domenica, luglio 16, 2006

RELAZIONE AL PARLAMENTO
Nel 2005 sono state 603 le morti per overdose, le stesse dell’anno precedente. Aumentano i decessi tra gli over 35. Le regioni più a rischio Umbria e Lazio

Allarme cocaina e cannabis
Raddoppiati i consumatori

Aumento record rispetto al 2001 Triplicati anche
gli assuntori di allucinogeni e stimolanti

 di  Pino Ciociola

La droga è «un «fenomeno sociale dalle dimensioni di massa» e del quale «si è ridotta la percezione del grado di pericolosità». Così esordisce il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, presentando la "Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia 2005". Punto numero uno: «Aumenta l’uso di droghe illegali nella popolazione – si legge subito – nonostante l’uso di eroina e cocaina sia disapprovato e considerato rischioso».
Via con alcool e tabacco. I numeri confermano: «Si stima che oltre 2 milioni di italiani hanno fatto uso associato di più sostanze illegali nel 2005». E «ogni anno 29mila persone iniziano ad abusare di eroina e 9mila di cocaina». Tabacco e alcol sono le sostanze di "iniziazione" per la maggioranza dei consumatori di droghe. L’85% di chi fa uso di cocaina e il 74% di chi consuma eroina dichiara di aver cominciato con la cannabis, mentre il 75% dei consumatori di hascish e marijuana restano "fedeli" alla sostanza.
Complessivamente, raddoppiano i consumatori di cocaina e cannabis, diminuiscono gli utilizzatori di eroina e triplicano (dal 2001) coloro che fanno uso e di allucinogeni e stimolanti.
603 morti per overdose. Sono stati 603 i morti per overdose di nel 2005. Un numero che non si scosta da quello del 2004 (600 morti). E dal 1996 all’anno scorso non sono mai stati registrati decessi per overdose in ragazzi sotto i 15 anni (sebbene i 15/19enni rappresentano il 2-3% dei decessi per overdose). Aumentano le overdose mortali fra i consumatori over 35 (passando dal 22% circa al 53% del totale). La causa del decesso è stata attribuita in 254 casi all’eroina, in 43 alla cocaina, in 4 al metadone ed in un caso alle amfetamine, mentre nella metà dei casi la sostanza non è stata indicata. «Si muore per overdose prevalentemente nella propria abitazione». E le regioni dove si registra il più alto numero di morti per overdose «sono Umbria e Lazio», mentre risultano «Perugia e Roma le province «più a rischio».
S ervizi pubblici. Altra stima: «3 milioni e 800mila italiani hanno fatto uso di cannabis (erano stati 2 milioni nel 2001) e tra loro mezzo milione ha fra 19 e 21 anni». I soggetti che finiscono per avere bisogno di un intervento terapeutico «sono circa 200mila per gli oppiacei e 150mila per la cocaina». A proposito, «i consumatori di eroina – sottolinea la Relazione – arrivano ai Sert entro 5/6 anni da quando hanno attivato il consumo problematico, i consumatori di cocaina dopo 6/7 anni». Nel 2005 circa 300mila persone necessitavano di trattamento per abuso di droghe» E «più della metà lo hanno avuto presso i servizi».
Più metadone a mantenimento. Poco più di un terzo dei trattamenti erogati dai servizi pubblici per le tossicodipendenze «è esclusivamente psicosociale», il 29% è di tipo «farmacologico» e il restante è «un’integrazione fra i due». Il metadone si conferma «il trattamento farmacologico di elezione» e aumenta dal 2001 «il numero di trattamenti a mantenimento».
I "costi". Secondo la Relazione governativa, «pur mancando informazioni precise sulla tipologia degli interventi effettuati dalle strutture del privato sociale e un’articolazione dettagliata dei costi sostenuti dalle amministrazioni regionali, si stima che nel 2005 siano stati impegnati sulla rete dei servizi pubblici e privati circa 790 milioni di euro».

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domenica, luglio 02, 2006

INTERVISTA
Febbraio 1945: 2000 altoatesini, reclute della Wermacht, rifiutano di prestare giuramento al Fuhrer e vengono per questo inviati sul fronte dell'Est, da cui molti non tornarono Parla un superstite, poi diventato prete

I soldati che non giurarono per Hitler

Don Pöder: «Non ci eravamo messi d’accordo prima, ma molti erano cattolici e non volevano aderire al nazismo»

