giovedì, marzo 23, 2006
TESTIMONI DELLA FEDE

Cattolici: martirio globalizzato

Il maggior numero di omicidi è stato perpetrato in Colombia,dove la Chiesa paga un prezzo pesante alla presenza evangelica In sei anni 25 vite spezzate, tra cui quella di un vescovoIl martirologio contempla spesso missionari provenienti da Paesi del Sud del mondo. In Africa è l’area subsahariana
la più pericolosa

Di Gerolamo Fazzini

L'ultimo della serie (per ora) è padre Eusebio Ferrao, sacerdote di Goa, in India. L'hanno ammazzato nella notte fra il 17 ed il 18 marzo. Ieri la polizia ha arrestato gli autori dell'omidicio, ma rimane sconosciuto il movente, anche se l'agenzia Asia News avanza l'ipotesi che il sacerdote abbia pagato con la vita il suo impegno per la pace, dal momento che era solito commentare, su un giornale locale, le violenze interreligiose che avvengono nella zona.
Se guardiamo a questo inizio d'anno, l'elenco dei missionari martiri appare già consistente. India, Turchia, Filippine, Burundi, Angola, Nigeria sono i Paesi toccati in queste settimane dalla violenza, cui si possono aggiungere Indonesia (tre cattolici in prigione, condannati ingiustamente a morte) e Afghanistan, dove un cristiano convertitosi all'islam ha rischiato di essere ucciso con l'accusa di apostasia (vedere box).
I dati recenti non fanno che confermare un trend chiarissimo: il martirio cristiano non conosce confini. Così come variegata è la gamma delle situazioni in cui si consuma il martirio, che comprendono la criminalità comune, la guerra e la violenza diffusa, l'intolleranza religiosa, di matrice musulmana o induista.
Scavando nelle biografie dei martiri del nuovo millennio (lo abbiamo fatto riferendoci soprattutto all'elenco stilato dall'agenzia vaticana Fides, che peraltro fa riferimento solo ai cattolici e quasi esclusivamente a personale religioso), il dato che più balza all'occhio è proprio la «globalizzazione del martirio». Se il Novecento ha lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue cristiano, dovuto soprattutto all'imperversare dei totalitarismi (comunismo e nazismo), anche il XXI secolo si è aperto nel segno del martirio. Che tocca contesti politici e religiosi differenti e accomuna persone con varie vocazioni (sacerdoti, suore, laici…). Insomma, il martirio del terzo millennio si caratterizza sempre più come esperienza universale, «cattolica». Sono una quarantina i Paesi in cui si è registrato almeno un caso di morte violenta a danno di cattolici nel periodo 2000-2005. Fides ha contato 163 vittime in totale, con una punta di 35 nel 2003.
Ma che si tratti di un elenco largamente deficitario (del resto difficile da compilare) lo prova un censimento analogo, condotto nel 2005 da Asia News e relativo solo al continente asiatico e all'anno precedente. Ebbene, troviamo in quell'elenco anche numerose vittime in Paesi islamici quali Bangladesh, Indonesia e Iraq oppure retti da regimi comunisti, come nel caso di Cina e Vietnam.
Il maggior numero di missionari uccisi (ma l'elenco di Fides - ricordiamo - comprende anche suore, seminaristi e, in piccola parte, laici) si registra in un Paese di tradizione cattolica come la Colombia. La guerra civile che da una quarantina d'anni tiene in scacco il Paese fa sì che la Chiesa paghi un pesantissimo prezzo nella testimonianza evangelica. In sei anni la Chiesa colombiana ha visto spezzate le vite di ben 25 persone (compreso un vescovo). Tante quante le persone eliminate nei quattro Paesi asiatici più colpiti dalla violenza: India, Pakistan, Filippine e Indonesia. L'America Latina annovera un numero non esiguo di martiri: oltre alla Colombia, sono Brasile, Messico, Giamaica e Guatemala i Paesi più colpiti. Nella maggior parte dei casi, gli omicidi a danno dei religiosi sono maturati in contesti di forte degrado sociale, violenza diffusa, delinquenza. Oppure sono il prezzo di una testimonianza di servizio alla causa della giustizia e della pace che ha esposto i diretti interessati all'ostilità di fazenderos (ricordiamo il caso di suor Dorothy Stang), politici corrotti o criminali locali.
Prendendo in considerazione l'Africa, si nota che la stragrande maggioranza dei Paesi teatro di martirio non si trova nel Maghreb a maggioranza islamica, bensì nell'area sub-sahariana, in zone di guerra o dove permangono focolai di tensione. Appartengono a questa categoria la Repubblica Democratica del Congo (ben 15 missionar i martiri dal 2000 al 2005), l'Uganda e il Burundi. Nel caso di Sudafrica e Kenya siamo in presenza di Paesi caratterizzati da un tasso di violenza urbana notevole e da pesanti squilibri economici che alimentano rapine e aggressioni. Solo nel caso della Nigeria - com'è noto, in alcuni Stati della Federazione i rapporti tra musulmani e cristiani sono molto tesi - si può parlare di un fattore religioso all'origine di uccisioni di cristiani.
Se la distribuzione geografia degli episodi di martirio è eloquente della condizione di pericolo in cui molte comunità crtistiane vivono quotidianamente, uno sguardo alle provenienze geografiche dei martiri del nuovo millennio riserva sorprese interessanti. I martirologi di oggi contemplano infatti, non di rado, esponenti di Chiese del Sud del mondo, a dimostrazione di un impegno ad gentes sempre più marcato. Lo scorso 27 ottobre, ad esempio, le cronache registrano l'omicidio, a Kingston, capitale della Giamaica, dei padri Suresh Barwa e Marco Candelario Lasbuna, entrambi membri dei Missionaries of the Poor. Sono stati uccisi mentre lavavano i piatti dopo una festa in casa. Ebbene, padre Marco era filippino, mentre il confratello Suresh veniva dall'India. Un segno di universalità che rende ancor più significativo il dono della vita.


