lunedì, settembre 18, 2006

Oriana Fallaci

La rabbia, l'orgoglio, la fede

 

Di Francesco Ognibene

«Dentro di me ora c'è un subbuglio di ricordi: Oriana era una donna che amava la vita tenacemente, è forse questo che di lei colpiva di più. È con questa forza che ha combattuto sino in fondo la sofferenza e la morte». La chiama così, Oriana: perché monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, con la Fallaci aveva costruito un rapporto intellettuale intenso, sebbene la loro frequentazione datasse solo da pochi mesi. Il profilo che della scrittrice esce dalla sua testimonianza è vibrante, originale, fuori da molti ritratti di tifosi e detrattori.
Monsignor Fisichella, come ricorda Oriana Fallaci?
«Come una donna di profonda intelligenza, naturalmente spinta a conoscere, interessata a tutto, anche alla dimensione di fede. Era profondamente radicata nella cultura cristiana del nostro Paese. La ricordo come una persona dotata di una singolare disponibilità ad ascoltare, anche se la sua personalità molto forte diverse volte aveva la meglio sul desiderio di aprirsi a un discorso di fede».
Di cosa si alimentava il vostro rapporto?
«Con Oriana è nata un'amicizia molto profonda. Mi piace ricordare che il nostro rapporto, nato da poco più di un anno, sembrava cementato da una consuetudine di una vita intera. Tra noi c'era una grande simpatia, nel senso greco del termine, commentavamo insieme gli avvenimenti anche se dialetticamente. Penso di poter dire che gli ultimi scritti di Oriana Fallaci siano le lettere che mi mandava. C'era un legame di grande stima reciproca».
Che visione aveva della fede cristiana?
«Conosceva bene la Sacra Scrittura. Ad esempio non tutti sanno che, anni fa, per il matrimonio di una sorella aveva interpretato poeticamente il Cantico dei Cantici. Sono testimone della grande accuratezza con la quale leggeva i libri di Ratzinger, inclusa l'enciclica Deus caritas est, con attente sottolineature. Aveva anche letto il mio ultimo libro sul tema della fede, Abbandonar si al mistero, commentandolo nelle sue lettere e annotandolo con vari punti di domanda. Rispetto alla fede aveva un'apertura e un interesse alimentati da una conoscenza diretta dei testi del magistero, del pensiero di Ratzinger e di vari teologi. Aveva accettato la sfida lanciata da Benedetto XVI con quell'assioma classico: vivere nel mondo veluti si Deus daretur, come se Dio esistesse».
Si può parlare di una conversione?
«No, credo che dobbiamo rispettare Oriana Fallaci fino in fondo. La sua è stata una profonda amicizia con un sacerdote, sapeva che io pregavo per lei, cosa che ho continuato a fare fino a poco prima della morte, la notte scorsa. Il suo desiderio era che potessi tenerle la mano nel momento del trapasso. Oriana era una cristiana battezzata, aveva ricevuto la prima comunione e la cresima, ma nel corso della sua vita si era creata un'autonomia di pensiero che la portava a non condividere diverse posizioni confessionali. Malgrado questo, porta impresso in sé il segno del battesimo».
Nei vostri dialoghi sulla fede c'erano domande più ricorrenti, temi che sentiva più congeniali?
