domenica, febbraio 26, 2006
MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2006

Carissimi fratelli e sorelle!

La Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della misericordia. È un pellegrinaggio in cui Lui stesso ci accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua. Anche nella “valle oscura” di cui parla il Salmista (Sal 23,4), mentre il tentatore ci suggerisce di disperarci o di riporre una speranza illusoria nell’opera delle nostre mani, Dio ci custodisce e ci sostiene. Sì, anche oggi il Signore ascolta il grido delle moltitudini affamate di gioia, di pace, di amore. Come in ogni epoca, esse si sentono abbandonate. Eppure, anche nella desolazione della miseria, della solitudine, della violenza e della fame, che colpiscono senza distinzione anziani, adulti e bambini, Dio non permette che il buio dell’orrore spadroneggi. Come infatti ha scritto il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II, c’è un “limite divino imposto al male”, ed è la misericordia (Memoria e identità, 29 ss). È in questa prospettiva che ho voluto porre all’inizio di questo Messaggio l’annotazione evangelica secondo cui “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). In questa luce vorrei soffermarmi a riflettere su di una questione molto dibattuta tra i nostri contemporanei: la questione dello sviluppo. Anche oggi lo “sguardo” commosso di Cristo non cessa di posarsi sugli uomini e sui popoli. Egli li guarda sapendo che il “progetto” divino ne prevede la chiamata alla salvezza. Gesù conosce le insidie che si oppongono a tale progetto e si commuove per le folle: decide di difenderle dai lupi anche a prezzo della sua vita. Con quello sguardo Gesù abbraccia i singoli e le moltitudini e tutti consegna al Padre, offrendo se stesso in sacrificio di espiazione.

Illuminata da questa verità pasquale, la Chiesa sa che, per promuovere un pieno sviluppo, è necessario che il nostro “sguardo” sull’uomo si misuri su quello di Cristo. Infatti, in nessun modo è possibile separare la risposta ai bisogni materiali e sociali degli uomini dal soddisfacimento delle profonde necessità del loro cuore. Questo si deve sottolineare tanto maggiormente in questa nostra epoca di grandi trasformazioni, nella quale percepiamo in maniera sempre più viva e urgente la nostra responsabilità verso i poveri del mondo. Già il mio venerato Predecessore, il Papa Paolo VI, identificava con precisione i guasti del sottosviluppo come una sottrazione di umanità. In questo senso nell’Enciclica Populorum progressio egli denunciava “le carenze materiali di coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo… le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, sia dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni” (n. 21). Come antidoto a tali mali Paolo VI suggeriva non soltanto “l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace”, ma anche “il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi e di Dio, che ne è la sorgente e il termine” (ibid.). In questa linea il Papa non esitava a proporre “soprattutto la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità di Cristo” (ibid.). Dunque, lo “sguardo” di Cristo sulla folla, ci impone di affermare i veri contenuti di quell’«umanesimo plenario» che, ancora secondo Paolo VI, consiste nello “sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (ibid., n. 42). Per questo il primo contributo che la Chiesa offre allo sviluppo dell’uomo e dei popoli non si sostanzia in mezzi materiali o in soluzioni tecniche, ma nell’annuncio della verità di Cristo che educa le coscienze e insegna l’autentica dignità della persona e del lavoro, promuovendo la formazione di una cultura che risponda veramente a tutte le domande dell’uomo.

Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità, l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo “sguardo” di Cristo. Il digiuno e l’elemosina, che, insieme con la preghiera, la Chiesa propone in modo speciale nel periodo della Quaresima, sono occasione propizia per conformarci a quello “sguardo”. Gli esempi dei santi e le molte esperienze missionarie che caratterizzano la storia della Chiesa costituiscono indicazioni preziose sul modo migliore di sostenere lo sviluppo. Anche oggi, nel tempo della interdipendenza globale, si può constatare che nessun progetto economico, sociale o politico sostituisce quel dono di sé all’altro nel quale si esprime la carità. Chi opera secondo questa logica evangelica vive la fede come amicizia con il Dio incarnato e, come Lui, si fa carico dei bisogni materiali e spirituali del prossimo. Lo guarda come incommensurabile mistero, degno di infinita cura ed attenzione. Sa che chi non dà Dio dà troppo poco, come diceva la beata Teresa di Calcutta: “La prima povertà dei popoli è di non conoscere Cristo”. Perciò occorre far trovare Dio nel volto misericordioso di Cristo: senza questa prospettiva, una civiltà non si costruisce su basi solide.

