giovedì, giugno 29, 2006

FAMIGLIA E PROCREAZIONE UMANA": LA SINTESI DEL NUOVO DOCUMENTO VATICANO

L’ALFABETO DELLA FAMIGLIA

Il Pontificio consiglio per la famiglia riafferma le scelte non negoziabili sul versante della bioetica e in difesa della dignità dell’istituto familiare.


Il testo è assai severo, il più severo e "drammatico" tra quelli pubblicati dalla Santa Sede negli ultimi anni. Si intitola Famiglia e procreazione umana, e lo ha elaborato il Pontificio consiglio per la famiglia. Reca la firma del cardinale Alfonso Lopez Trujillo e del vescovo Josef Romer, rispettivamente presidente e segretario dell’organismo vaticano. Racconta il disordine e mette in fila tutti gli attacchi ai quali la famiglia oggi è sottoposta. Anzi osserva che mai come adesso la famiglia è vittima di attacchi tanto violenti.

Il nucleo centrale è quello ribadito più volte da Benedetto XVI e cioè che quello attuale è un momento cruciale, poiché siamo di fronte a scelte di civiltà. Ratzinger le ha definite «scelte non negoziabili» e il documento del Pontificio consiglio dimostra che su di esse la Chiesa ha intenzione di spendersi senza riserve.

È un documento lungo 60 pagine ed esce a un mese esatto dall’Incontro mondiale delle famiglie, che si terrà a Valencia, in Spagna, nella prima settimana di luglio e che sarà concluso dal Papa. È la quinta volta che le famiglie cattoliche vengono riunite a livello mondiale. L’intuizione era stata di Karol Wojtyla, e Ratzinger ha deciso di continuare a percorrere questa strada. La Spagna di Zapatero e delle sue leggi "ad alzo zero" contro la famiglia non c’entra, poiché la questione degli attacchi alla famiglia è avvertita a livello planetario.

Così come non è solo un problema di valutazione delle tecniche di manipolazione della vita, né dell’introduzione di figure giuridiche che spezzano la prospettiva del matrimonio naturale. Ciò che preoccupa sono i cambiamenti culturali e un contesto antropologico nel quale Dio è sparito.

Il testo parla di "eclissi di Dio" e lo fa non solo perché vi sono le legislazioni delle libertà totali in Olanda o in Spagna, non solo, insomma, per via dei Pacs o dello slittamento sulle differenze sessuali, ma perché «l’eclissi di Dio sta alla radice della profonda crisi attuale della verità tutta intera sull’uomo, sulla procreazione umana e sulla famiglia».

Dalla lettura si può ricavare un "alfabeto" della dottrina della Chiesa sulla famiglia e farne un buon sussidiario, indispensabile per rispondere alle sfide di pregiudizi e atteggiamenti spesso irresponsabili. Eccolo.


A come "Aborto" - «L’aborto e l’infanticidio evidenziano l’assenza di una tutela giuridica efficace nei confronti del concepito» e «costituiscono una violazione del diritto fondamentale alla vita». La legislazione sull’aborto attribuisce «allo Stato il diritto di scegliere chi sia persona e chi non lo sia». Ma ciò che è più grave oggi è la pretesa di «banalizzare in qualche modo l’aborto con il pretesto che l’autorità non deve penalizzare questo delitto abominevole». Invece un delitto «richiede una pena. Non è concepibile che un delitto possa restare impunito». Banalizzare l’aborto così «trasformerebbe un delitto in diritto».

B come "Beni e servizi" - Beni e servizi sono «compiti produttivi», che «la famiglia sviluppa frequentemente», «concretizzando il principio che l’impresa è, prima di ogni cosa, comunità di persone al servizio dell’intera società». Un «deficit di famiglia porta inesorabilmente a un deficit di popolazione e a una restrizione delle possibilità economiche presenti e future di una società».

C come "Correnti radicali" - Hanno proposto «l’apologia della famiglia monoparentale, ricostituita, omosessuale, lesbica». Hanno "giustificato", alcune "correnti di bioetica", pratiche «bio-mediche che separano, nell’unione coniugale, il fine unitivo da quello procreativo, la sessualità dall’amore».

