domenica, gennaio 29, 2006
Le Chiese orientali antiche
Alcune comunità dell’antico impero d’Oriente si differenziano dal resto delle Chiese orientali e dalla Chiesa d’Occidente per motivi dottrinali, liturgici e giuridici.
Sono chiese monofisite
(professano che vi è solo la natura divina e non anche quella umana in Cristo, come afferma il concilio di Calcedonia del 451).
Appartengono a queste chiese i copti (cristiani egiziani), i siro-giacobiti (Siria), gli Armeni e le Chiese nestoriane (ammettono due persone in Cristo, enon una sola come sostiene il concilio di Efeso del 431), delle quali fanno aprte i siro-orientali o caldei (Iraq).
I copti
Originariamente il termine designava, nella nomenclatura araba (qibt), gli egiziani in quanto distinti dagli invasori musulmani.
In seguito, verificatasi la progressiva assimilazione da parte egiziana della cultura e della religione islamica, passò a indicare gli aderenti all’antico credo cristiano.
Dal punto di vista dell’ordinamento generale ecclesiastico, la Chiesa copta seguì le vicende del patriarcato di Alessandria, che sostenne il monofisismo staccatosi polemicamente dalle posizioni di Costantinopoli.
Il distacco facilitò la conquista musulmana, consolidatasi progressivamente e radicatasi nel paese.
I copti, a tratti perseguitati a tratti tollerati, accentuarono la separazione dal resto del mondo cristiano, pur non rinunciando durante il Medioevo, ad emigrare in piccoli gruppi sulle sponde dell’Adriatico.
Dal 1805 i copti rappresentarono un filone non trascurabile all’interno del movimento nazionalista egiziano, sfociato, dopo la II Guerra Mondiale, nell’indipendenza della nazione.
Attualmente i fedeli copti sono circa 7-8 milioni. Dimorano nell’alto Egitto, anche se il Patriarcato copto di Alessandria risiede abitualmente al Cairo.
Una piccola Chiesa “cattolica” copta, di circa 100.000 effettivi, con 3 vescovi, è unita alla Sede Romana.
sabato, gennaio 28, 2006
Web, palestra di odio?
Di Paolo Lambruschi
Il lato oscuro del web è un enorme cumulo di odio. Da una parte un groviglio di siti grondanti antisemitismo, estremismo ideologico e religioso e razzismo, sempre più connessi con i siti delle curve calcistiche. Dall'altra, la freddezza del fanatismo islamico, che usa la comunicazione più evoluta per incitare alla guerra santa contro Occidente e Israele e reclutare kamikaze.
Realtà tutt'altro che virtuali che, paradossalmente, minacciano pace e democrazia grazie alla libertà di espressione in Internet. Un saggio del sociologo Antonio Roversi L'odio in Rete, che esce oggi dal Mulino (pagine 200, euro 12), lancia l'allarme con un'analisi della recente espansione di siti ultras, nazifascismo online e jihad elettronica.
Per andare alle radici del male, Roversi parte dalla Gran Bretagna depressa dei primi anni '80, dove chiudevano le fabbriche e spariva la classe operaia. Dove, per reazione, nascevano gli hammerskins, o skinhead, teste rasate neonaziste. Erano disoccupati e figli di operai, teppisti e razzisti il cui nemico erano gli immigrati di pelle scura. Il fenomeno attecchì Oltreoceano, dove è sempre forte, e in Europa. In Italia si è saldato con la sottocultura degli ultras del calcio.
«Fino a vent'anni fa negli stadi avevamo forme neofasciste tradizionali - premette Roversi, docente all'ateneo di Bologna - poi sono arrivati gli skinhead. La diffusione della loro ideologia iniziò in Veneto, Lombardia e nel Lazio. Per anni questi gruppi neonazisti hanno svolto militanza politica senza grandi risultati».
Cosa ha determinato il salto di qualità e la presenza massiccia in rete?
«Facciamo un salto negli anni 90, quando rientrarono in Italia dalla latitanza a Londra Roberto Fiore e Massimo Morsello, morto nel 2004, fondatori del movimento Forza Nuova. Sono la chiave di volta, erano imprenditori ricchi e hanno capito che il terreno giusto erano gli stadi. Oggi le frange violente degli ultras non sono tifosi né giovani emarginati, bensì militan ti di Forza Nuova che fanno opera di reclutamento in curva e in rete. Su siti in apparenza calcistici si trovano discorsi di stampo nazifascista. Internet è oggi funzionale al progetto di espansione dell'estrema destra internazionale».
Perché?
«Questa componente, che agisce mimetizzata nella vita sociale, sul web svolge attività di propaganda indisturbata. Basta vedere i siti americani, accattivanti e interattivi. Usano tecniche precise per diffondere la negazione dell'Olocausto o il complotto della famigerata mafia ebraica contro l'Occidente. L'antisemitismo in rete è presente in decine di migliaia di siti non solo nazisti, ma anche tradizionalisti cristiani che attaccano con violenza persino il Papa».
Altro versante dell'odio in rete è il terrorismo jihadista. A chi si rivolgono questi siti?
«A tre fasce di pubblico, con indubbia perizia tecnica e mass-mediale. La prima fascia sono gli arabi della diaspora, ormai un decimo della popolazione occidentale. In particolare i giovani di seconda generazione, come gli attentatori di Londra. Alcuni siti usano canzoni pop e videoclip a livello di Mtv per incitarli alla Jihad e al martirio. La seconda fascia è costituita dalle popolazioni del Medio Oriente, dove le connessioni sono poche e il web è utilizzato per scaricare video di propaganda del martirio su cassette o dvd. Infine i gruppi armati, che usano la rete come mezzo per trasmettere manuali di combattimento, bollettini e video di attacchi in Irak contro i militari Usa».
Lei affronta un autentico mistero di Internet: la morte di Nick Berg, il primo ostaggio occidentale la cui decapitazione venne filmata e messa online nel 2004. Molti esperti oggi dubitano dell'autenticità del video...
«In effetti è strano. Si notano ad esempio scarti temporali nelle riprese, segno che c'è stata una post produzione e non una ripresa in diretta. Al Zarqawi, poi, che sarebbe il boia incappucciato e dicono sia privo di una gamba, nel video si muove con scioltezza. Lo stesso Berg e ra una figura controversa. Venne indagato negli Usa perché prestò la sua posta elettronica all'unica persona detenuta per gli attentati dell'11 settembre. In Irak venne arrestato per motivi ignoti a Mosul dalla polizia locale, che lo passò agli americani. Rilasciato, non rientrò in patria e fu catturato dai terroristi. Ancora, il primo a trasmettere l'esecuzione fu un sito insospettabile, dal quale tutti la scaricarono. È Internet Haganah, che controlla l'attività online di gruppi jihadisti, sostenuto dal governo israeliano».
Cosa ne ha dedotto?
«Per me non era un orribile avvertimento agli occidentali, ma un caso di guerra di propaganda su Internet. Infatti, il giorno stesso in cui venne diffuso il video di Berg, al Congresso americano veniva presentato il rapporto Takuba, che documentava le torture ai detenuti iracheni nel carcere di Abu Ghraib».
Non è troppo alto il prezzo per la libertà di espressione su Internet?
«Domanda legittima, tuttavia la rete per sua natura non è censurabile. Smascheriamo, però, i seminatori di odio perché non ci colgano di sorpresa».
venerdì, gennaio 27, 2006
La filmografia sulla Shoah
La filmografia sui campi di sterminio e sulla Shoah è vastissima e si arricchisce ogni anno. I riferimenti che seguono non hanno pertanto alcuna pretesa di completezza. Si tratta semplicemente di proposte di lettura e di documenti visivi che ci sembrano particolarmente significativi sia per i docenti che per i ragazzi per una buona introduzione e un approfondimento dell’argomento indicato.
La selezione dei testi ha voluto privilegiare le edizioni più recenti, le pubblicazioni in lingua italiana e quelle di più facile reperimento. La scelta propone documentari e film, suddivisi per argomenti: ragazzi in guerra, deportazione e olocausto, il grottesco e la satira. Una bibliografia ampia e commentata, curata da Silvia Mantovani, nel volume Memoranda.
I documentari
· Notte e nebbia di Alain Resnais, Francia, 1955
Uno dei primi sopralluoghi ad Auschwitz dopo la Shoah con immagini del presente cui si sovrappongono frammenti di cinegiornali dell’epoca.