Grazie a uomini e donne obbedienti allo Spirito Santo, nella Chiesa sono sorte molte opere di carità, volte a promuovere lo sviluppo: ospedali, università, scuole di formazione professionale, micro-imprese. Sono iniziative che, molto prima di altre espressioni della società civile, hanno dato prova della sincera preoccupazione per l’uomo da parte di persone mosse dal messaggio evangelico. Queste opere indicano una strada per guidare ancora oggi il mondo verso una globalizzazione che abbia al suo centro il vero bene dell’uomo e così conduca alla pace autentica. Con la stessa compassione di Gesù per le folle, la Chiesa sente anche oggi come proprio compito quello di chiedere a chi ha responsabilità politiche ed ha tra le mani le leve del potere economico e finanziario di promuovere uno sviluppo basato sul rispetto della dignità di ogni uomo. Un’importante verifica di questo sforzo sarà l’effettiva libertà religiosa, non intesa semplicemente come possibilità di annunciare e celebrare Cristo, ma anche di contribuire alla edificazione di un mondo animato dalla carità. In questo sforzo si iscrive pure l’effettiva considerazione del ruolo centrale che gli autentici valori religiosi svolgono nella vita dell’uomo, quale risposta ai suoi più profondi interrogativi e quale motivazione etica rispetto alle sue responsabilità personali e sociali. Sono questi i criteri in base ai quali i cristiani dovranno imparare anche a valutare con sapienza i programmi di chi li governa.

Non possiamo nasconderci che errori sono stati compiuti nel corso della storia da molti che si professavano discepoli di Gesù. Non di rado, di fronte all’incombenza di problemi gravi, essi hanno pensato che si dovesse prima migliorare la terra e poi pensare al cielo. La tentazione è stata di ritenere che dinanzi ad urgenze pressanti si dovesse in primo luogo provvedere a cambiare le strutture esterne. Questo ebbe per alcuni come conseguenza la trasformazione del cristianesimo in un moralismo, la sostituzione del credere con il fare. A ragione, perciò, il mio Predecessore di venerata memoria, Giovanni Paolo II, osservava: “La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo ad una sapienza meramente umana, quasi a una scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte sì per l’uomo, ma per un uomo dimezzato. Noi invece sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale” (Enc. Redemptoris missio, 11).

È proprio a questa salvezza integrale che la Quaresima ci vuole condurre in vista della vittoria di Cristo su ogni male che opprime l’uomo. Nel volgerci al divino Maestro, nel convertirci a Lui, nello sperimentare la sua misericordia grazie al sacramento della Riconciliazione, scopriremo uno “sguardo” che ci scruta nel profondo e può rianimare le folle e ciascuno di noi. Esso restituisce la fiducia a quanti non si chiudono nello scetticismo, aprendo di fronte a loro la prospettiva dell’eternità beata. Già nella storia, dunque, il Signore, anche quando l’odio sembra dominare, non fa mai mancare la testimonianza luminosa del suo amore. A Maria, “di speranza fontana vivace” (Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII, 12) affido il nostro cammino quaresimale, perché ci conduca al suo Figlio. A Lei affido in particolare le moltitudini che ancora oggi, provate dalla povertà, invocano aiuto, sostegno, comprensione. Con questi sentimenti a tutti imparto di cuore una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 29 Settembre 2005

BENEDICTUS PP. XVI

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giovedì, febbraio 23, 2006

Diaconi permanenti, mano verso i poveri

L'invito del Papa a diventare «servitori della verità» secondo l'esempio indicato da san Lorenzo