C come "Clonazione" - «Le esperienze del regno vegetale e le manipolazioni sugli animali sono i passi» che precedono «la clonazione umana o i preamboli per arrivare all’uomo fatto dall’uomo a sua immagine e somiglianza». Le «pratiche funeste oggi legalizzate in alcuni Paesi» confermano che «se l’uomo si arroga il potere di fabbricare l’uomo, allora si arroga anche il potere di distruggerlo». Così «la trasmissione della vita diventa una questione tecnica e di tecnici. A volte questi ultimi sognano perfino di fabbricare la vita, vita di ineccepibile qualità. L’avvenire sarebbe quello di una procreazione senza amore umano».

C come "Contraccezione" - Va escluso «ogni mezzo contraccettivo» e va rispettata «l’unione tra elemento unitivo e quello procreativo in ogni atto coniugale». È ammessa la «legittimità della continenza periodica, cioè l’uso del matrimonio solo nei periodi non fertili». Sono consentiti, dunque, solo i «metodi naturali» nei quali «si riscontra un atteggiamento di apertura e di affidamento al volere divino».

D come "Dignità" - La dignità connota ogni essere umano a cui «spetta di essere generato e non prodotto, venire alla vita non in virtù di un processo artificiale, ma di atto umano», cioè «l’unione tra un uomo e una donna, ordinata per sua stessa natura e ispirata dall’amore».

E come "Embrioni" - Va condannata qualsiasi «manipolazione» o «selezione» degli embrioni e lo stesso loro «congelamento», che «li espone a gravi rischi di morte o di danno per la loro integrità fisica».

F come "Famiglia" - Non è una «realtà esclusiva della cultura occidentale». Resiste, «nonostante le difficoltà», perché l’uomo «ha sempre cercato e continua a cercare il bene della specie nella procreazione e la famiglia». La procreazione dunque «deve sempre avere luogo all’interno della famiglia». Famiglia e scuola «sono i luoghi appropriati per l’iniziazione ai valori integralmente umani», ma «ciò che s’impara tra le pareti della casa paterna difficilmente si dimentica».

G come "Genitori" - «Essere padre e madre implica il dono del proprio essere nel trasmettere la vita e promuovere le persone». I genitori devono «avvertire la propria responsabilità»: i papà «reimparino a essere padri», le mamme «a essere madri». Le madri non possono essere «ridotte a un ruolo utilitario di formatrici di bambini efficaci». La tendenza naturale della donna a «preferire relazioni d’amore a quelle utilitaristiche» deve essere «mantenuta e sviluppata, senza pregiudicare le possibilità di lavoro fuori casa, oggi non soltanto abituali, ma anche necessarie».

H come "Historia" - Resta magistra vitae (maestra di vita) ed è «utile uno sguardo alla Storia», che offre «innumerevoli testimonianze, fin dalla lontana antichità, sull’importanza fondamentale attribuita alla famiglia».

I come "Invecchiamento" - In una società che "invecchia" sempre più prevale la logica del "conflitto" tra «anziani e la percentuale sempre più esigua dei giovani». Le società vecchie «logorano le proprie tradizioni», dunque «l’inverno demografico potrebbe diventare anche l’inverno delle democrazie» con conseguenze sul piano sociale e politico molto «più allarmanti». Ecco perché «dietro il problema dei tassi di fecondità troppo bassi in Occidente» c’è il rischio di «una catastrofe umanitaria e culturale».

L come "Lupo" - "L’uomo è un lupo per l’uomo"(homo homini lupus). La concezione della vita, secondo la quale «i forti vincono necessariamente sui più deboli», oggi «influenza fortemente i programmi ostili alla famiglia e alla procreazione». Non c’è più posto «per le solidarietà naturali» e tutto «è subordinato alla ricerca del piacere e all’utilità degli individui».