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giovedì, marzo 23, 2006

Bruno Vespa e gli insegnanti di religione

Bruno Vespa, sul Resto del Carlino del 23 marzo 2006, asserisce che gli insegnanti di religione siano in larga parte sacerdoti. Peccato che sia esattamente il contrario. In larghissima parte sono laici

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sabato, marzo 18, 2006

Famiglia sei priorita

 

Vita soggetto sociale Educazione Lavoro Fisco Welfare

 

Elezioni politiche 2006

 

 

 

Perché la famiglia

 

I temi che riguardano la famiglia impongono chiarezza di scelte ed una grande capacità di progettare non solo per il presente, ma anche per il futuro che è costituito dai nostri figli.

 

Le grandi trasformazioni in atto ci confermano che la famiglia è la priorità cui il legislatore dovrà guardare con sempre maggiore attenzione. Senza di essa l'Italia, e con essa l’Europa, non hanno futuro: viene meno la stessa capacità di una società di rigenerarsi e di progredire. Ogni attacco contro la famiglia, diretto o indiretto, è in realtà un attacco alle basi che sorreggono la nostra convivenza sociale, e in definitiva un suicidio culturale.

 

Disgregare la famiglia, intenzionalmente o con l’omissione di serie politiche di supporto, significa rendere meno competitiva, meno prospera l’intera società, così come la negazione dei diritti della famiglia mette a rischio il permanere degli stessi diritti della persona, che per secoli hanno contraddistinto la nostra cultura occidentale.

 

 

Quali politiche familiari

 

Porre l'accento sul soggetto famiglia significa individuare degli interventi politici che ne promuovano le relazioni e le funzioni sociali. Lo specifico delle politiche familiari è la capacità di superare le attuali forme di assistenzialismo per attuare coraggiosi interventi di carattere promozionale, universale e distintivo, avendo come destinatari non i singoli membri del nucleo familiare, bensì la famiglia in quanto tale. Le famiglie oggi hanno imparato ad affrontare e risolvere i problemi e i bisogni più diversi attraverso quella specifica forma di solidarietà e sostegno costituito dall'associazionismo familiare, che permette loro di diventare protagoniste delle proprie scelte.

 

L'associazionismo familiare deve quindi essere riconosciuto come un soggetto sociale nuovo, espressione di responsabilità e autonomia delle famiglie stesse, che non vogliono essere ridotte a semplice oggetto di assistenza.

 

Per questo si chiede il pieno riconoscimento del ruolo dell’associazionismo familiare quale interlocutore specifico delle politiche familiari, in base ad una corretta applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale, che mira

 

a promuovere la responsabilità e il protagonismo dei cittadini, per il benessere dell'intera società.

 

 

1 Vita

 

• E' fondamentale operare per il riconoscimento della soggettività giuridica dell’essere umano in ogni fase del suo sviluppo, nel seno materno o anche quando si trova in una provetta.

 

In conformità a questo principio si richiede l’impegno a non consentire modifiche peggiorative della legge 40/04 sulla procreazione medicalmente assistita.

 

• Fermo restando il giudizio negativo sulla legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza, si richiede di mettere in atto un’effettiva tutela sociale della maternità vigilando sull’applicazione integrale della “parte preventiva” della stessa legge.

 

• Di conseguenza, andranno riformati i consultori familiari in modo da renderli luoghi effettivi di ricerca di possibili alternative all’aborto.

 

• Coerentemente con la scelta per la vita, si richiede di non permettere l’introduzione dell’eutanasia nell’ordinamento giuridico italiano, ma di promuovere piuttosto condizioni adeguate per continuare a vivere in piena dignità anche nella sofferenza.

