giovedì, gennaio 27, 2005

Per non dimenticare

“L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei lager nazisti è estranea alle nuove generazioni dell’Occidente, e sempre più estranea si va facendo a mano a mano che passano gli anni.

Per i giovani degli anni ’50 e ’60, erano cose dei loro padri: se ne parlava in famiglia, i ricordi conservavano ancora la freschezza delle cose viste.

Per i giovani di questi anni ’80 – e tale riflessione è ancora più valida per i ragazzi del terzo millennio – sono cose dei loro nonni: lontane, sfumate, “storiche”.

Essi sono assillati dai problemi d’oggi, diversi, urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l’esaurimento delle risorse, l’esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente e a cui occorre adattarsi. (…)

Si affaccia all’età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze, anzi, diffidente delle grandi verità rivelate; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull’onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge.

Per noi parlare con i giovani è sempre più difficile.

Lo percepiamo come un dovere ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati.

Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale, appunto, perché inaspettato, non previsto da nessuno.

E’ avvenuto contro ogni previsione, è avvenuto in Europa; incredibilmente è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalle fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”

 

Primo Levi

Tratto da “Sommersi e salvati”

 

 

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un sì o per un no.

Considerate che questa donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza per ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

coricandovi, alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

 

Primo Levi

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sabato, gennaio 22, 2005

Le stimmate: realtà, non «invenzione»

«Le ferite appaiono sul corpo del Poverello soltanto al termine della vita. Sono il compimento dell'ascesi, il segno della definitiva immedesimazione in Cristo»

Di Claudio Leonardi da "Avvenire"

A me pare che la storiografia abbia operato una radicale falsificazione di Francesco, lo abbia fatto diventare, nei modi più diversi, un neo-gnostico o un post-gnostico. Lo storico non può dimenticare il gesto clamoroso del giovane Francesco, che si spoglia nudo davanti al popolo di Assisi e al vescovo Guido restituendo ogni cosa al padre Pietro di Bernardone. Ma la storiografia si è trovata nell'incapacità o nell'impossibilità di capire questo amore di Francesco per la povertà. Ha inteso quel gesto come un atto di protesta, un gesto ideologico, che indicava cioè una possibilità di azione storica. Non è così. Quel gesto era la manifestazione di una condizione interiore, non tanto e solo spirituale, ma propriamente mistica, gesti generati dal coinvolgimento di Dio in Francesco e di Francesco in Dio; la mistica è infatti l'esperienza di Dio nell'anima dell'uomo, la consapevolezza della sua presenza.
L'amore per la povertà in Francesco è la conseguenza della sua conversione al Dio di Cristo, non viceversa. A Dio ci si converte, secondo le parole stesse di Cristo, solo morendo a sé stessi: nel momento in cui l'uomo comprende di non trovare in sé la ragione della propria vita e si affida totalmente a Dio. La povertà è il segno di quella morte e di questo abbandono.
Cosa sono allora le stimmate? Sono veramente il momento in cui Francesco sarebbe angosciato da quel dilemma che non può risolvere, e lo cancellerebbe immergendosi nel dolore della crocifissione? Non mi pare che esse possano significare questa immersione. L'impossibilità di capire cosa sia la povertà di Francesco impedisce di capire anche le stimmate.
È molto probabile che le stimmate di Francesco siano realmente avvenute, che nel settembre 1224, alla Verna, durante alcuni giorni dedicati all'orazione e alla meditazione, egli si sia trovato con le ferite sul corpo analoghe a quelle di Cristo crocifisso. Chiara Frugoni ha riconsiderato le fonti e ha escluso che vere stimmate ci siano state: «Le stimmate se r iconosciute in alcune delle tante piaghe di un corpo sfinito per le malattie, furono vissute dai compagni più intimi come la prova e il segno tangibile di una sequela Christi coerentemente vissuta sino alla fine, nello spirito (e non nel corpo!) secondo il versetto paolino (Ep. Gal. 6,7): stigmata Iesu in corpore meo porto; dalla pietà degli altri frati o dalla preveggente abilità "politica" di Elia, furono invece identificate con le ferite della croce». A me non pare che le testimonianze circa le stimmate lasciateci da frate Leone e da frate Elia siano in reale e totale contrapposizione, come non lo sia la testimonianza in proposito di Tommaso da Celano, su cui Chiara Frugoni pone le premesse per la sua conclusione; infatti al fondo di queste testimonianze appare sempre un fatto, ferite o chiodi o altro che le fonti dicano.