M come "Movimenti femminilisti" - Hanno «esacerbato il carattere polemico della relazione tra individui maschili e femminili, esigendo il superamento della famiglia, affinché la donna si liberi dall’oppressione maschile e dalla maternità e la sua individualità possa affermarsi senza ostacoli».

N come "Natura" - È la natura che indica l’unione tra uomo e donna come «fonte unica del matrimonio e della vita». Ecco il motivo per cui «non c’è famiglia se non come frutto delle persone di sesso diverso». Il suo nome è «unione matrimoniale».

O come "Oscuramento" - Un «grave oscuramento del valore della procreazione» è la scelta degli sposi «di avere un solo figlio o al massimo due». Ciò significa che «il compimento di atti coniugali potenzialmente procreativi è nulla più che una specie di somma di brevi parentesi all’interno di una intera vita coniugale volutamente resa sterile».

O come "Omosessuali" - «Coppie formate da omosessuali rivendicano gli stessi diritti riservati a mariti e mogli; reclamano perfino il diritto all’adozione. Donne che vivono un’unione lesbica rivendicano diritti analoghi, esigendo leggi che diano loro accesso alla fecondazione eterologa o all’impianto di embrioni. Inoltre si sostiene che la facilità offerta dalla legge di formare queste coppie insolite deve andare di pari passo con la facilità di divorziare o ripudiare».

P come "Poteri pubblici" - Devono «proteggere la famiglia», perché essa «è anteriore allo Stato e a ogni organizzazione sociale».

P come "Pillola del giorno dopo" - Il suo uso mira «all’eliminazione della vita». È «intenzionalmente» aborto «reale».

S come "Sessualità" - I cromosomi maschili e femminili hanno «pari dignità» e la sessualità è «complementare», nel senso che «l’uomo è attratto dalla donna e questa dall’uomo». Ma la sessualità «trascende il fatto biologico e diventa psichico, interpersonale», quando «sorge l’amicizia e l’amore, come dono di sé e tramite per i figli».

T come "Tentativi" - I genitori e i vescovi devono vigilare sui «tentativi» che tendono a «sostituire l’insegnamento alla castità», che avviene «all’interno della famiglia» o «nello studio del catechismo», con «corsi di educazione sessuale che presentano serie riserve». Infatti: «Procreare non si riassume nel trasmettere la vita biologica».

V come "Vittima" - La famiglia e il matrimonio, «mai come ora», sono «vittime» di «attacchi violenti». Assistiamo infatti a una «riduzione radicale di Dio, di Gesù, della Chiesa e della Scrittura». Ciò porta a una «volontà ostinata, che spinge molti uomini e donne ad arrogarsi, in nome della libertà procreativa, il potere creatore di Dio», cioè «il potere di produrre l’uomo» e di «dare la morte». Qui siamo di fronte a una «tendenza di ateismo pratico».

 

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martedì, giugno 20, 2006
Quei microscopici segni di croce dei giocatori in campo