 

 

2 Famiglia soggetto sociale

 

 La Costituzione italiana, testo fondamentale del nostro ordinamento sociale, riconosce che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio (art. 29) e che quindi è un soggetto sociale che precede e fonda il vivere civile.

 

Non sono ammissibili lo svuotamento del matrimonio a favore di indistinti, incontrollabili, indocumentabili e indisciplinabili legami affettivi, e l’equiparazione tra matrimonio ed altre formazioni sociali di varia ed eterogenea natura.

 

• Nel rapporto tra famiglia e Stato la famiglia assolve il proprio obbligo e dovere fondamentale di costituire il nucleo fondante la società, e lo Stato ha l'obbligo, attraverso proprie determinazioni, di proteggere e tutelare la valenza sociale e pubblica della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna.

 

• Occorre dunque porre l’accento sul soggetto famiglia, come soggetto sociale autonomo, da cui dovrebbero discendere norme di promozione che abbiano come destinataria la famiglia in quanto tale.

 

• L'applicazione di serie politiche familiari è la migliore forma di prevenzione e di contrasto all'aumento delle situazioni di povertà e di emarginazione.

 

• Si chiede il pieno riconoscimento del ruolo dell’ssociazionismo familiare quale soggetto pubblico specifico ed autonomo.

 

 

3 Educazione

 

• Il tema educativo è sempre più centrale e decisivo per il futuro delle nuove generazioni. L’educazione rimanda sia al compito primario ed insostituibile di entrambi i genitori nella famiglia, sia al ruolo della scuola, sia al ruolo dei mezzi di comunicazione.

 

• È decisivo che la famiglia possa svolgere nella scuola il proprio originale ruolo di responsabilità educativa, contribuendo a definire in modo concordato con i docenti il percorso scolastico personalizzato dei propri figli, costruendo così un’alleanza educativa.

 

• E' necessario oggi definire e costruire con tutte le Regioni quei percorsi di istruzione e formazione professionale indispensabili per contrastare l’ancora enorme dispersione scolastica e per allargare l’offerta formativa.

 

• Va garantita non solo l’autonomia costituzionale delle istituzioni scolastiche, ma anche il raggiungimento della piena parità fra scuole statali e non statali. Le famiglie non debbono più essere discriminate in base al reddito nella loro libertà di scelta della scuola.

 

• Di fronte ad una comunicazione sempre più invasiva e capillare, la famiglia chiede l’applicazione certa di elementari regole della convivenza civile, nel pieno rispetto in primo luogo dei minori.

 

 

4 Lavoro

 

• E' urgente realizzare una politica integrata e globale di conciliazione tra esigenze del lavoro ed esigenze della vita familiare, che deve riguardare sia l’organizzazione del mondo lavorativo sia l’organizzazione del sistema sociale.

 

• Si chiede quindi di allargare e tutelare il ricorso alle varie modalità di part-time a richiesta, garantendone l’esercizio effettivo; di migliorare l’utilizzo della legge sui congedi parentali; di intervenire con integrazioni salariali per i periodi passati in regime di part-time o di congedo.

 

• In merito all’organizzazione del sistema sociale, va aumentata l’offerta sia pubblica che privata di servizi maternoinfantili, in modo da valorizzare al meglio tutte le risorse e le soggettività presenti sul territorio.

 

• Va riconosciuto l’apporto rilevante che il lavoro familiare assicura sia alla micro-economia della famiglia sia alla macro-economia sociale, attuando sostanziali modifiche alle attuali normative sul lavoro domestico.

 

• La crescente presenza di lavoratori extra-comunitari nel nostro Paese deve far pensare alla tutela e alla promozione anche delle loro famiglie, sia attraverso misure che contrastino la precarietà dei lavoratori immigrati, sia attraverso una politica promozionale dei ricongiungimenti familiari, sia attraverso il necessario sostegno all’integrazione scolastica dei figli.

 

 

5 Fiscalità

 

• E’ necessario prendere atto che ancora oggi in Italia il carico fiscale grava in modo particolarmente ingiusto sulle famiglie con figli a carico.

 

• Va introdotto un sistema fiscale basato non solo sull’equità verticale, ma anche sull'equità orizzontale per cui, a parità di reddito, chi ha figli da mantenere non deve pagare la stessa entità di tasse di chi non ne ha.

 

• Il reddito imponibile di un capofamiglia deve dunque essere calcolato non solo in base al reddito percepito, ma anche in base al numero dei componenti della famiglia a carico dello stesso.

 

• E' quindi auspicabile un sistema di deduzioni dal reddito percepito pari al reale costo di mantenimento di ogni membro a carico della famiglia, quindi certamente di molto superiori alle attuali.

 

• Inoltre, va affrontato il problema dei cosiddetti “incapienti”, con l'introduzione di un’integrazione al reddito pari alla deduzione non goduta.

 

• Si pone il problema di sanare la disparità di trattamento tra famiglia monoreddito e bireddito. L’art. 53 della Costituzione, che prevede il dovere di contribuire alle spese pubbliche in rapporto alla propria capacità contributiva,

 

viene palesemente contraddetto dall’attuale sistema fiscale, che non considera in maniera adeguata la diminuita capacità contributiva derivante dall’avere figli a carico.

 

 

6 Welfare

 

Il welfare è il crocevia di una serie di temi centrali per la famiglia: salute, sicurezza, previdenza, servizi di educazione e cura, rapporto tra le generazioni, parità uomo-donna, abitazione, ecc., per il "benessere relazionale" generato dalla famiglia.

 

• I servizi sociali quindi devono porre al centro del proprio intervento la famiglia e i suoi legami, quelle reti di solidarietà informale che costituiscono una risorsa di responsabilità e creatività dell'intera società.

 

• Va privilegiato un sistema di cura che permetta ai membri deboli della famiglia l'opzione di essere accuditi dai propri familiari, e nello stesso tempo, devono essere garantite quelle strutture in grado di offrire alla famiglia sostegni e servizi in caso di difficoltà.

 

• Specifica attenzione è richiesta nei confronti di quei nuclei che presentano particolari situazioni di bisogno: povertà, esclusione sociale, presenza di membri deboli, precarietà lavorativa, vedovanza, immigrazione, separazione o divorzio.

 

• Anche la nuova legge sull’affido condiviso dovrà trovare piena attuazione e completamento.

 

Un welfare basato sul principio di sussidiarietà chiede alle istituzioni di pensarsi e di agire al servizio della crescita della società civile.

 

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giovedì, marzo 16, 2006

L'insegnamento religioso in Europa

DANIMARCA
Insegnamento protestanteluterano
FRANCIA
La scuola primaria lascia un giorno
libero agli studenti che vogliano recarsi
presso la Chiesa di appartenenza per la
formazione religiosa; in Alsazia-Mosella
c'è l'insegnamento religioso cattolico
nelle scuole primarie e secondarie
GRAN BRETAGNA
Insegnamento gestito dalle
principali confessioni esistenti nel
paese, e che formulano un programma
con sfumature interconfessionali
GERMANIA
Insegnamento religioso cattolico,
oppure riformato (protestante), a scelta
delle famiglie o degli studenti;
virtualmente si può insegnare anche
un'altra religione quando vi siano degli
studenti sufficienti a costituire un corso.
PORTOGALLO
Insegnamento cattolico, possibilità
per altre confessioni.
SPAGNA
Insegnamento cattolico, possibilità
per altre confessioni.
ITALIA
Insegnamento della religione
cattolica, insegnamento dell'ebraismo,
possibilità di presenza per alcune altre
confessioni religiose.
OLANDA
Insegnamento cattolico o riformato,
possibilità per altre religioni e per
l'insegnamento umanistico
BELGIO
Insegnamento religioso cattolico
(ma anche ebraico) oppure, in
alternativa, insegnamento di etica
non religiosa.
FINLANDIA
Insegnamento protestante-luterano
oppure, in alternativa insegnamento
di tipo etico.
RUSSIA
Una recentissima legge ha
introdotto l'insegnamento dei
fondamenti della cultura religiosa
ortodossa, mentre vi è possibilità
per altre religioni.
POLONIA
Insegnamento cattolico, possibilità
per altre religioni
REPUBBLICA CECA
Previsto insegnamento cattolico,
da attuare.
SLOVACCHIA
Insegnamento cattolico.
AUSTRIA
Insegnamento cattolico, possibilità
per altre religioni.
ROMANIA
Insegnamento ortodosso, possibilità
per altre religioni.
CROAZIA
Insegnamento cattolico.
SERBIA
Insegnamento ortodosso, possibilità
per altre religioni.
GRECIA
Insegnamento ortodosso.

OSSERVAZIONI
quando si dice "possibilità per altre religioni", si parla di una possibilità
giuridica, che può essere o meno realizzata a seconda della consistenza
di altre confessioni; in alcuni casi si tratta dell'ebraismo.
Le uniche sperimentazioni conosciute di insegnamento islamico si
rintracciano:
in Spagna, dove si consente alla comunità islamica di fruire dei locali
scolastici fuori dell'orario curriculare;
in Austria;
in Germania, dove per la comunità turca è possibile l'insegnamento
islamico.
Ma si trova difficoltà a reperire insegnamenti in grado di svolgerlo. Si
tratta comunque di esperienze limitate e recentissime, su cui non si
hanno dati certi.

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giovedì, marzo 16, 2006
L'ANALISI
Nella stragrande maggioranza degli Stati del continente l’inserimento della religione nella scuola è una regola: ecco la mappa

Europa: quell'«ora» non è un'eccezione

Dopo il 1989 l'insegnamento è già stato reintrodotto in Polonia, Croazia, Slovacchia, Lettonia, Lituania, Romania
e Russia, mentre nella Cechia e in Ucraina se ne discute

Di Carlo Cardia

Il problema dell'insegnamento religioso nelle scuole, di cui si è tornati a parlare sulla stampa, non è mai stato una questione puramente amministrativa. Esso è stato al centro delle grandi trasformazioni dello Stato moderno, ed ha seguito le vittorie e le sconfitte del carattere democratico e laico degli ordinamenti europei. Oggi è legato anche al progresso delle nostre società sulla via dei diritti umani e della libertà religiosa. Nei periodi di conflitto tra Stato e Chiesa, soltanto il laicismo estremo ha estromesso del tutto la religione nella scuola. Così è avvenuto nella Francia dell'Ottocento, dove l'insegnamento cattolico andava e veniva a seconda se al potere erano i rivoluzionari o gli orleanisti, i moderati o i separatisti della Terza repubblica. Altrettanto in Spagna, dove il succedersi di regimi anticlericali a regimi tradizionalisti estrometteva o garantiva la religione dalle strutture pubbliche. Neanche il liberalismo italiano ha mai avuto il coraggio di eliminare la religione dalle scuole elementari, che erano le uniche strutture scolastiche di massa dell'epoca. La Legge Coppino del 1877 presentava delle ambiguità, ma il Consiglio di Stato ammise l'insegnamento cattolico lasciandone l'attivazione ai Comuni e alla scelta delle famiglie. Nella quasi totalità dei casi i Comuni lo ammisero, la generalità delle famiglie lo scelsero. I nostri padri liberali mantennero una saggezza che non sempre si è trasmessa ai loro eredi. Il grande gelo cala, invece, in Europa con il totalitarismo comunista che cancella ogni traccia di religione dalla scuola in quasi metà degli ordinamenti europei. Da Mosca a Praga, da Budapest a Sofia, a Belgrado, fino a Bucarest e a Varsavia (ma qui fu più difficile), il disegno di scristianizzazione della società cercò di recidere le radici che ciascuna Chiesa aveva con il suo popolo. La fine dei totalitarismi, di destra e di sinistra, è all'origine di riforme che hanno confermato lo stretto rapporto che esiste tra scuola, l ibertà religiosa, tradizioni nazionali nella maggior parte d'Europa. I Paesi già concordatari raccordano l'insegnamento religioso con i principi di libertà e di laicità e confermano tutti, dall'Italia alla Germania, dal Portogallo alla Spagna e all'Austria, un legame solido tra scuola e religione, accentuandone il carattere culturale e aperto a tutti i cittadini. Soprattutto, la più grande svolta si determina con la caduta del totalitarismo sovietico e con la riconciliazione dei Paesi ex-comunisti con la democrazia e la laicità dello Stato. Credo che quasi tutti ignorino che l'insegnamento religioso, nelle forme libere e garantite per tutti, è stato reintrodotto in Polonia e in Croazia, in Slovacchia e in Lettonia, in Lituania, Romania e Russia. In altri Paesi, come nella Repubblica Ceca e in Ucraina, se ne sta discutendo e si stanno valutando modi e forme per la sua regolamentazione. Tutto ciò avviene o con nuovi Concordati (almeno 10, oltre quelli già esistenti) o con leggi unilaterali dello Stato. Se si considera che l'insegnamento religioso è rimasto sino ai giorni nostri in quasi tutti i Paesi protestanti del nord-Europa e nella Grecia dell'ortodossia, si può constatare come nella stragrande maggioranza degli ordinamenti europei la scuola si collega con la religione nelle forme ereditate dalle rispettive tradizioni, ortodossa, cattolica, protestante, in più d'un caso nella forma ebraica. Credo si possano trarre da questo quadro fortemente omogeneo alcune considerazioni. In primo luogo vi si ritrova la smentita più netta alle tesi di quanti, ancora in questi giorni, cercano di sostenere che l'insegnamento cattolico in Italia costituisca un'eccezione, anziché la conferma quasi di una regola seguita nell'Europa delle democrazia e dei diritti umani. In secondo luogo, l'insegnamento è impartito sulla base del principio di libera scelta da parte delle famiglie, o dei ragazzi; e sul presupposto che i programmi, i docenti e i libri di testo siano rispettosi dei princi pi fondamentali delle società occidentali, in materia di libertà, di struttura della famiglia, e via di seguito. Infine, e per conseguenza, lo Stato richiede a tutte le Chiese garanzie sui docenti, e sui programmi di insegnamento, perché non si pongano in essere predicazioni e comportamenti intolleranti o fanatici. Solo in questo orizzonte può essere considerata l'ipotesi ventilata di una forma di insegnamento islamico. Tenendo presente, in primo luogo, che non esistono oggi i presupposti giuridici che sono alla base della normativa scolastica italiana e di altri Paesi e che si è di fronte invece ad ostacoli specifici e di notevole rilievo. Non c'è nel nostro Paese una confessione islamica organizzata e riconosciuta dallo Stato. Esistono diversi gruppi, non di rado in forte conflitto tra di loro. E ciò impedisce che si possa dar vita ad un insegnamento che non si fonderebbe su alcuna comunità, istituzione, o gerarchia confessionale. Non si può, poi, ignorare il potenziale conflitto tra alcuni profili dell'attuale modo d'essere dell'islamismo e questioni fondamentali per le nostre socialità - la tematica dei diritti umani, a cominciare dalla libertà religiosa, i principi di eguaglianza tra uomo e donna, la struttura monogamica del matrimonio - che costituiscono il patrimonio più prezioso della tradizione laico-cristiana dell'Italia e dell'Occidente. Aprire con leggerezza una divaricazione su questi punti vorrebbe dire porre le premesse di un serio regresso del tessuto sociale e culturale e frenare quel dialogo inter-religioso che deve svolgersi su presupposti chiari e inequivoci su alcuni principi fondamentali. Inoltre, la consapevolezza del momento storico che viviamo impone chiarezza su un altro punto assai delicato. Nel momento in cui il fondamentalismo islamico costituisce una realtà concreta in tanti Paesi da cui proviene l'immigrazione, sarebbe errato non avvertire il rischio che, attraverso legittimazioni frettolose e canali sensibili come quelli scolastici, possano filtrare soggetti capaci di trasmettere altri messaggi, realizzare collegamenti ambigui, porre a rischio valori fondamentali della vita civile. Questi sono alcuni degli ostacoli che rendono oggi irrealizzabile, e non ipotizzabile, una presenza islamica organica nella scuola italiana. Ciò non vuol dire che in futuro non si possa esaminare il problema; ma quando le condizioni storiche offrano garanzie certe che il sistema di valori su cui fonda la nostra società non venga intaccato, o posto a rischio, da una presenza che deve puntare ad integrare tutti coloro che vivono sul nostro territorio, e non a dividere la società italiana.