Salvatore Mazza

Accogliere i poveri «con grande cordialità e disponibilità». Cercando «per quanto possibile di aiutarli nelle loro necessità», proseguendo «la grande tradizione» che ha in questo campo la Chiesa di Roma, e facendosi così testimoni «con la parola e le opere» della verità cristiana. È questa l'esortazione che Benedetto XVI ha rivolto ai diaconi permanenti della capitale, ricevendoli ieri mattina in udienza con le loro famiglie nella Sala Clementina nel 25° anniversario del ripristino del diaconato permanente nella Diocesi di Roma. Salutato «con affetto» il cardinale vicario Camillo Ruini, che ha ringraziato per il saluto rivoltogli, Papa Ratzinger ha ricordato ai suoi ospiti il valore della vocazione a essere «servi» sul modello del «Servo per eccellenza, Cristo». E dunque, ha insistito richiamandosi alla sua Enciclica Deus caritas est, servitori della verità portata da Gesù nel Vangelo a iniziare dagli indigenti, perché la fede senza le opere «è morta in se stessa». «L'unione con Cristo, da coltivare attraverso la preghiera, la vita sacramentale e in particolare l'adorazione eucaristica - ha poi dettato il Pontefice - è di massima importanza per il vostro ministero affinché esso possa realmente testimoniare l'amore di Dio. Infatti... da Dio "l'amore può essere comandato perché prima è donato". Cari diaconi, accogliete con gioia e gratitudine l'amore che il Signore nutre per voi e che riversa nella vostra vita, e con generosità donate agli uomini quello che gratuitamente avete ricevuto». Sono oggi «molti i poveri - ha proseguito Benedetto XVI - spesso provenienti da paesi molto lontani dall'Italia, che bussano alle porte delle comunità parrocchiali per chiedere un aiuto necessario a superare momenti di grave difficoltà. Accogliete questi fratelli con grande cordialità e disponibilità e cercate, per quanto possibile, di aiutarli nelle loro necessità». Del resto «la Chiesa di Roma - ha aggiunto - ha una lunga tradizione nel servizio ai poveri della città. In qu esti anni sono emerse nuove forme di povertà: molte persone, infatti, hanno smarrito il senso della vita e non posseggono una verità su cui costruire la propria esistenza; tanti giovani chiedono di incontrare uomini che li sappiano ascoltare e consigliare nelle difficoltà della vita. A fianco della povertà materiale, troviamo anche una povertà spirituale e culturale». Papa Ratzinger ha poi ringraziato i suoi ospiti per «i servizi che con grande generosità svolgete in numerose comunità parrocchiali di Roma, dedicandovi in particolare alla pastorale battesimale e a quella familiare». Insegnando il Vangelo di Cristo, quel Vangelo «che vi è stato consegnato dal Vescovo il giorno della vostra ordinazione», i diaconi possono aiutare concretamente «i genitori che chiedono il battesimo per i loro figli ad approfondire il mistero della vita divina che ci è stata donata e quello della Chiesa, la grande famiglia di Dio, mentre ai fidanzati che desiderano celebrare il sacramento del matrimonio annunciate la verità sull'amore umano, spiegando così che "il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l'icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa"». Ma, ha quindi aggiunto il Pontefice, non è solo in questo che si esaurisce l'apostolato dei diaconi permanenti. Infatti «molti di voi - ha sottolineato ancora Benedetto XVI svolgono un'attività lavorativa negli uffici, negli ospedali e nelle scuole: in questi ambienti siete chiamati ad essere servitori della Verità». Perché, ha spiegato, «annunciando il Vangelo, potrete donare la Parola capace di illuminare e dare significato al lavoro dell'uomo, alla sofferenza degli ammalati, e aiuterete le nuove generazioni a scoprire la bellezza della fede cristiana. Sarete, in tal modo, diaconi della Verità che rende liberi, e condurrete gli abitanti di questa città ad incontrare Gesù Cristo. Accogliere il Redentore nella propria vita è per l'uomo fonte di una gioia profonda, una gioia che può donare la pace anche nei momenti di prova».

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martedì, febbraio 14, 2006


Il testo integrale dell'omelia pronunciata dal cardinale vicario Camillo Ruini ai funerali di don Andrea Santoro

