lunedì, agosto 29, 2005

Nerocristallo 2

Sarà che ho una visione della situazione basata sulle mie esperienze personali. Religione cattolica insegnatami alle elementari dalla maestra unica che usava lo stesso libro che avevo a catechismo, poi insegnatami da un parroco alle scuole medie. Considera che ho ventiquattro anni e quindi ho frequentato elementari e medie dopo il 1985. Al liceo ho invece avuto insegnanti di religioni tutti provenienti dalle frange più convinte di Comunione e Liberazione, che devo dire tutto facevano tranne metterci a nostro agio o darci strumenti critici per fare un percorso nostro (che poi credo dovrebbe essere lo scopo primario di ogni insegnante di qualsiasi materia). Vedi, io non sono affatto atea ma non mi ritengo nemmeno cattolica, per quanto sposi in parte il cristianesimo e per quanto io abbia ricevuto un'educazione cattolica. Ho sempre frequentato l'ora di religione proprio per l'inutilità dell'ora alternativa, però ecco, io continuo a ritenere auspicabile un'ora di "storia delle religioni". In effetti quello che i politici fanno in questo caso è decisamente ridicolo. Da una parte capisco i difensori della religione a scuola, dall'altra si sta zitti per non perdere voti. E capisco anche la tua frustrazione per la condizione dei professori di religione a scuola, che a me sono sempre sembrati lì fra l'incudine e il martello, con un piede dentro e uno fuori dalla porta.

"Storia delle religioni" obbligatoria o facoltativa? Insegnata da chi? Per quanto riguarda la tua esperienza con l'ora di religione ti devo dire che, come per ogni materia, tutto dipende sempre dall'insegnante. Solo che quello di religione se rompe lo puoi mollare, mentre gli altri te lidevi tenere anche se non sanno insegnare, non leggono un libro da dopo la laurea e si aggiornano su "Repubblica".

 

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domenica, agosto 21, 2005
VIAGGIO APOSTOLICO A COLONIA
IN OCCASIONE DELLA XX GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
INCONTRO ECUMENICO
DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Arcivescovado di Colonia
Venerdì, 19 agosto 2005
 
Cari fratelli e sorelle in Cristo nostro comune Signore!
E’ una gioia per me, in occasione della mia visita in Germania, poter incontrare Voi, rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. Vi saluto tutti molto cordialmente! Provenendo io stesso da questo Paese, conosco bene la situazione penosa che la rottura dell’unità nella professione della fede ha comportato per tante persone e tante famiglie. Anche per questo motivo, subito dopo la mia elezione a Vescovo di Roma, quale Successore dell'apostolo Pietro ho manifestato il fermo proposito di assumere il ricupero della piena e visibile unità dei cristiani come una priorità del mio Pontificato. Con ciò ho consapevolmente voluto ricalcare le orme di due miei grandi Predecessori: di Paolo VI che, ormai più di quarant'anni fa, firmò il Decreto conciliare sull'ecumenismo Unitatis redintegratio, e di Giovanni Paolo II, che fece poi di questo documento il criterio ispiratore del suo agire. La Germania nel dialogo ecumenico riveste un posto di particolare importanza. Essa infatti non è solo il Paese d'origine della Riforma; è anche uno dei Paesi da cui è partito il movimento ecumenico del XX secolo. A seguito dei flussi migratori del secolo scorso, anche cristiani delle Chiese ortodosse e delle antiche Chiese dell’Oriente hanno trovato in questo Paese una nuova patria. Ciò ha indubbiamente favorito il confronto e lo scambio. Insieme ci rallegriamo nel constatare che il dialogo, col passare del tempo, ha suscitato una riscoperta della fratellanza e creato tra i cristiani delle varie Chiese e Comunità ecclesiali un clima più aperto e fiducioso. Il mio venerato Predecessore nella sua Enciclica Ut unum sint (1995) ha indicato proprio in questo un frutto particolarmente significativo del dialogo (cfr nn. 41s.; 64).
La fratellanza tra i cristiani non è semplicemente un vago sentimento e nemmeno nasce da una forma di indifferenza verso la verità. Essa è fondata sulla realtà soprannaturale dell'unico Battesimo, che ci inserisce nell’unico Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12,13; Gal 3,28; Col 2,12). Insieme confessiamo Gesù Cristo come Dio e Signore; insieme lo riconosciamo come unico mediatore tra Dio e gli uomini (cfr 1 Tm 2,5), sottolineando la nostra comune appartenenza a Lui (cfr Unitatis redintegratio, 22; Ut unum sint, 42). Su questo fondamento il dialogo ha portato i suoi frutti. Vorrei menzionare il riesame, auspicato da Giovanni Paolo II durante la sua prima visita in Germania nell'anno 1980, delle reciproche condanne e soprattutto la “Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione” (1999), che fu un risultato di tale riesame e portò ad un accordo su questioni fondamentali che fin dal XVI secolo erano oggetto di controversie. Bisogna inoltre riconoscere con gratitudine i risultati costituiti dalle varie comuni prese di posizione su importanti argomenti quali le fondamentali questioni sulla difesa della vita e sulla promozione della giustizia e della pace. Sono ben consapevole che molti cristiani in questo Paese, e non in questo soltanto, si aspettano ulteriori passi concreti di avvicinamento. Me li aspetto anch’io. Infatti è il comandamento del Signore, ma anche l'imperativo dell'ora presente, di continuare in modo convinto il dialogo a tutti i livelli della vita della Chiesa. Ciò deve ovviamente avvenire con sincerità e realismo, con pazienza e perseveranza nella fedeltà al dettato della coscienza. Non può esserci un dialogo a prezzo della verità; il dialogo deve svolgersi nella carità e nella verità.
Non intendo sviluppare qui un programma per i temi immediati del dialogo – questo è compito dei teologi in collaborazione con i Vescovi. Mi sia concessa soltanto un’annotazione: le questioni ecclesiologiche, e specialmente quella del ministero consacrato, ossia del sacerdozio, sono connesse inscindibilmente con la questione sul rapporto tra Scrittura e Chiesa, sull’istanza cioè della giusta interpretazione della Parola di Dio e dello sviluppo di essa nella vita della Chiesa.
Una priorità urgente nel dialogo ecumenico è costituita poi dalle grandi questioni etiche poste dal nostro tempo; in questo campo gli uomini di oggi in ricerca si aspettano con buona ragione una risposta comune da parte dei cristiani, che, grazie a Dio, in molti casi si è trovata. Ma purtroppo non sempre. A causa di contraddizioni in questo campo la testimonianza evangelica e l'orientamento etico che dobbiamo ai fedeli e alla società perdono di forza, assumendo non di rado caratteristiche vaghe, e così veniamo meno al nostro dovere di dare al nostro tempo la testimonianza necessaria. Le nostre divisioni sono in contrasto con la volontà di Gesù e ci rendono inattendibili davanti agli uomini.
Che cosa significa ristabilire l'unità di tutti i cristiani? La Chiesa cattolica ha di mira il raggiungimento della piena unità visibile dei discepoli di Cristo secondo la definizione che ne ha dato il Concilio Ecumenico Vaticano II in vari suoi documenti (cfr Lumen gentium, nn. 8;13; Unitatis redintegratio, nn. 2;4 ecc.). Tale unità sussiste, secondo la nostra convinzione, nella Chiesa cattolica senza possibilità di essere perduta (cfr Unitatis redintegratio, n. 4). Essa non significa, tuttavia, uniformità in tutte le espressioni della teologia e della spiritualità, nelle forme liturgiche e nella disciplina. Unità nella molteplicità e molteplicità nell'unità: nell’Omelia per la solennità dei santi Pietro e Paolo, lo scorso 29 giugno, ho rilevato che piena unità e vera cattolicità vanno insieme. Condizione necessaria perché questa coesistenza si realizzi è che l’impegno per l'unità si purifichi e si rinnovi continuamente, cresca e maturi. A questo scopo può recare un suo contributo il dialogo. Esso è più di uno scambio di pensieri: è uno scambio di doni (cfr Ut unum sint, n. 28), nel quale le Chiese e le Comunità ecclesiali possono mettere a disposizione i loro tesori (cfr Lumen gentium, nn. 8;15; Unitatis redintegratio, nn. 3;14s; Ut unum sint, nn. 10–14). E’ proprio grazie a questo impegno che il cammino può proseguire passo passo fino a giungere all'unità piena, quando finalmente arriveremo “tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13). E’ ovvio che un tale dialogo in fondo può svilupparsi solo in un contesto di sincera e coerente spiritualità. Non possiamo “fare” l'unità con le sole nostre forze. La possiamo soltanto ottenere come dono dello Spirito Santo. Perciò l'ecumenismo spirituale, e cioè la preghiera, la conversione e la santificazione della vita costituiscono il cuore del movimento ecumenico (cfr Unitatis redintegratio, n. 8; Ut unum sint, nn. 15s; 21 ecc.). Si potrebbe anche dire: la forma migliore di ecumenismo consiste nel vivere secondo il Vangelo.
Vedo un confortante motivo di ottimismo nel fatto che oggi si sta sviluppando una sorta di “rete” di collegamento spirituale tra cattolici e cristiani delle varie Chiese e Comunità ecclesiali: ciascuno si impegna nella preghiera, nella revisione della propria vita, nella purificazione della memoria, nell’apertura della carità. Il padre dell'ecumenismo spirituale, Paul Couturier, ha parlato a questo riguardo di un “chiostro invisibile”, che raccoglie tra le sue mura queste anime appassionate di Cristo e della sua Chiesa. Io sono convinto che, se un numero crescente di persone si unirà alla preghiera del Signore “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21), una tale preghiera nel nome di Gesù non cadrà nel vuoto (cfr Gv 14,13; 15,7.16 ecc.). Con l’aiuto che viene dall’Alto, troveremo, nelle varie questioni tuttora aperte, soluzioni praticabili, e il desiderio di unità alla fine, quando e come Egli vorrà, sarà appagato. Invito tutti voi a percorrere, insieme con me, questa strada.
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domenica, agosto 21, 2005
VIAGGIO APOSTOLICO A COLONIA
IN OCCASIONE DELLA XX GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
INCONTRO CON I RAPPRESENTANTI
DI ALCUNE COMUNITÀ MUSULMANE
DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Arcivescovado di Colonia
Sabato, 20 agosto 2005
 
Cari amici musulmani,
è motivo di grande gioia per me accogliervi e porgervi il mio cordiale saluto. Sono qui per incontrare i giovani venuti da ogni parte d’Europa e del mondo. I giovani sono il futuro dell’umanità e la speranza delle nazioni. Il mio amato predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, disse un giorno ai giovani musulmani riuniti nello stadio di Casablanca (Marocco): “I giovani possono costruire un futuro migliore, se pongono innanzitutto la loro fede in Dio e si impegnano poi a costruire questo mondo nuovo secondo il disegno di Dio, con saggezza e fiducia” (Insegnamenti, VIII/2, 1985, p. 500). E’ in questa prospettiva che mi rivolgo a voi, cari amici musulmani, per condividere con voi le mie speranze e mettervi a  parte anche delle mie preoccupazioni in questi momenti particolarmente difficili della storia del nostro tempo.
Sono certo di interpretare anche il vostro pensiero nel porre in evidenza, tra le preoccupazioni, quella che nasce dalla constatazione del dilagante fenomeno del terrorismo. Continuano a ripetersi in varie parti del mondo azioni terroristiche, che seminano morte e distruzione, gettando molti nostri fratelli e sorelle nel pianto e nella disperazione. Gli ideatori e programmatori di questi attentati mostrano di voler avvelenare i nostri rapporti, servendosi di tutti i mezzi, anche della religione, per opporsi ad ogni sforzo di convivenza pacifica, leale e serena. Il terrorismo, di qualunque matrice esso sia, è una scelta perversa e crudele, che calpesta il diritto sacrosanto alla vita e scalza le fondamenta stesse di ogni civile convivenza. Se insieme riusciremo ad estirpare dai  cuori il sentimento di rancore, a contrastare ogni forma di intolleranza e ad opporci ad ogni manifestazione di violenza, freneremo l’ondata di fanatismo crudele che mette a repentaglio la vita di tante persone, ostacolando il progresso della pace nel mondo. Il compito è arduo, ma non impossibile. Il credente infatti sa di poter contare, nonostante la propria fragilità, sulla forza spirituale della preghiera.
Cari amici, sono profondamente convinto che dobbiamo affermare, senza cedimenti alle pressioni negative dell’ambiente, i valori del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace. La vita di ogni essere umano è sacra sia per i cristiani che per i musulmani. Abbiamo un grande spazio di azione in cui sentirci uniti al servizio dei fondamentali valori morali. La dignità della persona e la difesa dei diritti che da tale dignità scaturiscono devono costituire lo scopo di ogni progetto sociale e di ogni sforzo posto in essere per attuarlo. E’ questo un messaggio scandito in modo inconfondibile dalla voce sommessa ma chiara della coscienza. E’ un messaggio che occorre ascoltare e far ascoltare: se se ne spegnesse l’eco nei cuori, il mondo sarebbe esposto alle tenebre di una nuova barbarie. Solo sul riconoscimento della centralità della persona si può trovare una comune base di intesa, superando eventuali contrapposizioni culturali e neutralizzando la forza dirompente delle ideologie.
Nell’incontro che ho avuto in aprile con i Delegati delle Chiese e Comunità ecclesiali e con i rappresentanti di varie Tradizioni religiose dissi: “Vi assicuro che la Chiesa vuole continuare a costruire ponti di amicizia con i seguaci di tutte le religioni, al fine di ricercare il bene autentico di ogni persona e della società nel suo insieme” (in: L’Osservatore Romano, 25 aprile 2005, p. 4). L’esperienza del passato ci insegna che il rispetto mutuo e la comprensione non hanno sempre contraddistinto i rapporti tra cristiani e musulmani. Quante pagine di storia registrano le battaglie e le guerre affrontate invocando, da una parte e dall’altra, il nome di Dio, quasi che combattere il nemico e uccidere l’avversario potesse essere cosa a Lui gradita. Il ricordo di questi tristi eventi dovrebbe riempirci di vergogna, ben sapendo quali atrocità siano state commesse nel nome della religione. Le lezioni del passato devono servirci ad evitare di ripetere gli stessi errori. Noi vogliamo ricercare le vie della riconciliazione e imparare a vivere rispettando ciascuno l’identità dell’altro. La difesa della libertà religiosa, in questo senso, è un imperativo costante e il rispetto delle minoranze un segno indiscutibile di vera civiltà.
A questo proposito, è sempre opportuno richiamare quanto i Padri del Concilio Vaticano II hanno detto circa i rapporti con i musulmani. “La Chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce... Se nel corso dei secoli non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e ad esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà” (Dichiarazione Nostra Aetate, n. 3).
Voi, stimati amici, rappresentate alcune Comunità musulmane esistenti in questo Paese nel quale sono nato, ho studiato e ho vissuto una buona parte della mia vita. Proprio per questo era mio desiderio incontrarvi. Voi guidate i credenti dell’Islam e li educate nella fede musulmana. L’insegnamento è il veicolo attraverso cui si comunicano idee e convincimenti. La parola è la strada maestra nell’educazione della mente. Voi avete, pertanto, una grande responsabilità nella formazione delle nuove generazioni. Insieme, cristiani e musulmani, dobbiamo far fronte alle numerose sfide che il nostro tempo ci propone. Non c’è spazio per l’apatia e il disimpegno ed ancor meno per la parzialità e il settarismo. Non possiamo cedere alla paura né al pessimismo. Dobbiamo piuttosto coltivare l’ottimismo e la speranza. Il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro. I giovani, provenienti da tante parti del mondo, sono qui a Colonia come testimoni viventi di solidarietà, di fratellanza e di amore. Vi auguro con tutto il cuore, cari amici musulmani, che il Dio misericordioso e compassionevole vi protegga, vi benedica e vi illumini sempre. Il Dio della pace sollevi i nostri cuori, alimenti la nostra speranza e guidi i nostri passi sulle strade del mondo.
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domenica, agosto 21, 2005
Sono al primo anno di università e mi accingo a frequentare il secondo. Per quanto concerne la mia esperienza liceale, posso affermare che l'ora di religione era la più bella che potesse esserci in un liceo, ancor prima di quella di educazione fisica. Non perchè fosse l'ora del "cazzeggio", ma perchè era l'ora della riflessione, in cui ti era permesso non solo pensare, ma anche esprimerti.
In realtà credo che la "mia" ora di religione fosse bella perchè non era un prete o una suora ad insegnare, ma una donna laureata in giurisprudenza che frequenta gli ambienti cattolici. Ciò comporta ovviamente un rapporto molto più aperto e spassionato, senza inutili riverenze e/o timori, vergogne. La riflessione toccava una miriade di argomenti e una miriade di sfumature. Credo di dovere molto, nonostante non abbia una fede solida nè tantomeno una morale, a quell'ora insignificante.
crazyraincloud
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domenica, agosto 21, 2005
Carissima Nerocristallo
non sei certo un’intrusa e questo blog non è per soli addetti ai lavori.
La questione dell’ora di religione cattolica è annosa. Fino al 1985 la religione cattolica era religione di Stato e l’ora di religione era né più ne meno un’ora di catechismo fatta quasi sempre da sacerdoti che poi veniva replicata il sabato in parrocchia. Con la revisione del Concordato divenne facoltativa, aumentarono in maniera esponenziale gli insegnanti laici e questa materia divenne piano piano una vera e propria materia culturale senza finalità catechistiche e ben lontana dal cercare proseliti (fra i miei scolari ci sono musulmani, atei, ortodossi, riformati ecc.). Quest’ora cerca semplicemente di far ricordare a tutti le radici cristiane dell’Italia e dell’Europa, senza dimenticare le religioni monoteiste, le religioni orientali e i pericoli connessi ad un modo sbagliato di intendere la religione.
Si può inserire una materia del tipo “storia delle religioni” o “ora di vita”? Occorre una revisione del Concordato. Qualcuno dice che la Chiesa è troppo potente per permettere tutto ciò, altri auspicano che qualche partito si prenda la briga di proporlo. La verità è che nessun partito si azzarda ad uscire allo scoperto per proporre qualcosa di diverso temendo di perdere consensi e voti. Ci si limita a critiche sull’esposizione del crocefisso, a trattare gli insegnanti di religione come intrusi nel mondo della scuola, a lasciare libertà di scelta (vorrei vedere quanti sceglierebbero italiano, matematica se fossero opzionali), a opporre a religione il nulla dell’ora alternativa che tra l’altro (questo si) mina in profondità le basi della scuola perché si permette a un ragazzo di non volere imparare paventando lo spettro dell’indottrinamento religioso. Così io non posso insegnare la riforma di Lutero a un ateo, ma l’insegnante di storia sì. Non posso parlare di fondamentalismo a un musulmano ma l’insegnante di italiano si.
Questo è frustrante per me, perché io sono un insegnante regolarmente laureato come i miei colleghi e non sono un pericolo per nessuno. Io cerco solo il confronto, cerco di aprire ai ragazzi un mondo che loro possiedono, cerco di dare loro risposte, cerco di fornire strumenti per cercare.
Grazie per il tuo intervento. Se vuoi scrivermi, sentiti pure libera.
Ciao Michele
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domenica, agosto 21, 2005

Non sono una cattolica, per quanto io non sia affatto atea. Sono d'accordo sul fatto che spesso molti libri e molte materie, studiate in un certo modo, presentino la Chiesa come un'istituzione da cui stare alla larga, e non mi pare un modo di insegnare corretto.
Ciò nonostante, mi sfugge il motivo per cui, in una scuola pubblica, laica, si debba riservare un'ora (che è poco, sì, ma non è quello il problema) alla religione Cattolica. Capisco l'attualità dei Patti Lateranensi nel periodo in cui fu preparata la Costituzione Italiana, ma adesso l'ora di religione cattolica mi pare un'abitudine priva di senso. E' anche vero che tutti possono scegliere liberamente se far seguire quell'ora o meno, però è il fatto che una scuola che dovrebbe essere laica presenti nei suoi piani un'ora di religione cattolica, che mi turba. Mi sembra un controsenso, qualcosa di non giustificabile col fatto che il cattolicesimo faccia parte della nostra cultura (seppure ne faccia parte, ne sia parte integrante, sia importantissimo). Alla fine mi sembra quasi anticostituzionale che una scuola laica preveda l'insegnamento della religione Cattolica. Capirei qualcosa di più generico sulle religioni, sulla spiritualità, un percorso non legato strettamente alle materie di studio, ma questo no.
Beh, ovvio che questo commento sia decisamente contro lo spirito di questo blog, spero possiate "perdonare" l'intrusione.

nerocristallo

 

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martedì, agosto 16, 2005
Quella strana voglia di un'Italia meno cattolica
 
Davide Rondoni
Ci sono diversi tipi di piacere nella vita. Non c'è bisogno che siamo noi a spiegarlo ai maestri del pensiero de La Repubblica. Anche se a volte ci pare godano o almeno gongolino in modo bizzarro e provino gusto per cose strane. Come ad esempio per quei dati - dichiarati già per nulla attendibili - secondo i quali sarebbe calata la presenza di ragazzi nell'ora di religione nelle nostre scuole superiori. Si compiacciono, forse vedono realizzarsi l'avanzamento dell'epoca dei Lumi contro la barbarie della fede? Gustano lo spettacolo di vedere la cera di giovani menti ancora modellabili sfuggire agli artigli di neri sacerdoti delle tenebre? Naturalmente, al loro godimento si accompagna, come in ogni piccola o grande perversione, anche un sottile disprezzo. Quello riservato a tutta la restante, ottenebrata mandria di coloro che non hanno ancora conosciuto la luce della Vera Umanità. È qui dove mirabilmente solidarizzano i campioni delle testate che su tutto il resto si fanno un'impudica guerra.
Ma se usciamo un po' dal film che si proiettano i nostri neogiacobini ajo ojo e peperoncino, e guardiamo la realtà, notiamo due questioni che i laici più attenti al nostro tempo forse vedono. E vedremo che forse costoro godono ad avere una gioventù sempre più debole e dunque esposta alle seduzioni e alle intenzioni di chi detiene oggi il maggior potere di orientamento. Cioè loro, gli intellettuali padroni della comunicazione e della cultura scolastica.
Le due questioni, dunque. La prima è che l'ora di religione può essere accusata di tutto (e chi non avrebbe qualcosa da ridire su un'esperienza tanto radicata e talora banalizzata?) ma non certo d'essere un modo per plagiare giovani menti alla mercé della Chiesa. Non solo perché nelle altre ben più numerose e "pesanti" ore di insegnamento e nella stragrande maggioranza dei libri di testo - come sappiamo - la Chiesa cattolica e la fede cristiana vengono presentate come realtà poco raccomandabili quando non ridicolizzate. M a soprattutto perché un'ora alla settimana può al massimo servire, come è previsto, non a indottrinare qualcuno ma a fornire i fondamenti di una fede che ha formato la coscienza, l'arte e la civiltà stessa in cui questi ragazzi si affacciano. Senza conoscere i contenuti della tradizione cristiana, la lettura dei tanti suoi segni diffusi in ogni ambito della cultura e della vita pubblica è debole e dunque si indebolisce la comprensione della cultura a cui si appartiene. Senza tale comprensione, anche la messa in crisi della cultura a cui si appartiene si riduce a capriccio, a fragile rivolta senza profondità. E di tali rivolte superficiali si avvantaggiano i venditori di mode e i mercanti del niente. E i giocatori del consenso. Appunto.
La seconda questione riguarda propriamente la fede. Se uno ha la fede, è normale che gioisca se un altro la trova. Ma se uno non ce l'ha, perché dovrebbe godere per la perdita o per l'allontanamento di qualcuno? Perché godere se la fede viene meno? E in cambio di che proposta di vita? Perché apprezzare il fatto che i nostri ragazzi siano più freddi a riguardo di Gesù Cristo, o del problema dell'eternità, o delle questioni morali ad essa connesse? Tranne rari casi, in cui la posizione di dissenso è motivata alla giusta profondità, e tira in ballo questioni essenziali della vita e della concezione di se stessi e del mondo, troppo spesso si gongola per una distanza dalla fede basata su pregiudizio o sullo scarsa considerazione del problema.
La fretta di arrivare ad un Paese più secolarizzato (più di così?) si gioca forse in modo superficiale e cinico sulla testa dei nostri giovani. Dal cui mondo, accanto ai segni di straordinaria riconsiderazione del problema religioso, vengono tanti, troppi segni di solitudine esistenziale e di degrado culturale. Ma questo forse, per i gli strani gaudenti dei nostri Sommi Giornali, è troppo complicato da comprendere. O troppo gravoso assumersene la responsabilità, come invece un vero laico farebbe.


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