domenica, ottobre 30, 2005
Forte appello del Papa per la Giornata del migrante.
Liberare le schiave incatenate ai nostri marciapiedi
Paolo Lambruschi
E'tutto dalla parte della donna il primo messaggio di Benedetto XVI per la Giornata del migrante diffuso ieri. Il Papa ha colto la novità della globalizzazione, la femminilizzazione del fenomeno migratorio. «Non di rado - scrive il Pontefice - le donne diventano la principale fonte di reddito per la propria famiglia». Queste persone, che lasciano la casa alla ricerca di un lavoro umile e di una speranza, sono al centro delle preoccupazioni di Papa Ratzinger: «se i lavoratori migranti sono particolarmente vulnerabili, fra essi le donne lo sono ancor di più».
Ricorda che la povertà in cui vivono nei Paesi d'origine le espone all'azione ingannatrice dalle organizzazioni criminali. Così rischiano di diventare vittime del traffico di esseri umani, uno dei business mondiali più redditizi che prospera sulla gestione dei flussi clandestini e sullo sfruttamento della prostituzione. E così un destino di schiavitù nell'industria del sesso le attende.
Le rotte della tratta muovono dagli angoli più poveri del pianeta, dall'Europa dell'est, dall'Estremo oriente e dall'Africa, verso l'Occidente. I dati sono impressionanti: solo dall'Italia, sostiene un dossier dell'agenzia di stampa Fides, passano 25mila ragazze all'anno, spesso minorenni. «È urgente - sottolinea il successore di Pietro - un programma di redenzione e di liberazione cui i cristiani non possono sottrarsi»,
Questa è l'altra novità. Più volte la Chiesa ha denunciato il ritorno dello schiavismo sotto forma di sfruttamento della prostituzione. Ma è la prima volta che il Papa chiama a una sorta di mobilitazione totale perché oggi il traffico di esseri umani alimentato dal mercato del sesso è divenuto un'emergenza internazionale, secondo solo al commercio della droga. Sono a rischio intere comunità dei Paesi pove ri.
La comunità ecclesiale da anni ha investito molte risorse per contrastarlo. L'esempio delle comunità di don Benzi è noto a tutti. Altri gruppi sono sorti negli ultimi dieci anni nel nostro Paese, grazie alle Caritas e al volontariato, e agiscono con unità di strada e reti locali le quali, grazie a una legislazione avanzata, offrono, in collaborazione con le autorità pubbliche, programmi di sostegno alle donne prostituite che scelgono di cambiare vita. È difficile sfuggire ai racket spietati: servono case protette e segrete dove rifugiarsi a lungo, operatori preparati al sostegno psicologico e umano, programmi di formazione professionale per costruire un futuro. I risultati positivi arrivano, ma non bastano senza una netta inversione di quel pensiero dominante che legittima il mercato dei corpi. Anche Benedetto XVI, come Giovanni Paolo II, condanna «la diffusa cultura edonistica e mercantile che promuove il sistematico sfruttamento della sessualità». Che si ritrova in molte pubblicità, programmi televisivi, film, articoli. Ma anche nelle periodiche proposte di creazione nelle nostre città di quartieri a luci rosse, come se tornare alle «case chiuse» potesse fermare la tratta.
Invece il Papa sta dalla parte del più debole, cioè della donna, e chiede a tutti gli uomini di buona volontà di ribellarsi allo scandalo del traffico e dello sfruttamento. Nel contempo chiama i cristiani al gesto più controcorrente: guardare a questo mondo di violenza e sopraffazione senza disprezzo, ma con la tenerezza di Gesù, riconoscendo sofferenza e dignità nella persona ridotta in schiavitù sul marciapiedi e continuando senza sosta la lotta per liberarla.
venerdì, ottobre 28, 2005
Tutti i Santi
1 novembre - Solennità
La Chiesa è indefettibilmente santa: Cristo l’amata come sua sposa e ha dato se stessa per lei, al fine di santificarla; perciò tutti nella Chiesa sono chiamati alla santità. La Chiesa predica il mistero pasquale nei santi che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati, propone ai fedeli i loro esempi che attraggono tutti al Padre per mezzo Cristo e implora per i loro meriti i benefici di Dio. Oggi in un’unica festa si celebrano, insieme ai santi canonizzati, tutti i giusti di ogni lingua, di ogni razza e di ogni nazione, i cui nomi sono scritti nel libro della vita. Si iniziò a celebrare la festa di tutti i santi anche a Roma, fin dal sec. IX. (Mess. Rom.)
La prima lettura della Messa di oggi, ripete un brano dell'Apocalisse di San Giovanni, con la visione di tutti i " servi di Dio ".
" E vidi una gran folla, che nessuno poteva contare, di tutte le genti e tribù e popoli e lingue, che stavano di faccia al trono e di faccia all'Agnello, rivestiti di bianche vesti e con palme nelle mani. E gridavano a gran voce: "La salvezza è dovuta al nostro Dio, che è seduto sul trono, e all'Agnello" ".
L'Agnello, come si sa, è la figura del Cristo il quale, nel suo discorso sul monte, aveva rivolto a tutti le promesse dette " le beatitudini " che, sempre nella Messa di oggi, si leggono al Vangelo:
" Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli. Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra. Beati coloro che piangono, perché saranno consolati. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che soffrono persecuzioni a causa della giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
" Beati voi, quando vi oltraggeranno e, mentendo, diranno ogni male di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli ".