Celebriamo la Messa di suffragio per un sacerdote romano, don Andrea Santoro. Uno dei tanti, perché questa diocesi ha circa 900 sacerdoti e ogni anno alcuni di loro fanno ritorno al Signore. Eppure questa Basilica è straordinariamente affollata, e tutti sappiamo il perché. Don Andrea aveva 60 anni, era originario di Priverno ma come sacerdote era totalmente romano: nato in una famiglia profondamente cristiana, si era formato nel Seminario Romano Minore e poi in quello Maggiore. Era diventato sacerdote 35 anni fa, il 18 ottobre 1970. Poi aveva percorso le tappe consuete della vita e del ministero di un sacerdote romano: vicario parrocchiale nella parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro al Casilino e poi in quella della Trasfigurazione. In seguito parroco della parrocchia di Gesù di Nazareth e finalmente di quella dei Santi Fabiano e Venanzio, fino all'Anno Santo del 2000. E tuttavia già da molti anni don Andrea manifestava una strana inquietudine, che poteva sembrare un'instabilità di carattere. Ha chiesto infatti a più riprese e con forte insistenza, prima al cardinale Poletti e poi a me, di poter lasciare Roma per dedicarsi a esperienze nuove e diverse, sempre però incentrate sulla ricerca della prossimità a Cristo e sulla preghiera. Così già nel 1980 ha passato un periodo a Gerusalemme e anche nel 1993-94 ha trascorso un anno sabbatico, guidando vari pellegrinaggi dell'Opera Romana con meta la Terra Santa e in genere il Medio Oriente. Ma la sua propria strada, la sua chiamata specifica e definitiva don Andrea l'ha individuata con certezza soltanto in età matura, attraverso le esperienze dei pellegrinaggi che continuava a guidare in Medio Oriente e l'affettuosa insistenza dell'allora Vicario Apostolico dell'Anatolia, la parte orientale della Turchia, monsignor Ruggero Franceschini, che lo voleva con sé, come sacerdote "fidei donum", dono della fede, mandato da Roma a rendere presente Cristo in quelle terre dove la fede cristiana aveva messo agli inizi robuste e feconde radici, giungendo da lì ben presto fino a Roma. Proprio questo era l'animo e lo spirito con cui don Andrea chiese di andare in Anatolia: intendeva essere una presenza credente e amica, favorire uno scambio di doni, anzitutto spirituali, tra l'Oriente e Roma, tra cristiani, ebrei e musulmani.
All'inizio la sua richiesta di partire per l'Anatolia mi ha lasciato perplesso e ha trovato in me una certa resistenza: mi rincresceva privare Roma di un ottimo parroco e temevo che don Andrea, uomo pieno di iniziative, non reggesse a lungo in una situazione che non consentiva, invece, molti margini di azione e nemmeno una ricchezza di relazioni. Tra l'altro don Andrea ignorava del tutto la lingua turca. Egli però era un uomo tenace nel domandare, quando riteneva di dover corrispondere a una chiamata del Signore. Così è partito e ricordo l'insistenza con la quale, allora, e tante volte in seguito, mi chiedeva conferma che però egli non andava di propria volontà e nel proprio nome, ma nel nome e per mandato della Chiesa di Roma. Sì, perché don Andrea era, istintivamente, un uomo della Chiesa; nemmeno concepiva di poter appartenere a Cristo senza appartenere alla Chiesa. È cominciato così, nel 2000, il suo soggiorno in Anatolia, dapprima ad Urfa, vicino alla località biblica di Harran, la terra di origine del patriarca Abramo: ad Urfa don Andrea era intimamente felice, pur nella solitudine in cui viveva e nelle grandi difficoltà dell'apprendimento della nuova lingua. Sentiva infatti compiersi misteriosamente in se stesso le parole della chiamata di Abramo, che spesso ripeteva: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò" (Gen 12,1). Dopo tre anni però si apriva per lui una possibilità nuova, dove avrebbe potuto avere una sia pur piccola comunità cristiana e una chiesa da riaprire e restaurare. Andava dunque a Trebisonda - Trabzon in turco -, con gioia e con fiducia, e lì continuava a pregare e a cercare di fare del bene, nel rispetto delle leggi locali, fino a domenica scorsa, a quella fine improvvisa che tutto il mondo conosce ma di cui, nell'ottica di don Andrea, non è importante approfondire i particolari. Dobbiamo soltanto respingere con sdegno le accuse e insinuazioni assurde e calunniose riguardo a mezzi non leciti per ottenere conversioni, escluse in radice dalla sua rigorosa coscienza di cristiano e di sacerdote. Vorrei soffermarmi piuttosto sulla sostanza vera della sua vita e della sua missione, che è anche il significato e l'insegnamento della sua morte. Don Andrea ha preso tremendamente sul serio Gesù Cristo e, da quell'uomo tenace, rigoroso, addirittura testardo che era, ha cercato con tutte le sue forze di muoversi sempre e rigorosamente nella logica di Cristo, e ancor prima di affidarsi a Cristo nella preghiera, non presumendo certo delle proprie forze umane. Per lui dunque valgono davvero le parole che l'Apostolo Paolo ha detto di se stesso: "Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Fil 1,21). Per questo don Andrea è stato, inseparabilmente, uomo di fede e testimone dell'amore cristiano. Uomo di fede, anzitutto: nei molti anni del suo ministero di sacerdote a Roma non si stancava di cercare persone da condurre, o ricondurre, all'incontro con il Signore. Lo spingeva la certezza profonda che Gesù Cristo è il Figlio unigenito di Dio e il nostro unico Salvatore: una certezza che sosteneva la sua vita e gli chiedeva imperiosamente di conformarsi a Cristo in tutte le scelte e i comportamenti quotidiani. Perciò Don Andrea viveva poveramente, era esigente con se stesso, e non di rado anche con gli altri. Le sue richieste, però, erano dettate dall'amore, nascevano dalla carità di Cristo che ardeva in lui e che a volte sembrava fargli dimenticare un poco il senso della misura.