· L’81 Colpo di Haim Gouri, Israele, 1961
Immersione totale nella Shoah con rigorose combinazioni di immagini e testimonianze: dai primi boicottaggi delle attività commerciali degli Ebrei tedeschi fino all’annientamento industrializzato nei campi di sterminio della Polonia.
· Shoah di Claude Lanzmann, Francia, 1985
Undici anni di lavoro per realizzare quella che, a tutt’oggi, è considerata l’opera fondamentale per la comprensione della Shoah. Vengono interpellati esclusivamente le vittime, gli spettatori e i carnefici, che ricostruiscono con le parole, i luoghi, le voci e i volti di oggi un passato che secondo il regista non può essere rappresentato e costringe a una profonda riflessione.
· Kl-Mauthausen di M. Brousek, Austria, 1986
La storia di questo lager ricostruita attraverso le testimonianze di alcuni sopravvissuti.
· Cara Kitty di Wouter Van der Sluis, Olanda, 1987
Una ricostruzione sintetica della Shoah e della vicenda di Anna Frank con citazioni tratte dal diario, foto dall’album di famiglia e immagini di repertorio.
· Il diario di Terezin di Dan Weissman, Usa, 1989
Testimoni cecoslovacchi rievocano l’internamento a Terezin, mettendone in luce la tragicità in contrapposizione con l’immagine che ne vollero dare i nazisti di campo modello da far visitare alla Croce Rossa internazionale.
· Meditate che questo è stato di Silvia Brasca, Italia, 1992
Nato per contrastare il preoccupante risveglio dell’intolleranza in Europa, il documentario ripercorre in modo semplice ed essenziale alcune tappe della Shoah.
· Per Ignota Destinazione di Piero Farina, Italia, 1995
Un buon lavoro di ricostruzione della Shoah in Italia con interviste a testimoni e immagini di repertorio.
· Vernichtung Baby di J. Muscardin Piperno, Italia, 1995
La persecuzione antisemita in Italia, con particolare riferimento alla razzia del 16 ottobre 1943 nel ghetto di Roma, narrata da tre sopravvissuti romani, immagini di repertorio, spezzoni di film.
· Memoria di Ruggero Gabbai, Italia, 1997
Racconto corale degli Ebrei Italiani deportati ad Auschwitz, le cui testimonianze sono state raccolte dagli storici del Centro di documentazione ebraica di Milano, Marcello Pezzetti e Liliana Picciotto Fargion.
· Gli ultimi giorni di James Moll, Usa, 1998
Film documentario in cui si alternano le testimonianze orali di cinque Ebrei che nel 1944 furono deportati nei lager di sterminio. Diviso in 4 parti, rievoca il capitolo magiaro del genocidio, uno dei meno conosciuti. Alla fine degli anni ’30 vivevano in Ungheria più di 800000 Ebrei. Nel marzo 1944 Hitler ordinò l’occupazione dell’Ungheria e la conseguente eliminazione degli ebrei Ungheresi: quel che in Germania era successo nell’arco di 12 anni, avvenne in Ungheria in 4 mesi.
· Uno specialista, ritratto di un criminale moderno di Eyal Sivan, Francia, 1999
Realizzato selezionando le 350 ore di immagini inedite, registrate durante il processo a Adolf Eichmann nel 1961 a Gerusalemme, il documentario propone il dramma giudiziario di uno dei principali responsabili dello sterminio. Toccanti le testimonianze dei superstiti.
I film
Ragazzi in guerra
· L’amico ritrovato di Jerry Schatzberg, Francia/Gran Bretagna/Germania, 1989
Avvocato americano torna a Stoccarda, lasciata nel ’33, alla ricerca del suo grande amico del liceo e della propria giovinezza. Alla fine di un lungo flashback, scopre che morì con onore durante la guerra 1939-45: impiccato per aver partecipato a un complotto contro Hitler. Sceneggiato da Harold Pinter e tratto da un romanzo di Fred Uhlman.
· Arrivederci ragazzi di Louis Malle, Francia, 1987
Gennaio 1944: nel collegio Sainte Croix, il giovane Julien diventa amico di un nuovo convittore, Jean, arrivato da poco con altri due compagni. Ma una denuncia anonima avverte la Gestapo che i tre sono Ebrei: verranno deportati assieme al direttore del collegio. Leone d’oro a Venezia ’87.
· Il diario di Anna Frank di George Stevens, USA, 1959
Dal dramma di Frances Goodrich e Albert Hackett, basato sul Diario di Anna Frank: nel 1942 una famiglia di Ebrei olandesi si nasconde in alcune stanze mimetizzate di una casa di Amsterdam. Due anni dopo sono scoperti e deportati in un campo di sterminio. Ottenne 3 Oscar (migliore interprete, fotografia, scenografia).
· Dottor Korczak di Andrzej Wajda, Polonia/Germania/Francia, 1990
Henryk Goldzmit (1878-1942), medico e educatore ebreo polacco che come scrittore usò lo pseudonimo di Janusz Korczak, continua il suo lavoro di assistenza ai 200 orfanelli che gli sono stati affidati nel ghetto di Varsavia. Pur avendo avuto più di un’occasione di salvarsi, va a morire con loro nel lager di Treblinka.
· Europa Europa di Agnieszka Holland, Francia/Germania, 1991
Tragicomica odissea di un ragazzetto ebreo tedesco che, dopo un periodo in un orfanotrofio della Polonia occupata dai sovietici dove impara il russo e il Marxismo-Leninismo, è catturato dai nazisti, si fa passare per Tedesco, finisce nel 1945 in divisa della gioventù nazista e rischia di essere fucilato dai russi.
· L’impero del sole di Steven Spielberg, USA, 1987
Tratto da un romanzo di James G. Ballard: c’è un ricco ragazzino inglese, nato in Cina, che il colonialismo l’ha succhiato col latte. Quando i giapponesi occupano Shanghai, è separato dalla famiglia e finisce in un campo di internamento che diventa scuola di vita.
· L’infanzia di Ivan, di Andrej Tarkovskij, URSS, 1962
Solo al mondo (i Tedeschi gli hanno sterminato la famiglia), il dodicenne Ivan fa la staffetta e l’esploratore per i partigiani russi, lacerato tra l’odio per il nemico e il bisogno di tenerezza e protezione. La guerra ingoia anche lui. Leone d’oro a Venezia ’62.
· L’isola in Via degli uccelli di Soren Kragh-Jacobsen, Danimarca/Gran Bretagna/Germania, 1997
Nel ghetto di Varsavia, prima di essere rastrellato e deportato con gli altri Ebrei, un padre ordina al figlioletto Alex di nascondersi tra le rovine di una vecchia fabbrica, promettendogli che tornerà a riprenderlo. Alex comincia così la dura lotta per la sopravvivenza, allietata soltanto dall’idillio con la piccola Stasja. Tratto da un romanzo di Uri Orlev
· Jona che visse nella balena di Roberto Faenza, Italia, 1993
Tratto da Anni d’infanzia di Jona Oberski, è la storia di un bambino olandese di quattro anni, arrestato nel 1942 dai Tedeschi e deportato a Bergen-Belsen dove gli muore il padre. Perde la madre nel 1945, subito dopo la liberazione. Il piccolo Jona è adottato da una coppia di Olandesi che con lui dovranno patire non poco.
Deportazione e olocausto
· Fuga da Sobibor di Jack Gold, USA, 1987
Film ispirato a un fatto storico: nell’ottobre 1943 dal campo della morte di Sobibor (Polonia orientale) circa 300 Ebrei riuscirono a evadere dopo aver ucciso le SS di guardia. È uno dei migliori film americani sui campi nazisti di sterminio.
· Kapò di Gillo Pontecorvo, Italia, 1960
Scampata alla morte, facendosi passare per criminale comune, in un campo di lavoro tedesco in Polonia orfana ebrea diventa kapò, cioè caposquadra-aguzzina delle sue compagne, aizzata alla ferocia dalla logica spietata del lager. L’amore per un prigioniero russo la redime.
· Notte e nebbia di Alain Resnais, Francia, 1956
Casta e severa elegia sui campi nazisti di sterminio, è un invito sobrio e preciso a non dimenticare uno dei massimi orrori della storia contemporanea. Il presente – una visita a quel che resta dei lager oggi – è a colori; il passato – frammenti di cineattualità dell’epoca – in bianconero.
· Il Pianista di Roman Polanski, Francia/Germania/Polonia/Gran Bretagna, 2002
Wladyslaw Szpilman era un pianista di talento, Ebreo polacco vissuto a Varsavia durante il periodo dell’occupazione tedesca. Il film racconta la sua storia vera, narrata dallo stesso Szpilman in un libro scritto subito dopo la fine della guerra.
Quella di Wladyslaw Szpilman è una vera e propria odissea. Dapprima rinchiuso nel ghetto costruito dai Tedeschi per gli Ebrei di Varsavia assieme alla sua famiglia, Szpilman riesce a fuggire poco prima della deportazione nei campi di concentramento dove invece finirà tutta la sua numerosa famiglia . Da questo momento in poi inizierà a vagare, nascondendosi in vuoti appartamenti dove coraggiosi polacchi davano asilo agli Ebrei scampati alla deportazione. Dalle finestre di questi freddi rifugi assiste, solo e impotente, al massacro dei suoi amici, alle battaglie tra Tedeschi e partigiani polacchi, fino all’arrivo delle guarnigioni russe che liberano la sua città.
· Schindler’s list di Steven Spielberg, USA, 1993
L’industriale tedesco Oskar Schindler, in affari coi nazisti, usa gli Ebrei dapprima come forza lavoro a buon mercato, un’occasione per arricchirsi. Gradatamente, pur continuando a sfruttare i suoi intrallazzi, diventa il loro salvatore, strappando più di 1100 persone dalla camera a gas. Premiato con 7 Oscar.
Stalag 17 di Billy Wilder, USA, 1953
C’è una spia fra i prigionieri di guerra americani in un campo di internamento tedesco. I sospetti si concentrano sul sergente Sefton che viene malmenato. Ma non è lui. Forse il più bel film su un campo di prigionieri di guerra in Germania. Oscar per il miglior interprete maschile.
Il grottesco e la satira
· Il grande dittatore di Charles S. Chaplin, USA, 1940
Un barbiere ebreo è scambiato per Adenoid Hynkel, dittatore di Tomania, e in questa veste pronuncia un discorso umanitario. Satira penetrante e persino preveggente del nazifascismo in cui Charlot si sdoppia nel piccolo barbiere ebreo e nel dittatore Hynkel (Hitler). Primo film parlato di Chaplin e capolavoro ancora ineguagliato.
· Il soldato molto semplice Ivan Chonkin di Jiri Menzel, Gran Bretagna/Rep. Ceca, 1994
Film che racconta come Stalin e i suoi gerarchi tradirono il loro esercito, lasciandolo impreparato davanti all’aggressione della Germania nazista. È la tragicomica vicenda di una goffa recluta contadina che nel 1941 è messa a far la guardia a un aereo sovietico, costretto a un atterraggio di fortuna in un villaggio. Storia in cui si sbeffeggiano il comunismo sovietico e lo Stalinismo.
· Train de vie di Radu Mihaileanu, Francia/Belgio, 1998
Nel 1941, per evitare la deportazione, gli abitanti di un villaggio ebraico romeno allestiscono un finto convoglio ferroviario sul quale alcuni di loro sono travestiti da soldati tedeschi e partono nel folle tentativo di raggiungere il confine con l’URSS. È una tragicommedia di viaggio sotto la triplice insegna dell’umorismo yiddish, di una sana energia narrativa e di un ritmo di trascinante allegria.
· La vita è bella di Roberto Benigni,Italia, 1997
Guido Orefice, Ebreo toscano, s’innamora sul finire degli anni ’30 della maestrina Dora e la sposa. Sei anni dopo – nell’intervallo sono venute le leggi razziali, la guerra e le deportazioni – Guido con il figlioletto Giosuè parte per il campo di concentramento. Per proteggere il figlio dall’orrore, Guido gli fa credere che quello che stanno vivendo è un gioco a premi. Una bella storia d’amore, prima tra un uomo e una donna, poi per un figlio. Vincitore di 3 Oscar.
venerdì, gennaio 27, 2006
Per non dimenticare
“L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei lager nazisti è estranea alle nuove generazioni dell’Occidente, e sempre più estranea si va facendo a mano a mano che passano gli anni.
Per i giovani degli anni ’50 e ’60, erano cose dei loro padri: se ne parlava in famiglia, i ricordi conservavano ancora la freschezza delle cose viste.
Per i giovani di questi anni ’80 – e tale riflessione è ancora più valida per i ragazzi del terzo millennio – sono cose dei loro nonni: lontane, sfumate, “storiche”.
Essi sono assillati dai problemi d’oggi, diversi, urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l’esaurimento delle risorse, l’esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente e a cui occorre adattarsi. (…)
Si affaccia all’età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze, anzi, diffidente delle grandi verità rivelate; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull’onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge.
Per noi parlare con i giovani è sempre più difficile.
Lo percepiamo come un dovere ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati.
Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale, appunto, perché inaspettato, non previsto da nessuno.
E’ avvenuto contro ogni previsione, è avvenuto in Europa; incredibilmente è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalle fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”
Primo Levi
Tratto da “Sommersi e salvati”
Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate che questa donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza per ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi
venerdì, gennaio 27, 2006
PER NON DIMENTICARE
Perché la storia sia davvero maestra di vita, ecco una serie di indicazioni per approfondire l’argomento Shoah.
Imperdibile Storia della Shoah. La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo (Utet, 5 volumi, 3 dvd, 1 cdrom): dal contributo di 50 fra i massimi specialisti si ottiene un quadro aggiornato dello stato delle conoscenze e del dibattito critico e storiografico sull’Olocausto.
A svelare un aspetto sconosciuto della seconda guerra mondiale, la deportazione dei neri nei campi di concentramento, è Neri nei campi nazisti di Serge Bilé, della Emi. Alla collana "Parole delle fedi", sempre della Emi, si deve Shoà di Janina Bauman, lettura del presente attraverso alcune parole chiave. Segnaliamo anche Shoah: percorsi della memoria (Cronopio), una raccolta di saggi – a cura di Clemens-Carl Härle – sui temi della memoria, della testimonianza, del debito nei confronti delle vittime; La difesa della razza Antologia 1938-1943 di Valentina Pisanty (Bompiani) e Il bambino con il pigiama a righe di John Boyne (Fabbri), ovvero l’Olocausto visto da un bambino; Auschwitz - I nazisti e la soluzione finale di Laurence Rees (Mondadori); Io, piccola ospite del Führer di Helga Schneider (Einaudi), straordinaria testimonianza di una delle bambine che trascorsero 24 ore nel bunker sotto la Cancelleria del Reich nell’ultimo inverno prima della disfatta.
La versione drammatica di Se questo è un uomo di Primo Levi – regia di Franco Però – è in tournée in Italia fino alla fine di febbraio. The History Channel presenta, il 27 gennaio alle 22.00, Goebbels, i diari dell’odio, un documentario con immagini inedite del più stretto collaboratore di Hitler. L’associazione "I figli della Shoah", infine, ha allestito la mostra itinerante Viaggio nella memoria: binario 21, un viaggio virtuale attraverso documenti e stati d’animo.
venerdì, gennaio 27, 2006
IL RAPPORTO EURISPES SULLA RELIGIOSITÀ NEL NOSTRO PAESE
Negli ultimi tempi si è diffusa l’idea di un forte feeling tra gli italiani e la Chiesa. Non che la distanza nel passato fosse molta, in quanto da tempo la grande maggioranza della popolazione si dichiara cattolica. Di recente, però, il consenso verso la Chiesa sembrava ancor più diffuso, coinvolgendo non soltanto i cattolici più vicini, ma anche una parte del mondo laico. Di qui i riconoscimenti per una Chiesa capace in molte occasioni di riempire le piazze (e non solo le chiese), di richiamare gli italiani ai valori di fondo della loro identità e cultura, di far sentire la sua voce autorevole su molte questioni oggi al centro del dibattito pubblico: vita, famiglia, etica, verità e libertà religiosa, unità nazionale, ecc.
La Chiesa sta giocando a tutto campo una battaglia per affermare i valori cristiani nella società. Il pensiero debole o il relativismo morale non sono fenomeni inarrestabili. Si tratta di contrastarli con proposte significative, richiamando gli italiani a essere fedeli nei fatti a quell’identità cristiana che pure a voce molti continuano a proclamare.