Furtivi. O plateali. Discreti. O pittoreschi. Si vedono ogni tanto, compaiono a volte quando meno te lo aspetti. Sono i gesti religiosi sui campi del mondiale. Lì, in quei catini di folla dove premono e si stipano ogni genere di passioni, e la grande mole di interessi. Di fronte all'occhio multiplo delle tv. Il segnetto minimo di croce, il bacio all'immaginetta, all'anello o al cielo. Quando la palla sfiora la traversa, o quando sta per essere battuto il calcio di rigore. Quando c'è una partita, Dio in qualche modo c'entra sempre. Per esser invocato, o bestemmiato. Ma c'entra. Lo chiama in qualche modo Ronaldinho coi suoi minuscoli segni di croce, o gli altri come lui, in quel gesto che sembra automatico, o meglio: consueto, familiare. O in altri mille modi vediamo che Dio è chiamato a testimone del campo di gioco: col dito al cielo, o gli occhi, o il movimento delle labbra. Tra fede e scaramanzia. Tra rito e sortilegio. Verrebbe da dire che occorre che la vita sia una partita perché Dio, in qualche modo, c'entri. L'uomo che sta rischiando di vincere o di perdere, e che vive l'esistenza come un rischio vero, profondo, cerca Dio. La cosa peggiore nella nostra cultura è aver tolto dal senso comune della vita questo sentimento del rischio, questo giudizio d'esser sospesi tra una vittoria e una sconfitta. Questa sfida per la libertà. Come se la vita fosse solo una parentesi tra un niente e un niente. Come se fosse una partita finta, senza possibilità di esiti diversi. Come se non ci fosse nulla di importante in gioco. L'uomo della noia, l'uomo delle avventure "forzatamente" ricercate poiché annoiato dalla esistenza, è il prodotto di questa cultura. Una vita che non è una partita ma solo un gioco. Un uomo che non è "in partita" non sa cosa farsene di Dio. Lo adora o lo ignora come un orpello, come una decorazione delle chiuse pareti dei giorni. Non c'è il campo aperto, non c'è avversità profonda ma solo ostacoli da aggirare come si può. Oh, certo so benissimo che ben a ltre cose sono o sembrano più importanti nel grande circo dei mondiali. I soldi, gli sponsor, l'estro, la preparazione atletica, lo spogliatoio, la forza delle nazioni, l'orgoglio di bandiera. E un intreccio profondo e oscuro di vanità, esibizionismo, sfrontatezza e agonismo. Però sul campo, a un certo punto, entra anche Lui. Quei gesti furtivi, di varia specie. Come se in qualche modo questi giovanotti - alcuni strapagati, altri di buone speranze - sapessero che oltre a tutto c'è comunque un caso, un mistero. Insomma, qualcosa che non si riduce alla loro stessa abilità, alla esattezza degli schemi del mister. Come se il pallone, toccando terra o correndo morbidamente sull'erba avesse bisogno anche del tocco di Dio per andare dalla parte giusta, per infilarsi all'altezza giusta. Come se oltre alla precisione del loro tocco, alla morbidezza dello strastudiato scarpino, agli anni di allenamenti, al tifo della propria nazione e ai sogni di gloria, ci fosse comunque bisogno anche di Altro. Perché la partita non sia persa. L'idea o meglio le idee di Dio che vanno in scena al Mondiale di calcio sono le stesse che vivono e si agitano nella società di oggi. Solo che i gesti che le esprimono da Berlino vanno in mondovisione. Idee banali, se volete, o comode di Dio. Però Dio, che sicuramente ama il calcio, si "diverte" a intrufolarsi anche lì, davanti agli occhi di tutti. Per un attimo, come in piccole bizzarre epifanie. A ricordare che la vita è una partita, e che Lui c'entra con la nostra partita quotidiana.

Davide Rondoni

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martedì, giugno 20, 2006
RAGAZZINI SCOMPARSI
«Sento il bisogno di far qualcosa per aiutare chi lavora alla ricerca dei due piccoli»

il Vescovo: «Pronto a mediare»

