venerdì, novembre 25, 2005
Le profezie dell'Avvento
Il tempo d’ Avvento è un tempo fatto apposta per cercare i segni che ci preannunciano il Messia.
E’ un tempo fatto apposta per sfidare il vuoto di valori di questo mondo, per darci speranza, per aiutarci a vedere la straordinaria luce del Messia che si intravede fra le tenebre che ci circondano.
Siamo un popolo che veglia e cerca la verità?
Come gli antichi Magi abbiamo il Libro della Parola di Dio che contiene i segni attraverso i quali riconosceremo il Messia. La Bibbia è la mappa che ci indica la strada per entrare nel mistero e avere occhi per vedere l’invisibile.
Ma chi è questo Messia. Che cosa può portare a noi che abbiamo tutto. Prima di tutto la pace.
Sentite il profeta Isaia:
Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Trasformeranno le loro spade in aratri per lavorare e vivere in pace, le loro lance in falci per mietere il grano. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra”.
Quando il Messia verrà succederanno cose che ora per noi sono incredibili.
Ascoltate ancora il profeta Isaia:
“Il lupo dimorerà insieme all’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il giovane leone pascoleranno assieme e un fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli e il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il neonato giocherà sopra la tana del serpente velenoso e lui non lo attaccherà”.
Si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie ai sordi. Lo zoppo salterà come un cervo e griderà di gioia la lingua del muto”.
Il Messia non verrà solo per fare cose grandi, per compiere miracoli; farà ancora di più: ci salverà. Come faremo a riconoscerlo con certezza?
Sentiamo ancora Isaia:
“ Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele che vuol dire Dio con noi.
Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore.
“Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra farà perire il malvagio. Cintura dei suoi fianchi sarà la fedeltà”.

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lunedì, novembre 07, 2005

Distruggere lo Stato d'Israele?: no grazie!

Le  parole pronunciate dal presidente iraniano circa la necessità della cancellazione dalla carta geografica dello Stato d'Israele spero producano in tutti non solo indignazione, ma anche la volontà di conoscere ciò che anima un popolo. Di seguito troverete il mio piccolo, sintetico contributo che desidera andare in questa direzione.

Ebraismo: elementi essenziali

Questa religione è poco diffusa: conta circa 15 milioni di praticanti sparsi un po’ in tutto il mondo. La maggior concentrazione di fedeli si trova nello stato di Israele, negli Stati Uniti e in Russia. In Italia gli Ebrei sono 35.000.

Simboli Il principale è la stella di Davide a sei punte. La si trova anche sulla bandiera dello stato d’Israele: ricorda lo scudo del re Davide e rappresenta l’intrecciarsi della vita di Dio con la vita dell’uomo. L’altro simbolo è la menorah, il candelabro a sette bracci che indica i sette giorni della Creazione e la capacità di Dio di vedere ogni cosa, come se avesse sette occhi.

 Fondatore Abramo, attraverso il figlio Isacco e il nipote Giacobbe, diede vita al popolo ebraico. In particolare gli Ebrei discendono dalle tribù che ebbero origine dai 12 figli di Giacobbe e che furono riunite in un solo popolo con il nome di Israele (che significa (Dio combatte con te).

Testi sacri La Bibbia è il testo sacr ed è costituita da 3 raccolte di libri: la Torah (la Legge. Comprende i primi 5 libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio), i Nebiim (i Profeti), i Ketubim (gli Scritti). Un altro testo fondamentale è il Talmud, un’ ampia raccolta di testi redatti tra il II e il V secolo d.C che contengono l’insegnamento dell’ebraismo in ambito civile, penale, culturale e alimentare e una riflessione sulla Legge.

Nome di Dio Nella Bibbia, per indicare il nome di Dio, si usa il termine JHWH (Io sono Colui che Sono). Si tratta del tetragramma divino, cioè della trascrizione delle sole consonanti del nome di Dio. Le vocali vengono tralasciate perché è proibito per gli Ebrei nominare il nome di Dio perché egli è così grande che, per rispetto, non può essere chiamato per nome dall’uomo. Al posto di questo termine gli Ebrei leggono Adonai (Il Signore)

Riti principali Grande rilievo viene data alla preghiera quotidiana (mattino, mezzogiorno e sera). Altro caposaldo è la preghiera del sabato, giorno di santificazione e riposo. Nel Talmud si trova un dettagliatissimo elenco di lavori proibiti durante questo giorno. Al sabato l’ebreo si reca nella Sinagoga e ascolta la lettura di un passo della Torah e di un libro profetico. In Sinagoga gli Ebrei indossano il copricapo (kippah) e lo scialle della preghiera (tallit). Usano anche portare, legati intorno al braccio sinistro e intorno alla fronte, due piccoli astucci (tefillin) contenenti brani della Torah, per ricordarsi sempre che tutta la vita dipende da Dio. I rabbini presiedono le funzioni liturgiche. Sono maestri della legge e capi religiosi delle comunità ebraiche.Il sabato prevede anche particolari riti familiari: la benedizione delle candele, la preghiera di benedizione del pane e del vino, la benedizione finale. Un altro rito essenziale è la circoncisione (asportazione del prepuzio) di ogni bambino maschio, l’ottavo giorno dopo la nascita. Altri riti importanti riguardano il matrimonio e la sepoltura.

 Festività principali Il calendario ebraico è scandito in 12 mesi, calcolati dal giorno della Creazione ( il 2006 corrisponde al 5766). Il Capodanno cade verso la metà di settembre e celebra la creazione del mondo. Al Capodanno seguono 10 giorni di digiuno e preghiera in preparazione dello Yom Kippur, giorno in cui si invoca il perdono di Dio. La festa delle Capanne, commemora la traversata del deserto da parte degli ebrei durante l’Esodo. E’ una festa di ringraziamento per i raccolti della terrà (settembre-ottobre). La Pesah (Pasqua) è la festa più importante (marzo-aprile). Si celebra in ricordo della fine della schiavitù egiziana. La cena comprende l’agnello, il pane azzimo (non livitato, che indica la fede in Dio, che non deve gonfiarsi d’orgoglio) e le erbe amare intinte nell’aceto (in ricordo della dura vita condotta durante il periodo della schiavitù egiziana).

 Il ghetto e la sua vita all’interno Il termine, che deriva probabilmente dal ghetto di Venezia, è diventato sinonimo di reclusione forzata per gli Ebrei. Il primo ghetto fu costruito a Venezia nel 1516. La sua istituzionalizzazione si deve al Papato nel 1555. Ancora prima di questa data gli Ebrei si riunivano spontaneamente in una strado, in un edificio, in un quartiere. Questo era necessario per potersi meglio difendere, ma anche per poter organizzare il culto, l’istruzione e l’assistenza. La Bolla Papale del 1555 arrivò al culmine di un processo di progressiva discriminazione (iniziata fin dall’anno Mille) che tendeva alla separazione sempre più netta fra ebrei e cristiani. Prima conseguenza fu la costruzione dei ghetti a Roma, ancona e, per un breve tempo, Bologna. Nelle altre zone i ghetti sorsero a seconda della maggiore o minore influenza del Papato. La Bolla Papale dava indicazioni precise sulle restrizioni sociali ed economiche alle quali dovevano essere assoggettati gli ebrei, non dettava obblighi circostanziati ma solo prescrizioni generiche sulle zone da scegliere: l’area doveva essere lontana dalle strade percorse dalle processioni, avere un’unica entrata e una sola uscita e con una sola sinagoga con facciata “grezza”, cioè non riconoscibile all’esterno. Queste indicazioni furono interpretate con una certa elasticità sia per quanto riguardava il numero dei portoni che per quello delle sinagoghe ( Ferrara ne aveva cinque). Di particolare difficoltà fu la sistemazione interna dei ghetti. Se il luogo era già abitato da ebrei, lo spazio venne utilizzato capillarmente e verso l’alto. Se invece la zona prescelta per il ghetto non era abitata da ebrei si trattò di fare un duplice spostamento di chi doveva arrivarci (gli ebrei) e di chi doveva lasciarla (cristiani). Gli ebrei dovettero pagare un canone d’affitto bloccato ai proprietari cristiani e fu loro riconosciuto un diritto di inquilinato perpetuo. I cancelli di ferro che delimitavano il ghetto non costituirono mai una barriera netta tra la popolazione cristiana e quella ebraica. I contatti erano continui: di giorno tutti potevano entrare e uscire dal ghetto, vendere, commerciare; in alcune occasioni, come Purim , i cristiani affluivano talmente numerosi nei ghetti, per vedere gli addobbi della sinagoghe, le luminarie della piazza, che più volte la Chiesa dovette intervenire, anche con multe, per dissuaderli dal partecipare. Il ghetto non fu mai separato nemmeno dai contatti con le altre comunità ebraiche della diaspora: viaggiatori, studiosi e mercanti ebrei passavano da un ghetto all’altro nei loro viaggi, soggiornandovi e portando notizie e novità da una comunità all’altra. Il ghetto divenne così una “nazione nella nazione”, una nazione minuscola ma libera al proprio interno e viva anche se chiusa fra mura. Solo così si comprende come gli ebrei siano riusciti a sopravvivere a quasi 3 secoli di (presunto) isolamento senza uscirne culturalmente e socialmente annientati.

Rapporti fra cristiani ed ebrei Punto di svolta dei rapporti fra cristiani ed ebrei è stato il Concilio Ecumenico Vaticano II (Nostra Aetate, n°4) che ha voluto “promuovere e raccomandare la mutua conoscenza e stima” ricordando il “vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento (i cristiani) è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo (gli ebrei)”. Storicamente significativo fu l’incontro tra il Papa Giovanni Paolo II e il rabbino capo Elio Toaff, il 13 aprile 1986 nella sinagoga di Roma. Il Papa in quella occasione disse: “La Chiesa di Cristo scopre il suo legame con l’ebraismo scrutando il suo proprio mistero. La religione ebraica non ci è estrinseca, ma in un certo qual modo è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e in un certo modo si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori nella fede”

 

 

 

 

 

 

 

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mercoledì, novembre 02, 2005

L'Islam Italiano

Le statistiche dicono che oggi i musulmani in Italia sono quasi un milione, circa il due per cento della popolazione. Percentuali ancora basse, se confrontate con una media europea del 4 per cento. Marocco, Albania, Senegal, Tunisia, Egitto, Bangladesh e Pakistan, Algeria e Bosnia, Nigeria e Turchia... è l’elenco dei Paesi che ogni imam vi farà se gli chiederete da dove vengono i fedeli che frequentano la sua moschea. Infatti, oltre a un nucleo di convertiti italiani, sono decine i Paesi di provenienza degli immigrati; e diversissime tra loro sono le visioni dell’islam di cui ogni cultura è portatrice. Modi di vivere e pensare la fede che qui devono essere reinterpretati, o quanto meno fare i conti con la cultura e la società italiana.

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martedì, novembre 01, 2005
I santi battono Halloween
Di Dino Basili

Se scampanellano alla porta di casa cantilenando "dolcetto o scherzetto?", non scacciate o ignorate i fantasmini e le streghe di cartapesta: i piccoli forzati di Halloween. Piuttosto è il caso di farli accomodare e parlargli delle tradizioni di Ognissanti. Di coloro che si sono donati al comandamento del Signore e perciò sono stati proclamati Santi (e magari, loro, ne portano il nome). Di coloro che continuano a insegnarci "i valori indispensabili della bontà" e aprirci "la visione del cielo" (Paolo VI). Eppoi, volendo, si può ridere insieme delle zucche mostruose.

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martedì, novembre 01, 2005

Commemorazione dei fedeli defunti

Quanti sono morti "nel segno della fede" la Chiesa riserva un posto importante nella liturgia: vi è il ricordo quotidiano nella Messa, con il "memento" dei morti, e nell'Ufficio divino con la breve preghiera "Fidelium animae", e vi è soprattutto la celebrazione odierna nella quale ogni sacerdote può celebrare tre Messe in suffragio delle anime dei defunti. La commemorazione dei defunti, dovuta all'iniziativa dell'abate di Cluny, S. Odilone, nel 998, non era del tutto nuova nella Chiesa, poiché, ovunque si celebrava la festa di tutti i Santi, il giorno successivo era dedicato alla memoria di tutti i defunti. Ma il fatto che un migliaio di monasteri benedettini dipendessero da Cluny ha favorito l'ampio diffondersi della commemorazione in molte parti dell'Europa settentrionale. Poi anche a Roma, nel 1311, venne sancita ufficialmente la memoria dei defunti.
Il privilegio delle tre Messe al 2 novembre, accordato alla sola Spagna nel 1748, fu esteso alla Chiesa universale da Benedetto XV nel 1915. Si è voluta così sottolineare una grande verità, che ha il suo fondamento nella Rivelazione: l'esistenza della Chiesa della purificazione, posta in uno stato intermedio tra la Chiesa trionfante e quella militante. Stato intermedio ma temporaneo, "dove l'umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno", secondo l'efficace immagine dantesca. Nella prima lettera ai Corinti S. Paolo usa l'immagine di un edificio in costruzione.


Scopo della commemorazione di tutti i defunti in passato era quello di suffragare i morti; di qui le Messe, la novena, l’ottavario, le preghiere al cimitero. Questo scopo naturalmente rimane; ma oggi ne avvertiamo un altro altrettanto urgente: creare nel corso dell’anno un’occasione per pensare religiosamente, cioè con fede e speranza, alla propria morte. Spezzare la congiura del silenzio riguardo a essa.
Quando nasce un uomo, diceva sant’Agostino, si possono fare tutte le ipotesi: forse sarà bello, forse sarà brutto; forse sarà ricco, forse sarà povero, forse vivrà a lungo, forse no. Ma di nessuno si dice: forse morirà, forse non morirà. Questa è l’unica cosa assolutamente certa della vita. Quando sentiamo che qualcuno è malato di idropisia (al tempo del santo, questa era la malattia incurabile), diciamo: "Poveretto, deve morire; è condannato, non c’è rimedio! ". Ma non dovremmo, aggiunge, dire la stessa cosa di ogni uomo che nasce: "Poveretto, deve morire, non c’è rimedio"? Un poeta spagnolo dell’Ottocento, Gustavo Bécquer, paragona la vita umana all’onda che il vento spinge sul mare e che avanza vorticosamente senza sapere su quale spiaggia andrà a infrangersi; a una candela prossima a esaurirsi, che brilla in cerchi tremolanti, ignorando quale di essi per ultimo brillerà; e conclude: "Così sono io che mi aggiro per il mondo, senza pensare, da dove vengo, né dove i miei passi mi condurranno".

Questa percezione mesta, a volte tragica, della morte è comune a tutti, credenti e non, ma la fede cristiana ha una parola nuova e risolutiva, che oggi dovrebbe risuonare nella Chiesa e nei cuori, una cosa semplice e grandiosa: che la morte c’è, che è il più grande dei nostri problemi, ma che Cristo ha vinto la morte! La morte non è più la stessa di prima, un fatto decisivo è intervenuto. Essa ha perso il suo pungiglione, come un serpente il cui veleno è capace solo di addormentare la vittima per qualche ora, ma non di ucciderla. "La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?" (1Cor 15,55).
Il cristianesimo non si fa strada nelle coscienze con la paura della morte, ma con la morte di Cristo. Gesù è venuto a liberare gli uomini dalla paura della morte (cfr. Eb 12,14), non ad accrescerla. Ai cristiani angustiati per la morte di alcuni cari, san Paolo scriveva: "Fratelli, non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui... Confortatevi, dunque, a vicenda con queste parole" (1Tes 4,13ss).
Ma come ha vinto la morte Gesù? Non evitandola o ricacciandola indietro, come un nemico da sbaragliare. Ma subendola, assaporandone tutta l’amarezza. Non abbiamo davvero un sommo sacerdote che non sappia compatire la nostra paura della morte! Tre volte nei vangeli si legge che Gesù pianse e, di queste, due furono per un morto. Nel Getsemani egli ha provato, come noi, “paura e angoscia” di fronte alla morte.

Che cosa è successo, una volta che Gesù ha varcato la soglia della morte? L’uomo mortale nascondeva dentro di sé il Verbo di Dio, che non può morire. Una breccia è stata aperta per sempre attraverso il muro della morte. Grazie a Cristo, la morte non è più un muro davanti al quale tutto si infrange; è un passaggio, cioè una Pasqua. È una specie di “ponte dei sospiri”, attraverso il quale si entra nella vita vera, quella che non conosce la morte. Confortiamoci a vicenda, anche noi, con queste parole.


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