Quanto gli italiani seguono la Chiesa su questa strada? Una prima e pur parziale risposta sembra venire dal Rapporto Italia 2006 presentato nei giorni scorsi dall’Eurispes. Per molti versi, gli italiani apprezzano il nuovo protagonismo della Chiesa; per altri, i loro orientamenti risultano più critici rispetto alle posizioni degli ambienti ecclesiali. Ovviamente, ciò che emerge da questo sondaggio non è oro colato, poiché esso non sfugge ai limiti che caratterizzano tutte le indagini "volanti". Tuttavia, è interessante riflettere su alcune tendenze di fondo che si ricavano da questo lavoro, che disegna un rapporto Chiesa-popolazione più ambivalente e contraddittorio di quanto si pensa. Gli indizi di conferma per la Chiesa non sono pochi. Anzitutto la stragrande maggioranza degli italiani continua a riconoscersi nella fede cattolica.
Ciò che si riduce è la quota dei non credenti o degli agnostici. In secondo luogo, il tasso di pratica religiosa regolare (domenicale) si mantiene alto, se lo si confronta con quanto succede in altri Paesi europei. Ancora, c’è una buona domanda e ricerca religiosa tra i giovani. Inoltre, la grande maggioranza degli italiani difende la presenza dei simboli religiosi nella società, chiedendo ad esempio che il crocifisso non sia rimosso dalle scuole e dagli edifici pubblici. In altri termini, non si vuole una società spoglia di richiami religiosi, che nasconda i segni della propria storia.
Più controverso risulta il giudizio degli italiani sul modo in cui la Chiesa si pronuncia oggi sulle questioni etiche e sociopolitiche. La maggioranza incoraggia la Chiesa a continuare la sua battaglia sui temi "vitali" come aborto, eutanasia, fecondazione assistita; anche se sono molti gli italiani che vorrebbero che la Chiesa si esponesse di meno su tali questioni. Il distacco dalle indicazioni ecclesiali diventa invece più evidente su altri temi etici, con i due terzi della popolazione che si dichiarano favorevoli ai Pacs, che non vogliono mettere in discussione la legge sul divorzio, che giustificano le convivenze. E non sono pochi quelli che sull’aborto hanno posizioni diverse dalla Chiesa, mentre molti non capiscono le regole restrittive cattoliche che impediscono alle donne di diventare prete o ai divorziati e ai risposati civilmente di accedere ai sacramenti.
È evidente, dunque, il carattere contraddittorio di alcuni di questi dati, che indicano sia confusione di orientamenti, sia ambivalenza di posizioni. Ci si può dichiarare "cattolici" e nello stesso tempo non riconoscersi del tutto nelle indicazioni della Chiesa nel campo morale. Si può chiedere alla Chiesa di pronunciarsi su questioni oggi vitali e al contempo operare su tali aspetti delle sintesi del tutto personali.
Inoltre, non tutti quelli che accettano il divorzio o le convivenze lo fanno per convinzione personale o per potersi servire di queste opportunità; molti possono esprimere queste posizioni per rispetto di quanti non si riconoscono in una visione cristiana della vita.
Di molte di queste ambivalenze la Chiesa è consapevole. L’annuncio cristiano è una sfida che continua, anche nella modernità avanzata.
Franco Garelli
domenica, gennaio 22, 2006
A colloquio con Helga Schneider, che in un libro in uscita nelle librerie ricorda quando, a sette anni, vide Hitler pochi giorni prima della morte
Una bimba nel bunker del Führer
Di Paola Springhetti
Quali erano le cose più preziose che il Führer custodiva nel bunker sotto la Cancelleria del Reich? Le salsicce, la carta igienica, e il dentifricio, bene così raro che un bambino di quattro anni, cresciuto nella guerra, neanche sapeva usare. C'era altro, nel bunker, ma per il bambino e la sorella poco più grande quelli erano beni supremi, in una Berlino sbriciolata dalle bombe. Helga Schneider e il fratellino erano fra i pochi privilegiati invitati a trascorrere un giorno nel bunker, con l'incontro con il Führer in persona. I bambini venivano ingozzati e sottoposti alla lampada perché Hitler non doveva vedere quanto erano emaciati e sofferenti, visitati perché non venisse a contatto con qualche malattia, istruiti perché non fosse in imbarazzo…
Helga Schneider ha raccontato quella visita in Io, piccola ospite del Führer, in uscita in questi giorni da Einaudi (pagine 80, euro 8,00), che ricostruisce nel ricordo la Berlino della guerra e le sofferenze della sua gente tra paura e rovine. La scrittura è stata per la Schneider una passione fin da bambina; esercitata a lungo nel romanzo, ha trovato sbocco in una narrazione di memoria. A partire da Rogo di Berlino, Schneider ha narrato la storia del nazismo e della Germania guardandola dal basso, rivelandone gli aspetti quotidiani o inediti, trascurati dalla storia ufficiale. Da quel primo libro non ha più lasciato la strada della scrittura testimoniale, nella convinzione che fosse importante e anche utile «ricordare un periodo storico del secolo scorso che è stato tragico, ma anche incredibile per tutto quello che negli anni del nazionalsocialismo ha fatto la classe dirigente con a capo Adolf Hitler», spiega. Scava nella memoria perché «ci sono aspetti che o per convenienza o per disinteresse la storiografia ufficiale ha trascurato. Colpe tremende sono ancora da studiare, come gli abusi sessuali nei lager, soprattutto a Buchenwald».
Il motivo per cui Hitler apriva il proprio bunker ai bamb ini era essenzialmente propagandistico: «fino all'ultimo - racconta Schneider - ha cercato di apparire come il padre della gioventù tedesca. In tutte le dittature il regime si appropria per prima cosa dei giovani, perché si possono facilmente trasformare in fanatici della causa. Hitler conquistò la gioventù e la spinse a combattere la sua guerra. Quando i bambini andavano nel bunker era sempre presente un fotografo o un operatore del cinegiornale». La zia di Helga lavorava al ministero della Propaganda, e fece sì che i nipoti fossero tra i "privilegiati". «Anche se bisognava uscire dai rifugi e si rischiava la vita, un privilegio lo era davvero e molto pratico: la visita medica era utile, ma soprattutto per due giorni si mangiava. Il che per noi era una rarità».
Helga aveva sette anni e porta impressi nella memoria molti ricordi. «Quando un bambino è curioso e intelligente, iperstimolato come eravamo noi a quel tempo, si accorge di molti particolari. Io ricordo molto bene ogni ruga della faccia di Hitler e la Berlino di allora, quella che ci aspettava fuori dal bunker, distrutta e sommersa dalle sue macerie». Il libro intreccia vari livelli narrativi: c'è il filo conduttore - la storia della visita al bunker -, c'è la descrizione di Berlino e delle sofferenze dei suoi abitanti, c'è l'analisi dei diversi atteggiamenti delle persone verso quanto stava accadendo. La leggerezza dello sguardo infantile caratterizza questa ricostruzione, ma è uno sguardo che riesce a volte a passare attraverso il doppio guscio costituito dalla censura del regime e da quella che i grandi a loro volta operavano sui piccoli per proteggerli, almeno un poco. «Io facevo i miei ragionamenti di bambina, mettevo insieme frammenti. Ricordo quando si ascoltava la Bbc, ricordo gli aerei inglesi che gettavano sulla città volantini in cui invitavano a ribellarsi a Hitler. Ma soprattutto ricordo la fame terribile, la paura sempre, la sporcizia e la puzza. Ricordo le cimici, ricordo che non c'erano med ici né medicine. Ricordo il degrado di un Paese e di una città che era stata una capitale. Sono stata una bambina che non ha avuto niente, neanche il diritto di andare a scuola e che era costretta a vivere in cantina perché ci bombardavano sempre, tutti. Proprio perché ricordo questo, soffro per quei bambini che ancora oggi, in varie parti del mondo, crescono così».
Tutto questo cozzava contro la propaganda, contro quello che la stessa zia Helga, che lavorava con Goebbels, e molti altri come lei dicevano. «Le contraddizioni erano sotto gli occhi di tutti, la stessa zia Helga a volte diceva delle cose, e poco dopo le negava. Se il Führer è così grande, perché abbiamo la guerra, la fame, la sporcizia? Anche un bambino si pone domande. Farle era proibito, e la mia matrigna continuava a dirmi:"Tu non devi pensare". Ma le intuizioni, sia pure di un bambino, rimanevano».
giovedì, gennaio 05, 2006
Ora di religione, una lettera per conoscersi
Gentilissimo genitore, avvicinandosi il periodo in cui lei dovrà iscrivere suo figlio a scuola, mi permetto di scriverle per rispondere alle sue eventuali perplessità riguardanti la possibilità di permettere a suo figlio di frequentare le lezioni di Religione cattolica.
Perché “L’Ora di Religione c.”?
Perché il cristianesimo ha plasmato l’Europa e L’Italia. Ricordiamo che per almeno 17 secoli la religione cristiana è stata la principale forma religiosa nel mondo italiano, segnato inoltre dalla presenza del centro stesso del cattolicesimo sul suo territorio: la città di Roma che ha per vescovo il Papa. Inoltre la religione ha aiutato e aiuta l’uomo a rispondere alle domande più profonde: Da dove vengo? Dove vado? Perché sono qui?
L’insegnamento della religione è obbligatorio?
No. In base al Concordato si è liberi di far partecipare o meno i figli alla lezione. Chi non si avvale dell’insegnamento della Religione cattolica può, vigilato o aiutato da un insegnante, studiare, o partecipare ad attività di ricerca. La decisione di avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica spetta unicamente ai genitori.
Molti pensano che durante l’ora di religione si fa poco o niente. E’ vero?
Assolutamente no. Come per tutte le materie ogni alunno deve avere il libro. L’insegnante spiega, interroga e periodicamente assegna verifiche scritte.
L’insegnamento della religione e il catechismo sono la stessa cosa?
No. L’insegnamento della Religione c. ha un approccio culturale ed è rivolto a tutti indistintamente. La catechesi approfondisce la fede di un cristiano e il suo ambito è la parrocchia.
Possono seguire le lezioni anche aderenti ad altre religioni?
Si. L’insegnamento della Religione c. non ha come finalità il proselitismo, ma l’approccio culturale alla religione, in modo particolare al cristianesimo cattolico.
Si insegnano anche le altre religioni?
Si. Le religioni che vengono presentate sono: l’Islam, l’Ebraismo, il Buddismo, l’Induismo. Spazio hanno anche le religioni antiche e le religioni numericamente più piccole.
Si può avere il programma che l’insegnante intende svolgere?
Si. Ogni ragazzo riceve il programma all’inizio dell’anno scolastico. Il programma può essere richiesto anche durante i colloqui con l’insegnante.
In attesa di poterla incontrare, la saluto cordialmente.
giovedì, gennaio 05, 2006
Inchiesta della Federazione Biblica cattolica italiana
L’80% dei cattolici non ha mai aperto la Bibbia
Capita qualche volta che in qualche parrocchia si fatichi a trovare una copia della S. Scrittura.
Il 3% dei cattolici praticanti la legge ogni giorno.
L’80% dei cattolici praticanti si limita ad ascoltare le letture la domenica a Messa.
La metà dei cattolici praticanti ritiene che S. Paolo abbia scritto uno dei Vangeli.
Il 29% ritiene che un Vangelo sia stato scritto da S. Pietro.
martedì, gennaio 03, 2006
MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
BENEDETTO XVI
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2006
NELLA VERITÀ, LA PACE
1. Con il tradizionale Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, all'inizio del nuovo anno, desidero far giungere un affettuoso augurio a tutti gli uomini e a tutte le donne del mondo, particolarmente a coloro che soffrono a causa della violenza e dei conflitti armati. È un augurio carico di speranza per un mondo più sereno, dove cresca il numero di quanti, individualmente o comunitariamente, si impegnano a percorrere le strade della giustizia e della pace.
2. Vorrei subito rendere un sincero tributo di gratitudine ai miei Predecessori, i grandi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, illuminati operatori di pace. Animati dallo spirito delle Beatitudini, essi hanno saputo leggere nei numerosi eventi storici, che hanno segnato i loro rispettivi Pontificati, il provvidenziale intervento di Dio, mai dimentico delle sorti del genere umano. A più riprese, quali infaticabili messaggeri del Vangelo, essi hanno invitato ogni persona a ripartire da Dio per poter promuovere una pacifica convivenza in tutte le regioni della terra. Nella scia di questo nobilissimo insegnamento si colloca il mio primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace: con esso desidero ancora una volta confermare la ferma volontà della Santa Sede di continuare a servire la causa della pace.
Il nome stesso di Benedetto, che ho scelto il giorno dell'elezione alla Cattedra di Pietro, sta ad indicare il mio convinto impegno in favore della pace. Ho inteso, infatti, riferirmi sia al Santo Patrono d'Europa, ispiratore di una civilizzazione pacificatrice nell'intero Continente, sia al Papa Benedetto XV, che condannò la Prima Guerra Mondiale come « inutile strage » (1) e si adoperò perché da tutti venissero riconosciute le superiori ragioni della pace.
3. Il tema di riflessione di quest'anno — « Nella verità, la pace » — esprime la convinzione che, dove e quando l'uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace. La Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Ecumenico Vaticano II, chiusosi 40 anni or sono, afferma che l'umanità non riuscirà a « costruire un mondo veramente più umano per tutti gli uomini su tutta la terra, se gli uomini non si volgeranno con animo rinnovato alla verità della pace ».(2) Ma quali significati intende richiamare l'espressione « verità della pace »? Per rispondere in modo adeguato a tale interrogativo, occorre tener ben presente che la pace non può essere ridotta a semplice assenza di conflitti armati, ma va compresa come « il frutto dell'ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore », un ordine « che deve essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre più perfetta ».(3) Quale risultato di un ordine disegnato e voluto dall'amore di Dio, la pace possiede una sua intrinseca e invincibile verità e corrisponde « ad un anelito e ad una speranza che vivono in noi indistruttibili ».(4)
4. Delineata in questo modo, la pace si configura come dono celeste e grazia divina, che richiede, a tutti i livelli, l'esercizio della responsabilità più grande, quella di conformare — nella verità, nella giustizia, nella libertà e nell'amore — la storia umana all'ordine divino. Quando viene a mancare l'adesione all'ordine trascendente delle cose, come pure il rispetto di quella « grammatica » del dialogo che è la legge morale universale, scritta nel cuore dell'uomo,(5) quando viene ostacolato e impedito lo sviluppo integrale della persona e la tutela dei suoi diritti fondamentali, quando tanti popoli sono costretti a subire ingiustizie e disuguaglianze intollerabili, come si può sperare nella realizzazione del bene della pace? Vengono infatti meno quegli elementi essenziali che danno forma alla verità di tale bene. Sant'Agostino ha descritto la pace come « tranquillitas ordinis »,(6) la tranquillità dell'ordine, vale a dire quella situazione che permette, in definitiva, di rispettare e realizzare appieno la verità dell'uomo.
5. E allora, chi e che cosa può impedire la realizzazione della pace? A questo proposito, la Sacra Scrittura mette in evidenza nel suo primo Libro, la Genesi, la menzogna, pronunciata all'inizio della storia dall'essere dalla lingua biforcuta, qualificato dall'evangelista Giovanni come « padre della menzogna » (Gv 8,44). La menzogna è pure uno dei peccati che ricorda la Bibbia nell'ultimo capitolo del suo ultimo Libro, l'Apocalisse, per segnalare l'esclusione dalla Gerusalemme celeste dei menzogneri: « Fuori... chiunque ama e pratica la menzogna! » (22,15). Alla menzogna è legato il dramma del peccato con le sue conseguenze perverse, che hanno causato e continuano a causare effetti devastanti nella vita degli individui e delle nazioni. Basti pensare a quanto è successo nel secolo scorso, quando aberranti sistemi ideologici e politici hanno mistificato in modo programmato la verità ed hanno condotto allo sfruttamento ed alla soppressione di un numero impressionante di uomini e di donne, sterminando addirittura intere famiglie e comunità. Come non restare seriamente preoccupati, dopo tali esperienze, di fronte alle menzogne del nostro tempo, che fanno da cornice a minacciosi scenari di morte in non poche regioni del mondo? L'autentica ricerca della pace deve partire dalla consapevolezza che il problema della verità e della menzogna riguarda ogni uomo e ogni donna, e risulta essere decisivo per un futuro pacifico del nostro pianeta.
