martedì, maggio 30, 2006

Discorso al campo di Auschwitz-Birkenau (28 maggio 2006)
«Signore, perché hai taciuto?»

Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l'uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa.

Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: "Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui… Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro dello sterminio e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa". Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra: "Sono sei milioni di Polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazione", ricordò allora il Papa. Qui egli elevò poi il solenne monito al rispetto dei diritti dell'uomo e delle nazioni, che prima di lui avevano elevato davanti al mondo i suoi Predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e aggiunse: "Pronuncia queste parole […] il figlio della nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio. E non lo dice per accusare, ma per ricordare. Parla a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati…".

Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco. Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco – figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell'onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell'intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. Sì, non potevo non venire qui. Il 7 giugno 1979 ero qui come Arcivescovo di Monaco-Frisinga tra i tanti Vescovi che accompagnavano il Papa, che lo ascoltavano e pregavano con lui. Nel 1980 sono poi tornato ancora una volta in questo luogo di orrore con una delegazione di Vescovi tedeschi, sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione. È ancora questo lo scopo per cui mi trovo oggi qui: per implorare la grazia della riconciliazione – da Dio innanzitutto che, solo, può aprire e purificare i nostri cuori; dagli uomini poi che qui hanno sofferto, e infine la grazia della riconciliazione per tutti coloro che, in quest'ora della nostra storia, soffrono in modo nuovo sotto il potere dell'odio e sotto la violenza fomentata dall'odio.

Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell'Israele sofferente: "…Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose… Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svégliati, perché dormi, Signore? Déstati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!" (Sal 44,20.23-27). Questo grido d'angoscia che l'Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d'aiuto di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e domani – soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi.

Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l'uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l'umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l'uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell'egoismo, della paura degli uomini, dell'indifferenza e dell'opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l'abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall'altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui. Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza – una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell'universo, ma che è una cosa sola con l'amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell'amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell'irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio.

Il luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Come Giovanni Paolo II ho percorso il cammino lungo le lapidi che, nelle varie lingue, ricordano le vittime di questo luogo: sono lapidi in bielorusso, ceco, tedesco, francese, greco, ebraico, croato, italiano, yiddish, ungherese, neerlandese, norvegese, polacco, russo, rom, rumeno, slovacco, serbo, ucraino, giudeo-ispanico, inglese. Tutte queste lapidi commemorative parlano di dolore umano, ci lasciano intuire il cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l'immagine di Dio. Alcune lapidi invitano ad una commemorazione particolare. C'è quella in lingua ebraica. I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall'elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: "Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello" si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l'annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all'uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell'uomo, del forte. C'è poi la lapide in lingua polacca: In una prima fase e innanzitutto si voleva eliminare l'élite culturale e cancellare così il popolo come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava ad esistere, a un popolo di schiavi. Un'altra lapide, che invita particolarmente a riflettere, è quella scritta nella lingua dei Sinti e dei Rom. Anche qui si voleva far scomparire un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli. Esso veniva annoverato tra gli elementi inutili della storia universale, in una ideologia nella quale doveva contare ormai solo l'utile misurabile; tutto il resto, secondo i loro concetti, veniva classificato come lebensunwertes Leben – una vita indegna di essere vissuta. Poi c'è la lapide in russo che evoca l'immenso numero delle vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il regime del terrore nazionalsocialista; al contempo, però, ci fa riflettere sul tragico duplice significato della loro missione: liberando i popoli da una dittatura, dovevano servire anche a sottomettere gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell'ideologia comunista. Anche tutte le altre lapidi nelle molte lingue dell'Europa ci parlano della sofferenza di uomini dell'intero continente; toccherebbero profondamente il nostro cuore, se non facessimo soltanto memoria delle vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore. Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell'orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation – come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia. Con profondo rispetto e gratitudine ci inchiniamo davanti a tutti coloro che, come i tre giovani di fronte alla minaccia della fornace babilonese, hanno saputo rispondere: "Solo il nostro Dio può salvarci. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d'oro che tu hai eretto" (cfr Dan 3,17s.).

Sì, dietro queste lapidi si cela il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l'odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l'opera dell'odio. Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. Vogliono portarci a quei sentimenti che si esprimono nelle parole che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all'orrore che la circonda: "Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare".

Grazie a Dio, con la purificazione della memoria, alla quale ci spinge questo luogo di orrore, crescono intorno ad esso molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene. Poco fa ho potuto benedire il Centro per il Dialogo e la Preghiera. Nelle immediate vicinanze si svolge la vita nascosta delle suore carmelitane, che si sanno particolarmente unite al mistero della croce di Cristo e ricordano a noi la fede dei cristiani, che afferma che Dio stesso e sceso nell'inferno della sofferenza e soffre insieme con noi. A Oświęcim esiste il Centro di san Massimiliano e il Centro Internazionale di Formazione su Auschwitz e l'Olocausto. C'è poi la Casa Internazionale per gli Incontri della Gioventù. Presso una delle vecchie Case di Preghiera esiste il Centro Ebraico. Infine si sta costituendo l'Accademia per i Diritti dell'Uomo. Così possiamo sperare che dal luogo dell'orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l’amore.

L'umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una "valle oscura". Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia – con un Salmo d'Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza … Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni" (Sal 23, 1-4. 6).