Di Lorenzo Fazzini

Fu uno dei protagonisti di quel gesto – semplice nella pratica, eclatante per la portata – di non prestare giuramento a Hitler come soldato della Wermacht. Allora aveva solo 19 anni e, grazie al suo buon bilinguismo (parlava bene italiano e tedesco), era stato assegnato agli uffici del Polizeiregiment Brixen. Oggi don Peter Pöder, originario di Lana, ha 80 anni, presta il suo servizio nella Curia vescovile di Bolzano, dopo diversi incarichi come cappellano di Silandro e Merano, quindi come decano a Kaltern (Caldano) per 18 anni. E quando ripensa a quel giorno piovoso del febbraio 1945 in cui negò la sua adesione al Führer, l’anziano e vispo sacerdote vaga con gli occhi al di là della finestra del suo ufficio e si specchia nel cielo terso alla ricerca del perché di una scelta così coraggiosa.
Reverendo, cosa la spinse a non giurare fedeltà a Hitler?
«Furono la mia fede cattolica e la mia formazione famigliare a non farmi prestare giuramento. In casa, mio padre e mia mamma ci avevano sempre ribadito che i discorsi di Hitler non erano cristiani. Con quel gesto i nostri capi volevano l’adesione di tutti noi soldati alla causa del nazismo: ma come potevo giurare se io avevo un altro credo?».
Perché i suoi commilitoni non risposero «Ja!» alla formula di giuramento?
«Ancora oggi non so spiegarmi questo gesto: io, personalmente, non avevo parlato con nessuno della mia decisione interiore e non sapevo che tutti avrebbero fatto così. Tra noi soldati non c’era grande comunicazione e soprattutto non veniva fatta alcuna propaganda antinazista».
Può raccontarci cosa avvenne di preciso?
«Ci radunarono per il giuramento di rito al termine del corso di addestramento: eravamo in 1400, di lì a poco dovevamo essere mandati nel Bellunese. Quando venne il momento del giuramento, si levò solo un brusio, un piccolo mormorio. Franz Hofer (il rappresentante di Hitler nell’Alpenvorland, ndr), arrivato per l’occasione a Bressanone, gridò 5 o 6 volte "Più forte, più forte!", per incitar ci ad alzare la voce. Ma nessuno lo fece. Hofer si stupì molto e sbottò: "Come è possibile che tutti stiano in silenzio?". Poi, ad un certo punto, furibondo, se ne andò. Venni a sapere, tramite il mio superiore, che Hofer aveva sentenziato: "Questo non è un giuramento!". E così venne deciso di inviarci al fronte orientale, in Slesia».
Come venne interpretato il vostro mutismo dai capi?
«Capirono benissimo che si trattava di una ribellione. Compresero molto chiaramente che noi volevamo respingere il nazismo e non aver niente a che fare con Hitler».
Lei, interiormente, come reagì al silenzio unanime dei suoi commilitoni?
«Pensai subito: è giusto così. Era il nostro modo di rifiutare una mentalità pagana. Molti di quei soldati erano credenti e cattolici, e non riuscivano a capire l’idea del nazismo. Certo, non avrei mai pensato a un castigo così pesante come l’invio sul fronte orientale».
Che voleva dire la morte quasi certa: sapevate che, non giurando, sareste incorsi nella punizione di essere spediti su un fronte pericoloso?
«No, non ne eravamo a conoscenza. Dopo pochi giorni noi del Brixen venimmo spediti in Germania e qui il battaglione venne sciolto, perché i capi temevano un complotto. Io mi ritrovai solo 3-4 compagni del vecchio battaglione».
Cosa le successe in seguito?
«In Germania venni inquadrato nelle SS e mi sarei dovuto sottoporre al cosiddetto "rito dell’impronta", con il quale ogni soldato scelto veniva segnato sul braccio con un marchio per segnalare – in caso di pericolo di vita e di necessarie trasfusioni di sangue – che lui era delle SS. Ma io non mi feci fare nulla e nessuno se ne accorse. Così, quando mi catturarono i russi, non trovarono l’impronta da SS e, anche grazie alla mia carta d’identità italiana, riuscii a salvarmi. Fatto prigioniero dai russi, scappai con 3 commilitoni, arrivai in Baviera, che era stata liberata dagli americani, e poi al Brennero. Quindi a piedi tornai a casa».
Per poi entrare in seminario …
«Sì. Finii il lic eo da privatista, feci la maturità nel 1947 e l’anno seguente a Innsbruck mi iscrissi alla facoltà teologica, dove ebbi il grande Karl Rahner come docente: un uomo umile, dalla fede che veniva dal cuore. Feci il dottorato in dogmatica con suo fratello Hugo. Poi fui ordinato prete e prestai il mio servizio in diverse parrocchie».
In che modo l’esperienza della guerra influenzò la sua vocazione?
«In casa si diceva spesso che il nazismo era contro la Chiesa, e per questo sapevo che il nazismo non era una cosa buona. Una volta tornato dalla guerra, mi resi conto che la fede cristiana faceva di un uomo una persona diversa dalle altre e le famiglie cattoliche erano differenti, più unite e aiutavano gli altri. Così ho deciso a diventare prete»
Quale significato ha avuto, per lei, il gesto di non giurare al nazismo?
«Nella nostra famiglia (eravamo in otto: anche il papà e due miei fratelli sono andati in guerra) mi avevano insegnato che chi aderiva al nazismo era su una strada sbagliata. Secondo i miei genitori Hitler era un uomo che non aveva la minima fede e che non aveva niente a che fare con i cristiani. Per questo quel giorno decisi di restare in silenzio».


postato da: religioneascuola alle ore 19:20 | Permalink | commenti
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