Verona 2006, appello ai laici
«Siate il volto della speranza»
Parla Paolo Rabitti, arcivescovo di Ferrara-ComacchioLe credenziali dei «credenti che sperano»? Il rispetto della vita, il nitore dell'amore, la verità della famiglia, l'onestà in economia e in politica, la competenza culturale, l'impegno per la pace
Di Agostino Civitali
Il Convegno ecclesiale di Verona chiama a raccolta tutta la Chiesa italiana. Anche i laici. All'arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Paolo Rabitti, presidente della Commissione episcopale per il laicato e promotore della Lettera al laicato del 27 marzo 2005, abbiamo chiesto una riflessione sulla situazione, le difficoltà, le prospettive e le responsabilità dei laici cattolici, con uno sguardo che abbracciasse il cammino compiuto dal Concilio Vaticano II al Convegno di Verona.
Oggi pubblichiamo la prima parte del colloquio con Rabitti il quale, nei suoi studi e nella sua vita pastorale, ha potuto "respirare" al fianco dei padri conciliari l'aria nuova del Vaticano II, l'avvenimento che Giovanni Paolo II definì «la più grande grazia del secolo XX».
Guardando alla realtà della Chiesa in Italia, quale è stata la recezione del Concilio dal parte del laicato? E com'è stato accolto il laicato nella vita della Chiesa?
«Iniziando a presiedere il Vaticano II, Paolo VI disse: "Il Concilio vuol essere un primaverile risveglio di energie, quasi latenti nel seno della Chiesa" (29 settembre 1963). Vi sono consegne del Concilio che, se raccolte, avrebbero la forza per imprimere al popolo di Dio un ardimento, un fervore e "un balzo innanzi" - secondo l'espressione di Giovanni XXIII - "che potrebbero davvero operare, nella Chiesa e nel mondo, quel rinnovamento di pensieri, di attività, di costumi e di forza morale e di gaudio e di speranza che è stato lo scopo stesso del Concilio" (Paolo VI, 8 dicembre 1965). I laici sono stati "messi a fuoco" dal Concilio non per segregarli ma per renderli più vivamente e teologicamente inseriti dentro la Chiesa, autenticati nella loro specifica peculiarità originata in loro dai sacramenti dell'iniziazione cristiana: Battesimo, Eucaristia, Cresima. Così i laici sono stati investiti dal Concilio da una possente riconvocazione vocazionale che li ha reimmessi, come sono, dentro alla famiglia ecclesiale, per realizzarne la missione, per essere fermento e anima del mondo. Già Pio XII il 20 febbraio 1946 aveva chiesto ai laici "la chiara consapevolezza non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa"».
Ma tale messaggio è stato recepito?
«L'entusiasmo della prima ora postconciliare parve confermarlo. Lo stesso Paolo VI disse che pareva scoppiasse il cuore per la gioia che emanava dal Concilio. Tanto che non ebbe timore di attribuire al "fumo di satana" ciò che avvenne dopo. Avvenne infatti, ad esempio, non l'ingaggio apostolico dei laici propugnato dal Concilio, bensì un diffuso loro esodo dalla vita ecclesiale. Non maturò quella correlazione e comunione fra laici e pastori quale il Concilio auspicava proprio da coloro che, per definizione "erano legati da un comune necessario rapporto" (Lumen gentium, 32); bensì si è assistito, tante volte, ad uno svincolamento da quella "comunione" che pure è stata la parola-chiave, il pensiero dominante e l'obiettivo primario del Concilio. Forse non si era pronti a fronteggiare ciò che stava avvenendo nel mondo: la secolarizzazione delle culture; l'irruzione in ogni dove di un'impressionante mondanità di pensiero e di condotta; il risorgere di mentalità neghittose di chi non vuole pesi e fastidi, di chi non s'interessa più della sorte della "sua" Chiesa e, anzi, è sempre pronto a imputarle ritardi o lacune, anche se personalmente non muove un dito per essa».
Tutto ciò che cosa ha suscitato?
«L'accoglienza dei laici, da parte della Chiesa-comunità e da parte degli stessi pastori, non ha avuto quella scioltezza e positività che ci si attendeva. I vescovi - cito la Lettera al laicato - hanno scritto: "A volte, può essere che il laico, nella Chiesa, si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. All'opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici, da parte dei Pastori, non trovi pronta risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Dobbiamo superare questa situazione"».