I Santi sono coloro che si sono meritati la ricompensa del cielo: poveri in spirito, mansueti, tribolati, giusti, misericordiosi, puri, pacifici e perseguitati a causa di Gesù. Tutti Santi. Innumerevoli Santi, come dice chiaramente la Apocalisse.
La santità non è dunque rara, se di Santi è gremito il cielo. I Santi non sono soltanto quelli venerati nel Calendario, che pure sono già molti, ma rappresentano una piccolissima quota dei Santi che, come dice San Giovanni, " nessuno potrebbe contare " tranne Dio.
Nel Calendario, la Chiesa ha segnato soltanto i nomi di coloro la cui vita è stata riconosciuta esemplare. Ma sono santi tutti coloro che si salvano, e sperano di salvarsi per i meriti di Gesù.
Oggi è dunque la grande festa della Chiesa trionfante, che attorno al trono di Dio esulta nella sterminata assemblea dei salvati, mentre, come dice San Giovanni, " tutti gli angeli gridano: "La benedizione e la gloria e la sapienza e il ringraziamento e l'onore e la potenza e la forza del nostro Dio, per i secoli dei secoli" ".
Resta da dire brevemente come e quando venne istituita la festa di Tutti i Santi o, come si dice più latinamente, di Ognissanti.
Anche questa festa venne dalla Chiesa Orientale, e fu accolta a Roma quando il Papa Bonifacio IV tra-sformò il Pantheon, dedicato a tutti gli dei dell'antico Olimpo, in una Chiesa in onore della Vergine e di tutti i Santi.
Ciò avveniva il 13 maggio del 609. Alcuino, il maestro di Carlomagno, fu uno dei propagatori della festa. Egli era un inglese di York, e i Celti consideravano il 1* novembre giorno di solennità, perché segnava l'inizio della stagione invernale.
Si pensa perciò che lo spostamento della festa, dal 13 maggio al 1* novembre, sia stato determinato da influenze anglosassoni e francesi. Ciò avvenne nel 1475, sotto il pontificato di Sisto IV.
giovedì, ottobre 20, 2005
LE RECENTI POLEMICHE SULLA PRESUNTA INGERENZA DELLA CHIESA
MA DALLA VITA PUBBLICA
DIO NON SI CANCELLA
Nessun incubo di oscurantismo può turbare i sonni dei laici ragionevoli. La Chiesa continua a fare quello che ha sempre fatto, sull'esempio del suo fondatore, morto in croce, e dei suoi martiri.
Man mano che si assottiglia il tempo che ci separa dalle elezioni del prossimo aprile vengono al pettine i problemi all’interno delle due coalizioni. Nel Centrodestra l’incubo dei sondaggi negativi ha suscitato una crisi fra Udc e il resto della Casa delle libertà su parecchi punti; il più pungente di tutti riguardava la stessa leadership di Silvio Berlusconi: tanto pungente che gli ultimi sviluppi di quella crisi toccano oggi l’Udc al suo interno, con la spaccatura fra i due leader Marco Follini (il più critico nei confronti del premier) e Pierferdinando Casini.
La risposta di Berlusconi è stata un colpo di genio politico: la rapida conversione a una delle richieste dell’Udc, il ritorno alla legge elettorale proporzionale. Se, come è prevedibile, la proposta passerà in Parlamento, quei sondaggi da incubo potranno essere rivisti, soprattutto perché la proporzionale mette in crisi la leadership di Romano Prodi sull’Unione, dove ognuno dei partiti che la compongono correrà da solo, e il Professore un partito suo non ce l’ha. La sua risposta è una speranza: che alle "primarie" del 16 ottobre (che il sistema proporzionale tende a svuotare di significato) tanti elettori del Centrosinistra vadano alle urne, e che tanti di loro votino per lui, rendendolo politicamente inattaccabile sul proprio fronte.
Restando possibile che un accordo bipartisan (per ora imprevedibile) non consenta una candidatura unica di coalizione a Palazzo Chigi, anche nella frammentazione dei partiti. Per il Centrodestra il problema non esiste, con le "primarie" o senza: Berlusconi è il capo indiscusso di Forza Italia e sarà presentato come capolista di quel partito in tutte le 27 circoscrizioni.
Ma in questa campagna elettorale è presente un altro tema, che tende ad assumere un significato politico contingente: la pressione soprattutto mediatica contro le "ingerenze" della Chiesa nella vita pubblica. Un tema particolarmente "caldo" sul fronte laico dopo l’esito del referendum sulla procreazione assistita e con le polemiche sulle proposte di legge a favore delle coppie di fatto e omosessuali. Nulla di nuovo, in tempo di secolarizzazione spinta della società, e non varrebbe la pena di spendervi molte parole, visto che nessun incubo di "oscurantismo" e di fondamentalismo cattolico può turbare sul serio i sonni dei laici ragionevoli e consapevoli della condizione di minoranza del cristianesimo oggi in Italia e in tutto l’Occidente (dove, come ha detto Benedetto XVI aprendo il Sinodo dei vescovi, si cerca di cancellare Dio dalla vita pubblica).
Ma se, nonostante questa realtà, l’allarme è lanciato non solo da Marco Pannella e dai ridicoli quaranta fans del "libero amore" che hanno fischiato il cardinale Ruini a Siena, ma anche da noti editorialisti su autorevoli quotidiani, allora merita una risposta seria. E questa è molto semplice: la Chiesa continua a fare quello che ha sempre fatto da duemila anni, sull’esempio del suo fondatore che ha sfidato la morte in croce e su quello dei molti martiri che lo hanno seguito fino al terribile secolo Ventesimo, dominato dalle degenerazioni anticristiane del pensiero moderno, dal nazismo al comunismo.