 

postato da: religioneascuola alle ore 14:15 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, maggio 25, 2006

Ignoranza religiosa - ORA DI RELIGIONE

Un insegnamento da "inculturare"
di Laura Badaracchi

Abramo, chi era costui? E Giacobbe, Mosè, Giovanni Battista? Circa 20 mila insegnanti di religione cattolica si ritrovano in classe a dover fare i conti con alunni che dimostrano una scarsa cultura religiosa di base e un’informazione talvolta ancor più carente su personaggi che hanno segnato la storia delle religioni. Non solo le figure bibliche, ma anche i profeti di ieri e i martiri di oggi – da Gandhi a Martin Luther King – sembrano sconosciuti alla maggioranza degli studenti.

«Le lacune, però, si riscontrano in tutte le materie, dalla storia alla letteratura», sottolinea Ignazio Loconte, da quasi vent’anni insegnante di religione in un liceo scientifico di Foggia, convinto che più grave dell’ignoranza sia «il non saper pensare a livello religioso, cioè l’incapacità dei ragazzi di porsi delle domande di senso». Eppure le domande fondamentali ci sono. Solo che, «rispetto ai secoli scorsi, sono più seppellite», nascoste dai continui trilli del cellulare, dal rapido flusso mediatico d’immagini e da una società che soddisfa ogni bisogno materiale. Prima di parlare di valori e di dialogo ecumenico, dunque, forse bisogna puntare alla riscoperta dell’identità personale, commenta Loconte: «Ai giovani interessa sapere come la religione critichi il mondo in cui ci troviamo, cosa dice di diverso: cercano dei testimoni che non parlino in "ecclesialese", pur senza svendere a basso prezzo le loro convinzioni».

L’ora di religione può quindi rappresentare per i ragazzi un’occasione di sintesi del sapere culturale ed esistenziale, una sorta di "agorà" sui generis dove l’adolescente trova chi lo aiuta a mettere nelle caselle giuste ciò che impara a scuola e nella vita? Un ruolo impegnativo per i docenti, chiamati a confrontarsi con i genitori, che richiedono una maggiore competenza pedagogica – specie con i bambini più piccoli – e con la precarietà degli incarichi annuali. Mentre giacciono tra Camera e Senato 13 progetti di legge sullo stato giuridico degli insegnanti di religione, l’Ufficio catechistico nazionale della Conferenza episcopale italiana ha pubblicato il documento conclusivo sulla sperimentazione dei nuovi programmi di religione cattolica: un testo «offerto per la formazione dei docenti», sottolinea don Vittorio Bonati, responsabile della Cei per il settore "Insegnamento della religione cattolica".

Fra le competenze da raggiungere attraverso l’itinerario didattico, figura una programmazione sempre più interdisciplinare e «l’attenzione a un’educazione interculturale e interreligiosa». Nelle diocesi di tutta Italia si svolgono già da alcuni anni convegni e corsi di aggiornamento su queste tematiche, riferisce Pasquale Troìa, docente di religione in un liceo scientifico romano e membro del Consiglio nazionale dello Snadir (Sindacato nazionale autonomo insegnanti di religione), che organizza e promuove iniziative in quest’ambito. «Era un’esigenza avvertita dai colleghi», commenta Troìa. Infatti, «parlare di intercultura significa indicare un processo che comporta un cambiamento di mentalità e di metodi, una maggiore cooperazione tra docenti delle varie discipline». In Sardegna, ad esempio, una classe ha studiato un monumento collegandolo alla storia del dialetto e delle feste liturgiche, recuperando così il patrimonio culturale e religioso di antiche tradizioni. Partendo dalla convinzione che «senza l’arte non si può insegnare religione», dice Troìa. «Il cristianesimo si è avvalso di tutte le forme culturali, anzi, è nato come religione interculturale, basti pensare a san Paolo».

A livello ecumenico, a Roma è stata avviata una collaborazione tra i valdesi della Società biblica italiana e il Vicariato, per una presenza della Bibbia nelle scuole, non solo durante l’insegnamento della religione. Anche le proposte in campo interreligioso non mancano: se l’insegnante di religione cattolica è chiamato a ripartire da una minima alfabetizzazione religiosa, forse è un docente chiamato a offrire spazi di confronto in cui conoscere Islam ed ebraismo. E i ragazzi delle medie sembrano interessati: Francesco Bianchi, un dottorato di ricerca in ebraico a Torino e varie pubblicazioni alle spalle, racconta agli alunni la sua passione per Gerusalemme, «città ebraica, cristiana e musulmana». Dopo aver parlato della Shoah attraverso il film documentario Gli ultimi giorni di Steven Spielberg, il tredicenne Paolo ha scritto: «Signore, perdona la mia vita fetida». E Francesca ha deciso di portare all’esame un racconto di Elie Wiesel letto in classe.

Spazio anche ai meninos de rua di "Central do Brasil", per parlare della dignità umana violata, e ai problemi del razzismo che emergono già a 13 anni. «Ai ragazzi bisogna insegnare una tolleranza reciproca fra loro stessi, che si estende a coloro che vengono da lontano», nota Bianchi. È importante educarli prima all’accoglienza del compagno di banco, poi di chi è diverso per razza o appartenenza religiosa.

Una sensibilità su questi temi anima anche Daniele Dallatomasina, che insegna in due scuole medie a Pregnana e Novate Milanese. Nel tempo libero si occupa di commercio equo e solidale e nel ’98 ha fondato a Lainate l’associazione "Cose dell’altro mondo". Il professore deve fare i conti con classi in cui la percentuale degli alunni "non avvalentesi" è arrivata anche al 45 per cento: stando alle statistiche nazionali, circa la metà prendono questa decisione per uscire dalla scuola un’ora prima; solo il 9,7 per cento svolge attività didattiche e formative, mentre circa il 40 per cento si dedica allo studio assistito e non. Numeri che demoralizzano, ma allo stesso tempo stimolano «ad affinare la proposta didattica», testimonia Dallatomasina.