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mercoledì, marzo 15, 2006
ABORTO, EUTANASIA, PROCREAZIONE ASSISTITA, FAMIGLIA

DIFESA DELLA VITA, UNA SFIDA
CHE SI VINCE UNITI

«La prima sfida è quella della vita»: questa tesi è stata presentata da Giovanni Paolo II al mondo intero nell’ultimo suo importante discorso rivolto a tutti gli ambasciatori, il 10 gennaio 2005.

«La sfida della vita», disse il Papa in quell’occasione, «precede quella "del pane", "della pace", "della libertà religiosa". È una sfida che investe tutti i livelli: religioso, culturale, educativo, sociale, politico, legislativo».

In questo orizzonte dobbiamo valutare il referendum sulla procreazione medicalmente assistita e le prospettive della prossima legislatura. Ultimamente, la consultazione popolare del giugno scorso è stata sul valore dell’uomo, anche quando è appena comparso nell’esistenza nella condizione della più estrema povertà e dipendenza.

Il risultato dimostra la salutare inquietudine della gente di fronte al tema proposto e la forza unitiva del valore della vita. L’unità del "cosiddetto mondo cattolico" ha suscitato una unità più grande, coinvolgendo parti significative anche del "cosiddetto mondo laico" e ha rotto i confini dei partiti determinando una "trasversalità" non solo ideale, ma anche strategica, nonostante la dura avversione dei principali mezzi di comunicazione.

Grande deve essere la riconoscenza verso Famiglia Cristiana, che ha dato un apporto quanto mai importante alla strategia e al risultato. Pesanti preoccupazioni gravano sulla prossima legislatura. Da un lato, si promette la riforma peggiorativa della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita e si annuncia l’introduzione dell’eutanasia; dall’altro, si delinea l’offensiva in favore delle unioni omosessuali e di fatto.

Sulla questione dell’aborto è doloroso, poi, constatare la sordità e anzi l’aggressività di non pochi settori politici di fronte alla mano tesa dei cattolici, i quali negli ultimi mesi hanno delineato una possibile strategia: per trovare i consensi necessari a un cambiamento di rotta volto a salvare il maggior numero possibile di vite umane e restituire alle madri la libertà di non abortire: non discutere della legge (sebbene vada sempre ricordato il giudizio di La Pira, che la definì "integralmente iniqua"), ma correggerne l’applicazione.

È sperabile, al riguardo, che la riforma dei consultori familiari sia messa in cantiere, ma fino ad ora molte risposte sono state sprezzanti. Come affrontare, dunque, in Italia sul piano politico-legislativo, la "sfida della vita"?

Quanto accadrà dipende dal voto degli elettori. Ma, molto, forse ancor più, dipenderà dalla possibilità di continuare in Parlamento quella trasversalità in vista del valore della vita, che ha ottenuto il risultato referendario.

Il presupposto della "trasversalità" è l’idea che ci sono cose più importanti dei partiti e delle ascese personali dei singoli. Essa non si attua soltanto a parole, ma con una quotidiana conduzione di strategie e tattiche che decidono in comune, oltre i confini dei partiti, priorità, tempi, linguaggi.

La trasversalità determina un clima di amicizia solida anche tra chi ha opinioni nettamente diverse in altri settori della politica. Essa indica persino una particolare spiritualità della politica: vale la pena affrontarne le asprezze per contribuire non ad aumentare onori e sostanze personali, ma a far vincere la "sfida della vita".


Carlo Casini



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martedì, marzo 07, 2006
INCHIESTA
UNA RICERCA DELL’ISTITUTO IARD SUGLI STILI DELLA RELIGIOSITÀ GIOVANILE IN ITALIA

Dal 2001 la percentuale dei credenti tra i ragazzi è calata dall’80 al 69 per cento. Soltanto il 30 per cento crede davvero. Gli altri sono atei, o hanno una "fede fai da te".

Le relazioni tra i giovani e la fede emergono all’inizio del Millennio come una condizione assai dinamica, che alterna momenti di fervore per pochi, ripensamenti per qualcuno e un orizzonte denso di incertezze per molti.
Il Centro di orientamento pastorale ha indagato in una grande ricerca dell’Istituto Iard gli stili della religiosità giovanile in Italia, dalla quale appare netta la contrazione della dimensione pubblica della fede e della dimensione comunitaria della Chiesa.

Mostra l’immagine di un giovane, cattolico o no, fragile, inquieto, poco soddisfatto, sballottato da una modernità che non riesce a governare, poca fiducia nel futuro e voglia di lottare, anche di ribellarsi. Ha paura degli altri, visti come minaccia piuttosto che come risorsa. E cerca comportamenti comodi, quelli di solito che infilano all’angolo la responsabilità. L’esempio della convivenza al posto del matrimonio lo spiega bene. Solo il 13 per cento è contrario, il 47 per cento è favorevole comunque, mentre quasi tre giovani su 10 l’ammettono prima di sposarsi, per provare.

Il "bricolage" religioso

La percentuale dei credenti è calata negli ultimi quattro anni: dall’80 al 69 per cento. I giovani scivolano verso l’ateismo anche dichiarato, oppure verso, spiega la ricerca, "forme di bricolage religioso", slegate dalla Chiesa. Solo il 30 per cento dei giovani attribuisce importanza elevata alla dimensione religiosa, altrettanti la ritengono "trascurabile", e il resto si pone in una posizione di "incertezza". L’analisi del trend degli ultimi 10 anni dice tuttavia che le cose non vanno poi così male, perché rispetto al Duemila, che ha fatto segnare il dato più basso, ora si è in recupero.

Una ripresina c’è anche per la partecipazione alla Messa, che si stabilizza sul 15 per cento. La religione resta al terz’ultimo posto tra le cose importanti della vita, preceduta dallo sport, gli interessi culturali, l’amicizia, la famiglia.

Ma ciò che fa ulteriormente riflettere è che all’ultimo posto c’è la politica e al penultimo l’impegno sociale. La fede non è definitivamente spenta (dicono di pregare tutti i giorni due giovani su 10), ma la fiducia nella Chiesa dei giovani tra i 15 e i 34 anni è alta solo per il 17 per cento, nulla e bassa per il 35 per cento, mentre il resto sospende il giudizio. Rispetto a cinque anni fa, per il 10 per cento è aumentata, ma per il 26 è diminuita. In contro tendenza la fiducia verso i sacerdoti, che aumenta costantemente negli ultimi 10 anni.


Tra "occasionali" e "ritualisti"

In relazione al livello culturale della famiglia, la ricerca nota che più alta è la cultura più è bassa la propensione a credere nella Chiesa. Mentre accade esattamente il contrario con la tensione verso una dimensione spirituale.
I non credenti e gli agnostici si trovano di più tra i maschi che tra le femmine.

I giovani "cattolici occasionali", quelli che frequentano a Natale e a Pasqua, sono circa due milioni e mezzo (18 per cento); quelli definiti "ritualisti", che vanno a Messa ma per i quali la fede è irrilevante nella vita, sono anch’essi quasi due milioni e mezzo (più femmine che maschi); poco più di un milione sono i cattolici "intimisti", che non vanno a Messa ma dicono di pregare molto; mentre i "cattolici ferventi" sono poco meno di un milione tra i giovani.