Da Gravina In Puglia (Bari) Angela Napoletano

«Fidatevi del vescovo. Garantirò l'anonimato a chiunque abbia notizie utili per il ritrovo di Francesco e Salvatore. Li andrei a prendere io stesso ovunque si trovino». Così, ieri, Mario Paciello, vescovo della diocesi di Altamura, Gravina e Acquaviva delle Fonti, si è offerto come mediatore. Disponibile cioè a fare da tramite fra gli inquirenti e chi potrebbe sapere qualcosa sulla sorte dei due fratellini di 11 e 13 anni scomparsi a Gravina da ormai dodici giorni. «Chi sa, parli», chiede il vescovo dopo aver diffuso senza problemi i numeri personali di telefono (335 8275685 oppure 080 3251111) a cui è sempre reperibile. «Forse - osserva Paciello - è più facile rivolgersi al vescovo, piuttosto che ad altri, nella sicurezza di mantenere l'anonimato».
L'appello del vescovo arriva a quasi due settimane dalla scomparsa dei bambini e a giorni di ricerche, indagini e interrogatori che non hanno ancora portato risultati. Appellandosi «alla sensibilità umana e ai valori più elementari», Paciello ha sentito «il bisogno e il dovere di far qualcosa per contribuire agli sforzi che si stanno facendo per trovare i bambini, per ridare alle famiglie, come alla città intera, la gioia del ritorno». Il vescovo non azzarda alcun tipo di congetture su cosa sia potuto succedere a Francesco e Salvatore quando lunedì 5 giugno sono scomparsi nel nulla. Ma lancia un appello che si aggrappa alla possibilità, «anche soltanto una», di poter dar presto una svolta a questa brutta storia. «Una storia da cui - è l'augurio che Paciello rivolge ai genitori dei ragazzi scomparsi - possa tuttavia nascere un momento di grande maturazione umana e cristiana». Soltanto una settimana fa, il vescovo aveva incontrato Filippo Pappalardi, il padre di Francesco e Salvatore, insieme alla sua nuova compagna, nella cattedrale di Gravina al termine della marcia di solidarietà organizzata dalla "Scuola media Benedetto XIII". In quella circostanza Paciello, leggendo una lettera sui sentimenti inespressi dei bambi ni, aveva parlato di «famiglie ricomposte con pezzi di famiglie sfasciate», suscitando, nei giorni seguenti, non poche polemiche sulla durezza con cui si era rivolto a un padre disperato per la sorte di due suoi figli. «Riconosco di aver parlato in modo crudo, ma di non aver mai espresso alcun giudizio sulla famiglia di Francesco e Salvatore - ha quindi commentato Paciello -. Credo però che quella durezza sia derivata dal coraggio di dirsi la verità. Sempre. Anche quando fa male«. La storia di Francesco e Salvatore e della loro particolare situazione familiare, il prelato ne è convinto, deve far riflettere tutti. Non solo i diretti interessati. Domani sera, alle 20, l'intera cittadinanza parteciperà alla fiaccolata organizzata a Gravina in onore di Francesco e Salvatore e presieduta proprio dal vescovo Paciello. In prima linea non ci saranno soltanto bambini, studenti e professori. È infatti prevista la una partecipazione più allargata rispetto alla marcia di solidarietà dello scorso sabato. Tutti scenderanno in piazza a chiedere che Francesco e Salvatore tornino a casa, «che tutti i bambini possano giocare liberi ovunque, che a nessuno venga mai negato il diritto all'infanzia», e che quello che sta succedendo a Gravina in questi giorni «non accada mai più a nessun altro bambino, in nessuna parte del mondo».


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martedì, giugno 20, 2006
TorinoPride2006¨ chi non sfila puritano è...
Da Anerella un discorso senza peli sulla lingua