La Chiesa in Italia, nel cammino d'avvicinamento al Convegno di Verona, ha convocato tutti, compresi i laici, per rinfocolare la missione e rianimare nel segno della speranza una società che pare stanca e delusa. Verona sarà dunque l'occasione per un appello ai laici per rendere «presente e operosa la Chiesa - come si dice nella Lumen gentium, 33 - là dove essa non può diventare tale sulla terra se non per mezzo loro»?
«È evidente la situazione nella quale, ora, ci troviamo tutti, specialmente nel mondo occidentale: la sorte del globo appesa ad un filo, i terrorismi in agguato col panico di olocausti planetari; l'eclissi della razionalità e la pressione del relativismo, con comportamenti non più inquadrabili in un minimo di moralità; il perturbamento della verità e il deperimento delle evidenze etiche; l'enigma "giovani"; una generazione imprevedibile nel suo affacciarsi al futuro; il pericolo non ipotetico di difficili congiunture economiche mondiali... Tale fluidità di situazioni rischia di far "smarrire il futuro", "causando disorientamento, incertezza, stanchezza, e talvolta persino disperazione" (Traccia del Convegno, 1). La Chiesa italiana si ritroverà dunque a convegno: chiamerà cioè tutte le sue componenti per dire agli "smarriti di cuore: irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti; coraggio, non temete... quanti sperano nel Signore riacquistino forza" (cfr. Is 35,4; 40,31). "Non vi sgomentate... Cristo abiti nei vostri cuori; sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1Pt 3,15). Nel 1975 al Convegno ecclesiale di Roma fu detto: chi riceve i sacramenti sia evangelizzato ed evangelizzatore. Nel 1985, al Convegno di Loreto, fu detto: chi vive nella Chiesa sia ed operi da riconciliato e da riconciliatore. Nel 1995, al Convegno di Palermo, si disse: solo la carità è credibile per chi dà e riceve il Vangelo».
Ora viene Verona...
«E viene riconvocata la Chiesa italiana a "prendere il largo", là dove il Salvatore l'attende, per dire e trasmettere salvezza al "mondo che cambia". Siccome questo nostro tempo sembra chiudersi nel presente, noncurante del futuro, sottraendosi ai significati ultimi della vita e della storia, la terapia o il regalo che i cristiani possono recare è precisamente la speranza con i segni che la manifestino e la contagino. Come il profumo rigenera l'aria, così è "la testimonianza di chi sa sperare"».
Quali sono le credenziali dei «credenti che sperano»?
«Sono ad esempio il rispetto della vita; l'onestà nell'economia; la dirittura nella politica; la competenza nella cultura; il nitore dell'amore; la verità della famiglia; l'impegno nella propria professione; l'inventiva nel migliorare la società; la trasparenza nei rapporti; il contributo alla pacificazione; il coraggio dell'esporsi... Quando chi convive con i credenti fosse "forzato", dalla loro testimonianza cristiana, a chiedersi "ma cos'è che rende i cristiani tanto impegnati, tanto limpidi, tanto differenti?", saremmo alla soglia di una nuova evangelizzazione, perché la risposta sarebbe: "i cristiani derivano il loro impegno dalla speranza", cioè: "dalla convinzione che non hanno quaggiù una città stabile, ma cercano quella futura" (Eb 13,14). Proprio tale fede obbliga i cristiani, ancora di più, a vivere i compiti terreni. È per questo che san Paolo raccomandava ai cristiani di "rallegrarsi e di rendere nota a tutti la loro concezione di vita" (cfr Fil 4,5). Ecco perché Verona 2006 sarà un grande appello ai laici, come lo fu il Concilio: "Moltissimi uomini non possono né ascoltare il Vangelo né conoscere Cristo se non per mezzo di laici, che siano loro vicini" (Ad gentes,21)».
Perché i vescovi italiani hanno voluto indirizzare al laicato la «Lettera» del 27 marzo 2005?