Le stimmate sono un fenomeno della vita cristiana (e forse anche della vita spirituale extra cristiana) e come tali possono essere un fatto miracoloso, dunque soprannaturale, ma possono anche essere un fenomeno spirituale, psicologico, certamente un evento, a ogni modo, che la grazia divina sollecita nella natura. Esse sono perciò un fenomeno della cultura cristiana e possono essere comprese nella persona in cui si verificano, e qui ne va cercato il significato. Le stimmate si determinano senza un significato particolare, essendo una risposta dell'amore divino all'amore umano, un fenomeno causato all'interno di un rapporto mistico tra uomo e Dio.
Nel caso di Francesco le stimmate appaiono verso la fine della vita: non sono, come in altri casi, agli inizi dell'esperienza cristiana, ma al suo compimento. Gli scritti documentano, senza ombra possibile di dubbio, che negli ultimi anni Francesco, accasciato da malattie e dolori, da una vita fisica tormentata e torturata, era pervaso da una gioia profonda e incontenibile per un solo motivo: la coscienza di essere stato trasformato nel divino, di essere veramente un altro Cristo, nella pienezza di s apersi divenuto Figlio di Dio nel Figlio Verbo-incarnato. Questa trasformazione e questa coscienza significano che non per forza sua ma per forza dello Spirito santo in lui è nato il Cristo: un fatto mistico, appunto, di cui egli ha solo ora piena coscienza. All'interno di questa coscienza è la vita stessa di Francesco che produce le stimmate; alla sua consapevolezza Dio risponde con un segno nella carne.
La gioia di essere partecipe del divino sovrasta in Francesco ogni possibile dolore, incommensurabile è la sua felicità quando Dio gli fa dono delle stimmate. La croce è infatti una croce gloriosa e le stimmate sono un sigillo di gloria, che il serafino-Cristo, rappresentando il paradiso di gloria, imprime su Francesco. La gloria di Cristo è infatti la pienezza divina dell'uomo, la sua divinizzazione. La croce di Cristo racchiude il mistero del Verbo-fatto-uomo che morendo dà all'uomo la sua vita. Nella crocifissione l'estrema debolezza di Cristo, la sua morte, si associa alla pienezza di vita divina donata all'uomo. Nell'Ultima Cena, la parola di Cristo annuncia il mistero: promette la vita eterna a chi mangia la sua carne e beve il suo sangue, nella crocifissione il Verbo-fatto-carne dà questa vita all'uomo, in un gesto d'amore assoluto. C'è un legame profondo tra eucarestia e crocifissione; c'è dunque un legame profondo tra la devozione eucaristica di Francesco e le sue stimmate.
Non si può comprendere il concetto e il sentimento cristiano di Francesco riferendoli alla figura del Verbo-fatto-carne, trascurando e tralasciando quella dello Spirito santo. Il ruolo del Verbo riguarda la natura umana, il ruolo dello Spirito riguarda la persona; l'imitazione di Cristo richiede la morte di sé stessi, ma questa introduce alla libertà e alla gioia che solo lo Spirito può dare. Un cristocentrismo assoluto, tanto più se è visto come sofferenza e dolore, confina con lo gnosticismo.
Sulle stimmate di Francesco si è costruito il Francesco più mitico. Si è infatti creduto che esse fossero la certificazione di lui come «altro Cristo» dando a questo titolo un significato ideologico: le stimmate non si riferirebbero a un fatto mistico, per cui il Cristo viene generato per Spirito Santo nel cuore dell'uomo, ma a un fatto storico, un Christus rediuiuus, un ripresentarsi di Cristo nella storia, che diventa l'iniziatore di un tempo diverso della Chiesa, con una proposta innovativa di vita cristiana. Questo uso ideologico delle stimmate favorirà, nello stesso secolo XIII, il sovrapporsi a Francesco di alcune istanze escatologiche di origine gioachimita o pseudogioachimita (il Cristo di una terza età). Ma Francesco è del tutto diverso da Gioacchino.
 