Così il docente ha costruito un suo sito per comunicare con alunni e genitori (http://digilander.iol.it/altromond), dove verifiche e ripassi sono trasformati in cruciverba a tema, oltre alla possibilità di trovare i commenti a film come Mission e Mississipi burning e di cliccare su un’ampia galleria di simboli cristiani presenti nelle chiese e nelle catacombe. Con alcuni colleghi ha organizzato delle lezioni di educazione alla salute, parlando delle dinamiche del commercio equo, mentre in terza media ha presentato l’Islam, «nella speranza che dalla conoscenza venga meno la paura del diverso».

Iniziative che hanno dato risultati positivi? Qualche volta: trattando il tema dell’antisemitismo, Dallatomasina ricorda che cinque ragazzi non avvalentisi della religione vollero partecipare alle lezioni preparate con la docente di lettere. «I genitori, informati in precedenza da una comunicazione scritta, hanno compreso la valenza culturale dell’iniziativa».

L’ora di religione piace anche ad Antonio, quattordicenne di Castellammare di Stabia, «quando parliamo di amore, amicizia, sessualità». La sua insegnante, suor Cristina Faroni, vicepreside dell’istituto "Santa Croce", affronta questi temi cercando di «chiarire innanzitutto i termini, parlando con verità e senza ambiguità, senza eludere le domande». In classe parla anche di pena di morte, di spiritismo e sètte sataniche: «I ragazzi vogliono sapere perché tanta gente si interessa alle pratiche esoteriche. Ma soprattutto cercano testimoni: purtroppo intorno a loro non vedono esempi, modelli positivi che li facciano interrogare».


Con loro, la religiosa francescana ha imparato a non dare nulla per scontato, dalla conoscenza dei sacramenti al significato della Chiesa: «Spesso i libri di testo sono superati, perché presuppongono una cultura religiosa che non esiste più». Gennaro, 12 anni, è convinto che Mosè «era quello del Principe d’Egitto, il ragazzo che litigava con Ramses»: lo ha visto al cinema. Per Carmela «era un amico di Gesù: infatti anche lui camminava sulle acque». Risposte che fanno sorridere ma allo stesso tempo fotografano il livello della conoscenza biblica dei ragazzi. Secondo suor Cristina, occorre innanzitutto «essere più credibili come insegnanti: abbiamo dei valori da proporre ripartendo talvolta da zero, con un programma più esiguo ma concreto».

«I programmi danno una pista da adattare alla realtà dei ragazzi che ti trovi davanti», conferma suor Luigina Cipriani, da 16 anni impegnata con i bambini delle scuole elementari, in cui nota negli ultimi anni un progressivo deficit nei valori umani, prima che cristiani, insieme alla mancanza di nozioni religiose e di educazione. «Non apprezzano né i giochi né il cibo che hanno». Le cause? «La famiglia è sempre più assente, disunita, frettolosa; i bambini esprimono le loro carenze affettive attraverso l’aggressività», riferisce la religiosa, che auspica un’ora di religione come occasione di collaborazione tra maestri e genitori. Anche se spesso ci si scontra con problemi pratici, senza mezzi e strumenti che sono ormai di ordinaria amministrazione in una scuola, come una fotocopiatrice, un proiettore o un videoregistratore funzionanti; talvolta, però, «noi insegnanti siamo impreparati nell’uso del computer e delle nuove tecnologie», ammette la religiosa, che usa i video per raccontare agli alunni la vita dei bambini rumeni, cattolici e ortodossi. Piccole storie di ecumenismo vissuto.


Quando si stabilisce una relazione autentica tra docenti e famiglie, comunque, i risultati si vedono: è il caso di Redan, un bambino musulmano dello Yemen «sempre interessato alle lezioni e pronto al confronto tra riti cristiani e quelli della sua religione», ricorda suor Luigina. I genitori, entrambi medici e islamici osservanti, desiderano che i loro tre figli partecipino all’ora di religione cattolica, per favorire la loro integrazione in classe e nella società. Redan ha imparato sui banchi il significato del dialogo interreligioso: «Dio è uno», diceva ai compagni, «lo chiamiamo soltanto con nomi diversi».

Laura Badaracchi

postato da: religioneascuola alle ore 11:08 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, maggio 25, 2006
Benedetto XVI un anno dopo. Che cosa ha fatto di nuovo
Tra le innovazioni introdotte da papa Joseph Ratzinger ce n’è una speciale: ascoltare domande in pubblico e a tutte rispondere, improvvisando. L’ha fatto con i giovani, i preti, i bambini

di Sandro Magister


Tra le novità da lui introdotte nel suo primo anno da papa – che scocca in questa settimana di Pasqua – ce n’è una che Joseph Ratzinger predilige. Tant’è vero che l’ha ripetuta più volte.

E quella dei colloqui pubblici a domande e risposte. Benedetto XVI arriva, saluta i presenti, ma non legge loro un discorso preparato in anticipo. Semplicemente si sottopone a delle domande. E a ciascuna risponde, improvvisando.

L’ha fatto con i preti della piccola diocesi di Aosta dove era in villeggiatura, il 25 luglio 2005.

L’ha fatto con i bambini della prima comunione riuniti in piazza San Pietro, il 15 ottobre.

L’ha fatto con i preti della sua diocesi di Roma, il 3 marzo 2006.

L’ha fatto con i giovani che si preparavano alla Giornata Mondiale della Gioventù, tre giorni prima della domenica delle Palme, in piazza San Pietro, il 6 aprile.

In tutti questi quattro casi la presa delle sue parole sui presenti è stata forte. Anche i bambini l’hanno ascoltato con attenzione.

In più il papa ha fatto la stessa cosa, a porte chiuse, con i cardinali riuniti in concistoro, il 23 marzo. L’ha rimarcato il cardinale Camillo Ruini, in un’intervista al settimanale “Famiglia Cristiana”:

“Benedetto XVI riesce ad affrontare con immediatezza problemi difficili, utilizzando parole semplici per rispondere a questioni profonde. Noi cardinali lo abbiamo sperimentato durante il concistoro, in quella giornata di riflessione sui problemi della Chiesa”.

Poco o nulla, però, di questi dialoghi tra il papa e i suoi interlocutori arriva al grande pubblico. Benedetto XVI risponde a ogni domanda in modo ampio e approfondito, e così rende quasi impossibile estrarre dal suo argomentare delle brevi frasi ad effetto, adatte a un rilancio giornalistico.

Anche l’ufficio stampa vaticano è di poco aiuto. Per essere distribuito ai giornalisti, il testo papale deve essere prima sbobinato e trascritto, e questo prende di solito una giornata di tempo. Inoltre è distribuito nella sola lingua in cui è stato pronunciato, l’italiano. Le traduzioni in inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco arrivano molti giorni dopo e in ordine sparso. Ad esempio, ancora dodici giorni dopo, il colloquio del 6 aprile di Benedetto XVI con i giovani era reperibile nel sito del Vaticano nella sola versione italiana.

Eppure questi sono testi di importanza notevolissima. Per la loro spontaneità, consentono meglio di altri di entrare nella mente del papa e capire le cose che più gli stanno a cuore.

Ad esempio, rispondendo ai giovani incontrati il 6 aprile, Benedetto XVI ha detto come leggere la Bibbia; ha spiegato perchè il matrimonio non è il prodotto d’una cultura ma una realtà primigenia, inscritta nella creazione dell’uomo e della donna; ha ragionato sull’”invivibilità” di una vita che cancella Dio; ha raccontato come è nata la sua vocazione al sacerdozio; ha esaltato la “bellezza divina” della liturgia; ha detto meraviglie della struttura “intelligente” dell’universo...

Ecco qui di seguito un ampio estratto delle cinque risposte di Benedetto XVI alle cinque domande rivoltegli dai giovani in piazza San Pietro, il 6 aprile:


”Dobbiamo avere il coraggio di creare grandi terreni di cultura cattolica...”


1. SU COME LEGGERE LA BIBBIA

Si deve innanzitutto dire che occorre leggere la Sacra Scrittura non come un qualunque libro storico, come leggiamo, ad esempio, Omero, Ovidio, Orazio. Occorre leggerla realmente come Parola di Dio, ponendosi cioè in colloquio con Dio. Si deve inizialmente pregare, parlare con il Signore: “Aprimi la porta”. È quanto dice spesso sant’Agostino nelle sue omelie: “Ho bussato alla porta della Parola per trovare finalmente quanto il Signore mi vuol dire”. [...]

Un secondo punto è: la Sacra Scrittura introduce alla comunione con la famiglia di Dio. Quindi non si può leggere da soli la Sacra Scrittura. Certo, è sempre importante leggere la Bibbia in modo molto personale, in un colloquio personale con Dio, ma nello stesso tempo è importante leggerla in una compagnia di persone con cui si cammina. Lasciarsi aiutare dai grandi maestri della “lectio divina”. Abbiamo, per esempio, tanti bei libri del cardinale Martini, un vero maestro della “lectio divina”, che aiuta ad entrare nel vivo della Sacra Scrittura. [...]

Un terzo punto: se è importante leggere la Sacra Scrittura aiutati dai maestri, accompagnati dagli amici, i compagni di strada, è importante in particolare leggerla nella grande compagnia del Popolo di Dio pellegrinante, cioè nella Chiesa. La Sacra Scrittura ha due soggetti. Anzitutto il soggetto divino: è Dio che parla. Ma Dio ha voluto coinvolgere l’uomo nella sua Parola. Mentre i musulmani sono convinti che il Corano sia ispirato verbalmente da Dio, noi crediamo che per la Sacra Scrittura è caratteristica – come dicono i teologi – la “sinergia”, la collaborazione di Dio con l’uomo. Egli coinvolge il suo Popolo con la sua parola e così il secondo soggetto – il primo soggetto, come ho detto, è Dio – è umano. Vi sono singoli scrittori, ma c’è la continuità di un soggetto permanente: il Popolo di Dio che cammina con la Parola di Dio ed è in colloquio con Dio. Ascoltando Dio, si impara ad ascoltare la Parola di Dio e poi anche ad interpretarla. E così la Parola di Dio diventa presente, perché le singole persone muoiono, ma il soggetto vitale, il Popolo di Dio, è sempre vivo, ed è identico nel corso dei millenni: è sempre lo stesso soggetto vivente, nel quale vive la Parola.

Così si spiegano anche molte strutture della Sacra Scrittura, soprattutto la cosiddetta “rilettura”. Un testo antico viene riletto in un altro libro, diciamo cento anni dopo, e allora viene capito in profondità ciò che non era ancora percepibile in quel precedente momento, anche se era già contenuto nel testo precedente. E viene riletto ancora nuovamente tempo dopo, e di nuovo si capiscono altri aspetti, altre dimensioni della Parola. E così in questa permanente rilettura e riscrittura nel contesto di una continuità profonda, mentre si succedevano i tempi dell’attesa, è cresciuta la Sacra Scrittura. Infine, con la venuta di Cristo e con l’esperienza degli apostoli la Parola si è resa definitiva, così che non vi possono più essere riscritture, ma continuano ad essere necessari nuovi approfondimenti della nostra comprensione. Il Signore ha detto: “Lo Spirito Santo vi introdurrà in una profondità che adesso non potete portare”. [...]