«Mentre - come ho detto prima - a seguito del Concilio non si è vista esplodere quella "mobilitazione spirituale, quella trasformazione della comunità cattolica, quella somma di energie morali regalate al mondo moderno" (Paolo VI, 23 marzo 1966) che ci si aspettava, debbo contestualmente affermare che sono tuttavia fiorite tante cose e vi sono tante energie nei fedeli laici, non sempre manifeste, di cui bisogna ora rendersi conto e che bisogna "chiamare alla vigna", come diceva Giovanni Paolo II nella Christifideles laici. Era necessario far giungere una parola a questi fratelli e fedeli laici, prima di Verona, per invitarli a percepire quanto tale Convegno li riguarderà; per coscientizzarli circa l'estremo bisogno del loro apporto, quale la nazione implicitamente reclama in ogni risvolto del suo tessuto; per assicurarli del sincero e appassionato desiderio dei pastori di averli al fianco nei gravi compiti pastorali della Chiesa e di vederli operosi nel realizzare quel preclaro compito (Onus praeclarum" Aa,3) che consiste "nel fare di Cristo il cuore del mondo". La Lettera è nelle mani dei laici; è semplice, breve, intrisa di fiducia e rispetto. È come un biglietto-invito a venire o a "guardare" a Verona. Nella parabola della vigna si dice che l'ingaggio degli operai si è ripetuto cinque volte; questa nostra Lettera al laicato è certamente una chiamata, a giorno avanzato. La vigna necessita di tutto e di tutti».
Lei, che incontra tante aggregazioni laicali e tanti laici nelle diocesi italiane, ritiene che il laicato, oggi, contribuisca a rendere la Chiesa quale è quella descritta negli Atti degli Apostoli che «in pace, cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo» (At 9,31)? O invece riscontra la tendenza che san Paolo verificò nella Chiesa di Corinto: «non unione di pensiero, ma discordie; non comunione in Cristo ma rivendicazione del rispettivo maestro-fondatore» (1Cor 1,11; 1,13; 3,2)?
«Paolo VI chius e il Vaticano II con una singolare affermazione: "La religione del nostro Concilio è stata principalmente la carità". A rigor di logica la Chiesa doveva, dopo il Concilio, scoppiare di carità: fra i pastori; fra pastori e "gregge"; fra preti, religiosi, laici; fra laici e laici. Invece non sempre è stato così. Lo spirito contestativo si era infiltrato, in qualche misura, anche nella Chiesa. Talvolta, invece di cercarsi, ci si è diffidati; invece di correggersi, denunciati; invece di collaborare, ci si è fatti concorrenza; invece di convergere intorno all'Autorità si è cercato di accaparrarsela; invece di cercare i frammenti di verità negli altri si è investigato e talvolta inventato l'errore altrui. Di questi antagonismi si sono impadroniti quanti miravano all'indebolimento della Chiesa e hanno molto sofferto, invece, quanti erano appassionati alla sua armonia e unità».
Situazioni inevitabili?
«Col senno di poi era quasi fatale che ciò avvenisse. Chi infatti trasferisce nella comunità cristiana dinamismi di fazione, si dimostra impreparato ad essere Chiesa. Chi non circonda i carismi col grande isolante dell'umiltà rischia di farne lo strumento di fiammate d'orgoglio e rivalità. Chi, da "frammento" qual è, si autoconsidera "il tutto", apre la porta a pericolosissimi sentimenti quali l'invidia, l'ira, la divisione... Paolo VI dichiarò che il Concilio "era stato una imponente revisione di vita"; ma forse non tutti avevamo compiuto tale revisione, impreparati allo spirito di verità, di fedeltà, di fervore, di rinnovamento comunitario, apostolico, pastorale, missionario, ecumenico».
Intanto però, grazie anche agli sforzi dei Pontefici e di tanti servitori della Chiesa, sembra che il barometro della coesione-collaborazione-comunione fra le aggregazioni evolva verso il "sereno".
«Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, mentre li hanno molto apprezzati e vivamente incoraggiati, hanno rimarcato, a gruppi, movimenti e associazioni ecclesiali, la necessa ria sintonia con i pastori; la debita convergenza verso le plenarie comunità, quali la diocesi e in esse la parrocchia (Christifideles laici, 35); la fraterna reciproca accoglienza e coesione. Speriamo che si vada sempre più verso la sinfonia delle forze. Da questo ci riconosceranno discepoli di Cristo. Se è vero che gli antagonismi della nazione possono ripercuotersi nella comunità ecclesiale, può succedere anche un influsso reciproco: le divisioni nella Chiesa possono transitare nella nazione. È certo, invece, che l'unità dei cristiani incide sul mondo perché, di tale unità, la Chiesa è segno e sacramento per tutto il genere umano. Così come incide positivamente sul mondo l'apologetica degli animi quando si vivono la dottrina e i valori della Chiesa. I martiri davano e danno la vita per la verità di Cristo e della Chiesa; e convincono. Invece a quei cattolici, che sono in perenne riserva mentale o dissenso circa la medesima verità, vengono fatti "ponti d'oro" da chi tale verità avversa per "professione"; ma poi, alla fine, costoro restano irrilevanti per sé e per tutti. Martire significa "testimone", non "libero pensatore"!».