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sabato, gennaio 22, 2005
ASIA  22/1/2005 1:43
DOPO MAREMOTO: I GRANDI PROBLEMI DI CUI NESSUNO PARLA
Peace/JusticePeace/Justice, Standard

"Oltre all’enorme perdita di vite umane e ai consistenti danni materiali, lo tsunami nella provincia indonesiana di Aceh ha significative ricadute legali che per ora non emergono con chiarezza ma che in futuro causeranno notevoli difficoltà alla popolazione". Lo ha detto alla MISNA Emmanuel Altit, avvocato per i diritti umani, recatosi in Indonesia dopo il maremoto del 26 dicembre scorso in rappresentanza dell’‘Organizzazione internazionale per i diritti allo sviluppo’ (Idlo), che aiuta i Paesi del sud del mondo a realizzare o migliorare il proprio ordinamento giuridico. "C’è un problema di base – spiega il legale francese - che provoca una serie di conseguenze collaterali: la difficoltà a dimostrare giuridicamente la morte di qualcuno o la perdita dei beni materiali. Il numero di coloro che sono rimasti uccisi o sono stati colpiti dalla catastrofe è così elevato (per l’Indonesia si parla finora di oltre 166.000 decessi) che è impossibile seguire le normali procedure legali". L’avvocato aggiunge che, in condizioni di questo genere, è persino difficile dimostrare che non si ha più niente e, quindi, che si ha diritto agli aiuti. Tra l’altro il numero dei morti e dispersi è così elevato che moltissimi cadaveri non hanno potuto essere identificati e il solo metodo affidabile, l’analisi del Dna, non è realizzabile in Indonesia. "Un altro problema collaterale – prosegue Altit, esperto internazionale, specialista di ricostruzione post-conflitto – è rappresentato dalla difficoltà delle famiglie di prendersi carico degli orfani. In parte questo è dovuto al problema di cui parlavo prima (l’impossibilità di dimostrare che i propri genitori sono morti), in parte al fatto che ad Aceh, provincia di rigida osservanza musulmana, il diritto familiare è regolato dalla sharia, che non consente l’adozione". Il nostro interlocutore dice di non avere conferme sulle presunte sparizioni di bambini di cui si è parlato nei giorni scorsi, ma sottolinea che, in base alle disposizioni delle autorità, gli orfani "devono essere affidati ai musulmani locali". Altit non ha inoltre rilevato casi di violazioni dei diritti umani o estorsioni nelle zone colpite dallo tsunami: "Le persone sono ancora così traumatizzate, e i danni talmente enormi, che è difficile pensare di approfittare della situazione. Al contrario ho constatato un autentico spirito di solidarietà". Da quasi 30 anni teatro della guerriglia separatista del Gam (Movimento per Aceh libera), questa provincia è un’area fortemente militarizzata e, secondo alcuni, l’esercito potrebbe approfittare della recente catastrofe per cercare di annientare la ribellione. Commentando le difficoltà di relazione tra i soldati presenti sul territorio e le organizzazioni straniere giunte ‘in loco’ in soccorso delle vittime, l’avvocato ammette che "certi settori dell’esercito hanno guardato con diffidenza all’arrivo di stranieri in zone un tempo chiuse a qualsiasi elemento esterno. Se è vero che i militari hanno fatto cose utili per la popolazione, è comunque difficile discernere tra la loro intenzione di controllare il flusso di aiuti per poterli gestire meglio e la tentazione di limitare questi stessi aiuti". Altit conclude ribadendo la necessità di "creare procedure legali temporanee e d’urgenza per assistere la popolazione: sarà fondamentale per ricomporre il tessuto sociale oggi devastato". (a cura di Céline Camoin)[LM]

 
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giovedì, gennaio 13, 2005

POLEMICHE STORICHE

La Chiesa? Non fu complice della Shoà

«Non si può parlare di antisemitismo delle società cristiane:il genocidio si spiega con l'unicità del nazismo,ideologia anticristiana»

Sergio Romano(Storico, Autore Di «Lettera A Un Amico Ebreo», Longanesi 1997)

