Sorrisi e cuoricini, la maschera dei referendari
di Francesco Agnoli
Comunque vada a finire il referendum del 12 giugno, non si potrà dire che la campagna referendaria a favore del sì non sia stata, oltre che massiccia, anche colorata e simpaticamente multiforme. Si è iniziato col digrignare i denti, e, passando attraverso disquisizioni filosofiche assai complesse, si è finiti, ormai, con il sorriso sulla bocca, il più aperto e gioviale possibile. Nella prima fase dell’attacco alla legge 40 infatti il tono era assai monocorde, vuoto di sostanza ma stilisticamente accorto, basato sulla figura retorica dell’allitterazione: "legge feroce, atroce, crudele, assurda, anacronistica", e chi più ne ha più ne metta. La ripetizione della R, mi sembra di capire, serviva a suscitare il fastidio dell’ascoltatore, il suo senso inconscio di ribellione. Si ricorreva, per capirci, allo stile del grande poeta Dante nelle rime petrose, adottate per attaccare una donna dura e scontrosa, poco incline a concedersi: «Così nel mio parlar voglio essere aspro, /com’è negli atti suoi questa bella Petra». Oppure, per rimanere al grande poeta, si cercavano le rime «aspre e chiocce», adatte alla descrizione del mondo brutale e malvagio dell’Inferno. Un po’ come se la legge 40 fosse, per così dire, come il Cerbero infernale, «fiera crudele e diversa», che «con tre bocche caninamente latra», e «iscoia e isquatra». Uno stile simile ha certamente la sua efficacia, perché in molti momenti ha messo in crisi anche i più convinti avversari del referendum: possibile che urlino tanto, senza veri motivi? E allora, anche il sottoscritto, giù a leggere, a controllare se veramente, in passato, era esistito quel far west che ora tutti negavano: le mamme nonne, gli uteri in affitto, i parti plurigemellari, gli embrioni scartati in massa e gettati nei lavandini, la selezione del sesso, le donne imbottite di ormoni con gravissimi rischi per la salute...
Ma anche urlare troppo, per quanto convinca alcuni perplessi, non può essere l’unica tattica: alla lunga infastidisce e stufa. Ecco quindi pronta la nobilitazione filosofica del discorso, grazie a una squadra di pensatori: Severino che ragiona sbattendo in faccia al popolino i suoi libri, Aristotile, Tommaso, e anime di tutti i tipi; Sartori che esemplifica, per i meno acculturati, istituendo similitudini tra embrioni umani, girini e uova di storione; Veronesi che invece predilige il paragone uomo-scimpanzè. Per lui infatti l’uomo non ha nulla più degli animali: «Ma io che sono animalista e vegetariano, mi chiedo, provocatoriamente, perché non tuteliamo anche gli embrioni di scimpanzè, anch’essi sono progetti di esseri umani» (Corriere della sera, 15 maggio 2005). Nella calca, a prendere a calci gli embrioni umani, si buttano poi anche vari movimenti ugualmente originali: parte degli animalisti, i raeliani, seguaci degli ufo, i transumanisti, impegnanti ad «andare al di là dell’umano», gli estropiani, decisi a correggere la natura umana e a «non tollerare più la tirannia della vecchiaia e della morte»... Ma evidentemente, anche con la tecnica filosofica, il coinvolgimento di massa non è assicurato.
Scatta così la terza fase propagandistica, quella del buonismo. Come se dall’asprezza dell’inferno si passasse, attraverso la faticosa salita filosofica del Purgatorio, alla bellezza del Paradiso, «che solo amore e luce ha per confine». Così i volantini, gli opuscoletti, i siti Internet per il sì, tripudiano ora di sorrisi, di cuoricini, di un incrociarsi beato di sguardi ineffabili di giovani coppie. Sembra la pubblicità del Movimento per la Vita! Adattato ai tempi, il Paradiso diviene sentimentalismo a buon mercato. I dubbiosi, i perplessi, quelli che non si lasciano calamitare né dai discorsi rancorosi, né dalle filosofie sofiste, vanno tranquillizzati con le buone. Bisogna far scomparire le tracce dei mercati di gameti e di embrioni, delle banche del seme e degli uteri in affitto, dell’eugenetica e dei rischi per la salute dei nati da fecondazione artificiale. La tattica è quella degli esimi professori universitari, come Casonato a Trento, che, parlando degli uteri in affitto, spiegano trattarsi di uteri prestati, "per solidarietà"! O quella di Vittoria Franco, onorevole dei Ds. Squallido commercio di ovuli sulla pelle delle donne? Cataloghi da postalmarket con gameti di grandi sportive a 90 mila dollari o di premi Nobel, a prezzi analoghi? Donne dell’Est espiantate in massa degli ovuli, a 150 euro, per fare embrioni da esperimenti? Mai esistito nulla di tutto ciò, solo donazioni e solidarietà! Per la Franco infatti «nella donazione dell’ovocita è forte la solidarietà fra le donne. Deve essere un sentimento profondo se si accetta di sottoporsi a un intervento non semplice sul proprio corpo... sono donne che accettano un trattamento invasivo e traumatico per poter compiere un atto di pura oblatività... gratuitamente».
Ma l’eterolga crea forse problemi nel bambino, privato dell’identità dei suoi genitori, e nella coppia, che può andare incontro a crisi psicologiche di ogni tipo, sino al rischio del disconoscimento, per questo vietato per legge dovunque esista l’eterologa? Assolutamente no: Flamigni, Mori e la già citata Franco spiegano che le coppie che ricorrono ai gameti di terzi hanno garanzia di matrimoni lunghi e felici, assai più di coloro che fanno ancora figli come un tempo, alla vecchia maniera. Per la Franco, addirittura, «la percentuale di divorzi da coppie con figli da eterologa sfiora appena l’1%, mentre arriva al 50% fra le coppie con figli avuti attraverso vie naturali» (Bioetica e procreazione assistita, Donzelli). Per Flamigni e Mori «la donazione di gameti non intacca affatto l’unità del matrimonio, anzi, semmai la rafforza e la cementa: la coppia che decide di ricorrere alla donazione di gameti è più unita e più stabile della coppia che procrea naturalmente» (Le ragioni dei 4 sì, «Diario»).
Ancora: sono mai esistiti gli embrioni uccisi in massa per esperimenti, anche grazie al loro costo minimo rispetto a quello degli animali? Assolutamente no: anch’essi si lasciano uccidere, senza gridare, per solidarietà. L’uccisione degli embrioni, mai definita col suo nome, diviene infatti «un’azione di solidarietà con chi soffre», «per valorizzare la dignità umana che riconosciamo all’embrione» (volantino del Comitato pro referendum, a cura del senatore Lanfranco Turci). «Sì a salute, ricerca, maternità», insomma (volantino di Rifondazione); "Sì, per nascere, guarire, scegliere" (volantino del Comitato). Come opporsi? Con che coraggio boicottare un referendum che aprirà le porte allo splendore del paradiso in terra, a questi vortici avvolgenti di solidarietà globale?
Penso che non possiamo che arrenderci, anche perché, tra i gadgets in arrivo, sembra essere stata programmata anche una cartolina, con il carillon interno, che suoni, ad aprirla, una vecchia canzone di Gaber: "La mia vita di ogni giorno/ è preoccuparmi di ciò che ho intorno/ sono sensibile ed umano/ probabilmente sono il più buono/ ho dentro il cuore un affetto vero/ per i bambini del mondo intero/ ogni tragedia nazionale/ è il mio terreno naturale/ perché dovunque c’è sofferenza/ sento la voce della mia coscienza/… È il potere dei più buoni, è il potere dei più buoni…/ La mia vita di ogni giorno/ è preoccuparmi di ciò che ho intorno/ ho una passione travolgente/ per gli animali e per l’ambiente/ penso alle vipere sempre più rare/ e anche al rispetto delle zanzare/ in questi tempi così immorali/ io penso agli habitat naturali/ penso alla cosa più importante/ che è abbracciare le piante". Nella cartolina, sembra, vi saranno anche alcune frasi, di Veronesi, Sartori e di qualche dirigente dei Verdi: ogni occasione, anche il referendum sullo sterminio o meno degli embrioni umani, deve essere occasione per educare la gente al rispetto per gli animali e le piante. Viva gli scimpanzè, i girini e le "vipere sempre più rare".
da Avvenire 31 maggio 2005