Al centro dei suoi comportamenti stava infatti una semplice convin zione: Gesù Cristo ha dato per tutti la sua vita sulla croce e quindi un discepolo di Cristo, e massimamente un sacerdote, deve a sua volta voler bene a tutti e spendersi per tutti, senza distinzioni. Come scrive l'Apostolo Paolo, "l'amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti" (2Cor, 5,14). Così, forse, possiamo comprendere più profondamente la sua scelta di andare a vivere e a svolgere il ministero in Turchia, anzi, nella parte per noi più remota della Turchia. Don Andrea era un uomo di intelligenza penetrante, e all'occorrenza anche molto concreto. Sapeva bene che in quella terra e tra quelle popolazioni il suo slancio apostolico avrebbe dovuto accettare moltissime limitazioni e di fatto, serenamente, le aveva accettate e interiorizzate. Era convinto infatti che una presenza di preghiera e di testimonianza di vita avrebbe parlato da sé, sarebbe stata segno efficace di Gesù Cristo e fermento di amore e riconciliazione. La sua fine violenta potrebbe portare a concludere che si illudeva. Ma egli una simile fine l'aveva sicuramente messa nel conto, considerata una possibilità concreta: molte sue parole, e forse ancor più alcuni suoi silenzi, ci rendono certi di questo; anch'io ne sono testimone. Il fatto è che don Andrea credeva fino in fondo alle parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo di questa Messa: "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto". In realtà don Andrea era un uomo a cui il coraggio non mancava, un uomo abbastanza lucido e animoso da affrontare giorno dopo giorno, inerme, il rischio della vita. Il suo, infatti, era un coraggio cristiano, quel tipico coraggio di cui i martiri hanno dato prova, attraverso i secoli, in innumerevoli occasioni: un coraggio cioè che ha la sua radice nell'unione con Gesù Cristo, nella forza che viene da lui, in maniera tanto misteriosa quanto vera e concreta.
Di un coraggio analogo ciascuno di noi ha bisogno, se vuole affrontare da cristiano il cammino della vita. E ne abbiamo bisogno tutti insieme, se vogliamo, nell'attuale situazione storica, affermare il diritto alla libertà di religione, madre di ogni libertà, come valido in concreto ovunque nel mondo, davvero senza discriminazioni.
Noi siamo oggi, pur con tutti i nostri difetti, infedeltà e peccati, i cristiani di Roma, e don Andrea era certamente un autentico cristiano di Roma. Ci fa bene perciò ascoltare le parole della Lettera di San Paolo ai Romani che sono state lette nella seconda lettura: "Io sono infatti persuaso che né morte né vita … potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore". Così saremo aiutati anche noi a non cedere alla paura, ricordando l'ammonimento di Gesù: "non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima: temete piuttosto Colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna" (Mt 10,28).
Ho messo l'accento sul coraggio di Don Andrea e sul significato del coraggio cristiano. Questo coraggio, però, non è per colpire ed uccidere, ma per amare e per costruire, in concreto per costruire la comprensione, l'amicizia e la pace là dove troppo spesso regnano l'intolleranza, il disprezzo e l'odio. Ripeto qui le commosse parole pronunciate mercoledì da Papa Benedetto, dopo aver ricordato la lettera di Don Andrea che aveva appena ricevuto: "Il Signore … faccia sì che il sacrificio della sua vita contribuisca alla causa del dialogo fra le religioni e della pace tra i popoli". Questo era certamente l'animo con il quale don Andrea è andato a vivere in Turchia e questo è il senso che egli intendeva dare a una sua eventuale morte violenta e prematura. Spesso si pensa che per ogni singolo uomo, nel nostro caso per don Andrea, con la morte tutto sia terminato. Già la Sapienza dell'Antico Testamento, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, è però di diverso avviso. Essa ci assicura che "le anime dei giusti sono nelle mani di Dio" e "nessun tormento le toc cherà. Agli occhi degli stolti … la loro fine fu ritenuta una sciagura", ma invece "la loro speranza è piena di immortalità". Don Andrea era nutrito di questa certezza; anzi, aveva una speranza ancora più grande: quella speranza e quella certezza che Gesù stesso attesta nel Vangelo di questa Messa, quando parla del chicco di grano che morendo produce molto frutto. Dice infatti Gesù, riferendosi alla propria morte ormai imminente: "È giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo". Anche don Andrea, in unione con Gesù, può dire queste parole: la sua tragica morte è infatti, in realtà, la sua glorificazione; non solo la glorificazione effimera che possiamo attribuirgli noi, ma la gloria eterna che solo Dio può dare. Permettetemi, a questo riguardo, di esprimere con franchezza la mia personale convinzione. Rispetteremo pienamente, nel processo di beatificazione e canonizzazione che ho in animo di aprire, tutte le leggi e i tempi della Chiesa, ma fin da adesso sono interiormente persuaso che nel sacrificio di don Andrea ricorrono tutti gli elementi costitutivi del martirio cristiano.
Termino ricordando con commozione le parole pronunciate da sua madre, Maria Polselli vedova Santoro: «La mamma di don Andrea perdona con tutto il cuore la persona che si è armata per uccidere il figlio e prova una grande pena per lui essendo anche lui un figlio dell'unico Dio che è amore». Alla mamma e alle sorelle di don Andrea siamo tutti vicini con l'affetto, la gratitudine e la preghiera. Esse condividono fino in fondo la fede del loro figlio e fratello e perciò sanno che egli, adesso, è a loro ancora più vicino, nel mistero del Dio che è amore. Allo stesso modo, don Andrea rimane nel cuore della Chiesa di Roma e questa Chiesa confida nella sua intercessione, come in quella di tanti altri propri figli che prima di don Andrea hanno versato il sangue per il Signore.