Quando apparve, alla fine del 1997, questo libro fu bene accolto da un buon numero di lettori e recensori, ma provocò critiche molto pungenti e suscitò una polemica che durò alcuni mesi. Di fronte a tali critiche (fra cui una Risposta a Sergio Romano pubblicata da Sergio Minerbi presso le edizioni Giuntina di Firenze) provai un certo imbarazzo. Nessuno, a parte qualche irrilevante eccezione, mi accusava di avere detto il falso o di avere negato l'enormità della tragedia che aveva colpito gli ebrei dopo l'avvento di Hitler al potere nel gennaio del 1933. Molti tuttavia sostenevano che avevo cercato di attenuare la responsabilità delle società cristiane e in particolare della Chiesa cattolica. Non avevo detto, come sarebbe stato giusto e necessario, che la mala pianta del razzismo era cresciuta su un terreno lungamente coltivato dalla Chiesa di Roma. Avevo trascurato di riconoscere che la politica di Hitler e le leggi razziali dello Stato italiano non avrebbero mai prodotto persecuzioni e massacri di tale dimensione se i cristiani - cattolici e protestanti - non fossero stati educati a vedere nell'ebreo un reprobo, un infedele, un «perfido» nemico. Avevo messo in discussione l'«unicità dell'olocausto». Io stesso, quindi, anche se camuffato da osservatore elegante e imparziale, ero un «antisemita».
Che cosa avrei dovuto rispondere? Avrei potuto ripetere che tra giudeofobia e antisemitismo corre una sostanziale differenza. La prima si propone, in ultima analisi, la conversione dell'ebreo, mentre il secondo, nelle sue manifestazioni più radicali, ne desidera la distruzione. Anche la giudeofobia uccide, è vero, ma nelle forme che hanno caratterizzato i conflitti di religione della storia europea, dalla persecuzione dei catari a quella degli ugonotti: esplosioni di rabbia, seguite da lunghi periodi di reciproca tolleranza. L'antisemitismo invece considera l'ebreo alla stregua di un nemico da ricattare, sfruttare e, infine, abbattere. Capii rapidamente tuttavia che questa distinzione non scalfiva menomamente le convinzioni dei miei critici. Erano convinti che i due fenomeni fossero strettamente collegati e non esitavano a riunirli sotto un solo cappello. Erano certi che tra la cacciata degli ebrei dalla Spagna e i lager tedeschi, tra l'Inquisizione e le leggi razziali corresse uno stesso filo. Egualmente «antisemiti» furono quindi, in questa prospettiva, Isabella la Cattolica, Pio VII, Pio IX, Pio XI, Pio XII. La prima cacciò gli ebrei dalla Spagna. Il secondo ricacciò gli ebrei nel ghetto dopo la fine delle guerre napoleoniche. Il terzo fu responsabile del «rapimento» di un bambino ebreo. Il quarto si oppose a una sola norma delle leggi razziali promulgate dal governo Mussolini nel 1938 (quella che vietava i matrimoni misti), e dette in tal modo la sensazione di approvare tutte le altre. Il quinto evitò di condannare esplicitamente le persecuzioni naziste e fu anzi, sin dagli anni in cui era stato nunzio a Monaco e Berlino, risolutamente filotedesco. Tutti, in altre parole, furono antisemiti; è questa l'accusa con cui i maggiori esponenti delle comunità ebraiche sono scesi in campo ogniqualvolta la Chiesa ha proposto o discusso la canonizzazione di Isabella, Pio IX, Pio XI, Pio XII.
Utilizzata in questo modo la parola antisemitismo ha un'efficacia comparabile a quella della parola fascismo: è una sentenza inappellabile e viene usata come prova di colpevolezza contro chiunque osi sostenere la necessità di qualche distinzione storica. Che l'antisemitismo sia un fenomeno relativamente recente, fondato sulla pretesa esistenza di razze superiori e inferiori, non ha alcuna importanza. La parola nuova estende la sua ombra sul fenomeno antico e proietta su di esso il giudizio con cui sono state condannate le persecuzioni razziali del XX secolo. È un muro contro cui ogni argomento sembra destinato a infrangersi. (...)
Non vi è ragionamento più antistorico di quello che rappresenta la cristianità e l'ebraismo come due entità immutabili e l'odio degli ebrei come un cancro della cristianità che cresce progressivamente sino a generare, nella sua ultima metastasi, le camere a gas. La stessa «unicità dell'olocausto», uno degli argomenti più utilizzati per provare l'antisemitismo delle società cristiane, sembra a me dimostrare piuttosto il contrario. Se un solo fattore può, entro certi limiti, spiegare il carattere straordinario dei massacri ebraici durante la seconda guerra mondiale, questo è, se mai, l'unicità del nazismo, vale a dire di una ideologia fondamentalmente anticristiana.
Resta un altro punto che riappare continuamente nel dibattito sulla unicità del genocidio: quello secondo cui un fenomeno di tale ampiezza non avrebbe potuto aver luogo se non fosse stato facilitato dalla indifferenza o, peggio, dal consenso con cui le società cristiane accolsero le leggi razziali. È certamente vero che questi leggi, là dove furono adottate, vennero generalmente tollerate o suscitarono critiche limitate. Ed è altrettanto vero che anche nelle grandi democrazie occidentali, dove non vi fu legislazione razziale, esistevano in quegli anni pratiche discriminatorie. Ne fecero le spese gli ebrei in fuga quando dovettero constatare, dopo il 1933, che neppure gli Stati Uniti erano disposti ad allargare le maglie delle loro norme sull'immigrazione. Non vi è dubbio: dietro l'avarizia con cui l'amministrazione Roosevelt dette visti in circostanze drammatiche (ad esempio dopo il collasso militare della Francia nel 1940) vi era il desiderio di evitare che il numero degli ebrei americani superasse il «livello di guardia». Ma di lì a sostenere che le società cristiane siano state oggettivamente complici del genocidio, come è stato spesso affermato in questi anni, in passo è lungo. Quella callosa indifferenza, oggi così difficilmente comprensibile, fu in gran parte il risultato della tempesta di violenza che si abbattè sull'Europa del Novecento e delle numerose circostanze in cui molti europei temettero per la loro stessa esistenza. Dopo il terrore leninista, la guerra contro i kulaki, gli eccidi spagnoli, le purghe staliniane e gli orrori giapponesi in Cina, il valore della vita umana si era drammaticamente deprezzato. Mentre quasi sei milioni di ebrei morivano nei lager tedeschi o nelle esecuzioni sommarie degli Einsatzgruppen, si moriva in Polonia, in Ucraina, in Bielorussia, in Jugoslavia. Furono tre milioni i polacchi uccisi durante la seconda guerra mondiale, seicentomila gli zingari scomparsi nei lager, mezzo milione i serbi massacrati dai croati e alcune migliaia gli italiani gettati nelle foibe dell'Istria. Erano anni purtroppo in cui ogni europeo, quando udiva il racconto delle sventure altrui, pensava anzitutto a se stesso.
Non vi è argomento meno storico insomma di quello secondo cui l'antisemitismo genocida sarebbe il punto d'arrivo di un percorso lineare.
 

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domenica, gennaio 09, 2005

Aiutiamo il Sud Est Asiatico

Per le donazioni sono già stati attivati un conto corrente postale (n.15531486) e un conto corrente bancario (Banca di Credito Cooperativo n.000000018300 ABI 08542 CAB 23700 CIN Y). I bollettini, sia di conto corrente postale che bancario, vanno intestati al Comune di Bagnacavallo e la causale è la seguente: “Pro Sud Est Asiatico”.

La distanza del teatro operativo, la situazione logistica, le condizioni delle infrastrutture e quelle igienico sanitarie, rendono molto difficili interventi tecnici di soccorso di massa Da Parte della Protezione Civile. Roberto Faccani, responsabile del Servizio Associato di Protezione Civile precisa che “scartata l’ipotesi di raccolta di beni materiali, la soluzione praticabile è quella di una raccolta fondi. La raccolta potrebbe essere destinata a supporto delle Agenzie delle Nazioni Unite già operanti nell’area; in seconda analisi si potrebbe pensare ad un intervento post emergenza di ricostruzione, in ausilio alle stesse Agenzie, come l’ UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).

 

 
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sabato, gennaio 08, 2005
RUSSIA
I cristiani ortodossi festeggiano il Natale

Putin: Chiesa ortodossa e altre confessioni cristiane giocano un ruolo decisivo nella società.  In 11 mila alla messa di mezzanotte nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca.

Mosca (AsiaNews) – Circa 300 milioni di cristiani ortodossi nel mondo oggi festeggiano il Natale, seguendo il calendario giuliano. Il patriarca ortodosso di Mosca, Alessio II, ha celebrato la messa di mezzanotte ieri nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Alla funzione hanno partecipato 11 mila persone incluso il primo ministro russo Michail Fradkov. Il patriarca ha pregato per la pace e ricordato le vittime della  strage nella scuola di Beslan. “In questo tempo santo - ha detto Alessio II - preghiamo affinché il nuovo anno sia un anno di pace e di armonia per tutti i nostri connazionali e per il mondo”.

Il presidente russo Vladimir Putin ha partecipato alla funzione natalizia nella chiesa della Natività della Madre di Dio, nel villaggio di Gorodonia, a nord di Mosca. Nel suo messaggio di auguri alla nazione, Putin ha detto che “la Chiesa ortodossa russa e le altre confessioni cristiane giocano un ruolo molto importante nel preservare le radici spirituali della società, nel rafforzare la pace civile e nell’educare le nuove generazioni”.

Il mondo slavo orientale, in gran parte russo ortodosso, ha conservato per le festività religiose il vecchio calendario giuliano, in ritardo di 13 sul gregoriano in vigore nel resto del mondo.

La rivoluzione russa aveva imposto il calendario “occidentale”, e il Natale ortodosso a gennaio era un semplice giorno lavorativo. Dopo il 1991, col crollo dell'URSS, si è tornati all'antico calendario giuliano e il 7 gennaio è riconosciuta come festa nazionale.

 
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sabato, gennaio 08, 2005

Ricordiamoci che il pianto, il dolore, la fame nei paesi colpiti dallo tsunami dureranno per moltissimo tempo. Aiutiamo se possiamo e preghiamo per loro se vogliamo 

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martedì, gennaio 04, 2005

Una nuova luce sul nostro Natale e sul nostro 2005

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi "Buon Natale" senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l'idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga addirittura l'ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!
Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l'inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell'affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie , fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l'aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.
I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell'oscurità e la città dorme nell'indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere "una gran luce" dovete partire dagli ultimi.
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. I pastori che vegliano nella notte, "facendo la guardia al gregge ",e scrutano l'aurora, vi diano il senso della storia, l'ebbrezza delle attese, il gaudio dell'abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l'unico modo per morire ricchi.
Buon Natale!
Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

don Tonino Bello














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martedì, gennaio 04, 2005

LO TSUNAMI

PENSAVATE DI AVER VISTO TUTTO?

 

Il 40% delle vittime dello tsunami sono bambini.

Molti di quelli che si sono salvati ora sono orfani.

Si denunciano casi di rapimenti di bambini per rimpinguare il mercato degli organi, della pedofilia e del turismo sessuale.

 

Bambini vengono rapiti per avere i risarcimenti da parte del governo. Altri spariscono per riempire il vuoto lasciato dai figli tragicamente scomparsi. Altri ancora per essere utilizzati come servi – schiavi.

 

Tante donne, davanti alla perdita di ogni avere, danno via i propri bambini nella speranza di assicurare loro un futuro migliore.

Quando va bene vengono adottati, quando va male…

 

“Nell’isola di Nicobare (Andamane) alcuni feriti rimasti isolati e privi di ogni soccorso sono stati assaliti e divorati dai coccodrilli. Stessa sorte è stata riservata ai cadaveri”.

Shakeel Khan, ministro per la gioventù (India)

 

Nalchawee Ketsawad, thailandese di 29 anni, si è messa in posa vicino al corpicino di una bambina in via di decomposizione “perché questo è un ricordo che voglio conservare per sempre”.

A Ban Namkhem, sotto un tamarindo, sono allineati i corpi di sei bambini morti: i turisti li fotografano mettendo in posa i membri della famiglia.

 

In Svezia le abitazioni di alcuni dispersi del maremoto sono state prese di mira da ladri –sciacalli. I ladri si sono serviti dei nomi e degli indirizzi dei dispersi pubblicati dai giornali locali svedesi.

 

Christopher Pierson, inglese di 40 anni, ha inviato 35 e-mail a famiglie di dispersi annunciando la loro morte. Si spacciava per funzionario del Foreign Office in Thailandia e inviava le e-mail ad indirizzi comunicati dai famigliari dei dispersi alla rete televisiva “Sky News”.

 

Il governo del Myanmar non fornisce il bilancio dei danni e nemmeno quelle delle vittime.

 

LA TRAGEDIA DELLE ISOLE ANDAMANE

 

“E’ come se il mondo si fosse dimenticato di noi.

Il governo dell’India non permette l’arrivo degli aiuti  nelle Andamane. Le autorità locali spesso ostacolano i soccorsi e non fanno nulla per agevolare il ritrovamento dei morti e dei dispersi.

Da noi non c’è più nulla”.

Mons. Alex Dias, vescovo di Port Blair (Isole Andamane)

 

 

SOMALIA

La Somalia, pur lontanissima dall’epicentro del Sisma che poi generato il maremoto è stata pesantemente flagellata dallo tsunami. Non c’è stato allarme per gli abitanti della costa e i pescatori al lavoro nel mare, nonostante ci fossero molte ore per avvertire il pericolo.

Morti: circa 200. Sfollati: 50.000.

 

 

TANZANIA, KENYA, SEYCHELLES

In Kenya l’allarme tsunami ha funzionato, permettendo ai pescatori e ai turisti di abbandonare le coste in tempo e mettersi in salvo.

Morti in Kenya:1

Morti alle Seychelles: 1

Morti in Tanzania: 10

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domenica, gennaio 02, 2005

Lo tsunami in cifre

 

Centinaia di migliaia i morti

1.250.000 sfollati

5.000.0000

di persone a rischio di epidemie

 

GLI ZINGARI DEL MARE

NON ESISTONO PIU’

Si dispera di trovare in vita le popolazioni Moken chiamate “gli zingari del mare”. Vivono tra Birmania, Thailandia, Isole andatane (india), Mar della Cina.

Di questa gente non c’è mai stato alcun censimento. Forse si contano tra le 7 e le 10 mila persone. Vivono in barche che sono la loro casa. Nei mesi invernali si trasferiscono su palafitte costruite sulle spiagge. Sopravvivono grazie alla pesca e al turismo. Sono una società patriarcale divisi in 3 etnie. Sono perseguitati in Birmania.

A Fanny Bay (Australia) esiste l’unico museo al mondo dedicato a queste popolazioni

 

1,5

milioni di mine nello Sri Lanka sono state spazzate via dall’ondata e rappresentano un grave pericolo. La forza del mare ha anche divelto i cartelli d’attenzione nelle zone minate.

 

5-6

centimetri: è lo spostamento lineare dell’asse di rotazione terrestre calcolato dagli esperti dell’Asi di Matera. La modificazione dell’inclinazione dell’angolo è di 2 millisecondi d’arco.

 

10

gli anni necessari perché la barriera corallina delle coste colpite dallo tsunami torni come prima. I coralli che sono sopravvissuti all’urto rischiano di morire soffocati dal fango.

 

110

le vittime in Somalia. La maggior parte erano pescatori.

 

300

cattolici travolti e uccisi dallo tsunami mentre si trovavano a Messa in una piccola chiesa in un villaggio del Nord dello Sri Lanka. Nessuno è sopravvissuto.

 

2/3

delle barriere coralline dei Paesi colpiti dal disastro sono state seriamente danneggiate dall’ondata che ha seminato morte e disperazione sulla terraferma.

 

1000

i passeggeri di un treno travolto dal maremoto nello Sri Lanka. Sono tutti morti.

L’ondata è stata talmente violenta che non tutti i vagoni sono stati trovati.

Solo 3 persone sono sopravvissute

 

500

sopravvissuti sull’isola di Chowra su 1500 residenti.

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domenica, gennaio 02, 2005

LE COLF:

“TORNIAMO AD AIUTARE IL NOSTRO PAESE

 

Mille dei seimila cingalesi che da anni risiedono a Roma hanno chiesto di tornare a casa per aiutare il proprio popolo.

Fanno lavori umili, spesso come domestici nelle famiglie.

E mentre i loro datori di lavoro disdicono le vacanze di Capodanno alle Maldive o a Bali, loro comprano biglietti aerei per tornare nella loro terra travolta dal maremoto.

Ancora prima di arrivare, già in queste ore, dall’Italia, danno il loro contributo inviando molto più denaro del solito dagli sportelli della Western Union.

 

 

ITALIANO, VIENI QUI

 

Le agenzie di stampa riportano il grande slancio di solidarietà dei thailandesi per gli stranieri rimasti nudi e senza passaporto. I poveri si sono dati molto da fare per rivestire i “ricchi”.

 

 

C’È CHI MUORE E C’È CHI…

 

“Vado nello Sri Lanka – dice una signora milanese intervistata a Malpensa – parto lo stesso, tanto il mio albergo è al sicuro. Il maremoto avrà spazzato via le casette dei pescatori, per noi non ci sono pericoli”.