«Da ultimo Oriana, come sappiamo, aveva maturato la persuasione che la Chiesa cattolica e il Papa fossero rimasti nel mondo gli unici in grado di conservare l'identità dell'Occidente. La sua era una provocazione continua perché la Chiesa fosse sempre presente nel dibattito culturale, forte nella denuncia del venir meno dell'orizzonte spirituale della nostra civiltà, restando capace di mantenere fermo il richiamo ai valori etici fondamentali sui quali anche lei aveva sempre insistito, dalla libertà alla vita, fino alla denuncia vibrante contro gli abusi delle biotecnologie e le "stragi degli innocenti". Vedeva tutti questi temi da un punto di vista prettamente culturale, laico, di intensa riflessione razionale. E chiedeva a noi cattolici di continuare la battaglia della fede che lei non riusciva a seguire fino in fondo».
Cosa custod iva dell'incontro privato con il Papa dell'agosto 2005 a Castel Gandolfo?
«Oriana ha sempre portato con sé un pensiero di profonda stima e gratitudine al Papa per quel colloquio. Posso dire che conservava con estrema gelosia la dedica che il Santo Padre le aveva fatto su un suo libro che parlava di Europa, tutto sottolineato a più riprese, letto e riletto. Lo teneva sul suo comodino, e quella dedica che lei stessa aveva chiesto le era particolarmente cara. Oriana aveva sempre un pensiero grato e amichevole nei confronti di Benedetto XVI: era una donna profondamente generosa, e quando trovava qualcosa di speciale, come uno spartito di musica del'Ottocento, lo mandava al Papa in segno di gratitudine. Il rapporto tra lei e Ratzinger è proseguito anche oltre quell'udienza. Nelle sue ultime ore Oriana soffriva moltissimo, ma posso dire che fino a pochi giorni fa certamente ha sentito ancora rievocare il nome di Benedetto XVI».
Quale tratto umano ha più apprezzato della Fallaci?
«Anzitutto il suo forte senso della libertà, e poi la fedeltà, che viveva e sentiva intensamente. Oriana era una persona fedele in tutto: nelle idee come nell'amicizia, nei rapporti più stretti, non molti, soprattutto negli ultimi anni, quando ha vissuto un'incomprensione e una solitudine ingiuste. Libertà e fedeltà sono le virtù che di lei conserverò gelosamente come sua testimonianza».
Pochi intellettuali come la Fallaci hanno diviso l'opinione pubblica, anche per la sua quasi proverbiale asprezza di toni. C'è qualche aspetto che spiega questa sua caratteristica?
«Oriana portava con sé un genuino, liberissimo carattere toscano: possedeva la lingua, da buona fiorentina, e anche la capacità di dire con forza di espressioni quel che pensava, con immediatezza. Dentro questo impeto c'era però anche la grande passione che lei metteva in tutto quel che la impegnava. Una passione che le aveva permesso di avvertire l'urgenza di lasciare una traccia, anche a costo di di videre. Davanti a una diffusa sonnolenza ha sentito la responsabilità di risvegliare le coscienze».
Come reagiva davanti alle critiche per le sue posizioni?
«La amareggiavano, ma non indietreggiava. Era uno di quegli intellettuali che non si fermano all'effimero e vanno alla radice dei problemi: è inevitabile che così facendo si tocchino tasti che non incontrano il consenso generale. Amava dire che era un soldato, portava con sé il desiderio del combattimento. E questo la induceva ad assumere anche atteggiamenti polemici. Ma credo che le interessasse esclusivamente essere se stessa fino in fondo».

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giovedì, settembre 14, 2006

Carissimi, vi prego di cuore:

nella scuola tenete presente la ricerca di Dio, di quel Dio che in Gesù si è reso a noi visibile. So che ne nostro mondo pluralista è difficile avviare nella scuola il discorso della fede. Ma non è affatto sufficiente che i bambini e che i giovani acquistino nella scuola soltanto delle conoscenze e delle abilità tecniche, e non i criteri che alle conoscenze e alle abilità danno un orientamento e un senso. Stimolate gli alunni a porre domande non soltanto su questo o su quello, ma a chiedersi sul “da dove” e sul “verso dove” della nostra vita. Aiutateli a rendersi conto che tutte le risposte che non giungono fino a Dio sono troppo corte”.

 

Benedetto XVI

agli insegnanti di religione cattolica

e agli educatori

Monaco, 11 settembre 2006

 

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mercoledì, settembre 13, 2006

Il nostro cinismo spaventa l'Africa e l'Asia

Non esiste soltanto la sordità fisica, che taglia l’uomo in gran parte fuori della vita sociale. Esiste una debolezza d’udito nei confronti di Dio di cui soffriamo specialmente in questo nostro tempo. Noi, semplicemente, non riusciamo più a sentirlo – sono troppe le frequenze diverse che occupano i nostri orecchi. Quello che si dice di Lui ci sembra pre-scientifico, non più adatto al nostro tempo. Con la debolezza d’udito o addirittura la sordità nei confronti di Dio si perde naturalmente anche la nostra capacità di parlare con Lui o a Lui. Così, però, viene a mancarci una percezione decisiva. I nostri sensi interiori corrono il pericolo di spegnersi. Con il venir meno di questa percezione viene però circoscritto poi in modo drastico e pericoloso il raggio del nostro rapporto con la realtà. L’orizzonte della nostra vita si riduce in modo preoccupante.
Il Vangelo ci racconta che Gesù pose le dita negli orecchi del sordomuto, mise un po’ della sua saliva sulla lingua del malato e disse: «Effatà – Apriti!». L’evangelista ha conservato per noi l’originale parola aramaica che Gesù allora pronunciò, trasferendoci così direttamente in quel momento. Quello che lì viene raccontato è una cosa unica, e tuttavia non appartiene ad un passato lontano: la stessa cosa Gesù la realizza in modo nuovo e ripetutamente anche oggi. Nel Battesimo Egli ha compiuto su di noi questo gesto del toccare e ci ha detto: «Effatà – Apriti!», per renderci capaci di sentire Dio e per ridonarci così anche la possibilità di parlare con Lui. Ma questo evento, il Sacramento del Battesimo, non possiede niente di magico. Il Battesimo dischiude un cammino. Ci introduce nella comunità di coloro che sono capaci di ascoltare e di parlare; ci introduce nella comunione con Gesù stesso che, unico, ha visto Dio e quindi ha potuto parlare di Lui (cfr Gv 1,18): mediante la fede, Gesù vuole condividere con noi il suo vedere Dio, il suo ascoltare il Padre e parlare con Lui. Il cammino dell’essere battezzati deve diventare un processo di sviluppo progressivo, nel quale noi cresciamo nella vita di comunione con Dio, raggiungendo così anche uno sguardo diverso sull’uomo e sulla creazione.
Il Vangelo ci invita a renderci conto che in noi esiste un deficit riguardo alla nostra capacità di percezione – una carenza che inizialmente non avvertiamo come tale, perché appunto tutto il resto si raccomanda per la sua urgenza e ragionevolezza; perché apparentemente tutto procede in modo normale, anche se non abbiamo più orecchi ed occhi per Dio e viviamo senza di Lui. Ma è vero che tutto procede semplicemente, quando Dio viene a mancare nella nostra vita e nel nostro mondo? 

 

 Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche e strumenti, là portiamo troppo poco. Allora sopravvengono ben presto i meccanismi della violenza, e la capacità di distruggere e di uccidere diventa la capacità prevalente per raggiungere il potere – un potere che una volta o l’altra dovrebbe portare il diritto, ma che non ne sarà mai capace. In questo modo ci si allontana sempre di più dalla riconciliazione, dall’impegno comune per la giustizia e l’amore. I criteri, secondo i quali la tecnica entra a servizio del diritto e dell’amore, si smarriscono; ma è proprio da questi criteri, che tutto dipende: criteri che non sono soltanto teorie, ma che illuminano il cuore portando così la ragione e l’agire sulla retta via.
Le popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano le nostre prestazioni tecniche e la nostra scienza, ma al contempo si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da imporre anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio morale per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo ci nismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per altri è cosa sacra. Questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio. Questo senso di rispetto può essere rigenerato nel mondo occidentale soltanto se cresce di nuovo la fede in Dio, se Dio sarà di nuovo presente per noi ed in noi.
Questa fede non la imponiamo a nessuno. Un simile genere di proselitismo è contrario al cristianesimo. La fede può svilupparsi soltanto nella libertà. Facciamo però appello alla libertà degli uomini di aprirsi a Dio, di cercarlo, di prestargli ascolto. Noi qui riuniti chiediamo al Signore con tutto il cuore di pronunciare nuovamente il suo «Effatà!», di guarire la nostra debolezza d’udito per Dio, per il suo operare e per la sua parola, di renderci capaci di vedere e di ascoltare. Gli chiediamo di aiutarci a ritrovare la parola della preghiera, alla quale ci invita nella liturgia e la cui formula essenziale ci ha donato nel Padre nostro.
Il mondo ha bisogno di Dio. Noi abbiamo bisogno di Dio. Di quale Dio? Nella prima lettura, il profeta si rivolge a un popolo oppresso dicendo: «La vendetta di Dio verrà» (cfr 35,4). Noi possiamo facilmente intuire come la gente si immaginava tale vendetta. Ma il profeta stesso rivela poi in che cosa essa consiste: nella bontà risanatrice di Dio. La spiegazione definitiva della parola del profeta, la troviamo in Colui che è morto sulla Croce: in Gesù, il Figlio di Dio incarnato. La sua "vendetta" è la Croce: il "No" alla violenza, «l’amore fino alla fine». È questo il Dio di cui abbiamo bisogno. Non veniamo meno al rispetto di altre religioni e culture, al profondo rispetto per la loro fede, se confessiamo ad alta voce e senza mezzi termini quel Dio che alla violenza oppone la sua sofferenza; che di fronte al male e al suo potere innalza, come limite e superamento, la sua misericordia. A Lui rivolgiamo la nostra supplica, perché Egli sia in mezzo a noi e ci aiuti ad essergli testimoni credibili. Amen!

Benedetto XVI

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venerdì, settembre 08, 2006

Prima della campanella…

Saluto del vescovo Stagni ad alunni, insegnanti, genitori e al personale non docente all’inizio dell’anno scolastico

 

Buon anno scolastico, agli alunni e alle loro famiglie, agli insegnanti e al personale amministrativo. Perché sono tanti ad essere direttamente interessati alla scuola. L’inizio dell’anno è una occasione per una riflessione affettuosa e augurale.

Anzitutto dovremmo ricordarci tutti, per una valutazione seria di questo mondo, nel quale cammina il futuro della nostra società, che il cuore della scuola è costituito dagli alunni e dalla loro formazione umana e intellettuale

Agli alunni vorrei dire di essere contenti di poter studiare e di imparare le materie del loro studio, ma anche di imparare a stare al mondo. Nella scuola si imparano le dinamiche della vita comune, ci si accorge che ci sono delle regole per il bene di tutti, si vedono le responsabilità distribuite nei vari ambiti, ci si rende conto che ognuno nel gruppo è importante, e che per far andare bene un gruppo ci vuole la collaborazione di tutti, mentre per rovinarlo basta la stupidità di uno solo.

I genitori dovranno ricordare che la scuola non è un parcheggio a ore per i loro figli. E’ vero che così sanno dove sono, ma non sempre sanno cosa fanno. Per i genitori interessarsi della scuola, nei modi previsti, è un diritto e un dovere. La scuola è un aiuto per l’educazione dei figli che non può essere preso a scatola chiusa; anche se non sempre sarà possibile cambiarla, è però meglio sapere che cosa avviene, per potersi regolare di conseguenza. E prima di dare la colpa all’insegnante, pensateci due volte.

Agli insegnanti mi piace ricordare che il compito di aiutare delle persone a crescere, è una collaborazione con il progetto di Dio su di loro. La fatica dei cambiamenti in atto non deve spingere a mettersi in difesa. E’ necessario invece ricordare sempre che il vostro è un compito educativo, anche se non ci pensate. I vostri ragazzi porteranno con loro stessi l’impronta di quanto avrete loro trasmesso, anche se nel tempo non se ne ricorderanno più.

Infine un pensiero anche a tutte quelle persone che in ambito amministrativo e tecnico provvedono al buon funzionamento della scuola; per i ragazzi è importante vedere che la società in cui sono chiamati a vivere li considera con attenzione, curando anche le piccole cose.

A questo breve saluto all’inizio dell’anno scolastico, spero che possa fare seguito una progressiva attenzione della nostra Chiesa diocesana al mondo della scuola.

Auguri  cordiali, accompagnati dalla benedizione che per tutti chiedo al Signore.

 

 

                                                                                  + Claudio Stagni, vescovo

 

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