Penso che dobbiamo imparare questi tre elementi: leggere in colloquio personale con il Signore; leggere accompagnati da maestri che hanno l’esperienza della fede; leggere nella grande compagnia della Chiesa, nella cui liturgia questi avvenimenti diventano sempre di nuovo presenti, così che man mano entriamo sempre più nella Sacra Scrittura, nella quale Dio parla realmente con noi, oggi.


2. SUL FONDAMENTO DEL MATRIMONIO

Per me è una cosa molto bella costatare che già nelle prime pagine della Sacra Scrittura, subito dopo il racconto della creazione dell’uomo, troviamo la definizione dell’amore e del matrimonio. L’autore sacro ci dice: “L’uomo abbandonerà padre e madre, seguirà la sua donna e ambedue saranno una carne sola, un’unica esistenza”. Siamo all’inizio e già ci è data una profezia di che cos’è il matrimonio; e questa definizione anche nel Nuovo Testamento rimane identica. [...] I teologi medievali, interpretando questa affermazione che si trova all’inizio della Sacra Scrittura, hanno detto che tra i sette sacramenti il matrimonio è il primo istituito da Dio, essendo stato istituito già al momento della creazione, nel paradiso, all’inizio della storia, e prima di ogni storia umana. [...] Quindi il sacramento del matrimonio non è un’invenzione della Chiesa, è realmente con-creato con l’uomo come tale.

È vero che l’uomo è caduto ed è stato espulso dal paradiso o, con altre parole più moderne, è vero che tutte le culture sono inquinate dal peccato, dagli errori dell’uomo nella sua storia, e così il disegno iniziale iscritto nella nostra natura risulta oscurato. [...] Nello stesso tempo, però, osservando le culture, tutta la storia culturale dell’umanità, costatiamo anche che l’uomo non ha mai potuto totalmente dimenticare questo disegno che esiste nella profondità del suo essere. Ha sempre saputo, in un certo senso, che le altre forme di rapporto tra l’uomo e la donna non corrispondevano realmente al disegno originale sul suo essere. E così nelle culture, soprattutto nelle grandi culture, vediamo sempre come esse si orientino verso questa realtà, la monogamia, l’essere uomo e donna una carne sola. [...]

Il Signore, che ha parlato di questo nella lingua dei profeti d’Israele, accennando alla concessione da parte di Mosè del divorzio, ha detto: Mosé ve lo ha concesso “per la durezza del vostro cuore”. Il cuore dopo il peccato è divenuto “duro”, ma questo non era il disegno del Creatore e i profeti con chiarezza crescente hanno insistito su questo disegno originario. Per rinnovare l’uomo, il Signore [...] ha detto con Ezechiele che abbiamo bisogno, per vivere questa vocazione, di un cuore nuovo; che invece del cuore di pietra abbiamo bisogno di un cuore di carne, di un cuore veramente umano. E il Signore nel battesimo, mediante la fede, “impianta” in noi questo cuore nuovo. Non è un trapianto fisico, ma forse possiamo servirci proprio di questo paragone: dopo il trapianto, è necessario che l’organismo sia curato, che abbia le medicine necessarie per poter vivere con il nuovo cuore, così che diventi “cuore suo” e non “cuore di un altro”. Tanto più in questo “trapianto spirituale” – dove il Signore ci impianta un cuore nuovo, un cuore aperto al creatore, alla vocazione di Dio – per poter vivere con questo cuore nuovo sono necessarie cure adeguate, bisogna ricorrere alle medicine opportune, perché esso diventi veramente “cuore nostro”. Vivendo così nella comunione con Cristo, con la sua Chiesa, il nuovo cuore diventa realmente “cuore nostro” e si rende possibile il matrimonio. L’amore esclusivo tra un uomo e una donna, la vita a due disegnata dal creatore diventa possibile, anche se il clima del nostro mondo la rende tanto difficile, fino a farla apparire impossibile. [...]

E infine aggiungerei: sappiamo tutti che per arrivare ad un traguardo nello sport e nella professione ci vogliono disciplina e rinunce, ma poi tutto questo è coronato dal successo, dall’aver raggiunto una meta auspicabile. Così è anche la vita stessa: il divenire uomini secondo il disegno di Gesù esige rinunce; esse però non sono una cosa negativa, al contrario aiutano a vivere da uomini con un cuore nuovo, a vivere una vita veramente umana e felice. Poiché esiste una cultura consumistica che vuole impedirci di vivere secondo il disegno del Creatore, noi dobbiamo avere il coraggio di creare isole, oasi, e poi grandi terreni di cultura cattolica, nei quali si vive il disegno del Creatore.


3. SULL’INVIVIBILITÀ DI UN MONDO SENZA DIO

Tutti ci chiediamo che cosa si aspetta il Signore da noi. Mi sembra che la grande sfida del nostro tempo – così mi dicono anche i vescovi in visita “ad limina”, quelli dell’Africa ad esempio – sia il secolarismo: cioè un modo di vivere e di presentare il mondo come “si Deus non daretur”, cioè come se Dio non esistesse. Si vuole ridurre Dio al privato, ad un sentimento, come se lui non fosse una realtà oggettiva e così ognuno si forma il suo progetto di vita [...] e alla fine ognuno si trova contro l’altro. Una situazione, come si vede, decisamente invivibile. Dobbiamo rendere nuovamente presente Dio nelle nostre società. Mi sembra questa la prima necessità: che Dio sia di nuovo presente nella nostra vita, che non viviamo come se fossimo autonomi, autorizzati ad inventare cosa siano la libertà e la vita. Dobbiamo prendere atto di essere creature, costatare che c’è un Dio che ci ha creati e che stare nella sua volontà non è dipendenza ma un dono d’amore che ci fa vivere. [...]

Ma quale Dio? Ci sono infatti tante immagini false di Dio, un Dio violento, eccetera. La seconda questione quindi è: riconoscere il Dio che ci ha mostrato il suo volto in Gesù, che ha sofferto per noi, che ci ha amati fino alla morte e così ha vinto la violenza. Occorre rendere presente, innanzitutto nella nostra vita, il Dio vivente, il Dio che non è uno sconosciuto, o un Dio inventato, o un Dio solo pensato, ma un Dio che si è mostrato, ha mostrato sé stesso e il suo volto. Solo così la nostra vita diventa vera, autenticamente umana e così anche i criteri del vero umanesimo diventano presenti nella società. Anche qui vale, come avevo detto nella prima risposta, che non possiamo essere soli nel costruire questa vita giusta e retta, ma dobbiamo camminare in compagnia di amici giusti e retti, di compagni con i quali possiamo fare l’esperienza che Dio esiste e che è bello camminare con Dio. E camminare nella grande compagnia della Chiesa, che ci presenta nei secoli la presenza del Dio che parla, che agisce, che s’accompagna a noi. 



4.  SUL DISEGNO INTELLIGENTE DELL’UNIVERSO

Il grande Galileo ha detto che Dio ha scritto il libro della natura nella forma del linguaggio matematico. Lui era convinto che Dio ci ha donato due libri: quello della Sacra Scrittura e quello della natura. E il linguaggio della natura – questa era la sua convinzione – è la matematica, quindi essa è un linguaggio di Dio, del Creatore.

Riflettiamo ora su cos’è la matematica. Di per sé è un sistema astratto, un’invenzione dello spirito umano, che come tale nella sua purezza non esiste. È sempre realizzato approssimativamente, ma – come tale – è un sistema intellettuale, è una grande, geniale invenzione dello spirito umano. La cosa sorprendente è che questa invenzione della nostra mente umana è veramente la chiave per comprendere la natura, che la natura è realmente strutturata in modo matematico e che la nostra matematica, inventata dal nostro spirito, è realmente lo strumento per poter lavorare con la natura, per metterla al nostro servizio attraverso la tecnica.

Mi sembra una cosa quasi incredibile che un’invenzione dell’intelletto umano e la struttura dell’universo coincidano: la matematica inventata da noi ci dà realmente accesso alla natura dell’universo e lo rende utilizzabile per noi. [...] Penso che questa coincidenza tra quanto noi abbiamo pensato e il come si realizza e si comporta la natura siano un enigma ed una sfida grandi, perché vediamo che, alla fine, è “una” ragione che le collega ambedue: la nostra ragione non potrebbe scoprire quest’altra, se non vi fosse un’identica ragione a monte di ambedue.

In questo senso mi sembra proprio che la matematica – nella quale come tale Dio non può apparire – ci mostri la struttura intelligente dell’universo. Adesso ci sono anche teorie del caos, ma sono limitate, perché se il caos avesse il sopravvento, tutta la tecnica diventerebbe impossibile. La tecnica è affidabile solo perché la nostra matematica è affidabile. La nostra scienza, che rende finalmente possibile lavorare con le energie della natura, suppone la struttura affidabile, intelligente della materia, [...] il “disegno” della creazione.

Per arrivare alla questione definitiva direi: Dio c’è o non c’è. Ci sono solo due opzioni. O si riconosce la priorità della ragione, della Ragione creatrice che sta all’inizio di tutto ed è il principio di tutto – la priorità della ragione è anche priorità della libertà – o si sostiene la priorità dell’irrazionale, per cui tutto quanto funziona sulla nostra terra e nella nostra vita sarebbe solo occasionale, marginale, un prodotto irrazionale, e anche la ragione sarebbe un prodotto della irrazionalità. Non si può ultimamente “provare” l’uno o l’altro progetto, ma la grande opzione del cristianesimo è l’opzione per la razionalità e per la priorità della ragione. Questa mi sembra un’ottima opzione, che ci dimostra come dietro a tutto ci sia una grande Intelligenza, alla quale possiamo affidarci.

Ma il vero problema contro la fede oggi mi sembra essere il male nel mondo: ci si chiede come esso sia compatibile con questa razionalità del Creatore. E qui abbiamo bisogno realmente del Dio che si è fatto carne e che ci mostra come egli non sia solo una ragione matematica, ma che questa ragione originaria è anche amore. Se guardiamo alle grandi opzioni, l’opzione cristiana è anche oggi quella più razionale e quella più umana. Per questo possiamo elaborare con fiducia una filosofia, una visione del mondo che sia basata su questa priorità della ragione, su questa fiducia che la Ragione creatrice è amore, e che questo amore è Dio.
postato da: religioneascuola alle ore 11:03 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, maggio 02, 2006
I telefilm per ragazzi

Piacciono perché mischiano ironia, sentimentalismo e drammaticità tipiche dell’adolescenza

Friends

Ha giocato il suo successo sul divertimento.
Il gruppo dei giovani sono personaggi con vuoti esistenziali, punti deboli spesso esasperati sui quali non resta che riderci su.

Dawson’s Creek

Gli sceneggiatori hanno puntato sulla grande debolezza, la solitudine e la tristezza di alcuni dei personaggi adolescenti.
Si è puntato anche sulla ironia e la capacità di reagire.

O.C

E’ ben farcito di messaggi seducenti, tanto da rendere vero, e accettabile, ciò che in realtà non lo è.
Il messaggio che passa è
che è lecito cercare il proprio piacere sempre e ovunque.
Basta che faccia star bene.
A questo è sufficiente unire un bel protagonista più che la storia.

Veronica Mars

La ragazzina trendy e sempre vestita alla moda con la battuta pronta.


Chi c’è dietro?

Tutti questi programmi sono studiati a tavolino, in un’ ottica di massimizzazione delle vendite.
Dietro ci sono le migliori menti (e le più pagate) del cinema americano.
Aggiungiamo pure l’industria dei gadgets e prodotti correlati.

L’idea di fondo di chi scrive

I telefilm americani proiettano i rapporti umani verso il futuro, diventando un possibile mezzo educativo.
Non a caso molti telefilm hanno affrontato, prima ancora della collettività, temi come l’omosessualità, l’affiorare di diversi tipi di modelli di famiglia o lo scontro fra culture.
Il tutto senza falsi moralismi, come se tutto questo fosse qualcosa di normale su cui non vale la pena perdere molto tempo per riflettere.


I ragazzi hanno solo questo in Italia da vedere?

Purtroppo la fiction italiana pensa solo agli adulti.
Gli adolescenti vengono colpiti da modelli iper consumistici americani decisamente poco costruttivi dal punto di vista educativo.

Spesso i telefilm sono ambientati in quartieri ricchi e alla moda.,
dove conta solo l’apparire.

Ricordiamo all’industria della fiction che:
Ai ragazzi non interessa solo il fidanzato/a.

Gli adolescenti non sono estranei a parole
come amicizia, solidarietà e gruppo.

postato da: religioneascuola alle ore 17:48 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, maggio 01, 2006

Il Presidente della Pontificia Accademia per la Vita Mons.Elio Sgreccia interviene nel dialogo tra il card.Martini e il prof.Marino per riaffermare che il Magistero della Chiesa sul rispetto dei principi che riguardano la nascita della vita e il suo termine non è mai cambiato


"Una prima impressione che ho ricevuto nel leggere la lunga e articolata intervista del prof. Ignazio Marino a sua Eminenza il Card. Carlo Maria Martini, è un fatto di stile: essa si è svolta in un clima esente da polemiche, cordiale e fiduciale a modo di conversazione.

In particolare colpisce l’afflato pastorale ed evangelico che il Card. Martini, come di consueto, trasmette nelle sue considerazioni. Anche il prof. Marino, pur trovandosi “in corsa” in questo momento politico, non rivela accenti polemici e fa riferimento al suo opuscolo di contenuto esperienziale “Credere e curare” che egli mi ha inviato amichevolmente circa due mesi fa.

Il tutto mi ha incoraggiato ad offrire anche da parte mia qualche considerazione in tono conversativo e con l’intento di suggerire qualche riflessione complementare che giudico, però, importante in relazione alle delicate questioni etiche trattate.

1. La prima di queste considerazioni riguarda il passo del dialogo che tratta, per dirla con le parole del prof. Marino, “non dell’embrione, ma dell’ovocita allo stadio di due pronuclei, cioè nel momento in cui i due corredi cromosomici, quello femminile e quello maschile, sono ancora separati e non esiste ancora un nuovo DNA. In questa fase -continua Marino- non è possibile sapere che strada prenderanno le cellule nel momento in cui inizieranno a riprodursi: potrebbe dare origine ad un bambino, come a due gemelli monozigoti. Non c’è l’embrione, non c’è un nuovo patrimonio genetico e quindi non c’è un nuovo individuo”.

Su queste espressioni sento il bisogno di fare delle osservazioni, anche perché, rispondendo, il Cardinal Martini, giustamente raccomanda sull’inizio di una vita “un grande rispetto e un grande riserbo in tutto ciò che in qualche modo la manipola”.
La mia osservazione è che tale rispetto e tale prudenza va usata soprattutto in questa precisa situazione, perché l’ovocita, definito recentemente “ootide” o “prezigote”, di cui parla Marino, il quale contiene dentro la sua membrana i due pronuclei, in realtà è un ovulo fecondato, in cui il processo di fecondazione è già avviato e orientato; i due pronuclei influenzano sinergicamente il citoplasma dell’ovulo che li ha accolti e attivano dinamicamente un insieme coordinato e finalizzato di processi che sfociano di fatto, come riconosce Marino, o in un individuo o in due individui gemelli. Se ho ben capito quanto hanno detto biologi, embriologi e genetisti di riconosciuta fama, nell’ultimo congresso svoltosi ad iniziativa della Pontificia Accademia per la Vita, sul valore e l’identità dell’embrione preimpiantatorio, questo inizio che avviene dentro l’ovulo fecondato (zigote) è precisamente un inizio di vita individuale e dà luogo ad un processo irreversibile verso il successivo sviluppo, contenendo già il patrimonio individualizzante. Non si può guardare al processo di fecondazione senza tener conto del dinamismo teleologico interno che si attiva dal momento in cui lo spermatozoo penetra nella membrana dell’ovulo.

Penso che il prof. Marino, volendo richiamare l’ipotesi dell’ “ootide”, come se fosse un “non embrione”, avrebbe dovuto quanto meno dire che questa teoria non è condivisa da molti embriologi. In questo caso, anche prudenzialmente, si dovrebbe comunque astenersi dalla utilizzazione o manipolazione di tale embrione.

Questa mia osservazione, fatta con tutta umiltà e franchezza, è anche un appello a non forzare le parole col rischio di indurre un errore, io penso, anche di tipo biologico, ma soprattutto di natura antropologica e morale.