Sia chiaro che a non esserci o a non sentirsi a "proprio agio" si è subito bollati come provinciali, o come "novelli puritani", così, infatti, scrivono quelli del Manifesto "Quella (la manifestazionefe gay pride ndr) che novelli puritani come l'ex vicesindaco (Margherita) del comune volevano "nascondere" agli occhi delle famiglie, deviandola in periferia. Quella sfilata sulla quale, in campagna elettorale, il sindaco Sergio Chiamparino ha per giorni evitato di commentare per poi decidere (…) che la manifestazione ci sarebbe stata e che avrebbe sfilato per le vie del centro come fanno scioperi sindacali e cortei dei centri sociali. In verità Chiamparino negli ultimi giorni ha detto che lui probabilmente non ci sarà perché non si sentirebbe "a suo agio". Ci sarà invece il presidente della camera, Fausto Bertinotti"
Esserci, indossare la spilla del gay pride, sorridere e fingere di non vedere gli eccessi che sfilano sui carri allegorici, non lasciarsi infastidire da ammiccamenti e da provocazioni che spesso hanno come oggetto la Chiesa e il Papa, questo è considerato "in", progressista, politicamente corretto.
Qui le cose sono chiare, o si è d'accordo o si è d'accordo, dissentire non è previsto.
La Stampa del 13.6.06. ci informa che alla manifestazione "Ci saranno le famiglie di San Salvario che aderiscono all'Asai. L'associazione di ispirazione cristiana – di fatto, un esempio doc di laicità inclusiva". (…) "Spiegheremo ai nostri ragazzi, che educhiamo al rispetto delle diversità religiose e culturali, che ogni persona ha diritto ad avere qualità della vita indipendentemente dal proprio orientamento sessuale", dice Lucia Portis, una mamma-volontaria. "La decisione di partecipare al corteo deriva dalla nostra coerenza", aggiunge Sergio Durando, punto di riferimento dell'associazione di via Sant'Anselmo e animatore della Pastorale Migranti. Dietro lo striscione dell'Asai sfileranno anche ragazzi originari di paesi musulmani, dove l'omosessualità è tabù. Ma se da una parte al Pride arrivano adesioni che fanno ben sperare, dall'altra c'è amarezza per quelle che sono definite "chiusure".
Chiamatele "chiusure", qui si fa la solita confusione, rispettare le diversità, non vuol dire equipararle, le differenze vanno riconosciute, quello che gay, lesbiche, trans chiedono non è di essere rispettati, ma "ignorati" tollerati, chiedono che si faccia finta che le differenze non esistano, e questo non è cosa buona in primis per loro, è più umiliante che chi mi sta di fronte finga di non vedere che sono grassa piuttosto che invece notandolo non ne faccia una discriminante ma mi accetti per come sono.
Mi pare che qui si voglia arrivare a una mistificazione del reale. Una pera è differente da una mela, ma non dico che sono la stessa cosa per evitare che si sentano a disagio sul banco del fruttivendolo.
Così per non essere considerati bigotti, provinciali o peggio, si finisce per dire che due uomini sono una famiglia, che chi non la pensa così è omofobico e siccome è "peccato" (sono i nuovi peccati laicisti) essere omofobici, ci deve essere una legge che vieta e punisce l'omofobia.


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sabato, giugno 10, 2006


Ruini: «Giovani e fede, distanza da colmare»

Preghiera, educazione all'amore e «pastorale dell'intelligenza»: i nodi della proposta cristiana

La preoccupazione c'è. «Le nuove generazioni sono il terreno più difficile, ma anche il più necessario della missione perché, nelle nuove generazioni, è più forte la scristianizzazione». Ma non il pessimismo. Perché accanto alla diagnosi dei «rischi», c'è anche la certezza che la cura è possibile. A patto, però, di «ricomporre la frattura tra razionalità tecnico-scientifica e mondo delle esperienze». Giovedì sera, nella Basilica di San Giovanni in Laterano nuovamente gremita dei rappresentanti di parrocchie, comunità, movimenti e associazioni, il cardinale Camillo Ruini ha chiuso il convegno diocesano, quest'anno incentrato sulla pastorale giovanile, con un chiaro messaggio di speranza. Non è una missione impossibile educare i giovani alla fede. Anche se tutti devono essere consapevoli delle difficoltà che il compito comporta. Il vicario del Papa per la diocesi capitolina ha fatto più volte riferimento, nella sua sintesi finale, sia al discorso con cui martedì scorso Benedetto XVI aveva aperto il simposio, sia al risultato dei gruppi di studio, presentato in assemblea poco prima che il cardinale facesse il suo intervento. Ha ripreso, ad esempio, i due «fondamentali motivi di difficoltà» indicati dal Papa (agnosticismo e relativismo) e ne ha approfondito i contenuti. «I giovani - ha ricordato innanzitutto - vivono prevalentemente nel mondo dell'immediatezza dei sentimenti». Cadono in questo orizzonte «la sessualità che viene intesa come finalmente liberata» e «l'attrazione del denaro e del consumo, oltre che del successo». D'altro canto, però, «i giovani imparano a scuola e da piccoli la razionalità tecnico-scientifica che si presenta loro come l'unica veramente valida e sicura», anche se non può rispondere alle domande fondamentali della vita. Si determina così «una frattura nell'unità della persona tra la sua razionalità e la sua esperienzialità». Una frattura che, secondo Ruini, «sta diventando una crisi della nostra civiltà, come appare dalla mancanza, molto fre quente, di grandi motivazioni e da una debole volontà di futuro» (la crisi demografica, ad esempio). Perciò la sfida della pastorale giovanile, ha messo in evidenza il cardinale vicario, «è quella di inserirsi in questa frattura», sia tenendone conto e modulando le proprie proposte e i propri linguaggi in modo da intercettare i giovani e da essere compresi da loro, sia «soprattutto nel senso di superarla, di colmarla, di saldarla per quanto possibile». Qui si pone anche il «problema - ha sottolineato ancora il porporato - della crescente difficoltà, precarietà e direi estraneità della fede e della proposta cristiana rispetto al giovane diviso in se stesso». Ecco perché Ruini ha messo l'accento sulla necessità di «innalzare il livello e potenziare la forza della proposta cristiana nelle parrocchie, negli oratori, nelle comunità religiose, nelle associazioni, nei movimenti, nelle scuole e negli stessi seminari». Quattro i punti essenziali indicati dal cardinale vicario. E prima di tutto la preghiera. «Preghiera - ha spiegato - intesa come incontro con Cristo che avviene dentro di me, che mi coinvolge, un incontro che richiede il mio sì, la mia adesione e anche la mia concentrazione ma che è, ancora prima, opera di Dio in me, sua presenza, azione dello Spirito». Il secondo profilo è quello ecclesiale. «Il Papa - ha ricordato Ruini - ha introdotto il ruolo della Chiesa come famiglia di Dio e compagnia di amici affidabile e che non abbandona, in cui abbiamo la certezza di essere amati ma di esserlo anzitutto dal Signore. Qui chiaramente siamo tutti interpellati ciascuno con il suo compito». E «dobbiamo poter dire anche noi - ha aggiunto - che l'amore di Cristo ci spinge e questo amore diventa passione educativa verso i ragazzi e i giovani, passione educativa non generica ma cristiana, una passione che mi fa uscire dalla prigione del mio io, dai miei problemi, dalle mie ambizioni e dalle mie frustrazioni. Una passione che mi mette in rete con tutte quelle persone, comuni tà, istituzioni che, nella sostanza, perseguono il medesimo obiettivo, anche se con forme e modalità che possono essere diverse». È la cosiddetta pastorale integrata e il cardinale ha fatto riferimento soprattutto a parrocchie, scuola e università. Quanto poi al terzo profilo, ha richiamato quella che il Papa aveva definito «la pastorale dell'intelligenza». Non si può evitare la questione della verità, «snobbando» la quale «ci adattiamo al contesto agnostico del nostro tempo». Ma «non si tratta solo di una questione teorica o filosofica e priva di conseguenze per la nostra vita. Al contrario. Se all'inizio di tutto c'è il Verbo Creatore, come dice Giovanni all'inizio del Vangelo - ha ricordato il vicario del Papa - allora anch'io non sono frutto del caso, allora c'è spazio per un progetto di Dio su di me e allora posso, senza ingannare me stesso e senza abbandonare i miei sogni, concepire la mia vita come risposta a una vocazione». Infatti il quarto e ultimo profilo evidenziato dal cardinale Ruini è stato proprio quello dell'amore. Citando uno studio dell'Università statunitense di Princeton, il porporato ha messo in evidenza che «educando i ragazzi e giovani a comprendere e a vivere l'approccio cristiano alla sessualità, li aiutiamo a costruire il loro futuro». Ma «l'amore cristiano ha dimensioni molto più ampie, è l'amore di Dio e l'amore del prossimo, non è soltanto l'amore fra l'uomo e la donna». E dunque la formazione della persona richiede che queste dimensioni siano sviluppate attraverso l'esperienza del servizio». Alla fine, ha concluso Ruini, il vero amore è frutto dell'innamoramento di Cristo. Se «c'è questo innamoramento, c'è testimonianza e c'è spinta missionaria».