Ciò che la Chiesa si ostina a proclamare anche in conflitto aperto e nonviolento con le istituzioni pubbliche è la visione cristiana dell’uomo, con la sua dignità e la sua libertà, fino agli "ultimi", le "pietre scartate dai costruttori"; come fece il vescovo tedesco Clemens Von Galen nel 1941 in difesa degli esseri umani "non produttivi" che il nazismo aveva deciso di uccidere, ben sapendo che Hitler gliel’avrebbe fatta pagare.
Beppe Del Colle
domenica, ottobre 16, 2005
Lui ha deciso di bere e io adesso devo morire
Mamma, sono uscita con amici. Sono andata ad una festa e mi sono ricordata quello che mi avevi detto: di non bere alcolici.
Mi hai chiesto di non bere visto che dovevo guidare, così ho bevuto una Sprite. Mi sono sentita orgogliosa di me stessa, anche per aver ascoltato il modo in cui, dolcemente, mi hai suggerito di non bere se dovevo guidare, al contrario di quello che mi dicono alcuni amici.
Ho fatto una scelta sana e il tuo consiglio è stato giusto.
Quando la festa è finita, la gente ha iniziato a guidare senza essere in condizione di farlo. Io ho preso la mia macchina con la certezza che ero sobria.
Non potevo immaginare, mamma, ciò che mi aspettava…
Qualcosa di inaspettato!
Ora sono qui sdraiata sull’asfalto e sento un poliziotto che dice: “il ragazzo che ha provocato l’incidente era ubriaco”. Il mio sangue è sparso dappertutto e sto cercando, con tutte le mie forze di non piangere.
Posso sentire i medici che dicono: “Questa ragazza non ce la farà”. Sono certa che il ragazzo alla guida dell’altra macchina non se lo immaginava neanche, mentre andava a tutta velocità.
Alla fine lui ha deciso di bere ed io adesso devo morire.
Perché le persone fatto tutto questo, mamma? Sapendo che distruggeranno delle vite? Il dolore è come se mi pugnalasse con un centinaio di coltelli contemporaneamente.
Dì a mia sorella di non spaventarsi, mamma, dì a papà di essere forte. Qualcuno doveva dire a quel ragazzo che non si deve bere e guidare…
Forse, se i suoi glielo avessero detto, io adesso sarei viva…
La mia respirazione si fa sempre più debole ed incomincio ad avere paura…
Questi sono i miei ultimi momenti, e io mi sento così disperata…
Mi piacerebbe poterti abbracciare mamma, mentre sono sdraiata qui, morente.
Mi piacerebbe dirti che ti voglio bene per questo…
Ti voglio bene e… addio.
Queste parole sono state scritte da un giornalista che era presente all’incidente. La ragazza, mentre moriva, sussurrava queste parole ed il giornalista scriveva shockato. Questo giornalista ha iniziato una campagna contro la guida in stato di ebbrezza. Se questo messaggio è arrivato fino a te e non lo consideri potresti perdere l’opportunità, anche se non bevi, di far capire a molte persone che la tua stessa vita è in pericolo. Questo piccolo gesto può fare la differenza.
Fallo leggere a tutti quelli che conosci.
Capisco che ti possa sembrare una delle solite astruse catene di S. Antonio che girano per la rete. Io come te, di solito le elimino. Questa no perché di mestiere faccio l’educatore.
sabato, ottobre 15, 2005
eutanasia
Associazioni e gruppi di pressione all’opera in vari Paesi per promuovere il «diritto a morire» Un’offensiva che è insieme culturale e politica. E gode di forti appoggi finanziari. La prima a legiferare è stata l’Olanda, che ha allargato la possibilità anche ai bambini. Ora la battaglia ha raggiunto la Gran Bretagna. E in Italia....
La lobby della dolce morte all'assalto dell'Europa
Di Riccardo Cascioli
Il 21 aprile 2002 con una semplice cerimonia veniva data ufficiale sepoltura a Vienna agli oltre 800 bambini che - deboli, malati o appartenenti a minoranza etniche e religiose - caddero in Austria vittime delle leggi naziste sull'eutanasia. Si chiudeva così un capitolo che il crollo del regime nazista non era servito ad archiviare. Ma proprio in quei giorni il Parlamento olandese riapriva quel capitolo approvando la legge che ammette il «diritto a morire», dando il via a un'offensiva culturale e politica all'interno dell'Unione Europea. Nel giro di pochi mesi anche il Belgio ha seguito l'esempio, mentre il Lussemburgo lo ha respinto con una risicata maggioranza. Ma in ogni Paese una o più associazioni lavorano per promuovere la legalizzazione dell'eutanasia, coordinate nella «Federazione delle società per il diritto a morire dignitosamente», che ogni due anni promuove una conferenza internazionale. E quest'anno la «lobby della dolce morte» sbarca per la prima volta in Italia (l'incontro si tiene in questi giorni a Torino). La strategia è sempre la stessa: creare o cavalcare casi di cronaca che si prestano ad aprire il dibattito, annunci-choc sulla diffusione della pratica (vietata) negli ospedali - con tanto di statistiche di dubbia attendibilità -, mentre dal punto di vista legislativo il primo passo è l'approvazione del testamento biologico in cui si cerca di inserire frasi ambigue che sono accettabili anche da chi è contro l'eutanasia ma possono essere interpretate in modo estensivo.
Keith Reed, responsabile della britannica Volontary Euthanasia Society , afferma che il «crescente sostegno» al suicidio assistito si deve alla profonda rivoluzione culturale individualista: «Gli individui non accettano più che qualcuno gli dica cosa fare, e questo vale anche per l'atteggiamento davanti al medico del paziente, che vuole assicurarsi anzitutto dei propri diritti fondamentali». D'altra parte ci sono organizzazioni che si incaricano di creare casi ad hoc: l'as sociazione svizzera Dignitas, ad esempio, già da alcuni anni lavora sulla Gran Bretagna e ha destato scalpore nel settembre 2004, quando si è saputo che decine di cittadini britannici sono stati aiutati a morire in una clinica di Zurigo. Successivamente la stessa Dignitas ha reso noto che tra i suoi membri ci sono circa 600 cittadini britannici. Questo ha consentito di alimentare e sostenere un dibattito già aperto da alcuni medici. E non a caso proprio la Gran Bretagna si avvia a essere il prossimo Paese destinato a legalizzare l'eutanasia.
Alcuni politici «amici» della lobby per l'eutanasia hanno cercato di aprire il dibattito anche al Consiglio d'Europa dove nell'aprile scorso è stata però bocciata per il secondo anno consecutivo una mozione che invitava i medici a porre fine alla vita dei malati terminali e disabili. Ma il lavoro ai fianchi continua e intanto il denaro comincia a essere convogliato verso esperti e associazioni che accettano di sostenere il diritto al suicidio assistito. Così, ad esempio, proprio un mese fa si è tenuta all'università di Liverpool una conferenza europea di esperti - geriatri, burocrati, rappresentanti di organizzazioni mediche e infiermieristiche, attivisti delle associazioni per l'eutanasia - dal titolo «Prospettive europee sul processo decisionale per porre fine alla vita». Sponsor del simposio la Wellcome Trust, grande associazione non profit legata a un colosso farmaceutico, che ha un generoso programma di finanziamento per iniziative legate alla bioetica.
domenica, ottobre 09, 2005
I dati dell’ora di religione nelle scuole statali
Scuola materna
Totale studenti: 861.726
Studenti che si avvalgono: 819.788 (95,1%)
Studenti che non si avvalgono: 41.938 (4,9%)
Scuola elementare
Totale studenti: 2.101.746
Studenti che si avvalgono: 2.008.006 (95,5%)
Studenti che non si avvalgono: 93.740 (4,5%)
Scuola media
Totale studenti: 1.210.529
Studenti che si avvalgono: 1.128.302 (93,2%)
Studenti che non si avvalgono: 82.227 (6,8%)
Scuola superiore
Totale studenti: 1.902.782
Studenti che si avvalgono: 1.623.348 (85,3%)
Studenti che non si avvalgono: 279.434 (14,7%)
Totale
Totale studenti: 6.076.783
Studenti che si avvalgono: 5.579.444 (91,8%)
Studenti che non si avvalgono: 497.339 (8,2%)
sabato, ottobre 08, 2005
POLEMICHE A VUOTO
Infondata campagna di stampa contro il decreto votato dal Senato. Ospedali, scuole e case di cura non hanno mai pagato l’imposta E non solo se di proprietà della Chiesa cattolica
Ici e Chiesa, la «non notizia» in prima pagina
Il decreto convertito dal Senato non cambia lo stato delle cose Gli immobili destinati all’assistenza e alla formazione continuano ad essere esenti, a differenza dei cinema parrocchiali e delle case in affitto Ampia la platea dei beneficiari dell’esenzione, dalle onlus ai beni delle altre confessioni religiose: gli enti ecclesiatici sono solo il 4 per cento del totale
Da Roma Mimmo Muolo
Scuole cattoliche, centri per disabili, strutture di beneficenza, immobili per la formazione professionale e centri culturali di proprietà di enti ecclesiastici non hanno mai pagato l'Ici. E continueranno a non pagarla. Altri immobili di proprietà di enti religiosi come ad esempio i cinema parrocchiali o le case affittate a terzi hanno sempre pagato questa imposta e continueranno a pagarla. Questo nella sostanza stabilisce l'articolo 6 del decreto legge sulle infrastrutture, approvato mercoledì al Senato. La norma, dunque, non innova di una virgola rispetto al passato e non sottrae neanche un euro ai Comuni. Eppure, a leggere molti giornali di ieri, sembrava che nella disciplina dell'esenzione dall'Imposta comunale sugli immobili fosse avvenuta una vera e propria rivoluzione. Titoloni sparati in prima pagina, commenti indignati e dichiarazioni smodate nei toni, oltre che totalmente inesatte nella sostanza (specie da parte di alcuni settori dell'opposizione). La tesi generalmente accreditata era quella del grazioso regalo elettorale del governo alla Chiesa. Una canea politico-mediatica che francamente lascia stupefatti, dato che è stata innescata da una "non-notizia". E che richiede di essere smentita sulla base dei fatti.
Per orientarsi nella complessa vicenda bisogna partire dal 1992, anno di nascita dell'Ici. La legge istitutiva del tributo stabilisce, infatti, non solo chi deve pagare, ma anche chi ne è esentato. Non sono soggetti all'imposta gli immobili degli enti pubblici, gli edifici di culto della Chiesa cattolica (le chiese e le loro pertinenze: ad esempio i locali dove si fa il catechismo, la casa canonica, l'oratorio) e anche quelli di tutte le confessioni religiose che hanno stipulato un'intesa con lo Stato. Sono esenti, inoltre, quegli immobili degli enti non commerciali (cioè senza fini di lucro) che siano esclusivamente destinati a una serie di finalità elencate nella legge: e cioè attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche , ricettive, culturali, ricreative, sportive.
In questo gruppo rientrano anche gli enti ecclesiastici, ma la categoria è molto ampia, comprendendo gli enti del terzo settore, le organizzazioni non profit, le onlus, le cooperative sociali, gli enti delle altre confessioni religiose e le fondazioni che non hanno scopo di lucro. Si calcola, in base ai dati del Ministero dell'Economia, che gli enti ecclesiastici rappresentino solo il 4 per cento del numero complessivo di tutti i soggetti esenti.
Venendo agli esempi concreti, ciò significa che non pagano l'Ici ospedali, scuole e case di cura non solo facenti capo alla Chiesa cattolica, ma a uno qualunque degli organismi esentati per legge. Invece gli enti ecclesiastici hanno sempre pagato l'Ici per gli appartamenti di proprietà dati in locazione a terzi, oppure per i locali fittati ad attività commerciali come bar o ristoranti. Più complessa è invece la definizione dell'attività ricettiva. Un conto sono le case adibite a sede di campi scuola estivi da parte di gruppi autogestiti (queste rientranti nell'area dell'esenzione). Un altro conto è invece l'attività alberghiera vera e propria. E un caso particolare è rappresentato, infine, dagli immobili utilizzati in parte per una finalità esente, in parte no. In questi casi occorre fare una divisione catastale, altrimenti l'Ici si paga su tutto l'immobile.
Fin qui la norma del 1992, che - ripetiamo - non riguarda solo la Chiesa cattolica e che è stata pacificamente applicata in tutti questi anni. Ovviamente, trattandosi di una tassa comunale, singole controversie interpretative si sono avute qua e là. Ma la mole del contenzioso risulta abbastanza limitata. La vera difficoltà nasce in seguito a una sentenza della Cassazione del 2004, che è chiamata a decidere sull'attività di ospitalità svolta da un istituto religioso (bisogna ricordare a questo proposito che i due terzi dei beni ecclesiastici esenti dall'Ici sono di istituti religiosi e non fanno capo a parrocchie o a dioc esi, né tanto meno alla Cei). L'attività sottoposta a giudizio è ricettiva (e dunque esente) o alberghiera? La Corte prima ribadisce i due requisiti fondamentali dell'esenzione (ente non commerciale e immobile destinato esclusivamente a una delle finalità previste dalla legge), poi introduce un terzo requisito che non è previsto dalla legge stessa. L'attività, afferma, deve essere oggettivamente non commerciale. La sentenza, però, crea tutta una serie di difficoltà pratiche e giuridiche. Ad esempio, se l'attività deve essere oggettivamente non commerciale, come si può gestire una scuola o un ospedale senza porre in essere operazioni commerciali? Senza contare che, proprio per legge, l'attività ricettiva, ammessa all'esenzione, è sempre considerata commerciale ai fini fiscali. Di qui la necessità di un intervento interpretativo del legislatore. Tale è, appunto, l'articolo 6 del decreto legge approvato l'altroieri al Senato. Il quale ribadisce semplicemente che sono esenti dall'Ici gli immobili degli enti ecclesiastici utilizzati «per attività di assistenza, beneficenza, istruzione, educazione e cultura, pur svolte in forma commerciale, se connesse a finalità di religione o di culto». Ed è proprio in quell'inciso la natura interpretativa della norma. Se, infatti, non fosse intervenuto il legislatore, la sentenza del 2004, portata alle estreme conseguenze, avrebbe fatto sì che mentre gli altri enti non commerciali potrebbero continuare a usufruire dell'esenzione per tutti gli immobili previsti nella legge del 1992, gli enti ecclesiastici non pagherebbero l'Ici solo per le chiese, i seminari e poco altro. Non c'è, dunque, alcuna estensione dell'esenzione. Ma solo un provvedimento che impedisce un'arbitraria discriminazione.
mercoledì, ottobre 05, 2005
Cos'è l'insegnamento della Religione cattolica nella scuola italiana
L'Insegnamento della Religione Cattolica è una disciplina scolastica a tutti gli effetti. Non è mossa da finalità catechistiche, ma si qualifica come proposta culturale offerta a tutti, credenti e non.
In tal senso, pur essendo indirizzata in particolare ai credenti, si propone come insegnamento che va oltre le personali scelte di fede, essendo prioritaria la sua vocazione culturale: decidere di avvalersi dell'Insegnamento della Religione Cattolica per un ragazzo non significa dichiararsi cattolico, ma piuttosto scegliere una disciplina scolastica che si ritiene abbia un valore per la crescita della persona e la comprensione della realtà in cui siamo inseriti.
La presenza, nel contesto scolastico, dell'Insegnamento della Religione Cattolica è legata dunque, in base al nuovo Concordato, a motivazioni culturali e pedagogiche. Proprio per questo, lo Stato attribuisce all'Insegnamento della Religione Cattolica, svolto «nel quadro delle finalità della scuola», una dignità formativa e culturale pari a quella delle altre discipline. Questo si fonda su un triplice riconoscimento:
a) il fatto religioso ha una notevole rilevanza culturale per comprendere la nostra storia;
b) i princìpi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano;
c) l'Insegnamento della Religione Cattolica contribuisce a dare una risposta specifica al bisogno di significato che ciascuno ha in sé.
L'Insegnamento della Religione Cattolica viene svolto in conformità alla dottrina della Chiesa e accetta, al tempo stesso, di assumere le finalità della scuola, proponendosi non come realtà anomala nell'ambiente scolastico, ma come attività integrata nel complesso dell'esperienza didattica.
