martedì, agosto 29, 2006

I RITMI DELLA VITA
Parlando all’Angelus a Castel Gandolfo Benedetto XVI ha proposto un aspetto di particolare attualità del pensiero di una delle grandi figure cristiane di cui proprio domenica ricorreva la festa

«Troppo attivismo indurisce il cuore»

Il Papa rilancia il messaggio di san Bernardo«In ogni genere di occupazioni, impariamo dal suo stile
a non perdere di vista il primato del raccoglimento interiore»

Le parole di san Bernardo sui pericoli dell'attivismo sono state al centro domenica della riflessione del Papa all'Angelus a Castel Gandolfo. Pubblichiamo per intero il suo discorso.

Cari fratelli e sorelle,
oggi il calendario cita fra i santi del giorno san Bernardo di Chiaravalle, grande dottore della Chiesa, vissuto tra l'XI e il XII secolo (1091-1153). Il suo esempio e i suoi insegnamenti si rivelano quanto mai utili anche in questo nostro tempo. Ritiratosi dal mondo dopo un periodo di forte travaglio interiore, venne eletto abate del monastero cistercense di Chiaravalle all'età di 25 anni, restandone alla guida per 38 anni, sino alla morte. La dedizione al silenzio e alla contemplazione non gli impedì di svolgere un'intensa attività apostolica. Esemplare fu anche per l'impegno con cui lottò per dominare il suo temperamento impetuoso, come pure per l'umiltà con cui seppe riconoscere i propri limiti e manchevolezze.
La ricchezza e il pregio della sua teologia non stanno tanto nell'aver percorso vie nuove, quanto piuttosto nell'essere riuscito a proporre le verità della fede con uno stile così chiaro ed incisivo da affascinare l'ascoltatore e da disporne l'animo al raccoglimento e alla preghiera. Si avverte in ogni suo scritto l'eco di una ricca esperienza interiore, che egli riusciva a comunicare agli altri con sorprendente capacità suasiva. Per lui la forza più grande della vita spirituale è l'amore. Dio, che è Amore, crea l'uomo per amore e per amore lo riscatta; la salvezza di tutti gli esseri umani, mortalmente feriti dalla colpa originale e gravati dai peccati personali, consiste nell'aderire fermamente alla divina carità, rivelataci pienamente in Cristo crocifisso e risorto. Nel suo amore Dio risana la nostra volontà e la nostra intelligenza malate, innalzandole al più alto grado di unione con Lui, cioè alla santità e all'unione mistica. Di questo San Bernardo tratta, tra l'altro, nel breve ma sostanzioso Liber de diligendo Deo. C'è poi un altr o suo scritto che vorrei segnalare, il De consideratione, indirizzato al Papa Eugenio III. Qui, in questo libro molto personale, il tema dominante è l'importanza del raccoglimento interiore - e lo dice al Papa -, elemento essenziale della pietà. Occorre guardarsi, osserva il santo, dai pericoli di una attività eccessiva, qualunque sia la condizione e l'ufficio che si ricopre, perché - così dice al Papa di quel tempo e a tutti i Papi, a tutti noi - le molte occupazioni conducono spesso alla «durezza del cuore», «non sono altro che sofferenza dello spirito, smarrimento dell'intelligenza, dispersione della grazia» (II, 3). L'ammonimento vale per ogni genere di occupazioni, fossero pure quelle inerenti al governo della Chiesa. La parola che, a questo riguardo, Bernardo rivolge al Pontefice, già suo discepolo a Chiaravalle, è provocatoria: «Ecco - egli scrive - dove ti possono trascinare queste maledette occupazioni, se continui a perderti in esse… nulla lasciando di te a te stesso» (ibid.). Quanto utile è anche per noi questo richiamo al primato della preghiera e della contemplazione! Ci aiuti a concretizzarlo nella nostra esistenza san Bernardo, che seppe armonizzare l'aspirazione del monaco alla solitudine e alla quiete del chiostro con l'urgenza di missioni importanti e complesse al servizio della Chiesa.
Affidiamo questo desiderio non facile - di trovare cioè l'equilibrio tra l'interiorità e il lavoro necessario - all'intercessione della Madonna, che egli sin da fanciullo amò con tenera e filiale devozione sì da meritare il titolo di «Dottore mariano». InvochiamoLa perché ottenga il dono della pace vera e duratura per il mondo intero. San Bernardo in un suo celebre discorso paragona Maria alla stella a cui i naviganti guardano per non smarrire la rotta: «Nell'ondeggiare delle vicende di questo mondo, più che camminare per terra hai l'impressione di essere sballottato tra i marosi e le tempeste; non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella, se non vuoi es sere inghiottito dalle onde… Guarda la stella, invoca Maria… Seguendo Lei non sbagli strada… Se Lei ti protegge non hai paura, se Lei ti guida non ti affatichi, se Lei ti è propizia giungi alla meta» (Hom. super Missus est, II, 17).