La trasmissione della fede vede sulla breccia nonne e madri: quasi assente il padre, dietro anche al nonno. Tra i cattolici più convinti si registra un 20 per cento che indica anche religiosi e catechisti. I giovani vanno più al cimitero che a Messa e solo il 30 per cento dei praticanti ha partecipato a qualche inziativa proposta da associazioni e movimenti. Tra le propensioni di partecipazione, i giovani preferiscono i grandi appuntamenti nazionali o internazionali, come le Giornate mondiali della gioventù, più che la vita della parrocchia.

Il ragionamento sui valori conferma la scelta intimista. La salute sta al primo posto, la politica all’ultimo. La religione è in fondo alla lista. La fiducia va riposta negli scienziati, poi nell’Onu e nella polizia. I sacerdoti si attestano al nono posto, dopo i militari e prima degli industriali. In fondo, naturalmente, ci sono sindacati, Governo, partiti e politici. Riguardo ai comportamenti riprovevoli, in testa ci sono il danneggiamento di cose pubbliche e le botte tra tifosi, in fondo divorziare, avere rapporti sessuali prima del matrimonio e convivere. Il 37 per cento dei praticanti non legge mai quotidiani e il 30 per cento i settimanali. E il 28 per cento non apre mai un libro.

Quasi tutti i giovani invece conoscono qualcuno che si droga e a metà di essi è stata offerta. La diffusione di droghe leggere è significativa. Il 29 per cento ha dichiarato di essersi ubriacato almeno una volta. L’ultima annotazione della ricerca è sul concetto di rischio, che oggi connota il successo personale. Ebbene, la sua rivalutazione non riesce nei giovani a operare una distinzione tra valenze positive e negative e così si assiste a una estensione dei comportamenti pericolosi.

Alberto Bobbio
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sabato, marzo 04, 2006
LA LETTERA
Al maestro di scuola elementare (o primaria)

Dimmi, che fine hai fatto?


Aldo Viviano

Carissimo maestro,
qual è il tuo "oggi", dopo che non sei più "tuttologo", cioè dopo che il ministero della Pubblica Istruzione t'ha indotto a dire addio all'insegnamento di tutto a tutti? Come ti trovi nel modulo di tre o di quattro docenti? Quale il criterio delle scelte nuove e della tua stessa nuova collocazione? Spero che i lavori di gruppo ti avvicinino di più agli scolari da formare soprattutto, prima ancora di istruire. Vale la pena non solo di domandarsi dove tu stia andando nell'età tecnologica e come ti misuri con le problematiche odierne, ma pure chiedersi se quell'esperienza di maestro-padre è rimasta, oppure ti sei ridotto a svolgere freddamente e settorialmente le tue ore da rigido dipendente dell'Ente.
Mi rendo conto che molte cose sono cambiate nelle diverse ed accelerate esigenze dei giorni e che la qualità della scuola non può non armonizzare col proprio tempo e con le nuove esperienze per conservare la sua funzione attiva. Siamo lontani dagli anni di Plutarco che nel primo secolo suggeriva il calore delle madri, maestri incensurabili, pedagoghi valenti. E pure dal buon Edmondo De Amicis dal cuore generoso, però non vorremmo togliere nulla a queste ed altre pagine letterarie. Sarà più facile recuperare l'immagine un po' sfocata di quegli che fu il primo amore al di là delle pareti domestiche. Consentimi un elogio al mio maestro che probabilmente assomiglia anche al tuo. A me il termine "tuttologo" non piace. Lo puoi dire con ironia di colui che scrive di tutto, ostentando competenze che non ha; ma non di chi ha guidato per mesi la mano su foglio bianco, ha insegnato agli occhi a leggere, capire una pagina scritta, tra interessi, affetti, concretezze. Se non ci fosse più, bisognerebbe inventarlo quel signor maestro al quale potevo affidare con orgoglio o mitezza di bimbo la mia ignoranza, le domande, insieme alle sbucciature al ginocchio, il cerume delle orecchie, la voglia di fantasticare, il modo di amare.
Nel mio nebuloso, ritrovo appunt o lui, l'incontro-scontro con i suoi sguardi che sembravano contenere la calma bruna della terra appena arata o attraversata dai venti stagionali. Quegli occhi erano scintille e provocazioni, possedevano la chiave per tutto il misterioso universo che cominciava a gravitarmi intorno. Quella mista ed affollata classe di estrazione prevalentemente contadina è rimasta, con la lavagna, i quaderni, i pastelli (che belli quei colori!...), il calamaio, il pennino, il banco, il calcolo, i dettati. Conobbi il mare, le città, l'Italia, l'Europa, senza vederli. Sentii l'emozione della poesia, lo stupore della bellezza e della natura.
Ora ti chiedo: qual è il tuo "oggi", quale il domani degli allievi. Cordialmente.



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