Con esso, come per ogni disciplina, ci si propone l'acquisizione di conoscenze specifiche, la trasmissione di informazioni corrette e pertinenti, nel rispetto dello spirito critico e della libertà dello studente.
Nel caso specifico di questa disciplina, i contenuti sono legati al fatto religioso (cristiano in particolare) in rapporto agli interrogativi fondamentali che ciascun uomo si pone. Oltre agli obiettivi didattici, l'Insegnamento della Religione Cattolica si offre come strumento per la realizzazione di finalità educative e formative: si tratta della crescita umana, libera e responsabile, in rapporto alle scelte del credente.
L'Insegnamento della Religione Cattolica si assume l'impegnativo compito di aiutare lo studente a maturare una posizione personale in materia religiosa, coerente e rispettosa delle posizioni degli altri.
mercoledì, ottobre 05, 2005
Note e indicazioni
sullo svolgimento di atti di culto
nella scuola
Note sulla normativa e sui pronunciamenti di organi giurisdizionali
La questione è complessa, anche perché non esiste per essa una disposizione univoca. Essa va affrontata alla luce dei principi costituzionali tenendo conto di alcune specifiche disposizioni normative e di interventi di organi giurisdizionali.
1. Il principio supremo di laicità dello Stato, espresso dagli artt. 2-3, 7-8, 19 e 20 Cost., risulta compatibile con la presenza dell’insegnamento religioso cattolico nella scuola pubblica, che anzi ne costituisce un elemento importante in quanto evidenzia l’attitudine laica dello Stato-comunità, che "si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini" e riflette l’identità storica e religiosa del paese (Corte cost., sent. n. 203/1989); d’altra parte tale principio, nella sua valenza garantista, comporta altresì che "in nessun caso il compimento di atti appartenenti, nella loro essenza, alla sfera della religione possa essere l’oggetto di prescrizioni obbligatorie derivanti dall’ordinamento giuridico dello Stato" (Corte cost., sent. n. 334/1996);
2. una circolare ministeriale del 13 febbraio 1992 ammise la possibilità di far rientrare, su iniziativa e deliberazione conforme degli organi collegiali dei singoli istituti, eventuali atti di culto (la celebrazione di una messa di inizio anno scolastico e le benedizioni pasquali) nell’ambito delle iniziative culturali extrascolastiche di cui al D.P.R. n. 416/1974. La circolare fu impugnata davanti al TAR dell’Emilia Romagna, ma non è stata né annullata né ritirata;
3. il TAR dell’Emilia-Romagna, in due pronunce (agosto 1992 e 7 giugno 1993), sostenne che le celebrazioni liturgiche non potrebbero in ogni caso rientrare fra le attività extrascolastiche e non possono avere luogo in orario scolastico. Tali pronunce si limitarono a sospendere e poi ad annullare due delibere di istituti scolastici che avevano applicato la circolare ministeriale, senza incidere su quest’ultima. Esse vanno comunque tenute presente;
4. due ordinanze del Consiglio di Stato (un. 391 e 392 del 23 marzo 1993), invece, hanno implicitamente affermato la legittimità della circolare ministeriale sulla base della sua natura meramente interpretativa della normativa vigente. Nel merito il Consiglio di Stato. ha individuato la soluzione del problema nelle concrete modalità di organizzazione di tali attività, che devono comunque garantire i diritti di libertà delle minoranze, e pertanto ritenne illegittima una delibera scolastica che aveva disposto l’obbligo per gli alunni non avvalentesi dell’insegnamento della religione cattolica di restare in classe a compiere attività didattica durante lo svolgimento di cerimonie religiose del culto cattolico nell’ambito del plesso scolastico, poiché in questo modo veniva a condizionarne la libertà di scelta;
5. alcune Intese tra lo Stato italiano e altre confessioni religiose prevedono la seguente disposizione: "in ogni caso non possono essere richiesti agli alunni pratiche religiose o atti di culto" (1. n. 516/1988; 1. n. 517/1988; 1. n. 101/1989; 1. n. 116/1995), confermando il carattere necessariamente non obbligatorio ma del tutto libero che deve assumere la partecipazione degli alunni ad eventuali atti di culto;
6. il D.P.R. n. 567/1996 (regolamento recante la disciplina delle iniziative complementari e delle attività integrative nelle istituzioni scolastiche) prevede che le istituzioni scolastiche "definiscono, promuovono e valutano (...) iniziative complementari e integrative dell’iter formativo degli studenti" (art. 1, co. 1), quest’ultime intese come "occasioni extracurricolari per la crescita umana e civile" (art. 1, co. 3), attivate tenendo conto delle concrete "esigenze rappresentate dagli studenti e dalle famiglie" (art 1, co. 2-3). A richiesta degli studenti la scuola può poi destinare, sulla base della disponibilità dei docenti, un "determinato numero di ore, oltre l’orario curricolare, per l’approfondimento di argomenti anche di attualità che rivestono particolare interesse" (art. 1, co. 4). Tali iniziative "si svolgono in orari non coincidenti con quelli delle lezioni" (art. 2, co. 3), cioè in orario non curricolare ma non necessariamente extrascolastico, e sono deliberate dal consiglio di circolo o di istituto, che "ne valuta la compatibilità finanziaria e la coerenza con le finalità formative dell’istituzione scolastica" (art. 4, co. 1). Per la realizzazione di tali iniziative è altresì previsto che "gli edifici e le attrezzature scolastiche sono utilizzati, anche in orari non coincidenti con quelli delle lezioni, nel pomeriggio e nei giorni festivi, secondo le modalità previste dal consiglio di circolo o di istituto" (art. 2, co. 4).