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martedì, agosto 15, 2006

Verona 2006, appello ai laici

«Siate il volto della speranza»

Parla Paolo Rabitti, arcivescovo di Ferrara-ComacchioLe credenziali dei «credenti che sperano»? Il rispetto della vita, il nitore dell'amore, la verità della famiglia, l'onestà in economia e in politica, la competenza culturale, l'impegno per la pace

Di Agostino Civitali

Il Convegno ecclesiale di Verona chiama a raccolta tutta la Chiesa italiana. Anche i laici. All'arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Paolo Rabitti, presidente della Commissione episcopale per il laicato e promotore della Lettera al laicato del 27 marzo 2005, abbiamo chiesto una riflessione sulla situazione, le difficoltà, le prospettive e le responsabilità dei laici cattolici, con uno sguardo che abbracciasse il cammino compiuto dal Concilio Vaticano II al Convegno di Verona.
Oggi pubblichiamo la prima parte del colloquio con Rabitti il quale, nei suoi studi e nella sua vita pastorale, ha potuto "respirare" al fianco dei padri conciliari l'aria nuova del Vaticano II, l'avvenimento che Giovanni Paolo II definì «la più grande grazia del secolo XX».
Guardando alla realtà della Chiesa in Italia, quale è stata la recezione del Concilio dal parte del laicato? E com'è stato accolto il laicato nella vita della Chiesa?
«Iniziando a presiedere il Vaticano II, Paolo VI disse: "Il Concilio vuol essere un primaverile risveglio di energie, quasi latenti nel seno della Chiesa" (29 settembre 1963). Vi sono consegne del Concilio che, se raccolte, avrebbero la forza per imprimere al popolo di Dio un ardimento, un fervore e "un balzo innanzi" - secondo l'espressione di Giovanni XXIII - "che potrebbero davvero operare, nella Chiesa e nel mondo, quel rinnovamento di pensieri, di attività, di costumi e di forza morale e di gaudio e di speranza che è stato lo scopo stesso del Concilio" (Paolo VI, 8 dicembre 1965). I laici sono stati "messi a fuoco" dal Concilio non per segregarli ma per renderli più vivamente e teologicamente inseriti dentro la Chiesa, autenticati nella loro specifica peculiarità originata in loro dai sacramenti dell'iniziazione cristiana: Battesimo, Eucaristia, Cresima. Così i laici sono stati investiti dal Concilio da una possente riconvocazione vocazionale che li ha reimmessi, come sono, dentro alla famiglia ecclesiale, per realizzarne la missione, per essere fermento e anima del mondo. Già Pio XII il 20 febbraio 1946 aveva chiesto ai laici "la chiara consapevolezza non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa"».
Ma tale messaggio è stato recepito?
«L'entusiasmo della prima ora postconciliare parve confermarlo. Lo stesso Paolo VI disse che pareva scoppiasse il cuore per la gioia che emanava dal Concilio. Tanto che non ebbe timore di attribuire al "fumo di satana" ciò che avvenne dopo. Avvenne infatti, ad esempio, non l'ingaggio apostolico dei laici propugnato dal Concilio, bensì un diffuso loro esodo dalla vita ecclesiale. Non maturò quella correlazione e comunione fra laici e pastori quale il Concilio auspicava proprio da coloro che, per definizione "erano legati da un comune necessario rapporto" (Lumen gentium, 32); bensì si è assistito, tante volte, ad uno svincolamento da quella "comunione" che pure è stata la parola-chiave, il pensiero dominante e l'obiettivo primario del Concilio. Forse non si era pronti a fronteggiare ciò che stava avvenendo nel mondo: la secolarizzazione delle culture; l'irruzione in ogni dove di un'impressionante mondanità di pensiero e di condotta; il risorgere di mentalità neghittose di chi non vuole pesi e fastidi, di chi non s'interessa più della sorte della "sua" Chiesa e, anzi, è sempre pronto a imputarle ritardi o lacune, anche se personalmente non muove un dito per essa».
Tutto ciò che cosa ha suscitato?
«L'accoglienza dei laici, da parte della Chiesa-comunità e da parte degli stessi pastori, non ha avuto quella scioltezza e positività che ci si attendeva. I vescovi - cito la Lettera al laicato - hanno scritto: "A volte, può essere che il laico, nella Chiesa, si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. All'opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici, da parte dei Pastori, non trovi pronta risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Dobbiamo superare questa situazione"».
La Chiesa in Italia, nel cammino d'avvicinamento al Convegno di Verona, ha convocato tutti, compresi i laici, per rinfocolare la missione e rianimare nel segno della speranza una società che pare stanca e delusa. Verona sarà dunque l'occasione per un appello ai laici per rendere «presente e operosa la Chiesa - come si dice nella Lumen gentium, 33 - là dove essa non può diventare tale sulla terra se non per mezzo loro»?
«È evidente la situazione nella quale, ora, ci troviamo tutti, specialmente nel mondo occidentale: la sorte del globo appesa ad un filo, i terrorismi in agguato col panico di olocausti planetari; l'eclissi della razionalità e la pressione del relativismo, con comportamenti non più inquadrabili in un minimo di moralità; il perturbamento della verità e il deperimento delle evidenze etiche; l'enigma "giovani"; una generazione imprevedibile nel suo affacciarsi al futuro; il pericolo non ipotetico di difficili congiunture economiche mondiali... Tale fluidità di situazioni rischia di far "smarrire il futuro", "causando disorientamento, incertezza, stanchezza, e talvolta persino disperazione" (Traccia del Convegno, 1). La Chiesa italiana si ritroverà dunque a convegno: chiamerà cioè tutte le sue componenti per dire agli "smarriti di cuore: irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti; coraggio, non temete... quanti sperano nel Signore riacquistino forza" (cfr. Is 35,4; 40,31). "Non vi sgomentate... Cristo abiti nei vostri cuori; sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1Pt 3,15). Nel 1975 al Convegno ecclesiale di Roma fu detto: chi riceve i sacramenti sia evangelizzato ed evangelizzatore. Nel 1985, al Convegno di Loreto, fu detto: chi vive nella Chiesa sia ed operi da riconciliato e da riconciliatore. Nel 1995, al Convegno di Palermo, si disse: solo la carità è credibile per chi dà e riceve il Vangelo».
Ora viene Verona...
«E viene riconvocata la Chiesa italiana a "prendere il largo", là dove il Salvatore l'attende, per dire e trasmettere salvezza al "mondo che cambia". Siccome questo nostro tempo sembra chiudersi nel presente, noncurante del futuro, sottraendosi ai significati ultimi della vita e della storia, la terapia o il regalo che i cristiani possono recare è precisamente la speranza con i segni che la manifestino e la contagino. Come il profumo rigenera l'aria, così è "la testimonianza di chi sa sperare"».
Quali sono le credenziali dei «credenti che sperano»?
«Sono ad esempio il rispetto della vita; l'onestà nell'economia; la dirittura nella politica; la competenza nella cultura; il nitore dell'amore; la verità della famiglia; l'impegno nella propria professione; l'inventiva nel migliorare la società; la trasparenza nei rapporti; il contributo alla pacificazione; il coraggio dell'esporsi... Quando chi convive con i credenti fosse "forzato", dalla loro testimonianza cristiana, a chiedersi "ma cos'è che rende i cristiani tanto impegnati, tanto limpidi, tanto differenti?", saremmo alla soglia di una nuova evangelizzazione, perché la risposta sarebbe: "i cristiani derivano il loro impegno dalla speranza", cioè: "dalla convinzione che non hanno quaggiù una città stabile, ma cercano quella futura" (Eb 13,14). Proprio tale fede obbliga i cristiani, ancora di più, a vivere i compiti terreni. È per questo che san Paolo raccomandava ai cristiani di "rallegrarsi e di rendere nota a tutti la loro concezione di vita" (cfr Fil 4,5). Ecco perché Verona 2006 sarà un grande appello ai laici, come lo fu il Concilio: "Moltissimi uomini non possono né ascoltare il Vangelo né conoscere Cristo se non per mezzo di laici, che siano loro vicini" (Ad gentes,21)».
Perché i vescovi italiani hanno voluto indirizzare al laicato la «Lettera» del 27 marzo 2005?
«Mentre - come ho detto prima - a seguito del Concilio non si è vista esplodere quella "mobilitazione spirituale, quella trasformazione della comunità cattolica, quella somma di energie morali regalate al mondo moderno" (Paolo VI, 23 marzo 1966) che ci si aspettava, debbo contestualmente affermare che sono tuttavia fiorite tante cose e vi sono tante energie nei fedeli laici, non sempre manifeste, di cui bisogna ora rendersi conto e che bisogna "chiamare alla vigna", come diceva Giovanni Paolo II nella Christifideles laici. Era necessario far giungere una parola a questi fratelli e fedeli laici, prima di Verona, per invitarli a percepire quanto tale Convegno li riguarderà; per coscientizzarli circa l'estremo bisogno del loro apporto, quale la nazione implicitamente reclama in ogni risvolto del suo tessuto; per assicurarli del sincero e appassionato desiderio dei pastori di averli al fianco nei gravi compiti pastorali della Chiesa e di vederli operosi nel realizzare quel preclaro compito (Onus praeclarum" Aa,3) che consiste "nel fare di Cristo il cuore del mondo". La Lettera è nelle mani dei laici; è semplice, breve, intrisa di fiducia e rispetto. È come un biglietto-invito a venire o a "guardare" a Verona. Nella parabola della vigna si dice che l'ingaggio degli operai si è ripetuto cinque volte; questa nostra Lettera al laicato è certamente una chiamata, a giorno avanzato. La vigna necessita di tutto e di tutti».
Lei, che incontra tante aggregazioni laicali e tanti laici nelle diocesi italiane, ritiene che il laicato, oggi, contribuisca a rendere la Chiesa quale è quella descritta negli Atti degli Apostoli che «in pace, cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo» (At 9,31)? O invece riscontra la tendenza che san Paolo verificò nella Chiesa di Corinto: «non unione di pensiero, ma discordie; non comunione in Cristo ma rivendicazione del rispettivo maestro-fondatore» (1Cor 1,11; 1,13; 3,2)?
«Paolo VI chius e il Vaticano II con una singolare affermazione: "La religione del nostro Concilio è stata principalmente la carità". A rigor di logica la Chiesa doveva, dopo il Concilio, scoppiare di carità: fra i pastori; fra pastori e "gregge"; fra preti, religiosi, laici; fra laici e laici. Invece non sempre è stato così. Lo spirito contestativo si era infiltrato, in qualche misura, anche nella Chiesa. Talvolta, invece di cercarsi, ci si è diffidati; invece di correggersi, denunciati; invece di collaborare, ci si è fatti concorrenza; invece di convergere intorno all'Autorità si è cercato di accaparrarsela; invece di cercare i frammenti di verità negli altri si è investigato e talvolta inventato l'errore altrui. Di questi antagonismi si sono impadroniti quanti miravano all'indebolimento della Chiesa e hanno molto sofferto, invece, quanti erano appassionati alla sua armonia e unità».
Situazioni inevitabili?
«Col senno di poi era quasi fatale che ciò avvenisse. Chi infatti trasferisce nella comunità cristiana dinamismi di fazione, si dimostra impreparato ad essere Chiesa. Chi non circonda i carismi col grande isolante dell'umiltà rischia di farne lo strumento di fiammate d'orgoglio e rivalità. Chi, da "frammento" qual è, si autoconsidera "il tutto", apre la porta a pericolosissimi sentimenti quali l'invidia, l'ira, la divisione... Paolo VI dichiarò che il Concilio "era stato una imponente revisione di vita"; ma forse non tutti avevamo compiuto tale revisione, impreparati allo spirito di verità, di fedeltà, di fervore, di rinnovamento comunitario, apostolico, pastorale, missionario, ecumenico».
Intanto però, grazie anche agli sforzi dei Pontefici e di tanti servitori della Chiesa, sembra che il barometro della coesione-collaborazione-comunione fra le aggregazioni evolva verso il "sereno".
«Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, mentre li hanno molto apprezzati e vivamente incoraggiati, hanno rimarcato, a gruppi, movimenti e associazioni ecclesiali, la necessa ria sintonia con i pastori; la debita convergenza verso le plenarie comunità, quali la diocesi e in esse la parrocchia (Christifideles laici, 35); la fraterna reciproca accoglienza e coesione. Speriamo che si vada sempre più verso la sinfonia delle forze. Da questo ci riconosceranno discepoli di Cristo. Se è vero che gli antagonismi della nazione possono ripercuotersi nella comunità ecclesiale, può succedere anche un influsso reciproco: le divisioni nella Chiesa possono transitare nella nazione. È certo, invece, che l'unità dei cristiani incide sul mondo perché, di tale unità, la Chiesa è segno e sacramento per tutto il genere umano. Così come incide positivamente sul mondo l'apologetica degli animi quando si vivono la dottrina e i valori della Chiesa. I martiri davano e danno la vita per la verità di Cristo e della Chiesa; e convincono. Invece a quei cattolici, che sono in perenne riserva mentale o dissenso circa la medesima verità, vengono fatti "ponti d'oro" da chi tale verità avversa per "professione"; ma poi, alla fine, costoro restano irrilevanti per sé e per tutti. Martire significa "testimone", non "libero pensatore"!».

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martedì, agosto 15, 2006

"Se manca la base religiosa e la speranza della vita eterna, la dignità umana viene lesa in maniera assai grave, come si costata spesso al giorno d'oggi, e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione".

Gaudium er Spes, 21

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mercoledì, agosto 09, 2006

Intervista a ¨Don Matteo¨ - Terence Hill:

¨ La solidarietà è una goccia d`oro¨  

 

E' noto il suo impegno nei riguardi dei disabili. Quanto vale nella vita una goccia di solidarietà nei loro confronti?
Un attimo di solidarietà dedicato a persone provate nel fisico vale tutto, e da esse si riceve tantissimo.

Il premio "Goccia d'oro" che ha ricevuto a Rapolano Terme vale più di un Oscar?                                                                                Certamente. Per mia natura sono restio ai premi, ma quando si tratta di un riconoscimento che riguarda la solidarietà lo ritiro con piacere e ringrazio.

D'altra parte i personaggi che interpreta sono sempre positivi! Ma come si spiega che i Suoi film privi di violenza hanno tanta audience?                                                                                                    Non me lo spiego e neppure ci penso. Quando ho fatto "Lo chiamavano Trinità" molte mamme mi fermavano per strada  e mi dicevano: "Continui a fare film di questo tipo, così possiamo portare i nostri bambini al cinema ". Ho riflettuto ed ho cominciato a fare film per tutti.

Quindi se da Hollywood Le proponessero di fare un film farcito di pugni e pistolettate Lei rifiuterebbe!                                                                                                                                         E' dalla metà degli anni settanta che non faccio più questo genere di film, eppure di proposte ne ho avute tante; soprattutto dall'America dopo  "Il mio nome è Nessuno ", il bellissimo film western con Henry Fonda. Ho rifiutato. Mi piacerebbe, però, fare film d'avventura, anche movimentati, magari con cavalli; oppure fare un'altra serie di "Don Matteo", ma senza troppo forzare.

Ma c'è un filo che lega un cowboy ad un prete, Trinità a don Matteo?
C'è un filo rossissimo! Quando ho fatto "Il mio nome è Nessuno" indossavo uno spolverino bianco, una specie di tonaca, quasi come quella che indossa don Matteo, solo che era bianca. Ma il filo sta soprattutto nel carattere dei due personaggi che possiedono la medesima gioia interiore. L'eroe western ha un 'idea fissa: fare il bene, la stessa che ha don Matteo.

Vuol forse dire che le sue avventure nascondono un'idea missionaria?                                        Esattamente! E mi fa piacere sentirmelo dire.

Non è una forzatura vedere qualcosa di spirituale nella sua attività artistica?                                         Ho avuto il dono della fede. Dio mi è presente sempre. Anche girando "don Matteo " ho avvertito costantemente la presenza di Dio.

Quando si è incontrato con Dio la prima volta?
Quando ero bambino, in Germania. Mio padre per non farmi dimenticare l'italiano mi leggeva "I Fioretti di San Francesco"; questa lettura mi ha educato alla fede, che ho abbracciato subito con gioia e che continua a rendere felice la mia vita. Quando poi sono andato in America L'ho incontrato nella Comunità del Rinnovamento nello Spirito.

Fa parte dei carismatici?                                                                                                                         Non più, ma  il ritorno alle origini cristiane mi ha fatto bene.

Il cinema la distrae dal cammino spirituale?                                                                                       Dipende da ciò che si fa. Penso che per chi ha retta intenzione le occasioni della vita aiutano a camminare spiritualmente.

Vede, perciò, nella vita un disegno di Dio, anche se la sofferenza entra con crudezza, come quando ha perso suo figlio?
Di certo e 'è un disegno di Dio nella vita. L'attore Christopher Reeve, interprete di Superman, rimasto completamente paralizzato a seguito di un incidente, ha detto che in quelle condizioni avrebbe desiderato la morte. Poi quando la moglie gli disse che lo amava lo stesso decise di vivere. Secondo Reeve c'è una ragione per tutto ciò che accade; non c'è il caos nel mondo, ma un ordine da scoprire e di cui fa parte anche un incidente. Penso allo stesso modo.

Quali sono le sue letture preferite?                                                                                                         Leggo classici e libri di spiritualità.

E il Vangelo?                                                                                                                                           Spesso leggo alcune righe, poi ci penso sopra. Nella mia borsa c'è sempre.

Trova sollievo nel leggerlo?                                                                                                                                                Sì, certo, assolutamente.

Cosa ha capito del prete nei panni di don Matteo ?                                                                                 Ho capito che è assai difficile farlo. Si tratta di una vita interamente donata ad una missione.

Tra i suoi amici ci sono sacerdoti ?                                                                                                         Ne avevo alcuni in America, ora ne ho altri a Gubbio, la città dove ho girato le serie di don Matteo.

Quelli di Gubbio la vedono come un concorrente?                                                                                  No. A volte ci scherzano sopra, come quando la gente che va nella parrochia di S. Giovanni invece di chiedere del parroco chiede di don Matteo.Sono sacerdoti gentili, quando ho bisogno di un 'informazione, di un loro consiglio, perfino dei paramenti, mi rivolgo a loro, ed essi mi accontentato.

Ma sacerdoti con le caratteristiche di don Matteo, sinceramente, ne ha mai incontrati?                       Ci sono. Per incontrarli bisogna forse fare un po' di strada, andare dove vivono. Certamente nelle missioni ci sono preti molto, molto, più in gamba di don Matteo.

Quando cammina per strada le piace sentirsi chiamare "reverendo" dalla gente?                                Mi fa ridere e mi fa piacere. Quando facevo "Trinità" mi chiamavano "Trinità", e il fatto che oggi mi chiamino "don Matteo" significa che c'è un'identificazione con il personaggio che interpreto e che, quindi, ho lavorato bene. Questo, come attore, non può non farmi piacere.

Considerando, però, i nove o dieci milioni di telespettatori che don Matteo raccoglie per volta, si direbbe che un prete da fiction  attrae più di un prete vero!                                                                   La fiction e la televisione attirano più di qualsiasi altra cosa. Pensi che si scatenano 5 mila persone per andare a fare il "Grande fratello"! Non si può paragonare il prete della fiction con quello della realtà.

Però, nell'immaginario colletivo, tutti vorrebbero un don Matteo come parroco!                                    Certo! Quello della fiction piace perché è una persona che si dedica totalmente a un ideale. Nelle serie di "don Matteo" c'è un terzetto molto particolare: il capitano e il maresciallo che incarnano l'ideale dell'arma, e don Matteo che rappresenta l'ideale della Chiesa, di Dio. Questo dà alla finzione una forza incredibile.

di Vito Magno - padre rogazionista, giornalista

Fonte:Fraternità - Organo ufficiale dell'Unitalsi

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sabato, agosto 05, 2006
Nelle canzoni dell'estate la voglia di azzerare il conto

Dimenticare, dimenticare Tormentone disumano

 

Davide Rondoni

Dimenticare! Sembra la parola d'ordine dell'estate. Almeno quella che va di più in onda. E che viene ripetuta per radio e lungo i numerosi canali e cuffiette e auricolari che ci inseguono come piovre leggiadre e invasive. È il ritornello di due canzoni in cima alle classifiche italiane. E che ci arrivano con i mille tentacoli che via radio, via telefono e per i mille schermi ormai disseminati ovunque, anche in ascensori e stazioni. Ci piluccano la mente, ci tolgono il silenzio ad ogni istante da intorno al cuore. Come se nel silenzio, appunto, uno potesse far l'errore di ricordare… Non si parte forse per le vacanze per lasciarsi alle spalle un sacco di cose? Le facce dei colleghi, i litigi in casa, le bollette… È tra i luoghi comuni che per poter ritrovare se stessi occorre un po' di distacco, di dimenticanza di ciò che ci circonda. Dimentica! Dimenticare! Così cantano i due italiani nei primi posti in classifica. Due buoni cantanti. Ugole di buona qualità. Tiziano Ferro, una gran dose di simpatia, e di nitore, l'ex-bulimico col ritmo in corpo. E Raf, ormai gran signore del pop con cervello, amico di tutti noi che avevamo vent'anni negli anni '80. Cosa resteràààà, cantava. E ora siamo qui a veder cosa è restato. Solo qualcosa da dimenticare? Entrambi occhieggiano dai video e dalle top-ten e dicono: dimentica, dimentica…
Sull'idea di evasione, di lasciarsi alle spalle qualcosa, di fuga si è costruita l'impresa e l'etica della vacanza. E di molto altro. Non si tratta di una faccenda banale, se la si guarda in profondità. Sì, l'oblio attrae l'uomo. Lo stato in cui si cancella il sentire peso e pena. Dove nulla ci può più ferire. All'oblio hanno cantato poeti antichi, e rockettari moderni. Lo hanno invocato come quiete. L'oblio cercato da sempre con droghe ed effetti speciali. O filosofie argute. Dimenticare tutto, come una liberazione dall'inseguimento di quanto di brutto abbiamo intorno. Fuga da quel che ci hanno fatto contro. E anche da ciò che abbiamo compiuto noi stessi. Per tirare una riga. Riazzerare il conto. Dimenticare, in un certo senso, per poter rinascere. Come se la vita avesse bisogno, arrivata a certe sue scadenze, o a certi suoi apici, di riazzerarsi. È il grande mito della rinascita, del rinnovamento. Ottenuto però, per così dire, meccanicamente. Dal vuoto. Come se la memoria fosse un hard-disc da ripulire. Come se si trattasse di fare spazio nella memoria di un calcolatore. Ma l'uomo, appunto, non è un meccanismo. E ogni volta che si tratta da meccanismo si fa del male. Ha in dotazione un bene straordinario, che alcuni - pervertiti nel vero senso della parola, nella mente e nel cuore - ritengono sia invece il difetto dell'uomo: la libertà. E rinasce e si rinnova attraverso l'abbraccio alla libertà. Chiamatelo perdono, o ripresa, o stima… Molti invece sognano una vita dove si accumulano cose, fatti, persone etc, che poi spingendo un tasto si possano dimenticare, e da cui ci si possa slegare, distaccare. Così che distaccandosi da tutto non si abbia più dolore, e che tutto dimenticando non si incappi più nello sgradevole inconveniente della durezza del vivere. Dimenticare, distaccarsi… La libertà intesa come distanza… Per potersi cercare nuovamente, ma nel vuoto. Ma si badi: poiché il vuoto non esiste, si finisce per cercarsi, per ritrovarsi nelle immagini che la società impone e propina con le mode. Nelle due canzoni, sia Raf che Tiziano Ferro, parlano in realtà della difficoltà a dimenticare. Ascoltando bene sound e il testo, per quanto composto a morsi e barbagli, si vede bene che in fondo alla loro sincerità di cantanti sanno che dimenticare è difficile. È disumano, cioè brutto. Crea replicanti.

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