Mimmo Muolo

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venerdì, giugno 09, 2006

IL MONDIALE DI NOI FANTASMI

 

Alberto Caprotti

Un Mondiale, 32 squadre, nessuna certezza. Una volta ogni quattro anni vien voglia di fidarsi di maglie e bandiere, di credere nella favola di questo affare planetario che è sempre un eccesso, in un senso o nell'altro. Dura poco l'illusione, ma almeno c'è. C'era. Perché Germania 2006 non è solo l'anno zero del pallone italiano, il confine di un prima e di un dopo. Per tutti è una parentesi che allontana dalla realtà, che non aiuta a farci i conti. Anche per chi la nostra Calciopoli la guarda dall'alto, come se gli scandali fossero abitudini solo italiane. Non è così ovviamente: il pallone scoppia ovunque e non sarà un Mondiale a rincollarne i pezzi. L'importante però è far finta che l'operazione possa riuscire, che dal campo arrivi quel «riscatto indispensabile», concetto che significa meno di niente ma che in queste ore va tanto di moda in bocca di chi non ha di meglio da dire.
Avanti con gli inni, allora. Con i gol, le sfide impossibili di Paesi minuscoli contro i giganti. Si parte sempre da 0-0, l'ultimo baluardo di fascino concesso. Si gioca, sperando che almeno qui sia partita vera. Ma a meno che questo senso di nausea diffuso che si è appollaiato sulle spalle del calcio di casa nostra sia un sentimento che non genera epidemie, la sensazione della vigilia è nera, annacquata in un mare di altri pensieri, di conti che non tornano tra uno sport in declino universale e un palcoscenico che prova una volta ancora ad esaltarlo, bruciando miliardi, trombette, colori, stupori e ore di diretta tv sull'altare dello spettacolo a tutti i costi.
Comincia oggi, per gli altri. Comincia a Monaco di Baviera il Mondiale del piccolo Costarica contro mammona Germania. Il Mondiale dei sei Paesi esordienti. Dell'Africa, meno nera ma forse un po' più vera. Dell'Iran che di questa presenza ha fatto un messaggio p olitico, e del suo presidente delirante che il messaggio suo vorrebbe portarlo fino in Germania, possibilmente di persona. Il Mondiale degli Usa, nostri avversari nella seconda partita, che come sede del ritiro hanno scelto un centro commerciale: segno dei tempi. Inquietanti. Ma è anche il Mondiale del Brasile che sorride e si diverte sempre, per indole certo, ma anche quasi a voler dire: vediamo come fate a batterci.
È il Mondiale dei cinque continenti, mai successo prima. Ci sono tutti, non manca nessuno. Italia a parte. Noi partecipiamo certo, ma partiamo vestiti da fantasmi: milioni di occhi addosso che ci trapassano lasciandosi nudi alla meta. Impossibile non pensarci, senza farsi travolgere dallo schizzo nostro. Una macchia che non va via. Forse hanno ragione i disfattisti, quelli che «l'Italia in Germania non ci doveva andare». Per pudore. Non sarebbe bastato ma sarebbe stato un gesto fortissimo. Ora, purtroppo, non basterà nemmeno fare una grande figura, ipotesi peraltro abbastanza remota se gli umori e i cerotti della vigilia sono segni attendibili.
Qualcuno però ci crede, o almeno ci spera. Confidando nel fatto che lo sport - e dunque un Mondiale - è anche operazione estetica: guarisce le ferite, nasconde le cicatrici e le vergogne. È un bisturi contro l'infelicità, un anestetico che per 30 giorni almeno crea nuovi miti e nuovi gesti, imprese nelle quali perdersi e ritrovarsi. Di solito. Non sempre. Non questa volta. Il Mondiale inizia per restituire al calcio una parvenza di agitata normalità: le stelle spopoleranno, i campioni torneranno ad essere divi osannati di un gioco che di sacro non ha più nulla.
I nostri fantasmi azzurri invece esordiranno lunedì sera, ore 21, stadio di Hannover, contro il minuscolo Ghana che sembra già una montagna: tifare contro sarebbe vile, ignorarli quasi impossibile. Loro za vorrati dallo scandalo, noi e chi sta a casa davanti alla tv oppressi dal dubbio. Forse è questa l'unica, vera partita da giocare.

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