Indicazioni pratiche
Possono configurarsi diversi casi a seconda che gli atti di culto o le pratiche religiose (S.Messa in particolari circostanze, benedizioni pasquali,ecc.) rivolte agli studenti si svolgano nella scuola o fuori dalla scuola, in orario scolastico curricolare o fuori da tale orario.
Per le diverse possibilità vengono date le seguenti indicazioni.
1. atti di culto nelle scuole in orario di lezione (c.d. curricolare): sono da evitare, anche se fosse fatta salva la libertà di parteciparvi;
2. atti di culto nella scuola durante l’ora di religione cattolica: sono da evitare per rispettare il carattere culturale dell’IRC;
3. atti di culto nella scuola in orario extracurricolare (prima delle lezioni, o durante l’intervallo o alla fine o in appositi spazi orari destinati ad iniziative integrative): possono essere richiesti e organizzati da associazioni di genitori e studenti su delibera del consiglio di circolo o di istituto;
4. atti di culto fuori dalla scuola in orario scolastico: possono essere deliberati dal consiglio di istituto come attività extrascolastiche ex D.P.R. n. 416/1974 (eventualmente ritardando l’inizio delle lezioni; per es. Messa di inizio anno scolastico) fatta salva la libertà di parteciparvi o meno. In ogni caso l’iniziativa dovrebbe essere assunta dai genitori o studenti, che potrebbero peraltro optare per una semplice comunicazione all’autorità scolastica giustificando l’assenza dalla lezione per chi vi partecipa;
5. atti di culto in locali scolastici fuori dalla programmazione scolastica: sempre possibili su delibera del consiglio di circolo o di istituto, secondo le modalità di utilizzo dei locali previste da tali organi;
6. atti di culto fuori dalla scuola e dalla programmazione scolastica: non ci sono problemi. Il Consiglio di circolo o di istituto potrebbe deliberare di darne comunicazione all’interno della scuola e nelle singole classi.
Concretamente occorre vedere che cosa sia opportuno fare in relazione alla sensibilità e all’effettivo coinvolgimento delle componenti scolastiche.
Mentre va ribadito che le iniziative a carattere religioso, specialmente quando sono profondamente radicate nella tradizione, assumono un sicuro valore per la loro valenza educativa in un quadro pluralistico come quello che deve caratterizzare la scuola, va pure sottolineato che si tratta sempre di momenti liberamente scelti e proposti alla libera scelta degli studenti.
(a cura del Vicario episcopale del Settore pastorale "Università e Scuola" della Diocersi di Bologna con la consulenza dell’Avv. Paolo Cavana)
lunedì, ottobre 03, 2005
Il nuovo rito del Matrimonio
IL RITO del matrimonio è cambiato. O meglio – pur in presenza di diversi elementi di novità – siamo davanti non tanto ad un nuovo rito, quanto ad un adattamento di quello esistente.
Le varie situazioni della celebrazione che vengono a presentarsi appaiono, infatti, molto diversificate: in alcuni casi abbiamo delle coppie che hanno compiuto un significativo cammino di fede; in altri casi i futuri sposi, pur essendo battezzati, vivono una fede tiepida, con conseguente allontanamento da ogni pratica religiosa. Due le tipologie principali.
La prima, il Rito del matrimonio nella celebrazione eucaristica, prevede che l’unione degli sposi venga realizzata all’interno della santa Messa, secondo la prassi largamente seguita anche in precedenza.
Nella seconda, e cioè il Rito del matrimonio nella celebrazione della Parola, non è prevista la santa Messa. Il rito, incentrato sulla Parola (la consegna della Bibbia agli sposi è un gesto che si muove in questa direzione), comporta ovviamente una celebrazione più immediata e uno stile più semplice, in linea con l’itinerario di fede percorso. Per quanto riguarda più in dettaglio gli "adattamenti" del rito, è da rilevare che la nuova edizione risulta non solo più ricca (sono infatti aumentate le scelte che gli sposi possono fare in termini di formule e di letture) e più completa (assolutamente nuove alcune parti, come ad esempio la Memoria del Battesimo), ma anche più coinvolgente per la diretta partecipazione a cui è spesso chiamata l’intera assemblea.
lunedì, ottobre 03, 2005
PERCHÉ NON SI PUÒ EQUIPARARE CHI SI SPOSA A CHI CONVIVE
MA LE "UNIONI DI FATTO"
NON SONO FAMIGLIE
Il dibattito politico delle ultime settimane è stato caratterizzato da vivaci polemiche sulla proposta di un riconoscimento, o addirittura di una legalizzazione, delle convivenze, sia etero sia omosessuali. Si tratta di una questione complessa e delicata, che interpella ancora una volta i credenti, lacerati tra l’esigenza del rispetto delle diversità e dell’accoglienza cordiale a tutti gli uomini, indipendentemente dalle loro scelte di vita, e il parallelo dovere di non venir meno alla responsabilità di salvaguardare il bene comune della società. Una questione, dunque, sulla quale soffermarsi con pacatezza e senza eccessi polemici, ma su cui è opportuno fare alcune puntualizzazioni.
Un’eventuale regolamentazione delle unioni di fatto dovrà tenere conto di alcuni punti fermi e irrinunciabili, tanto per i credenti quanto per ogni cittadino di retto sentire. Intanto, a proposito delle "unioni di fatto" non possiamo assolutamente parlare di famiglia o di matrimonio, ma neanche di "patti" che potrebbero far pensare a una sorta di "piccolo matrimonio", o a un primo passo per un pieno riconoscimento.