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martedì, febbraio 14, 2006
La giusta iniziativa del presidente Ciampi per le vittime delle Foibe

I Golgota della storia non tollerano selezioni


Ulderico Bernardi

La dimen-ticanza perde i popoli e le nazioni, ha scritto Niccolò Tommaseo, poiché le nazioni altro non sono che memoria. Il grande dalmata richiamava ciò che vincola nel profondo gli appartenenti a una patria comune. La loro storia, i valori trasmessi dagli avi. Il patrimonio di conquiste e tragedie condiviso nelle generazioni. L'Italia patisce tuttora di smemoratezza per molti aspetti della sua storia recente. Come il calvario di Venezia Giulia e Dalmazia, cominciato con l'8 settembre 1943. Le popolazioni delle province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara, in tempi diversi, pagheranno altissimi costi umani e sociali a quell'evento. Certo, in precedenza c'erano stati Gonars, Arbe e altri campi di concentramento dove l'esercito di occupazione italiano, con i generali Roatta e Robotti, aveva confinato e fatto morire migliaia di sloveni e croati, a famiglie intere, colpevoli di non lasciarsi snazionalizzare. Ma quanto accadde dopo l'armistizio e alla fine delle ostilità nel 1945, raggiunse dimensioni da genocidio. In poco più di un mese i partigiani di Tito uccideranno in modo efferato centinaia di persone. Sprofondate nelle foibe o annegate in mare, perché i delitti incutessero ancora più il terrore. Nell'ottobre del '43, il coraggioso maresciallo dei vigili del fuoco Arnaldo Harzarich era già al lavoro con i suoi uomini per il pietoso recupero delle salme. Inseguendo notizie sussurrate, da verificare in fondo alle voragini. Entro la fine dell'anno aveva recuperato grappoli di povere vittime. Militari italiani e tedeschi, ma anche, e sono i più, donne e uomini di ogni età, gente senza divisa, inerme. I polsi stretti col filo di ferro, talvolta incatenati in unica fila, precipitati nell'abisso col calcio dei fucili o un colpo alla nuca. Finirono così - ad esempio - tre sorelle polesane, Albina di 21 anni, Caterina di 19, Fosca diciassettenne. E un padre col figlio di 18 anni. Quando li riconobbe, la madre impazzì. Erano questi gli italiani «nemici del potere popol are». In fondo alla foiba di Surani profonda 135 metri, dopo otto ore di lavoro, Harzarich e i suoi vigili recuperarono 26 corpi. Tra loro Norma Cossetto, ventitré anni, iscritta al quarto anno di corso nella facoltà di Lettere dell'Università di Padova. Una bella ragazza, allegra di natura, insegnava già lettere italiane nell'Istituto magistrale Regina Margherita di Parenzo. Nella notte del 2 ottobre 1943 un gruppo di partigiani la preleva da casa, dove hanno invano cercato il padre assente. Per questo dovrà patire due orribili giorni di sevizie, violentata dal branco. In ora ignota, tra il 4 e il 5 ottobre, con altri sventurati denudati come lei verrà precipitata nella foiba. Nel 1949 l'Università patavina la proclamerà dottore in Lettere, con una motivazione anodina, quale «caduta per la difesa della libertà». Ora, dopo 63 anni, il Presidente Ciampi l'ha infine decorata con la medaglia d'oro, per «la luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio». Le foibe avranno un seguito nel '45, quando da Trieste e Gorizia, occupate dall'Armata popolare jugoslava, verranno deportate migliaia di persone, colpevoli, a vario grado, della loro italianità. La fine della guerra non farà cessare gli orrori. Secondo le direttive di Tito il terrore quotidiano ha lo scopo di sollecitare all'esodo. Nuovi martiri si aggiungeranno. Come i giovani sacerdoti don Miro Bulesich e Don Francesco Bonifacio, rei di esercitare il loro ministero tra i parrocchiani sconvolti. L'accanimento contro la Chiesa fa parte del disegno nazionalcomunista, e colpirà tra gli altri anche il vescovo Santin, figura di riferimento per tutti gli esuli. Davanti all'Europa delle diversità, impegnata a unirsi, non si tratta di perpetuare «i ruggini dolorosi dell'Istria», come li definì Pierpaolo Pasolini, ma di aggiungere addendi di verità e giustizia al memento comune. Mai più odi etnici.



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giovedì, febbraio 09, 2006
INTERVENTO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
IN OCCASIONE DEL "GIORNO DEL RICORDO".

Palazzo del Quirinale, 8 febbraio 2006

Signor Presidente della Corte Costituzionale,
Signor Vice Presidente del Senato della Repubblica,
Signor Vice Presidente del Consiglio dei Ministri,
Signori Ministri,
Onorevoli Parlamentari,
Autorità,
Signore e Signori,

sono oggi qui con voi, per onorare le finalità della Legge che, con decisione pressoché unanime del Parlamento, ha istituito il "Giorno del Ricordo". Le cito:
"conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale".
E' giusto che agli anni del silenzio faccia seguito la solenne affermazione del ricordo.
La celebrazione di quest'anno si arricchisce di un momento di grande significato: la prima consegna a congiunti delle vittime di una medaglia dedicata a quanti perirono in modo atroce, nelle foibe, al termine della seconda guerra mondiale.
Il riconoscimento del supplizio patito è un atto di giustizia nei confronti di ognuna di quelle vittime, restituisce le loro esistenze alla realtà presente perché le custodisca nella pienezza del loro valore, come individui e come cittadini italiani.

L'evocazione delle loro sofferenze, e del dolore di quanti si videro costretti ad allontanarsi per sempre dalle loro case in Istria, nel Quarnaro e nella Dalmazia, ci unisce oggi nel rispetto e nella meditazione.

Questo nostro incontro non ha valore puramente simbolico; testimonia la presa di coscienza dell' intera comunità nazionale.

L'Italia non può e non vuole dimenticare: non perché ci anima il risentimento, ma perché vogliamo che le tragedie del passato non si ripetano in futuro.

La responsabilità che avvertiamo nei confronti delle giovani generazioni ci impone di tramandare loro la consapevolezza di avvenimenti che costituiscono parte integrante della storia della nostra patria.

La memoria ci aiuta a guardare al passato con interezza di sentimenti, a riconoscerci nella nostra identità, a radicarci nei suoi valori fondanti per costruire un futuro nuovo e migliore.
L'odio e la pulizia etnica sono stati l'abominevole corollario dell'Europa tragica del Novecento, squassata da una lotta senza quartiere fra nazionalismi esasperati.
La Seconda guerra mondiale, scatenata da regimi dittatoriali portatori di perverse ideologie razziste, ha distrutto la vita di milioni di persone nel nostro continente, ha dilaniato intere nazioni, ha rischiato di inghiottire la stessa civiltà europea.

Questa civiltà - alla quale noi italiani abbiamo dato, nel corso dei secoli, uno straordinario contributo intellettuale e spirituale - è fatta di umanità, rispetto per "l'altro", fede nella ragione e nel diritto, solidarietà. Le prevaricazioni dei totalitarismi non sono riuscite a distruggere questi principi: essi sono risorti, più forti che mai, sulle devastazioni della guerra; hanno cementato la volontà degli europei di perseguire, uniti, obiettivi di pace e di progresso.

L'Italia, riconciliata nel nome della democrazia, ricostruita dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale anche con il contributo di intelligenza e di lavoro degli esuli istriani, fiumani e dalmati, ha compiuto una scelta fondamentale. Ha identificato il proprio destino con quello di un'Europa che si è lasciata alle spalle odi e rancori, che ha deciso di costruire il proprio futuro sulla collaborazione fra i suoi popoli basata sulla fiducia, sulla libertà, sulla comprensione.

In questa Europa di fratellanza e di pace, le minoranze non sono più vittime di divisioni e di esclusione, ma sono fonte e simbolo di rispetto e di arricchimento reciproco, di dialogo e di costruttiva collaborazione. Animata da questo spirito, l'Italia ha rafforzato il proprio impegno per favorire il processo di rinascita e di riaffermazione dei diritti delle minoranze italiane in Slovenia e Croazia, in base ai principi cui debbono attenersi tutti i Paesi membri dell'Unione Europea.

Il nostro europeismo non nega, anzi rafforza l'amore per la patria, radicato negli ideali del Risorgimento. Essi ci hanno trasmesso, insieme alla ritrovata coscienza dell'unità nazionale, il sentimento profondo di fraternità fra tutte le nazioni, libere e indipendenti.