6. La pace è anelito insopprimibile presente nel cuore di ogni persona, al di là delle specifiche identità culturali. Proprio per questo ciascuno deve sentirsi impegnato al servizio di un bene tanto prezioso, lavorando perché non si insinui nessuna forma di falsità ad inquinare i rapporti. Tutti gli uomini appartengono ad un'unica e medesima famiglia. L'esaltazione esasperata delle proprie differenze contrasta con questa verità di fondo. Occorre ricuperare la consapevolezza di essere accomunati da uno stesso destino, in ultima istanza trascendente, per poter valorizzare al meglio le proprie differenze storiche e culturali, senza contrapporsi ma coordinandosi con gli appartenenti alle altre culture. Sono queste semplici verità a rendere possibile la pace; esse diventano facilmente comprensibili ascoltando il proprio cuore con purezza di intenzioni. La pace appare allora in modo nuovo: non come semplice assenza di guerra, ma come convivenza dei singoli cittadini in una società governata dalla giustizia, nella quale si realizza in quanto possibile il bene anche per ognuno di loro. La verità della pace chiama tutti a coltivare relazioni feconde e sincere, stimola a ricercare ed a percorrere le strade del perdono e della riconciliazione, ad essere trasparenti nelle trattative e fedeli alla parola data. In particolare, il discepolo di Cristo, che si sente insidiato dal male e per questo bisognoso dell'intervento liberante del Maestro divino, a Lui si rivolge con fiducia ben sapendo che « Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca » (1 Pt 2,22; cfr Is 53,9). Gesù infatti si è definito la Verità in persona e, parlando in visione al veggente dell'Apocalisse, ha dichiarato totale avversione per « chiunque ama e pratica la menzogna » (22,15). È Lui a svelare la piena verità dell'uomo e della storia. Con la forza della sua grazia è possibile essere nella verità e vivere di verità, perché solo Lui è totalmente sincero e fedele. Gesù è la verità che ci dà la pace.
7. La verità della pace deve valere e far valere il suo benefico riverbero di luce anche quando ci si trovi nella tragica situazione della guerra. I Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, sottolineano che non diventa « tutto lecito tra le parti in conflitto quando la guerra è ormai disgraziatamente scoppiata ».(7) La Comunità Internazionale si è dotata di un diritto internazionale umanitario per limitare al massimo, soprattutto per le popolazioni civili, le conseguenze devastanti della guerra. In molteplici circostanze e in diverse modalità, la Santa Sede ha espresso il suo sostegno a tale diritto umanitario, incoraggiandone il rispetto e la pronta attuazione, convinta che esiste, anche nella guerra, la verità della pace. Il diritto internazionale umanitario è da annoverare tra le espressioni più felici ed efficaci delle esigenze che promanano dalla verità della pace. Proprio per questo il rispetto di tale diritto si impone come un dovere per tutti i popoli. Ne va apprezzato il valore ed occorre garantirne la corretta applicazione, aggiornandolo con norme puntuali, capaci di fronteggiare i mutevoli scenari degli odierni conflitti armati, nonché l'utilizzo di sempre nuovi e più sofisticati armamenti.
8. Il mio grato pensiero va alle Organizzazioni Internazionali e a quanti con diuturno sforzo operano per l'applicazione del diritto internazionale umanitario. Come potrei qui dimenticare i tanti soldati impegnati in delicate operazioni di composizione dei conflitti e di ripristino delle condizioni necessarie alla realizzazione della pace? Anche ad essi desidero ricordare le parole del Concilio Vaticano II: « Coloro che, al servizio della patria, sono reclutati nell'esercito, si considerino anch'essi ministri della sicurezza e della libertà dei popoli. Se adempiono rettamente a questo dovere, concorrono anch'essi veramente a stabilire la pace ».(8) Su tale esigente fronte si colloca l'azione pastorale degli Ordinariati militari della Chiesa Cattolica: tanto agli Ordinari militari quanto ai cappellani militari va il mio incoraggiamento a mantenersi, in ogni situazione e ambiente, fedeli evangelizzatori della verità della pace.
9. Al giorno d'oggi, la verità della pace continua ad essere compromessa e negata, in modo drammatico, dal terrorismo che, con le sue minacce ed i suoi atti criminali, è in grado di tenere il mondo in stato di ansia e di insicurezza. I miei Predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II sono intervenuti più volte per denunciare la tremenda responsabilità dei terroristi e per condannare l'insensatezza dei loro disegni di morte. Tali disegni, infatti, risultano ispirati da un nichilismo tragico e sconvolgente, che il Papa Giovanni Paolo II descriveva con queste parole: « Chi uccide con atti terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso l'umanità, manifestando disperazione nei confronti della vita e del futuro: tutto, in questa prospettiva, può essere odiato e distrutto ».(9) Non solo il nichilismo, ma anche il fanatismo religioso, oggi spesso denominato fondamentalismo, può ispirare e alimentare propositi e gesti terroristici. Intuendo fin dall'inizio il dirompente pericolo che il fondamentalismo fanatico rappresenta, Giovanni Paolo II lo stigmatizzò duramente, mettendo in guardia dalla pretesa di imporre con la violenza, anziché di proporre alla libera accettazione degli altri la propria convinzione circa la verità. Scriveva: « Pretendere di imporre ad altri con la violenza quella che si ritiene essere la verità, significa violare la dignità dell'essere umano e, in definitiva, fare oltraggio a Dio, di cui egli è immagine ».(10)
10. A ben vedere, il nichilismo e il fondamentalismo fanatico si rapportano in modo errato alla verità: i nichilisti negano l'esistenza di qualsiasi verità, i fondamentalisti accampano la pretesa di poterla imporre con la forza. Pur avendo origini differenti e pur essendo manifestazioni che si inscrivono in contesti culturali diversi, il nichilismo e il fondamentalismo si trovano accomunati da un pericoloso disprezzo per l'uomo e per la sua vita e, in ultima analisi, per Dio stesso. Infatti, alla base di tale comune tragico esito sta, in definitiva, lo stravolgimento della piena verità di Dio: il nichilismo ne nega l'esistenza e la provvidente presenza nella storia; il fondamentalismo ne sfigura il volto amorevole e misericordioso, sostituendo a Lui idoli fatti a propria immagine. Nell'analizzare le cause del fenomeno contemporaneo del terrorismo è auspicabile che, oltre alle ragioni di carattere politico e sociale, si tengano presenti anche le più profonde motivazioni culturali, religiose ed ideologiche.
11. Dinanzi ai rischi che l'umanità vive in questa nostra epoca, è compito di tutti i cattolici intensificare, in ogni parte del mondo, l'annuncio e la testimonianza del « Vangelo della pace », proclamando che il riconoscimento della piena verità di Dio è condizione previa e indispensabile per il consolidamento della verità della pace. Dio è Amore che salva, Padre amorevole che desidera vedere i suoi figli riconoscersi tra loro come fratelli, responsabilmente protesi a mettere i differenti talenti a servizio del bene comune della famiglia umana. Dio è inesauribile sorgente della speranza che dà senso alla vita personale e collettiva. Dio, solo Dio, rende efficace ogni opera di bene e di pace. La storia ha ampiamente dimostrato che fare guerra a Dio per estirparlo dal cuore degli uomini porta l'umanità, impaurita e impoverita, verso scelte che non hanno futuro. Ciò deve spronare i credenti in Cristo a farsi testimoni convincenti del Dio che è inseparabilmente verità e amore, mettendosi al servizio della pace, in un'ampia collaborazione ecumenica e con le altre religioni, come pure con tutti gli uomini di buona volontà.
12. Guardando all'attuale contesto mondiale, possiamo registrare con piacere alcuni promettenti segnali nel cammino della costruzione della pace. Penso, ad esempio, al calo numerico dei conflitti armati. Si tratta di passi certamente ancora assai timidi sul sentiero della pace, ma già in grado di prospettare un futuro di maggiore serenità, in particolare per le popolazioni martoriate della Palestina, la Terra di Gesù, e per gli abitanti di talune regioni dell'Africa e dell'Asia, che da anni attendono il positivo concludersi degli avviati percorsi di pacificazione e di riconciliazione. Sono segnali consolanti, che chiedono di essere confermati e consolidati attraverso una concorde ed infaticabile azione, soprattutto da parte della Comunità Internazionale e dei suoi Organi, preposti a prevenire i conflitti e a dare soluzione pacifica a quelli in atto.