2. Un’altra osservazione, che mi sento di presentare, è che tutto il successivo ragionamento svolto sulla fecondazione artificiale, omologa in particolare, ed anche eterologa, manca della presa in considerazione di un punto importante ed essenziale, e cioè della componente della coniugalità e della genetorialità.

A rendere illecita la procreazione artificiale, secondo i fondati motivi espressi nei Documenti del Magistero, (vedi la Istruzione “Donum Vitae”, 1987), non è soltanto il fatto della perdita degli ovuli fecondati, propriamente definibili come embrioni, ma anche e, mi sembra di poter dire, anzitutto dal fatto che nella procreazione-fecondazione artificiale manca la dimensione unitiva degli sposi, espressa attraverso il dono di sé nell’atto coniugale. Lo sposo, ha più volte ripetuto Giovanni Paolo II, diventa padre attraverso l’unione con la sposa e, la sposa diventa madre attraverso l’unione con lo sposo. Questa dimensione antropologica è stata ritenuta essenziale per la liceità dell’atto procreativo a partire dall’insegnamento di Pio XII sulla inseminazione (in cui non era in questione la perdita di embrioni), e successivamente con Paolo VI e con Giovanni Paolo II, che ha confermato sempre il punto chiave della Istruzione “Donum Vitae”, detta solitamente “Istruzione -Ratzinger”.

Cito soltanto un passo della Enciclica “Evangelium Vitae”, ove viene ripresa la Istruzione del 1987 (Donum Vitae): “Anche le varie tecniche di riproduzione artificiale, che sembrerebbero porsi a servizio della vita e che sono praticate non poche volte con questa intenzione, in realtà aprono la porta a nuovi attentati contro la vita. Al di là del fatto che esse sono moralmente inaccettabili, dal momento che dissociano la procreazione dal contesto integralmente umano dell'atto coniugale, citazione della “Donum Vitae”) queste tecniche registrano alte percentuali di insuccesso”… Mi ha sorpreso che questo elemento di antropologia e di morale coniugale non sia menzionato affatto nella intervista.

Se si tiene presente questo fatto, credo che si possa comprendere “l’atteggiamento di molti credenti”, e direi anche dei teologi cattolici in grande maggioranza, che rifiutano “ogni forma di fecondazione artificiale”, si intende, quando questa, prevede la dissociazione della dimensione unitiva dalla procreazione e si realizzi senza questa dimensione personale.

D’altra parte questa integrale visione della coniugalità spiega ancor più evidentemente il carattere contraddittorio della fecondazione eterologa, a motivo della assenza completa dell’unità coniugale, che non consente di paragonarla all’adozione o all’affido.

Tutto ciò non ci esime dal comprendere la sofferenza delle coppie sterili e di sentire il dovere di essere loro vicini, sia nel promuovere la prevenzione, sia nel suggerire forme di fecondità spirituale che porta l’amore a livelli più alti.

3. Considero che molte altre questioni risultino più chiare se si tengono presenti questi due capisaldi delle problematiche trattate nella intervista, se cioè si tiene presente l’identità e lo statuto umano e individuale dell’embrione fin dall’inizio del processo di fecondazione, e il carattere unitivo dell’atto procreativo nella sua umana pienezza. Si chiariscono così le posizioni circa il rifiuto del congelamento degli embrioni, dell’utilizzazione soppressiva degli stessi, del loro forzato passaggio dalla provetta all’utero, o da un utero all’altro: tutte questioni su cui non mi è consentito di soffermarmi.
Ma mi preme dire ancora che condivido la istanza di comprensione evangelica e di misericordia che ispirano le parole del Card. Martini verso la donna, sovente vittima di situazioni difficili, o di chi abbia anche commesso atti eutanasiaci verso un parente. La valutazione ultima del soggetto e di tutti noi soltanto dal Signore misericordioso e giusto può adeguatamente essere fatta; anche la depenalizzazione di certi fatti soppressivi in particolari circostanze potrà essere considerata e raccomandata dalla legge umana; ma l’atto in sé della interruzione volontaria della vita (aborto ed eutanasia) è e rimane moralmente negativo e chi veramente vuole il bene del prossimo e prima ancora si riferisce all’Autore della Vita fa di tutto per risparmiare e prevenire tali eventi.

4. Sul problema del preservativo connesso con l’AIDS, non mi basta lo spazio per trattarlo adeguatamente: bisognerebbe considerare le linee generali di prevenzione del contagio nelle popolazioni, il caso dei coniugi di cui uno è sieropositivo, il caso dei fidanzati che devono decidere di sposarsi e scoprono la sieropositività di uno o di entrambi. Quello che mi sento di segnalare, e che mi pare scarsamente valutato, è costituito da due principi regolatori: il primo è il retto uso della sessualità, ma anche, e non è di minore importanza, il dovere del rispetto della vita propria e altrui; questo secondo principio vale per sposati e non sposati, per credenti e non credenti, battezzati cattolici o no.

E finora, come recentemente ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI, soltanto la castità e la fedeltà rappresentano la salvaguardia efficace nell’ambito del contagio sessuale. E’ stato riscontrato in alcuni stati africani (Uganda e Costa d’Avorio) che soltanto campagne basate sull’educazione dei comportamenti, certamente proposta con la dovuta umanità e comprensione, ha prodotto un rallentamento del contagio.
Certamente, mai come ora vale nella Chiesa la biblica raccomandazione per una stretta sinergia della verità nella carità per l’aiuto all’uomo contemporaneo e la concordia unitaria nell’ambito stesso della Chiesa."

+ Mons. Elio Sgreccia

postato da: religioneascuola alle ore 18:27 | Permalink | commenti
categoria: