domenica, marzo 25, 2007

RAPPORTO SULLA 194
Nel 65% dei casi le «interruzioni» causate da guai psicologici L’età media: 17 anni, ma le sedicenni sono sempre più numerose, 181 i procedimenti penali

Allarme aborto tra le minorenni

Aumentano le minorenni che abortiscono con la tutela del giudice e diminuisce la loro età, che si attesta intorno ai 17 anni, ma con la tendenza verso i 16. È un dato preoccupante quello che emerge dal rapporto annuale predisposto dal ministero della Giustizia, che porta all'attenzione del Parlamento lo stato di attuazione e gli effetti della legge 194. Secondo i dati di via Arenula, resi noti ieri, sono state 1360 (più del 2005, quando erano state 1314) le giovanissime che, non avendo ricevuto l'assenso dei genitori per l'interruzione volontaria di gravidanza, si sono rivolte al magistrato al fine di ottenere l'autorizzazione. Un dato che viene definito di «preoccupanti dimensioni» dalla relazione ministeriale. Tra le motivazione per il ricorso all'aborto c'è al primo posto (65% dei casi) il fattore psicologico, poiché le ragazze non si sentono pronte «ad affrontare il ruolo di madre e le responsabilità connesse». Viene poi il dato socio-economico, vale a dire il mancato sostegno alla ragazza da parte dei genitori o del padre del concepito. Con quest'ultimo i rapporti in verità sono «molto labili e a volte del tutto occasionali» e nei rari casi in cui il partner delle giovanissime è stato interpellato dal giudice, spesso ha fatto presente «di non poter fornire alcun sostegno economico a causa della mancanza di un lavoro». In alcuni casi il figlio è addirittura avvertito come un ostacolo ai progetti di vita futura. Il dato allarmante è che si tratta soprattutto di carenze di tipo culturale. Generalmente, infatti, prosegue il rapporto, l'ambiente di provenienza di queste ragazze madri che ricorrono alla tragica soluzione dell'aborto è «abbastanza desolante». A caratterizzarlo sono «disagi all'interno della famiglia», ad esempio a causa di separazioni e di conflitti. Vi è poi il dato che riguarda le violazioni alle norme sull'interruzione di gravidanza. Secondo il ministero nel 2006 sono stati iscritti, presso le procure, 181 procedimenti penali (contro i 168 nel 200 5), dei quali 49 per aborti clandestini. Gli indagati sono stati 307 (240 nel 2005). Per quanto riguarda questo versante «marcata» è l'incidenza degli stranieri (il 29,2%, dato in leggera crescita rispetto al 29,1 dell'anno scorso). Una parte di loro - ritengono i giudici - non è al corrente dei meccanismi della nostra legge, per cui sarebbe necessaria maggiore informazione rivolta al «bacino di utenza» degli immigrati. Un'altra parte degli stranieri opera, invece, in ambienti malavitosi come quelli della prostituzione e infrange volontariamente la legge, istigando e favorendo l'aborto clandestino. Le indagini, conclude il rapporto, sono difficili a causa dell'omertà e delle condizioni di assoggettamento delle donne sfruttate. La relazione del ministero guidato da Clemente Mastella è parte di un "dittico" che viene presentato in tempi diversi all'attenzione del Parlamento, insieme all'analoga indagine curata dal ministero della Salute. Secondo i dati provvisori dell'ultima rilevazione sanitaria, presentata nell'autunno del 2006 e relativa ai dati preliminari dell'anno precedente, le interruzioni volontarie della gravidanza in Italia sarebbero state in totale 129.588 con un decremento del 6% rispetto alle 138.123 del 2004. Un numero che non tiene conto, però, degli aborti effettuati dalle straniere e da quelli clandestini.
Gianni Santamaria

postato da: religioneascuola alle ore 20:30 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, marzo 25, 2007

TESTIMONI DEL XXI SECOLO
Nel 2006 sono stati 24 gli operatori pastorali che hanno perso la vita in modo violento in tutto il pianeta. Sacerdoti, suore e laici accomunati dalla scelta di immergersi senza riserve nelle vicende, nei dolori, nelle attese dei popoli, fino al totale sacrificio di sé Fra loro anche tre italiani: Bruno Baldacci, Andrea Santoro e Leonella Sgorbati

Missionari uccisi, amore senza confini

«Perdono», è stata l’ultima parola pronunciata da suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata uccisa mentre andava all’ospedale in cui prestava servizio da alcuni sicari, il 17 settembre scorso a Mogadiscio, insieme alla sua guardia del corpo somala: Mohamed Mahamud, musulmano, sposato e padre di quattro figli. Quando si parla di martirio, il testamento della religiosa rappresenta un continuo invito al dialogo privo di rivendicazioni, guardando allo stesso tempo una realtà scomoda e paradossale: il dono cruento della propria vita a motivo del Vangelo.
Invita ad approfondire questa riflessione la XV Giornata di preghiera e di digiuno per i missionari uccisi, che si celebra oggi. Speranza per il mondo è il tema scelto dal Movimento giovanile missionario (Mgm) delle Pontificie opere missionarie, che – nel sussidio preparato per animare la veglia di preghiera in memoria di questi testimoni della fede – ricorda come «la testimonianza dei missionari uccisi» sia una risorsa e un appello contro tutte le discriminazioni, le intolleranze, gli abusi, e chiami alla fraternità, al dialogo fra credenti di fedi diverse, alla riconciliazione e all’unità fra cristiani delle differenti Chiese – non sono solo i cattolici a donare la vita per il Vangelo, ma anche i missionari di altre denominazioni cristiane.
«Sono morti che parlano di una fraternità che non conosce frontiere, e di un legame, in nome della fede, tra genti di cultura e di Paesi diversi – prosegue il Mgm –. Per i missionari uccisi, la gente di Paesi e spesso anche di religioni diverse, era importante, tanto da rischiare la vita per loro. Prova ne è che alla loro morte, spesso, la gente del luogo li ha riconosciuti come parte viva del popolo». Lo testimonia la stessa vicenda di suor Leonella: dopo il suo ferimento, molti musulmani erano andati all’ospedale per donarle il loro sangue.
Dal Kenya all’India, dalla Nigeria all’Indonesia, dal Mozambico alla Colombia... Sono soltanto alcuni dei Paesi in cui lo scorso anno sono stati uccisi 24 missionari: 17 sacerdoti, un religioso e tre religiose, tre laici; otto erano originari di Paesi latinoamericani, sei di vari Stati africani, tre asiatici, uno statunitense e uno della Papua Nuova Guinea. Dei cinque europei, due provenivano dal Portogallo e tre dall’Italia: oltre a suor Leonella Sgorbati, don Andrea Santoro e don Bruno Baldacci.
Ucciso a colpi di arma da fuoco a Trabzon (Turchia) il 5 febbraio dello scorso anno mentre era raccolto in preghiera nella chiesa di Sancta Maria Kilisesi, don Andrea era un fidei donum della diocesi di Roma, partito nel 2000 per il Mar Nero dopo tanti anni vissuti come parroco; nel 2003 aveva fondato l’associazione Finestra per il Medio Oriente che continua a dedicarsi alla preghiera, all’approfondimento e al dialogo per gettare ponti tra mondo occidentale e quello mediorientale. Perché la vita spezzata di don Santoro «diventi seme di speranza per costruire un’autentica fraternità tra i popoli», ha auspicato Benedetto XVI.
Aveva 63 anni don Bruno, anche lui fidei donum originario di La Spezia, da 42 anni in Brasile, dov’era stato ordinato nel 1968. Ritrovato il 30 marzo nella sua stanza, presso la sua parrocchia di Nossa Senhora das Candeias a Vitória da Conquista, stato di Bahia, è stato ucciso a bastonate, probabilmente a scopo di rapina, da giovani tossicodipendenti che il sacerdote stava cercando di aiutare tramite un programma di recupero. Appena si è sparsa la notizia del suo assassinio, centinaia di poveri ed emarginati sono giunti alla parrocchia per salutare nel dolore il prete che aveva scelto di vivere accanto a loro.

Laura Badaracchi

postato da: religioneascuola alle ore 20:28 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, marzo 25, 2007

GERMANIA
Ai primi posti in classifica un saggio che chiede il rilancio dell'autorità nella scuola e decreta il diritto degli alunni alla disciplina

Maestri, in cattedra!