 

 

Parte anche un ragazzo che ha già messo la collana di denti di squalo, quella da spiaggia: “Quelli del mio hotel m’hanno detto che è tutto a posto. I soldi li ho già tirati fuori…”

 

 

“Molti tour operator sono insensibili al dramma e pensano solo ai soldi… Per andare a divertirsi e a riposarsi in un luogo dove ci sono state centomila vittime bisogna avere un bel pelo sullo stomaco”

Gianfranco Fini, ministro degli esteri

 

 

In Thailandia ladri travestiti da poliziotti o da appartenenti alle squadre di soccorso razziano tutto ciò che può avere un valore sull’arenile di Khao Lak. Gli sciacalli frugano nelle valigie dei turisti, nelle casseforti degli alberghi, mentre aumentano i casi di microcriminalità.

La popolazione locale accusa i pescatori birmani che lavorano sulla flotta di pescherecci tailandese per uno o due dollari al giorno.

 

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domenica, gennaio 02, 2005

GLI STATI DELLO TSUNAMI

 

MALAYSIA

 

Federazione di 13 stati, la Malaysia è formata da due regioni che sono separate da 700 chilometri di Mar Cinese Meridionale: la parte meridionale della penisola della Malacca, nella quale vive l’80% della popolazione, e una vasta zona settentrionale del Borneo.

Sotto il governo del premier Badawi il paese si è spostato da una linea filo-occidentale verso il non allineamento con accenni critici nei confronti degli Stati Uniti.

I cinesi, che rappresentano il 25% della popolazione, sono il gruppo economicamente più forte.

Metà dei malesi sono musulmani, gli induisti sono circa il 7%, cristiani e buddisti il 6%.

 

 

 

BIRMANIA (MYANMAR)

 

 

La Birmania è uno dei paesi al mondo più chiusi verso l’esterno con conseguenti povertà e mancanza di libertà.

La popolazione stimata è di quasi 45 milioni di abitanti (buddisti 85,3%, musulmani 6,8%, cristiani 2,2%), in questa Repubblica che ha cambiato nome in Myanmar e vive sotto il tallone di una giunta militare da decenni alla guida di un regime socialista – asiatico.

L’economia è essenzialmente agricola, anche se il paese ha risorse minerarie notevoli.

L’indipendenza dalla Gran Bretagna fu raggiunta nel 1948.

I generali presero il potere nel 1962.

Famosa in tutto il mondo è la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyl, premio Nobel per la pace, più volte arrestata e ancora oggi sotto il controllo di polizia.

 

 

ISOLE MALDIVE

 

 

Sono un arcipelago situato a sudovest dell’India, che si incunea nell’Oceano Indiano con 20 atolli per complessive 1087 isole, 220 delle quali abitate.

La popolazione residente (composta da indiani – cingalesi – arabi, di prevalente religione musulmana) contava 244.644 abitanti secondo l’ultimo censimento.

La capitale è Male.

Indipendenti dal 1965, dopo un accordo con la Gran Bretagna di cui erano protettorato dal 1887, la fama delle Maldive è dovuta alla bellezza delle sue spiagge e la limpidezza delle sue acque.

Si tratta infatti di isole piatte che non superano in nessun punto i 6-7 metri di altezza, quasi sempre circondate da barriere o scogli corallini, che chiudono lagune incantevoli.

Anche la favorevole legislazione fiscale della Repubblica (in cui non esistono partiti politici) ne fa un luogo molto frequentato dagli stranieri

 

 

THAILANDIA

 

 

La Thailandia con le spiagge della regione peninsulare meridionale, è una delle mete turistiche più popolari del sud est asiatico.

L’antico Regno del Siam vanta con orgoglio il fatto di non essere mai stati colonizzato da alcuna potenza occidentale.

Se il passato è glorioso, il presente non è tutto oro. La crisi finanziaria abbattutasi nel 1997 ha inferto un duro colpo all’economia. L’industria del turismo è rigogliosa ma presenta una faccia oscura, correlata al mercato del sesso.

Una galassia che coinvolge, da una parete clientela occidentale e dall’altra “lavoratori” di ambo i sessi, e non di rado minorenni che confluiscono a Bangkok e a Phuket dalle province povere del nordo e dalla Cambogia. Le ricadute socio sanitarie fanno della Thailandia una delle nazioni asiatiche più colpite dall’epidemia del virus Hiv – Aids (570 mila gli adulti o bambini sieropositivi o con Aids conclamato).

Accanto ad aree fiorenti come quelle del sud, il paese ha anche province meno sviluppate, a nord, dove sono stanziate popolazioni appartenenti a etnie immigrate dai vicini Laos e Myanmar.

Sempre a nord le anfetamine di produzione sintetica hanno soppiantato l’oppio. Le pastiglie vengono contrabbandate in Thailandia dal confinante Myanmar e, con ampie connivenze, vanno ad alimentare il mercato di Bangkok.

Il governo  ha dichiarato guerra alla droga con campagne di repressione e moralizzazione.

Oggi si trova però a far fronte con un nuovo nemico: i movimenti islamici terroristici di 4 province del sud.

 

 

 

 

INDONESIA

 

 

Da un punto di vista demografico l’Indonesia è il primo paese musulmano del pianeta: ufficialmente i cittadini che professano il credo islamico sono l’88% di una popolazione che supera i 220 milioni di abitanti.