E non si può parlare, per quanto riguarda le convivenze, di "diritti civili" in senso proprio da garantire. Vi è un diritto al matrimonio sancito dalla legge; non un parallelo "diritto" alla convivenza, ma, al più, legittime aspettative dei conviventi, che devono essere contemperate con altre esigenze della società (per esempio, la salvaguardia della famiglia fondata sul matrimonio, protetta dall’articolo 29 della Costituzione). Non è dunque possibile equiparare matrimonio e convivenze senza sovvertire l’impianto costituzionale.
In una società pluralista, in cui sono presenti persone con diversi orientamenti etici e culturali, non si può escludere la possibilità di offrire un qualche misurato e chiaramente definito insieme di protezioni e di garanzie anche ai conviventi, evitando tuttavia di svuotare di fatto l’istituto del matrimonio, per esempio consentendo l’adozione di figli a persone che non diano adeguate garanzie di stabilità e di attitudine educativa, oppure estendendo alle convivenze normative pensate in vista dell’esigenza di garantire adeguatamente la stabilità della famiglia e l’assolvimento dei suoi compiti. Si tratta, dunque, di evitare che intervenga – magari dopo un formale riconoscimento della posizione privilegiata accordata dalla Costituzione alla famiglia fondata sul matrimonio – un’equiparazione di fatto tra ciò che la Costituzione chiama famiglia e ciò che costituzionalmente famiglia non è, e come tale non viene "riconosciuta".
All’interno di questa cornice, non si può escludere che si operino accorti e meditati interventi legislativi su forme di convivenza privata che tengano conto della particolare situazione di alcune persone. Ma sempre nell’ottica dei diritti personali e dei diritti dei singoli.
È comunque auspicabile che quanti si richiamano ai valori della famiglia e all’etica cattolica mantengano un sano e responsabile sangue freddo. Non saranno le disinvolture giuridiche di uno Zapatero o le chiassose manifestazioni dell’"orgoglio omosessuale" a scardinare l’istituto della famiglia. I nemici più insidiosi, e più pericolosi perché meno appariscenti, si annidano altrove: nella pervasiva cultura consumistica, nella tendenza allo scadimento qualitativo dell’incontro d’amore, nella banalizzazione della sessualità, nell’assenza di un effettivo riconoscimento sociale della famiglia.
La battaglia nell’ambito della legge è doverosa, ma ancor più necessaria quella che dovrà essere ingaggiata sul piano del costume e soprattutto della formazione dei giovani alla vita e all’amore. E ciò senza dimenticare mai – riecheggiando il titolo di un libro del compianto Ermanno Gorrieri – che occorre evitare di «fare parti eguali fra diseguali», attraverso l’equiparazione di due realtà, le famiglie fondate sul matrimonio e le unioni di fatto, che sono profondamente diverse.
‘‘Le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni libere e il "matrimonio di prova", fino allo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono espressioni di una libertà anarchica, che si fa passare a torto per vera liberazione dell’uomo. Una tale pseudo-libertà si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell’uomo. Il suo presupposto è che l’uomo può fare di sé ciò che vuole: il suo corpo diventa così una cosa secondaria dal punto di vista umano, da utilizzare come si vuole. Il libertinismo, che si fa passare per scoperta del corpo e del suo valore, è in realtà un dualismo che rende spregevole il corpo, collocandolo per così dire fuori dall’autentico essere e dignità della persona’’.
(Benedetto XVI, Discorso all’apertura del convegno ecclesiale
della diocesi di Roma su "Famiglia e comunità cristiana",
basilica di San Giovanni in Laterano, 6 giugno 2005)
‘‘Le convivenze o unioni di fatto sono sì in aumento, specialmente tra i giovani – pur restando a livelli decisamente inferiori che in altri Paesi –, ma esse, oltre a essere almeno in parte provocate da difficoltà oggettive a dar vita a una famiglia che potrebbero essere rimosse con pubblici interventi adeguati, non sottintendono automaticamente alcuna richiesta di riconoscimento legale.
Per quelle unioni che abbiano desiderio o bisogno di dare una protezione giuridica ai rapporti reciproci esiste anzitutto la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni. Qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate, eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell’ambito dei diritti e doveri delle persone. Esse pertanto dovrebbero valere anche per convivenze non di indole affettivo-sessuale.
La nostra stessa Costituzione, del resto, come ben sappiamo, nell’articolo 29 intende con univoca precisione la famiglia come "società naturale fondata sul matrimonio" e ne riconosce i diritti. Per conseguenza la Corte costituzionale ha ripetutamente affermato che la convivenza more uxorio non può essere assimilata alla famiglia, così da desumerne l’esigenza di una parificazione di trattamento. Ben diversa è la direzione in cui procedono i "Pacs" istituiti in Francia, ai quali spesso ci si richiama, e, in maniera purtroppo ancora più marcata, varie proposte di legge presentate nel nostro Parlamento, una delle quali sottoscritta da 161 deputati e poi da 49 senatori. Al di là del nome diverso e di altre cautele verbali, esse sono infatti modellate in buona parte sull’istituto matrimoniale e prefigurano quello che si potrebbe chiamare un "piccolo matrimonio": qualcosa cioè di cui non vi è alcun reale bisogno e che produrrebbe al contrario un oscuramento della natura e del valore della famiglia e un gravissimo danno al popolo italiano’’.
(dalla prolusione del cardinale Camillo Ruini
al Consiglio permanente della Cei, 19 settembre 2005)