Il pedagogista Bueb: «Si è dimenticata l’arte di educare e la causa è che gli adulti
non credono più a se stessi e non hanno fiducia nei sistemi attuali. Più coraggio per formare i giovani»

Il popolare quotidiano Bild Zeitung l´ha definito «il più severo maestro della Germania». Scrive e predica virtù che per molti oggi sarebbero retaggio del passato: disciplina, obbedienza, autorità. Ma Bernhard Bueb, classe 1938, pedagogista e teologo cattolico, viene considerato dai più in Germania una sorta di salvatore di un sistema educativo in piena precarietà. Anche per una serie di gravissimi episodi di intolleranza tra alunni e perfino verso i docenti scaturiti in vere e proprie aggressioni fisiche. Tempi maturi quindi per intervenire su tali desolate situazioni. Bueb l'ha fatto con la pubblicazione, subito balzata ai primi posti in classifica, del suo Lob der Disziplin, eine Streitschrift («Lode della disciplina, scritto polemico»). E polemiche sono sorte ma surclassate da elogi e applausi. «Siamo una nazione fortemente rovinata dal nazionalsocialismo - ha detto l'autore al settimanale Der Spiegel -. Le nostre virtù sono state al servizio di un sistema inumano. Il movimento studentesco del '68 ha sì evidenziato questo abuso, ma la contestazione ha finito col rifiutare anche le nostre virtù». I sessantottini tedeschi, rinnegando ogni autorità, hanno combattuto per nuovi ideali educativi. I loro figli dovevano crescere in libertà senza alcuna coercizione autoritaria. Esperimento interessante, ma che ha lasciato molteplici tracce negative su un'intera generazione. Oggi molti genitori sono insicuri, mancano d'orientamento. Bernhard Bueb conosce molto bene i giovani, i loro problemi e la loro necessità di trovare un orientamento. Per oltre 30 anni ha diretto l'elitario collegio Salem sul lago di Costanza. Da due anni è in pensione. Il suo libro «Lode della disciplina» è nato dopo l'uscita di un suo saggio pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung su «Il diritto dei giovani alla disciplina». Il lungo articolo ha avuto grandissima eco positiva ed è stato per Bueb di sprone per allargare l'argomento in un libro. Prontamente la Bild Zeitung ne ha pubblicato d ei brani per 5 giorni di seguito. Anche qui le reazioni dei lettori hanno superato ogni aspettativa e il quotidiano più venduto in Germania qualificava Bueb a caratteri cubitali in prima pagina come «il più severo maestro in Germania». Ma Bernhard Bueb lo è davvero? «Abbiamo dimenticato l'arte di educare - egli afferma - e la causa è che gli adulti non credono più a se stessi e non hanno fiducia negli attuali sistemi educativi». Bueb chiede «più coraggio nell'educare e formare i giovani». Pensa che gli adulti non debbano più nascondersi e chiede loro di riguadagnare dignità. Ma Bueb pretende anche il rispetto dei giovani di fronte agli adulti e punta sull'autorità. Ma che succede se l'autorità non si fonda né nella persona dell'adulto né nella tradizione? La dobbiamo ugualmente conclamare? Una domanda che Hannah Arendt poneva già nel 1958 nel suo scritto Crisi dell´educazione. «L'autorità - scriveva l'intellettuale ebrea - è stata abbandonata dagli adulti e ciò può significare solo una cosa: che gli adulti si rifiutano di assumere la responsabilità per il mondo in cui hanno fatto nascere i loro figli». Oggi, cinquant'anni dopo, il pensiero della Arendt appare di un'attualità lampante. Si potrebbe ironicamente pensare che oggi da educare sarebbero in primo luogo gli adulti! Com'era da attendersi, il testo di Bueb è stato oggetto di sporadiche ma feroci critiche. «Bueb contrappone la disciplina e l'amore - scrive la Tageszeitung, quotidiano di sinistra - ma disciplina è un concetto morale, amore è un sentimento che rientra nell'ambito della psicologia. I bambini (secondo Bueb, ndr.) oggi vengono trattati con troppo amore e il loro comportamento è giustificato con l'aiuto della psicologia. Se Bueb chiede più disciplina - chiede la Taz - significa che considera il mondo da un'unica prospettiva, quella della morale». Disciplina e amore: per la Taz una dicotomia che Berhard Bueb non accetta. Come non accetta che la disciplina sia il toccasana di tutti i problemi. La vi olenza in certe scuole, ad esempio, non si elimina solo con la disciplina. È un problema di cui la politica deve farsi carico dando ai giovani concrete prospettive future con posti di apprendistato e assegni di studio.

Diego Vanzi

postato da: religioneascuola alle ore 20:26 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, marzo 25, 2007

Mi sono convertito.

Ora sono fieramente membro di scientology.

Come il mio amato Tom Cruise.... Ora , con questa nuova religione, posso ammettere di essere omosessuale! Evviva !!!

W scientology !!

e W TOm.. Che gran figo che è :Q___

postato da: religioneascuola alle ore 10:49 | Permalink | commenti
categoria: