martedì, settembre 27, 2005

ABBIAMO TUTTO, NON CI BASTA PIU’ NIENTE
Oggi la mia generazione, in questo mondo che va alla deriva, senza idoli ed eroi da emulare, senza esempi da seguire, si perde.
Si perde perché non c’è una meta da raggiungere, un ideale, non c’è sorriso, né serenità, né valori.
E allora dobbiamo guardarci indietro, per andare avanti, perché la vita che vivremo è la storia della nostra infanzia e la famiglia è la nostra base.
Credo che la famiglia sia il punto di partenza di ognuno di noi, oggi si dice che dobbiamo riscoprirla, perché non esiste più.
Come non esistono più i rapporti tra genitori e figli, i dialoghi tra le persone.
Oggi dobbiamo avere tutto e subito, senza fatica. Tutte cose materiali da poter mostrare a chi ci circonda. Il telefonino ultimo modello, il motorino, il casco, la maglia e le scarpe firmate.
Non ci fermiamo a pensare, i sentimenti non esistono più, non ci fermiamo a pensare, a confrontare le idee, a gioire di una giornata di sole, a respirare l’odore della primavera. No! Tutti sopra i motorini senza una meta, da un bar a una discoteca cercando di far passare il tempo.
Non mi riconosco nella mia generazione, anche se “devo” cercare di adattarmi, altrimenti rimango isolata e non voglio.
Mi ritengo privilegiata perché ho una famiglia fantastica, due genitori che mi hanno insegnato a pensare con la mia testa, a non seguire le massa, ma i miei principi. Una mamma che ha scelto di fare la mamma a tempo pieno, che le basta uno sguardo per capirti, che ti sprona, che ti incita, ti parla sempre e di tutto, che fa del dialogo la sua arma vincente. Mi dice sempre che i problemi si risolvono col dialogo, dobbiamo avere il coraggio di parlare di qualsiasi cosa e se ci riusciamo ci sentiamo più leggeri e pronti ad affrontarla; dovremo ridere più spesso e sorridere sempre. Penso che ai miei coetanei manchi proprio questo, il poter contare sui genitori, genitori che, come i miei, ti spieghino cosa devi o non devi fare, quello che è giusto o quello che è sbagliato, che ti dicono no e ti spiegano perché è no, che ti ascoltano anche se ripeti le stesse cose.
Vorrei che i ragazzi della mia età provassero le stesse mie sensazioni.
La mia serenità dipende dall’avere una famiglia, perché tutto quello che viene dall’esterno è solo nullità, superficialità, inganno.
Basta accendere la televisione e mi chiedo come facciano tutti questi giovani a sentirsi così gratificati per un passaggio in tv.
Il punto d’arrivo per molte ragazze è fare la “letterina” o partecipare al Grande Fratello. Sono questi gli eroi da emulare? Ma veramente non c’è niente di meglio?

Erika, 16 anni, Lastra a Signa (Fi)

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giovedì, settembre 22, 2005

Regole d’oro per allevare un poco di buono

Dare al bambino tutto ciò che desidera. Così crescerà convinto che il mondo gli sia debitore di tutto il necessario per vivere.

Sorridere divertiti quando ripete le “parolacce” imparate: Così si convincerà di essere molto spiritoso e aumenterà la dose.

Non dargli alcuna educazione spirituale e religiosa, almeno fincè non sia grande e possa quindi scegliere e decidere da sé. Con la stessa logica non si dovrebbe insegnargli l’italiano: da grande preferirà parlare il mongolo.

Lodarlo in presenza di amici e conoscenti; così si convincerà di essere il più intelligente dei suoi coetanei.

Evitare l’uso del termine “male”: potrebbe sviluppare nel bambino un “complesso di colpa”. Così, da grande, quando sarà giustamente punito per le sue colpe, crederà che la società è contro di lui e che lo perseguità.

Raccogliere tutto ciò che lascia in disordine: scarpe, libri, vestiti. Fare per lui ogni cosa, in modo da abituarlo a scaricare sugli altri tutti i propri pesi.

Laasciargli leggere, vedere, pensare tutto quello che desidera. Dargli tazze dorate, senza preoccuparsi di che cosa ci sia dentro da bere.

Litigare spesso in sua presenza. Così farà anch’egli nella sua futura famiglia.

Dargli sempre tutto il denaro che desidera.

Soddisfare sempre ogni suo capriccio in fatto di cibi, bevande, divertimenti…

Difenderlo sempre, di fronte a insegnanti, vicini, poliziotti… dicendo che tutti hanno dei pregiudizi contro di lui.

Quando poi, da grande, il bambino si comporterà male veramnete, vi difenderete dicendo. “Con lui non siamo riusciti mai ad ottenere nulla”.


I PACS

Cosa sono? La sigla sta per “Patto civile di solidarietà”. E’ un accordo tra due persone conviventi maggiorenni, di sesso diverso o dello stesso sesso. Può interessare anche coppie di amici.
La legge francese dui Pacs, approvata nel 1999, prevede una definizione di concubinaggio che riguarda esplicitamente i gay.
Il Pacs è registrato al tribunale del luogo di residenza. Decade in caso di morte o di matrimonio con un’altra persona, per consenso reciproco o tre mesi dopo una rottura unilaterale.
Diritti
Dopo 3 anni i due possono fare in comune la dichiarazione dei redditi.
Da subito beneficiano di uno sconto sulla successione.
In caso di decesso o di abbandono del domicilio da parte di uno dei partner, l’altro ha il diritto di subentrare nell’affitto della casa.
In caso di lutti o incidenti, il datore di lavoro deve concedere giorni di congedo.


Così va il mondo

La tennista indiana Sania Mirza, 18 anni fra le prime 50 tenniste al mondo, è stata minacciata dal gruppo islamico Jamat-Ulema e-Hinda.
Motivo: “Veste abiti succinti e potrebbe avere un’influenza sulle ragazzine che noi dobbiamo impedire. Faremo di tutto per impedire alla tennista di offendere l’Islam presentandosi in pubblico con una gonna e una maglietta tanto scandalose”.

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giovedì, settembre 15, 2005

La guerra civile dell'islam

«All'interno dell'Islam è in atto una guerra civile. Che non si combatte tanto (o solo) con le armi, ma soprattutto con le idee», dice Abdelwahab Meddeb toccandosi con l'indice la fronte. Meddeb, scrittore e poeta, è nato a Tunisi e vive a Parigi, dove insegna letteratura comparata all'università Paris X-Nanterre. È uno dei più accreditati studiosi del mondo arabo e in particolare dell'Islam e come tale è stato invitato all'edizione 2005 de "I dialoghi di San Giorgio", organizzati dalla Fondazione Cini di Venezia su Le architetture di Babele. Creazioni, estinzioni, intercessioni nei linguaggi del mondo globale.
Professor Meddeb, anche lei si sente in guerra?
«Sì, io partecipo a questa guerra - lo avverto quotidianamente e in misura profonda - con il mio pensiero. Che ovviamente non trattengo per me. Io non sono un soldato, tanto meno un terrorista, ma sento che sto al fronte. Insieme a tanti altri intellettuali».
Quale sarà l'esito?
«Mi rifaccio alla storia. L'ideologia estremista della morte è destinata a soccombere. D'altra parte l'islamismo di oggi va equiparato al fascismo».
In che senso parla di fascismo?
«Mi riferisco, ben s'intende, all'islamismo, cioè al fondamentalismo islamico. Che è cosa diversa da mondo musulmano. L'islamismo comincia con la presa del potere in Iran da parte di Khomeini, alla fine degli anni '70».
Come combattere i rischi del fanatismo?
«Io ritengo che questa guerra civile non durerà ancora per più di una decina d'anni. È tuttavia indispensabile che si alleino tutte le forze, dentro e fuori l'islam, per lottare contro l'islamismo; per battere la deriva fondamentalista».
La necessità di questa alleanza è stata compresa in Europa e in Occidente?
«L'Occidente è in grave ritardo, perché non ha ancora compreso che l'islam è profondamente diviso al suo interno».
È quantificabile questa articolazione?
«Con precisione no. Si può dire, comunque, che il fronte del terrorismo, degli uomini variamente in armi e dei pensatori dell'area f ondamentalista rappresenta una minoranza. Ma la guerra che sta conducendo è devastante: ha catturato la maggioranza fino a zittirla. La maggioranza è silenziosa».
La maggioranza degli arabi è silenziosamente islamista?
«Questo, in prospettiva, è il problema più grave. Io sono solito parlare di due integralismi, quello terrorista e quello diffuso. Quest'ultimo è molto più pericoloso di quello "attivo" per il futuro dell'Islam. Dentro e fuori dell'Islam io vedo un solo impegno per il potere politico, ai vari livelli: lottare perché si affermino le poche idee illuministe che ci sono nell'Islam per fare in modo che l'integralismo non faccia prigioniera la maggioranza degli islamici».
Il problema è che di illuminismo nell'Islam non ce n'è davvero tanto, o almeno non emerge...
«E' da anni che pongo nei miei libri e saggi questa esigenza. Ne tratterò in un'esposizione alla Biblioteca nazionale di Parigi l'anno prossimo. Nell'Islam già nel nono e decimo secolo c'erano filoni di pensiero che potremmo definire più meno "laici". Alcuni addirittura giungevano a sostenere che la religione era un fattore di alienazione. Ad essa veniva contrapposta la scienza, quella medica, con tutti i suoi benefici puntualmente riscontrabili. Nell'Ottocento e nel Novecento è l'illuminismo europeo a manifestare i suoi effetti sull'Islam e sui pensatori che vi si ispirano. Purtroppo, però, oggi l'Islam sembra aver rimosso questa area di pensiero».
Essendo musulmano, ma vivendo a Parigi, quali limiti intravvede per il multiculturalismo?
«All'interno dell'Europa ci sono due modelli di multiculturalismo, che fra loro non sono antagonisti ma parecchio differenti, direi anzi molto lontani. Il modello anglosassone e quello repubblicano francese, che pretende un unico sistema di valori. Io credo che miglior soluzione per l'Europa stia in una via di mezzo».
Sarà difficile, dal suo punto di vista, il dialogo tra l'islam e i cristiani, i cattolici in particolare?
«Quando Giovanni Paolo II promosse l'incontro di Assisi mi trovai a commentare: l'idea di fondo appartiene per aspetti anche al mondo musulmano. L'idea del riconoscimento delle altre religioni era propria ad esempio dei mistici dell'Islam».
Oggi, quando si parla di imperi, il pensiero va diritto agli Usa. Ma non si sta costituendo, grosso modo, anche un impero islamico, pardon, islamista?
«È impossibile. L'islamismo non avrà poteri militari ed economici».
Al Qaeda non ha questo traguardo?
«No. Al Qaeda è un fenomeno come sono state le Brigate rosse in Italia o il terrorismo basco in Spagna. Eppure, io credo all'idea di impero…».
All'impero americano?
«No, all'impero romano. Perché riconosceva le alterità. Ciò che non fa Bush. Che, con la sua visione neo-evangelista, rischia di proporsi come l'equivalente dell'estremismo islamista».
Il destino dell'Europa, quindi?
«L'Europa può giocare una grande mediazione nel conflitto tra l'islamismo ed il neo-evangelismo americano».


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sabato, settembre 03, 2005
Il Papa parla sempre di “relativismo etico”:
cos’è?
 
In campo educativo si parla di “relativismo etico” quando nessuno dice più che cosa è bene e cosa è male. Non ci sono verità assolute, tutto è relativo e non si possono stabilire regole morali valide per tutti. Ognuno è libero di gestire come crede la propria vita, purchè non faccia del male agli altri.
Nel libro Ogni parola è un seme (Rizzoli, 2005, euro 13), Susanna Tamaro scrive: “Grazie al relativismo etico, la nostra società ha rinunciato alla sua funzione educativa. Non educa la famiglia, non educa la scuola, non educa il contesto civile. Educare, infatti, vuol dire condurre, indicare una strada da seguire, ma per farlo si dovrebbe conoscere la direzione verso cui tendere. Come si può indicare un cammino se la vita è un girovagare senza meta, se non ci sono limiti da rispettare, orizzonti da raggiungere? Compito principale dei genitori moderni sembra essere unicamente quello di non creare ostacoli, di non porre limiti: Sarà il caso, unito alla saggezza innata, a fare imboccare al bambino la strada giusta che lo porterà a realizzarsi nel migliore dei modi”.
Benedetto XVI e la Chiesa sono su questa lunghezza d’onda, quando richiamano i pericoli del relativismo. Il mondo è smarrito perché ha perduto il senso di Dio e del rapporto vitale con la verità del Vangelo. La moralità cristiana deriva dalla legge di Dio accettata e rispettata, non dalle congiunture umane. L’educazione cristiana contrasta con l’orgogliosa rivendicazione di un’autonomia che nega il primato di Dio e pone l’uomo al centro di tutto. Dio non c’è più e, se c’è, è una presenza ininfluente. Che educazione è possibile dare partendo da un simile ragionamento?
 
(Oggi, 7-9-2005)
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