Giacarta estende la sua sovranità su un arcipelago frastagliatissimo dal punto di vista geografico (17 mila isole di varie proporzioni, di cui 6 mila disabitate) e linguistico ( vi si parlano 300 idiomi diversi).

Questa morfologia contribuisce ad alimentare tensioni e istanze centrifughe in varie aree dell’Indonesia.

E’ così che, dopo 15 anni di strenua resistenza alle pressioni internazionali, nel 1999 Giacarta ha perso quella che considerava la sua ventisettesima provincia Timor Est (a maggioranza cristiana), nazione sovrana, in seguito al referendum sull’autodeterminazione, dal maggio 2002.

Aceh è il lembo settentrionale della grande isola di Sumatra.

Vi agisce una guerriglia denominata “Movimento per una libera Aceh”.

Nel 2002 aveva raggiunto un accordo di pace con il governo centrale, ma poi le buone intenzioni sono svanite e il 19 maggio 2003 la presidente Megawati Sukarnoputri ha proclamato nella provincia la legge marziale, rimettendo il territorio sotto la tutela dei militari come era accduto nel decennio 1989-1998.

L’esercito afferma di avere eliminato in 18 mesi 2000 ribelli, ma chi si occupa di diritti umani sostiene che tra le vittime vi siano molti civili.

Resta il fatto che nel novembre 2004 il governo ha deliberato di prorogare per altri 6 mesi la legge marziale.

 

 

 

SRI LANKA

 

 

Il principale ostacolo allo sviluppo del piccolo stato insulare dell’Asia meridionale (circa 20 milioni di abitanti) è la guerra civile che lo affligge da due decenni.

Il conflitto si è acceso nel 1983 quando la minoranza di etnia tamil, stanziata in prevalenza nelle aree settentrionali e orientali dell’isola, diede vita a un movimento: le Tigri per la liberazione della nazione tamil.

In tutti questi anni, la guerriglia e le truppe regolari del governo centrale di Colombo si sono scontrate in modo aspro, contendendosi il controllo del territorio.

Contando le vittime civili delle molte azioni terroristiche messe in atto dalle Tigri, il conflitto ha prodotto oltre 65 mila morti.

Decine di migliaia di persone sono state costrette a sfollare dai propri villaggi per la paura e per evitare il costante ricorso all’arruolamento forzato di minori da parte della guerriglia.

Risultato: persistenti emergenze umanitarie e un’assenza di sicurezza che ha strozzato come un cappio l’economia del paese.

Il 68,4% della popolazione è buddista, il 9,4% è cristiano.

 

 

INDIA

 

 

E’ la seconda nazione dell’Asia e del mondo in ordine demografico.

Col suo miliardo di abitanti incalza la Cina (un miliardo e 300 milioni) e potrebbe anche superarla nel giro di qualche decennio, per via di una politica di contenimento delle nascite meno rigorosa di quella di Pechino. Pur non crescendo a tappe forzate come quella cinese, anche l’economia indiana ha decisamente imboccato la strada del libero mercato ed eccelle in settori come quello dell’informatica e della ricerca.

Gli stati sudorientali colpiti da quest’ultima catastrofe naturale (Tamil Nadu, Andhra Pradesh, Kerala e il piccolo territorio di Pondicherry) non sono nuovi a fenomeni del genere, sebbene di proporzioni ridotte; ogni anno la stagione dei monsoni nel Golfo del Bengala e nell’Oceano indiano presenta minacce di entità più o meno grave agli insediamenti costieri.

Il 74,5% degli indiani sono induisti, il 12% musulmani, i cristiani sono il 6%.

 

 

ISOLE ANDAMANE E DI NICOBAR

 

Sconosciute a noi, sono invece popolari tra gli indiani, che le conoscono come “le isole di smeraldo”.

Il distretto fa parte del territorio indiano ed è situato in mezzo al Golfo, in posizione quasi ravvicinata alle coste di Myanmar.

Le isole contano una popolazione, in gran parte indigena, di circa 300.000 persone.

La lussureggiante vegetazione costituisce una delle principali risorse economiche delle isole (legname e spezie).

Nel secolo scorso sulle isole si è stabilita una consistente minoranza cristiana proveniente dall’area di Ranchi, capitale dell’attuale Jharkhaland.

 

 

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sabato, gennaio 01, 2005
In memoria e rispetto delle oltre centomila vittime dello Sri Lanka, Maldive, Thailandia, Indonesia, India, e poi dei tanti europei e italiani, colpite così duramente dal terremoto del giorno di Santo Stefano, per la notte dell'ultimo dell'anno non sparare i soliti botti di festa.
 
Perché il tuo mondo non è in festa.
 
Restiamo in silenzio e spendiamo meno soldi per una notte che per milioni di persone sarà solo un'altra notte di silenzi e miseria.
Devolvi i tuoi soldi per l'ultimo dell'anno alle associazioni e ong che li stanno aiutando... 
....all'Unicef, alla Caritas, alla croce rossa, alle iniziative dei TG e giornali.


Proponiamo tutti un silenzio che urli più forte di un milione di fuochi d'artificio.
Proponiamo di spendere meno in futilità mentre il mondo muore. 
Perché noi possiamo scegliere di farlo.














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