dei vari docenti.

Secondo il comune modo di pensare (anche se non da tutti condiviso), la scuola ha lo scopo di preparare i ragazzi alla vita mediante l’istruzione e la formazione, nel più ampio contesto educativo della famiglia e della società in genere. La scuola infatti non può ignorare valori di riferimento fondamentali, che per noi saranno quelli della Costituzione della Repubblica Italiana, entro i quali anche i genitori devono sostanzialmente ritrovarsi (si pensi ai principi fondamentali e ai diritti e doveri della prima parte del testo).

Il Ministero della Pubblica Istruzione volendo venire in aiuto a questa necessaria collaborazione tra famiglia e scuola, ha proposto il “Patto educativo di corresponsabilità”, un documento elaborato nelle scuole e da visionare al momento dell’iscrizione, che ha come obiettivo fondamentale quello di impegnare la scuola e le famiglie a condividere l’azione educativa diretta agli studenti, senza dimenticare che nell’educazione la scuola è in aiuto alla famiglia e non può sostituirsi ad essa.

In questo delicato rapporto di collaborazione, in un modo suo proprio si colloca anche la Comunità cristiana, sia nel condividere e sostenere i valori fondamentali di riferimento, sia nell’incoraggiare  le famiglie e i docenti a seguire i principi ricordati, sia nell’operare nell’educazione religiosa secondo gli stessi criteri.

Come comunità cristiana interessata ad una piena educazione dei ragazzi del nostro tempo intendiamo appoggiare una corretta attuazione del Patto educativo di corresponsabilità, auspicandone l’applicazione in tutte le scuole dove è previsto, con l’invito a tutti coloro che vi sono coinvolti a considerare sempre anzitutto il vero bene dei ragazzi.

Come segno di vicinanza a tutte le scuole del nostro territorio, invitiamo le comunità cristiane, nella domenica 11 ottobre, a pregare in modo particolare per gli alunni, i genitori e gli insegnanti.

                                  + Claudio Stagni, vescovo

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martedì, ottobre 06, 2009

"Non vi date pensiero di dove vada il mondo, ma di dove bisogna che andiate voi per non calpestare cinicamente la vostra coscienza, per non vergognarvi del vostro passato tradito"

(Benedetto Croce)

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sabato, ottobre 03, 2009
 

Giornata Diocesana della scuola

Domenica 11 ottobre 2009 si celebra nelladiocesi di Faenza - Modigliana, la prima giornata diocesana della scuola. Questa occasione vuole essere una opportunità per la comunità ecclesiale per riflettere e porsi in ascolto del mondo della scuola, che tanto tempo occupa nella vita dei ragazzi e delle famiglie.

Il tema scelto dal vescovo, mons. Claudio Stagni, è " La scuola è di tutti", con una particolare attenzione al Patto di Corresponsabilità educativa, che vede docenti, alunni e genitori coinvolti a pari titolo nella azione educativa. In questa giornata, oltre alla distribuzione del messaggio di mons. Stagni sia nelle parrocchie che nelle scuole, ogni comunità parrocchiale è invitata alla preghiera e alla riflessione durante la liturgia eucaristica. Per informazioni è possibile contattare

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