13. Tutto ciò non deve indurre però ad un ingenuo ottimismo. Non si può infatti dimenticare che, purtroppo, proseguono ancora sanguinosi conflitti fratricidi e guerre devastanti che seminano in vaste zone della terra lacrime e morte. Ci sono situazioni in cui il conflitto, che cova come fuoco sotto la cenere, può nuovamente divampare causando distruzioni di imprevedibile vastità. Le autorità che, invece di porre in atto quanto è in loro potere per promuovere efficacemente la pace, fomentano nei cittadini sentimenti di ostilità verso altre nazioni, si caricano di una gravissima responsabilità: mettono a repentaglio, in regioni particolarmente a rischio, i delicati equilibri raggiunti a prezzo di faticosi negoziati, contribuendo a rendere così più insicuro e nebuloso il futuro dell'umanità. Che dire poi dei governi che contano sulle armi nucleari per garantire la sicurezza dei loro Paesi? Insieme ad innumerevoli persone di buona volontà, si può affermare che tale prospettiva, oltre che essere funesta, è del tutto fallace. In una guerra nucleare non vi sarebbero, infatti, dei vincitori, ma solo delle vittime. La verità della pace richiede che tutti — sia i governi che in modo dichiarato o occulto possiedono armi nucleari, sia quelli che intendono procurarsele —, invertano congiuntamente la rotta con scelte chiare e ferme, orientandosi verso un progressivo e concordato disarmo nucleare. Le risorse in tal modo risparmiate potranno essere impiegate in progetti di sviluppo a vantaggio di tutti gli abitanti e, in primo luogo, dei più poveri.
14. A questo proposito, non si possono non registrare con rammarico i dati di un aumento preoccupante delle spese militari e del sempre prospero commercio delle armi, mentre ristagna nella palude di una quasi generale indifferenza il processo politico e giuridico messo in atto dalla Comunità Internazionale per rinsaldare il cammino del disarmo. Quale avvenire di pace sarà mai possibile, se si continua a investire nella produzione di armi e nella ricerca applicata a svilupparne di nuove? L'auspicio che sale dal profondo del cuore è che la Comunità Internazionale sappia ritrovare il coraggio e la saggezza di rilanciare in maniera convinta e congiunta il disarmo, dando concreta applicazione al diritto alla pace, che è di ogni uomo e di ogni popolo. Impegnandosi a salvaguardare il bene della pace, i vari Organismi della Comunità Internazionale potranno ritrovare quell'autorevolezza che è indispensabile per rendere credibili ed incisive le loro iniziative.
15. I primi a trarre vantaggio da una decisa scelta per il disarmo saranno i Paesi poveri, che reclamano giustamente, dopo tante promesse, l'attuazione concreta del diritto allo sviluppo. Un tale diritto è stato solennemente riaffermato anche nella recente Assemblea Generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha celebrato quest'anno il 60o anniversario della sua fondazione. La Chiesa cattolica, nel confermare la propria fiducia in questa Organizzazione internazionale, ne auspica un rinnovamento istituzionale ed operativo che la metta in grado di rispondere alle mutate esigenze dell'epoca odierna, segnata dal vasto fenomeno della globalizzazione. L'Organizzazione delle Nazioni Unite deve divenire uno strumento sempre più efficiente nel promuovere nel mondo i valori della giustizia, della solidarietà e della pace. Da parte sua la Chiesa, fedele alla missione ricevuta dal suo Fondatore, non si stanca di proclamare dappertutto il « Vangelo della pace ». Animata com'è dalla salda consapevolezza di rendere un indispensabile servizio a quanti si dedicano a promuovere la pace, essa ricorda a tutti che, per essere autentica e duratura, la pace deve essere costruita sulla roccia della verità di Dio e della verità dell'uomo. Solo questa verità può sensibilizzare gli animi alla giustizia, aprirli all'amore e alla solidarietà, incoraggiare tutti ad operare per un'umanità realmente libera e solidale. Sì, solo sulla verità di Dio e dell'uomo poggiano le fondamenta di un'autentica pace.
16. A conclusione di questo messaggio, vorrei ora rivolgermi particolarmente ai credenti in Cristo, per rinnovare loro l'invito a farsi attenti e disponibili discepoli del Signore. Ascoltando il Vangelo, cari fratelli e sorelle, impariamo a fondare la pace sulla verità di un'esistenza quotidiana ispirata al comandamento dell'amore. È necessario che ogni comunità si impegni in un'intensa e capillare opera di educazione e di testimonianza che faccia crescere in ciascuno la consapevolezza dell'urgenza di scoprire sempre più a fondo la verità della pace. Chiedo al tempo stesso che si intensifichi la preghiera, perché la pace è anzitutto dono di Dio da implorare incessantemente. Grazie all'aiuto divino, risulterà di certo più convincente e illuminante l'annuncio e la testimonianza della verità della pace. Volgiamo con fiducia e filiale abbandono lo sguardo verso Maria, la Madre del Principe della Pace. All'inizio di questo nuovo anno Le chiediamo di aiutare l'intero Popolo di Dio ad essere in ogni situazione operatore di pace, lasciandosi illuminare dalla Verità che rende liberi (cfr Gv 8,32). Per sua intercessione possa l'umanità crescere nell'apprezzamento di questo fondamentale bene ed impegnarsi a consolidarne la presenza nel mondo, per consegnare un avvenire più sereno e più sicuro alle generazioni che verranno.
Dal Vaticano, 8 Dicembre 2005.
BENEDICTUS PP. XVI
martedì, gennaio 03, 2006
LA COMMOZIONE PER GESU’…..
Un film, “Le cronache di Narnia” e l’attacco dei media
Non poteva sfuggire all’Unità e a Repubblica che lo scandalo di Natale – al cinema – è il pericoloso kolossal: “Le cronache di Narnia”. Perché è pericoloso per questa polizia del pensiero? Perché finora la Disney aveva fatto da cassa di risonanza del conformismo “politically correct”. I suoi film trasudavano buonismo ecologista e menavano i bimbi sulla via noiosa del “luogocomunismo”, l’ideologia dominante.
Poi c’è stato lo shock di “The Passion”. Mel Gibson – avendo contro tutta l’industria cinematografica – ha raccontato la cruda e struggente passione di Gesù e ha sbancato, ha travolto ogni record di successo. Così tutti si sono accorti che la figura di Gesù è di gran lunga la più affascinante di tutti i tempi e che i cristiani non sono soltanto bersagli da irridere e da infamare (nei film), ma sono anche un grande pubblico mondiale. Ecco come arrivano “Le cronache di Narnia”. Sia chiaro, questo film, tratto dal racconto di Clive Staples Lewis (uno dei grandi convertiti inglesi del Novecento), è innanzitutto una grande e bella storia (il libro è da anni un classico e ha venduto nel mondo anglosassone circa cento milioni di copie). Ma è facilissimo capire di chi parla la narrazione.
Walter Hooper ha raccontato che una disegnatrice doveva illustrare questi racconti per una casa editrice e un giorno, mentre dipingeva il Leone Aslan, “sanguinante e moribondo, scoppiò a piangere e capì che il motivo per cui si commuoveva era che Aslan, che aveva sacrificato la vita per la salvezza dei suoi piccoli amici, le aveva ricordato Cristo”.
Infatti è così. Giustamente “Tempi” gli ha dedicato una copertina col titolo: “Nasce Cristo il Leone”. E’ una metafora antica perché “il Leone di Giuda” è uno dei titoli di Gesù nell’Apocalisse (5,5): “uno dei Vegliardi mi disse: non piangere più, (perché) ecco il Leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, ha vinto”.
E ha vinto proprio sacrificando se stesso per i suoi amici e per tutti. E’ questo ricordo di Cristo che commuove nel film. Dopo l’inverno e l’inferno delle ideologie si avvicina il tempo che previde Bernanos: “verrà un giorno in cui gli uomini non potranno pronunciare il nome di Gesù senza piangere”. Dev’essere anche per scongiurare l’arrivo di questa primavera che la gelida artiglieria della cultura dominante ha sparato a zero sul film e su Lewis.
Per prima Natalia Aspesi. Su Repubblica ha evocato Pera, Previti e Ruini. Poi ha insinuato che questo film di “allarmante grazia visiva” sia, “come molti deplorano, furbescamente adatto a tempi di superstizione cristiana e invadenza evangelica, per folle integraliste avide di ritorno a valori antichi e minacciosi”. Infine si è diffusa in insulsi pettegolezzi da osteria sulla vita sessuale di Lewis bollato come “teocon”. Se un moscerino si tuffasse in questo mare di sapienza si romperebbe l’osso del collo.
Ma ieri ci ha colpito soprattutto l’Unità che titolava un’intera pagina: “Narnia, un lancio in nome di dio”. Sì, avete letto bene: “dio” con la minuscola, come si faceva in Unione Sovietica ai tempi di Stalin. E dire che nei giorni scorsi il direttore Padellaro aveva fatto di tutto per mostrare che la sua non era più l’Unità del 6 marzo 1953, quella che titolava: “Stalin è morto. Gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’umanità”. Martedì – polemizzando con Berlusconi che aveva mostrato proprio quella prima pagina del 1953 – l’Unità era arrivata a titolare: “Quando anche De Gasperi era ‘complice’ di Stalin”.
Titolo a dir poco temerario visto che il povero statista trentino più di tutti si batté per vincere lo stalinismo in Italia. Ma l’Unità di Padellaro voleva far credere che nella dichiarazione di De Gasperi sulla morte di Stalin emergesse la stessa “complicità” che traspariva dal titolo dell’Unità. Naturalmente era vero il contrario, De Gasperi disse che quella scomparsa lasciava “un vuoto” (come dargli torto? Anche le morti di Hitler, di Gengis Kan e di Attila lasciarono un gran vuoto e che vuoto… grazie al Cielo). De Gasperi però aveva notato soprattutto che questa morte “deve ammonirci tutti intorno ai limiti della persona umana”. Parole che suonavano assai severe verso un Pci togliattiano che aveva partecipato come nessun altro Pc occidentale al “culto della personalità”, evidente anche dal titolo dell’Unità (“gloria eterna…”), in sostanza alla divinizzazione del grande Macellaio. Il quale per l’appunto pretendeva che si scrivesse “dio” con la minuscola. A quel tempo significava manifestare disprezzo verso Dio e il cristianesimo. Considerato il massacro che i comunisti hanno fatto di milioni di cristiani dal 1917 era l’insulto del carnefice alla vittima.
Ma oggi, nel 2005, che significa tornare a quella “d” minuscola? “Si può rimpiangere un regime che scriveva dio con la minuscola e Kgb maiuscolo?”, si domandò Solzenicyn. Non credo proprio che l’Unità di Padellaro lo rimpianga. Quel titolo sarà solo un tic laicista, un goffo infortunio. Ma qualcosa significa. Per esempio significa che – morto Marx – si continua a non darsi pace perché Dio non è morto. E si smania ansiosamente – sull’Unità, ma non solo - perché “negli Usa, ormai, se vogliono avere successo i film devono avere almeno un sottotesto religiosamente corretto”.
In effetti la metafora delle “Cronache di Narnia” è chiaramente cristologica, il Leone che risorge e vince sulla Strega che ha raggelato il mondo è Gesù e il ragazzo a cui egli affida la sovranità – guarda caso – si chiama Peter, Pietro. Ma sarebbe interessante pure chiedersi dove sia quel mondo assiderato dal gelo di cui parla la favola di Lewis. Lui scriveva negli anni della Seconda guerra mondiale ed è abbastanza evidente che la strega bianca che aveva chiuso il mondo nell’inverno senza Natale era il simbolo dei terribili totalitarismi mortiferi. Dove il Leone di Giuda veniva di nuovo martirizzato.
Ma non è anche il nostro tempo un freddo inverno “senza Natale” ? La settimana scorsa, a ridosso del 25 dicembre, sulle prime pagine dei quotidiani italiani - a parte Repubblica che ha proposto la solita omelia laicista di Scalfari sul cristianesimo – non si è vista una sola parola sull’evento che stavamo per celebrare. Sulla prima pagina del Corriere – dove una volta scrivevano per Natale don Giussani, Giovanni Testori o Carlo Maria Martini – è apparso un editoriale di Pigi Battista sul Natale di Pannella. E sul Foglio addirittura un disegno con la capanna di Betlemme e la scritta “Amnistia”. Titolo: “Marcia di Natale”. In sostanza – a dar retta ai quotidiani – il 25 dicembre il mondo si è fermato per celebrare la nascita di Pannella. Sui giornali il Natale di Gesù, come a Narnia, non c’era. Ma coloro che saranno andati con i figli a vedere “Le cronache di Narnia”, infischiandosene della Aspesi e dell’Unità, si saranno forse commossi come quella illustratrice che disegnava il Leone morente. Ancora una volta torna “fra la gente gente” (come diceva Giussani) la grande nostalgia di Gesù, del gigante che attraversa le pagine dei Vangeli e continua a sedurci come fa da duemila anni. E l’umanità sembra esprimere il suo stupore come la poesia di Calderon de la Barca suggerisce al cuore: “La tua voce ha potuto intenerirmi/ La tua presenza trattenermi/ e il tuo rispetto commuovermi./ Chi sei?/ Tu, solo tu, hai destato/ l’ammirazione dei miei occhi,/ la meraviglia del mio udito./ Ogni volta che ti guardo/ mi provochi nuovo stupore/ e quanto più ti guardo/ più desidero guardarti”.
Antonio Socci
domenica, gennaio 01, 2006
Nel 2005 sono 26 i caduti
La geografia dei martiri mappa di nuovo impegno
Andrea Riccardi
I cristiani continuano a morire per la fede e la carità. Secondo il Dossier Fides ben 26 sono caduti nel 2005. E’ una cifra difettosa, perché è difficile conoscere tutte le pieghe del vissuto cristiano. Ci sono "martiri" che, forse, resteranno ignoti. Fonti caldee mi hanno parlato, in tempi recenti, dell’assassinio di una laica cristiana in Iraq per motivi religiosi, che non trovo in questo elenco. I nomi dei caduti di questo rapporto sono legati all’attività pastorale della Chiesa. E sono già tanti. Il martirio accompagna la Chiesa in questo nuovo secolo. Giovanni Paolo II lo aveva detto: la Chiesa torna ad essere Chiesa di martiri.
Si può tracciare una geografia del martirio nel 2005, che fa riflettere sui dolori della comunità ecclesiale e civile del mondo. L’America Latina ha avuto 12 caduti, di cui cinque in Colombia. Lì la Chiesa condivide in profondità la situazione di un paese senza pace da decenni. Padre Sanchez, di soli 32 anni, è stato ucciso davanti ai suoi alunni perché impegnato a tenerli lontano dalla violenza terroristica. La sua figura ricorda Padre Puglisi, che ha liberato tanti giovani dal culto mafioso della violenza. Testimoniare il valore della pace è un grande capitolo dell’impegno dei cristiani per un mondo liberato dalla violenza e dalla guerra.
L’Africa ha avuto otto martiri. Non è facile vivere in un continente segnato da grandi povertà, dalla guerra, dalla malattia, da una diffusa violenza. Ma un gesuita belga di 72 anni, padre de Haes, era in Congo dal 1959 partecipe di tutte le vicende dolorose del paese finché, nel maggio scorso, non è stato assassinato. Il congolese padre Djikulu si era recato in missione di pace presso un temuto capo ribelle, per chiedergli di smetterla con il terrore. Il suo corpo e quello del suo collaboratore, Simon Kayimbi, sono stati mutilati e bruciati. In Kenya, è stato ucciso il vescovo Locatelli (di origine piemontese), 77 anni, nel paese da 40.
La vita e la lotta della Chiesa in Africa rappresentano u na grande risorsa di fede e di pace per questo continente il cui futuro è ancora buio. Ma si muore anche in Europa: in Belgio, padre De Leener, noto per l’ospitalità agli immigrati, è stato ucciso da uno di essi. Ben sette caduti sono morti in missione, lontano dal loro paese di origine.
Il Novecento ha conosciuto tanti missionari uccisi. Il loro sangue, spesso sparso con quello dei cristiani del luogo, costituisce ancora un ponte tra mondi diversi, che l’attuale logica di scontro sembra allontanare tra di loro. I missionari si sono fatti vicini a chi normalmente, nel loro paese, è considerato, se non nemico, quantomeno estraneo. Con la loro vita e la loro morte dicono che quei paesi sono irrinunciabili per la Chiesa. E’ una visione del mondo che non corrisponde alle scelte politiche ed economiche del presente.
La geografia del martirio mostra una fede e un amore forti, anche se vissuti da gente fragile. Nemmeno la morte può spegnerli. Su questo, noi cristiani dovremmo soffermarci: essere cristiani è qualcosa di tremendamente serio. Si è chiesto Benedetto XVI: "Come non dire poi che dappertutto, anche là dove non v’è persecuzione, vivere con coerenza il Vangelo comporta un alto prezzo da pagare?". Sì, infatti il Vangelo comporta il prezzo "dolce" di amare con un amore più grande gli uomini di ogni terra, di vivere la fede come cuore dell’esistenza. Questo emerge dal testamento dei 26 nuovi martiri del 2005. Per coglierlo bisogna accettare lo "scandalo" di vite spese per l’unico necessario, tanto più umili e quindi più grandi di quelle di noi cristiani medi.