A oltre cinquant'anni di distanza dall'inizio del progetto politico europeo, la consapevolezza delle ragioni che lo determinarono, la memoria dei rischi fatali corsi dai popoli europei sono necessarie per mantenere vigile la difesa delle fondamenta del vivere civile, del rispetto per la dignità della persona umana.

Nel ricordare il cammino percorso da allora, possiamo rivendicare con orgoglio, dopo gli immani travagli del secolo scorso, gli straordinari avanzamenti compiuti.

Il ricordo di quei travagli e dell'indicibile fardello di dolore che essi hanno addossato ai popoli europei rafforza la coscienza dei valori di civiltà in cui si sostanzia l'identità europea. Il presente e il futuro dell'Europa si fondano sul sentimento di comune appartenenza di tutti gli europei e sul consolidamento di un unico spazio in cui i principi e le libertà dell'Unione Europea siano da tutti pienamente condivisi. La volontà di popoli un tempo fieramente avversi di vivere insieme, nell'Unione Europea, assicura un futuro di comune progresso, nella democrazia e nella libertà.

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giovedì, febbraio 09, 2006
«DON ANDREA E' MORTO DA TESTIMONE»

“Don Andrea era un uomo di dialogo, non era certo un uomo che si poneva in contrapposizione né era venuto per fare proselitismo. Ha sempre cercato di dialogare, anche perché in fondo questa situazione ci è imposta dall’ambiente in cui ci troviamo, dove la nostra presenza è ridotta al minimo”: con queste parole mons. Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia, ricorda don Andrea Santoro, il sacerdote Fidei donum della Diocesi di Roma che è stato ucciso nella sua chiesa di Trabzon, in Anatolia, ieri pomeriggio, domenica 5 febbraio, mentre era raccolto in preghiera.

“Don Andrea è venuto qui come testimone – prosegue Mons. Padovese -, ha lasciato Roma dove è stato parroco per diversi anni, ed è venuto in questa realtà minuscola perché amava la Chiesa e amava le origini della Chiesa, che è nata in queste terre, da qui si è aperta al mondo. Era attratto da questa terra per questi motivi ma era anche attratto dalla volontà di dialogo con il mondo musulmano. E’ venuto come testimone ed è morto da testimone.”

Il Vicario apostolico sottolinea che “è difficile capire questo gesto, anche se sembra dettato da una finalità di odio religioso” ed lancia un appello: “Alla comunità cattolica dico di non lasciarci soli, abbiamo bisogno del sostegno di tutti i cristiani, perché è difficile vivere in questa terra in momento come questi, quando avvengono episodi tragici. Ma è una terra che va amata, come va amato il popolo turco, che è un popolo buono. Occorre comunque far capire a tutti, indistintamente, che occorre dissociarsi da questi atti di violenza”. (S.L.)
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sabato, febbraio 04, 2006
IRC, l'«Ora» mai più fuori dalla scheda
Che l’autonomia scolastica consenta larghe possibilità di adattamento dei percorsi formativi e dell’organizzazione interna è un dato di fatto. E costituisce anche una grande risorsa, a patto che vengano salvaguardati alcuni parametri da rispettare a livello nazionale.
Il Ministero dell’Istruzione ha recentemente pubblicato le linee guida del Portfolio delle competenze (che prende il posto delle vecchie schede di valutazione), allegandone uno schema. In tale schema, secondo il principio dell’autonomia, ci sono parti a struttura libera, che quindi possono essere all’occorrenza modificate, ed altre a struttura predefinita e invariabile.
Tra queste ultime figura l’elenco delle valutazioni delle singole discipline, tra le quali, come è logico trattandosi di materia curricolare obbligatoria per chi se ne avvale, figura la valutazione dell’Insegnamento della religione cattolica così come delle attività ad esso alternative.
La collocazione dell’IRC all’interno del Portfolio non può quindi essere messa in discussione da nessun collegio docenti, prassi che invece ci risulta trovar seguaci presso alcuni dirigenti scolastici della nostra provincia.
Fortunatamente registriamo a proposito una circolare del Dirigente Scolastico Regionale ai dirigenti dei CSA della nostra regione la quale ricorda che «non è legittimo modificare le parti obbligatorie già strutturate» del Portfolio e del relativo documento di valutazione, e che perciò «le valutazioni periodiche di IRC e delle attività alternative vanno incluse nel testo complessivo e non in foglio a parte». Riusciranno i nostri «eroi», dunque, ad osservare una normativa così chiara e così autorevolmente ribadita?
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