lunedì, aprile 30, 2007

BAGNASCO, TIENI DURO!

 

Desidero esprimere la mia solidarietà al cardinale Bagnasco, da settimane insultato e minacciato.

Per quello che conta il mio pensiero, desidero far sapere a questi relitti della storia che le minacce, i proiettili, le scritte ingiuriose, persino la morte, non hanno mai fermato il cristianesimo… anzi lo hanno fatto crescere.

 

Da che pulpito viene la predica 

“Credo non le sfugga, presidente Prodi, che, certo non tutte, ma una parte influente, molto influente delle gerarchie ecclesiastiche lavora perché non si addivenga a provvedimenti che sono viceversa presenti nel nostro programma.

Dobbiamo trovare soluzioni tra noi condivise, certo. Ma il pericolo di un pesante arretramento su questi terreni è reale, tangibile, quotidiano”

Oliviero Diliberto (Comunisti italiani)

 

L’arretramento paventato è su Dico, libertà di ricerca scientifica ecc.

 

“Contro i Dico si schiera una Chiesa cattiva, accanita, senza pietà e senza amore”

Manuela Palermi ( senatrice Pdci)

 

“Il 12 maggio noi vogliamo ricordare che c’è un’ altra Italia. Quella delle conquiste civili”.

Enrico Borselli (segretario Sdi).

 

Quindi i cristiani sono dei retrogradi? I primi che 2000 anni fa considerarono uguali tutti gli uomini?

 

“Oggi si pensa che il cristianesimo sia un opinione, che non ha e non deve avere conseguenze pubbliche, mentre riguardo all’Islam si pensa a qualcosa che tiene  fanaticamente pubblico e privato, politica e religione. In entrambi i casi è l’ideologia della secolarizzazione a stravolgere il fatto religioso trasformato in religione secolarizzata (e quindi innocua) oppure in fanatismo (necessariamente sanguinario)”.

Giuseppe Betori (segretario CEI)

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sabato, aprile 28, 2007

Se non ci fidassimo di chi accoglie i nostri figli

 

Si resta, leggendo le cronache di Rignano Flaminio, come in bilico sull'orlo di un burrone, esitanti su cosa si debba credere, e sbigottiti dal fatto che, in realtà, entrambe le ipotesi - quella che "tutto" sia vero, quella che "tutto" sia infondato - appaiono sbalorditive.
Che in un piccolo paese una violenza collettiva in un asilo possa essere consumata per mesi, senza che nessuno colga in flagrante un'organizzata banda di pedofili, suona difficilmente credibile. Che, d'altra parte, tanti bambini di tre anni all'unisono raccontino di avere subìto le stesse violenze e patiscano le stesse turbe, è inspiegabile, a meno di non voler pensare a una spaventevole suggestione ingenerata da adulti e malignamente alimentata. Ma non può essere. Di video, per ora, non pare ne siano stati trovati, e le perizie sui bambini sono controverse. E ti ritorna in mente - anche se non vuoi - quel don Govoni, prete di Modena morto di crepacuore prima di essere scagionato, insieme ad altri otto imputati, di reati infamanti. O le otto recenti assoluzioni a Brescia, al termine di un'altra vicenda di denunciate violenze. Ascolti la voce dal carcere degli accusati, maestre che hanno cresciuto un paese, con figli e nipoti; e le loro colleghe, che sull'innocenza sono pronte a giurare; e ancora fai fatica a credere. Ma la rabbia dolente dei genitori e il racconto degli incubi dei figli ti spostano di nuovo, in bilico sull'abisso: cosa è stato a Rignano Flaminio, cosa è successo davvero?
Nella speranza e nell'attesa che una giustizia capace sappia illuminare in fretta il pozzo buio che è diventato un piccolo paese, viene però da annotare come non marginale una sorta di non detto sospetto, di inquieto retropensiero che questo dramma alimenta - pure se razionalmente scacciato - fra madri e padri che ogni mattina portano a scuola i loro figli bambini. Quel pensiero non detto è come un tremare delle fondamenta del vivere comune, dubbio inaudito e tuttavia capace di incrinare la serenità de lle giornate.
Se davvero in un paese dei nostri, in un paese come tanti dove tutti ci si conosce da sempre, fosse potuto accadere quel che si legge nell'ordinanza di carcerazione, allora simili nefandezze potrebbero nascondersi ovunque. Se "tutto" fosse vero, e per tanto tempo quel male avesse potuto ramificare nel nido quieto di una serena provincia, allora verrebbe da dire che non si può sentirsi tranquilli mai; che le facce amiche dei maestri che conosciamo non sono più ragione di quella certezza, di quella tranquillità naturale con cui affidiamo ogni mattina i nostri figli. Un sospetto inespresso e inammissibile ma simile a un tarlo, a un radicale sgomento: se non potessimo più fidarci di chi tutti i giorni accoglie i nostri bambini, delle maestre che ritroviamo nei loro disegni infantili con la bocca sorridente, di chi ci potremmo fidare? Se ci venisse a mancare la certezza che ciò che ci è più caro è in mano a gente buona, che pure per stipendi tirati insegna a leggere, a scrivere e a stare insieme, come vivremmo?
L'inquietudine che tracima dal pozzo nero di Rignano somiglierebbe allora a un veleno che inquini le falde dell'acqua. Ci domandiamo forse, aprendo il rubinetto di casa, se l'acqua è avvelenata? Solo questo sospetto basterebbe a sconvolgere le nostre città. Ciò che viene sfiorato, dietro e oltre una vicenda giudiziaria di cui non possiamo sapere l'esito, sembra quella stessa fiducia basilare nel prossimo, senza la quale il vivere insieme è impossibile.
Una fiducia cui non possiamo rinunciare. Che districhi in fretta la giustizia l'intricato terribile nodo che stringe Rignano Flaminio. Ma qualunque sia stata la verità di quel paese, continuiamo a fidarci degli occhi delle maestre dei nostri figli; a vedere e riconoscere tutto il bene di vite passate a educare - in un patto fondamentale di cui non possiamo, per vivere insieme, fare a meno.

Marina Corradi


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giovedì, aprile 26, 2007

SESSANTADUE ANNI DOPO
L’eroismo dei 9mila trucidati sull’isola greca dopo la resa «ponte ideale con i partigiani e l’impegno per la pace»

«25 aprile, festa di tutti gli italiani»

Bertinotti: «L'antifascismo è
la grande religione civile della nostra nazione»

Il 25 aprile, una «festa di tutti gli italiani». Le parole pronunciate ieri dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel sessantaduesimo anniversario della Liberazione acquistano un significato particolare, visto il luogo scelto per rinnovare l'appello alla pacificazione della memoria: l'isola greca di Cefalonia. Qui nel caos seguito all'8 settembre del 1943 oltre novemila soldati italiani della divisione Acqui furono uccisi dai tedeschi. Una cifra oggetto di diversi calcoli e una pagina di storia, a lungo rimossa, sulla cui valutazione gli storici non sono concordi. Così come tante sono state le polemiche storiche e politiche che si sono succedute negli anni sul significato del 25 aprile, sulla Resistenza e sul ruolo dei militari. Ma nulla, ha ribadito Napolitano, può «oscurare l'eroismo e il martirio delle migliaia di militari italiani che scelsero di battersi, caddero in combattimento, furono barbaramente trucidati dopo la sconfitta e la resa o portati alla morte in mare o deportati in Germania».
Ieri per la prima volta un presidente della Repubblica ricordava ufficialmente il 25 aprile all'estero, e la scelta del luogo acquista un significato ancor più preciso (a Cefalonia già erano stati Carlo Azeglio Ciampi e Sandro Pertini, ma non nella ricorrenza della Liberazione). Ad accompagnare il primo cittadino c'era il ministro della Difesa Arturo Parisi e ad accoglierlo il presidente greco Karolos Papoulias. L'eroismo dimostrato a Cefalonia, ha detto Napolitano, è stato «fuori da ogni mitizzazione» un «ponte ideale» con la «successiva maturazione dello Spirito della Resistenza». In essa «essenziale» fu l'apporto dei partigiani, e la solidarietà popolare che si rivolse anche verso ebrei in pericolo e militari sbandati. Da queste basi rinacque l'Italia e anche l'impegno per la pace, fissato nella Costituzione e che tuttora prosegue. Infine, il Capo dello Stato da Cefalonia ha definito «un assurdo residuo del passato» pronunciamenti come quello recen te di un magistrato di Monaco che ha invocato come giustificazione all'eccidio il «presunto tradimento italiano».
Numerosi ieri gli interventi delle più alte cariche dello Stato sulla ricorrenza della Liberazione e sulla necessità di una memoria condivisa. «Ci vuole del tempo, ma credo che si stia andando nella direzione giusta», ha commentato il presidente del Consiglio Romano Prodi. Il ministro dell'Interno Giuliano Amato ha definito gli italiani che si opposero al nazifascismo «tasselli preziosi di dignità». «Se è vero che non tutti gli italiani parteciparono alla resistenza è altrettanto certo che non fu un'esigua minoranza a farne parte», ha concluso il responsabile del Viminale. Per il presidente della Camera Fausto Bertinotti «l'Italia ha una sola grande religione civile: l'antifascismo».
Prodi, Bertinotti, Parisi, Amato, insieme al presidente della Consulta Franco Bile, avevano partecipato alla prima parte della giornata presidenziale. Infatti, al mattino si era svolta la tradizionale cerimonia all'Altare della Patria, con la deposizione della corona di fiori al monumento del Milite ignoto e il conferimento della medaglia d'oro al valor militare al Comune di Foggia e di quelle al valor civile per Carrara, Novara, Campagna (Sa), San Michele al Tagliamento (Ve), Pescantina (Vr) e Troina (En).
G.S.

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sabato, aprile 21, 2007

Niente Limbo per i bambini non battezzati

Ci sono ragioni per sperare che il limbo non esista. E che dunque i bambini morti senza Battesimo possano godere anche loro del paradiso. Ciò non significa però che si debba negare la necessità del Battesimo o si debba ritardare la sua amministrazione. Più semplicemente viene riaffermata l'immensità della misericordia di Dio. Quella che fino a pochi mesi fa era solo una teoria di singoli teologi riceve ora una importante conferma dalla Commissione teologica internazionale, l'organismo istituito nel 1969 da Paolo VI, presso la Congregazione per la dottrina della fede, con lo scopo di aiutare la Santa Sede nelle questioni dottrinali di maggior importanza.
Quella del Limbo trova ora una sua formulazione nel documento, visto e approvato anche dal Papa, intitolato «La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo». Il testo (40 pagine più una premessa riassuntiva) non è stato diffuso come di consueto dalla Sala stampa vaticana, ma è stato pubblicato dalla rivista americana Origin e a maggio apparirà in italiano anche sulla Civiltà Cattolica. L'insolita forma di pubblicazione è dovuta al fatto, come spiega il segretario generale della Commissione, padre Luis Ladaria, «che il testo originale è stato redatto in inglese e successivamente tradotto in italiano». Del documento, però, si conoscono già le affermazioni fondamentali. «Il tema della sorte dei bambini che muoiono senza aver ricevuto il Battesimo - si legge infatti nel testo - è stato affrontato tenendo conto del principio della gerarchia delle verità, nel contesto del disegno salvifico universale di Dio, dell'unicità e della insuperabilità della mediazione salvifica di Cristo, della sacramentalità della Chiesa in ordine alla salvezza e della realtà del peccato originale».
È noto, continua la Premessa, che «l'insegnamento tradizionale ricorreva alla teoria del limbo, inteso come stato in cui le anime dei bambini che muoiono senza Battesimo non meritano il premio d ella visione beatifica a causa del peccato originale, ma non subiscono nessuna punizione perché non hanno commesso peccati personali. Questa teoria, elaborata da teologi a partire dal medioevo non è mai entrata nelle definizioni dogmatiche del Magistero, anche se lo stesso Magistero l'ha menzionata nel suo insegnamento fino al Concilio Vaticano II. Essa rimane quindi un'ipotesi teologica possibile. Tuttavia nel Catechismo della Chiesa cattolica la teoria del limbo non viene menzionata ed è invece insegnato che quanto ai bambini morti senza Battesimo la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio». «Il principio che Dio vuole la salvezza di tutti gli esseri umani - prosegue il testo - consente di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza battesimo. Tale affermazione invita la riflessione teologica a trovare una connessione logica e coerente tra i diversi enunziati della fede cattolica: la volontà salvifica universale di Dio, l'unicità della mediazione di Cristo, la necessità del battesimo per la salvezza, l'azione universale della grazia in rapporto ai sacramenti, il legame tra peccato originale e privazione della visione beatifica, la creazione dell'essere umano in Cristo».
Alla luce di queste considerazioni la conclusione dello studio è che «vi sono ragioni teologiche e liturgiche per motivare la speranza che i bambini morti senza Battesimo possano essere salvati e introdotti nella beatitudine eterna, sebbene su questo problema non ci sia un insegnamento esplicito della rivelazione. Nessuna delle considerazioni che il testo propone per motivare un nuovo approccio alla questione può essere addotta per negare la necessità del Battesimo e per ritardare la sua amministrazione. Piuttosto vi sono ragioni per sperare che Dio salverà questi bambini, poiché non si è potuto fare ciò che si sarebbe desiderato fare per loro, cioè battezzarli nella fede della Chiesa e inserirli visibilmente nel corpo di Cristo».

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martedì, aprile 17, 2007

Alessio II: una visione comune sulle sfide che il mondo lancia all’uomo di oggi

 

«In questo giorno del suo memorabile giubileo desidero specialmente sottolineare il fatto che tutta la sua vita è stata consacrata al servizio della Chiesa». Inizia così il messaggio d’augurio inviato a Benedetto XVI dal patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Nella sua lettera, Alessio II sottolinea che il Papa «è un famoso teologo tutto teso alla difesa e all’affermazione dei valori cristiani tradizionali». In qualità di teologo, prosegue il patriarca ortodosso rivolgendosi direttamente a Benedetto XVI «lei è un esempio non solo di un erudito che riflette in categoria teoriche, ma prima di tutto di un cristiano sinceramente e profondamente credente che parla dalla pienezza del cuore». Nel suo messaggio di augurio Alessio II ribadisce poi di condividere molte delle visioni espresse nelle «visioni teologiche» del Pontefice ed evidenzia «la coincidenza della nostre Chiese sulla maggior parte delle questioni attuali che il mondo moderno pone alla cristianità». Proprio questo – conclude Alessio II – «deve diventare il solido fondamento per costruire buoni rapporti e sviluppare una collaborazione utile tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica romana».

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sabato, aprile 14, 2007

Volontariato: l’Italia generosa

 

Per chi non lo sapesse nel nostro Paese c’è anche un’altra Italia, quella delle migliaia di associazioni del volontariato, che si riunirà a Napoli per la Conferenza nazionale del volontariato da domani a domenica. Tra incontri aperti al pubblico, forum e gruppi di lavoro, nella città partenopea si parlerà di come testimoniare la solidarietà attraverso un percorso condiviso – cioè da fare insieme – ed aperto a tutti gli uomini e donne di buona volontà.
 
Eh, sì, perché nel nostro Paese sono davvero molte le persone che hanno deciso liberamente di impegnarsi nel volontariato anche se rispetto al passato questo fenomeno ha subito recentemente una certa flessione. Ma di chi stiamo parlando? Di gente comune, dal metalmeccanico di Poggibonsi alla casalinga di Voghera, dal medico internista al giovane dell’oratorio, tutte persone che hanno deciso di devolvere parte del proprio tempo in maniera straordinariamente intelligente. Insomma non sono marziani anche se questi signori hanno deciso di fare una scelta coraggiosa: offrire un servizio praticamente gratis, a costo “zero”, senza guardare al proprio tornaconto economico, con l’intento di fare del bene in una società, la nostra, dove purtroppo l’egoismo, unitamente alla voglia di competizione, causano non poche sofferenze alla povera gente.
 
Da questo punto di vista il volontariato è un fenomeno importante che certamente va valorizzato e incoraggiato, proprio come dice Gesù: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere».
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giovedì, aprile 12, 2007

Ortensio da Spinetoli

“La famiglia di Gesù!?

pagg. 64 Euro 10,00 ed. La Meridiana

 

interviene nel dibattito tra sostenitori e detrattori del “Codice da Vinci”, affrontando però la tesi di Dan Brown. In altre parole, se si arrivasse a dimostrare per Gesù, come per tutti i profeti, un’eventuale unione matrimoniale (cosa impossibile per la mancanza di fonti dice Spinetoli), non risulterebbe una cosa strabiliante: “ad ogni modo non sarebbe la fine del mondo, né tanto meno del cristianesimo”.

Per l’autore del nostro libro, c’è un grande equivoco sia nella tesi che attraversa il testo di Dan Brown che nella critica, spesso aspra, dei suoi oppositori. “Per gli uni - scrive - Gesù è grande perché non sposato, per gli altri è tale perché sposato; ma né il celibato, né il matrimonio sono alla base della vera singolarità, dell’incidenza missionaria di Gesù nella storia. “La vera originalità, l’eccezionalità di Gesù – dice da Spinetoli - non sono i suoi amori ma la sua capacità di rapportarsi liberamente, ma sinceramente con quanti possono aver bisogno di comprensione, perdono, amore anche se non lo meritano ma ne hanno egualmente bisogno”. E poi: “Per Gesù non erano importanti il Tempio, il culto, i sacrifici. Dio non ne aveva bisogno. sembra che si sia permesso di entrare nel segreto del talamo nuziale come più tardi, in suo nome, altri faranno. Il Regno da lui annunciato consisteva nella realizzazione sulla terra di una convivenza di uguali, di amici e fratelli”.

Spinetoli, commentando la tesi di Dan Brown, ci ricorda semplicemente questo in un tempo nel quale la fede ha bisogno di liberarsi per liberare veramente l’uomo.

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venerdì, aprile 06, 2007

EMERGENZA MINORI
La tragedia a Torino Da 18 mesi M. isolato dai coetanei in classe.

 La madre: «Dicevano che era omosessuale.

 Era un essere umano una persona come loro. Perché è finita così?»

«Sei gay». Suicida a 16 anni
«Spinto a odiarsi dagli amici»

Maria Rita Parsi: «La scuola doveva agire sulle famiglie»

L’esperta: «Sul sesso difficoltà di dialogo da parte degli adulti»

Fioroni: «Le regole
non potranno mai sostituire i percorsi educativi in famiglia»

Ora non ci sono più risposte alla madre di M., il sedicenne torinese che martedì si è suicidato per la disperazione che provava a scuola, dove i compagni lo avevano emarginato e, per deriderlo, gli dicevano che era omosessuale.
«Perché me lo hanno trattato così? Non aveva fatto niente di male, era tanto buono. Era una persona, un essere umano come tutti loro». La signora Priscilla, 50 anni, di origine filippina, sposata con un italiano e madre di tre figli, ricorda che all'istituto tecnico «Sommeillier», dove M, frequentava la seconda classe, erano sorti da tempo dei problemi. Ne avevano parlato in casa, lei si era rivolta alla preside. «All'inizio non voleva più andare in quella classe. Poi vi continuò il corso di studi. E i compagni lo isolarono dal gruppo. Lo lasciarono solo, come se non fosse uno di loro, come se fosse diverso. Ero preoccupata. Gli chiesi se voleva andare da uno psicologo, mi rispose di no. Perché è successo?».
Possiamo solo cercare alcune spiegazioni all'assurda tragedia. Per provare a capire quale nube abbia attraversato la mente di un sedicenne (il quale, è bene ricordarlo, aveva tra i tratti della diversità anche il meticciato) che decide di farla finita occorre decifrare il linguaggio oscuro dei segni e dei gesti dei protagonisti. Ci aiuta la psicoterapeuta
Maria Rita Parsi, scrittrice ed editorialista, presidente della Fondazione «Movimento Bambino» che si occupa della tutela giuridica e sociale dei bambini, della diffusione della cultura per l'infanzia e l'adolescenza e di formazione.
«Anzitutto il gesto del ragazzo di pugnalarsi prima di buttarsi dal quarto piano è atroce - spiega Maria Rita Parsi - denuncia la volontà esplicita di non accettazione di sé. È stato talmente indotto a disprezzarsi da volersi eliminare. Quanta solitudine e quanto odio doveva aver accumulato».
Ma cosa spinge un gruppo di sedicenni a perseguitare in modo ripetuto e crudele un coetaneo, ritenuto diverso anche per i tratti somatici, fino a fa re della sua presunta omosessualità uno stigma, un motivo di emarginazione dal gruppo?
«Il meccanismo - commenta la nota psicoterapeuta - è immutabile con le generazioni. Nell'adolescenza, età di trasformazione della propria identità anche sessuale, si tende a respingere chi si distacca dal gruppo perché si teme di vedere rispecchiata in chi è diverso dai canoni condivisi la propria immagine. Si emargina chi si teme, insomma perché abbiamo paura di assomigliargli».
In questa, come nelle recenti, tristi vicende che hanno avuto al centro la scuola, salta all'occhio l'inadeguatezza o la marginalità di padri e madri di chi compie atti di bullismo e perseguita un compagno con una faccia o atteggiamenti diversi.
«I genitori - aggiunge Parsi - ormai faticano ad essere punto di riferimento competente cui riferire dubbi e problemi anche della sfera sessuale in un momento di dubbi e incertezze in cui si delinea l'identità etero oppure omosessuale. Si va da un polo all'altro. O c'è una inibizione completa, amplificata dal timore dei familiari della sessualità. E spesso questi ne sanno meno dei figli. Oppure ci sono genitori che si comportano da coetanei dei figli, disinibiti al punto da trattarli come amici e confidenti. In questo mettiamoci pure la crisi della famiglia, l'avvicendarsi in molti nuclei di diversi partner, anche occasionali, dei padri e delle madri. Non è raro che le chiusure di matrimoni e i nuovi rapporti siano indicati ai ragazzi come esempio. In questo clima la diversità sessuale viene ridicolizzata tra le mura domestiche».
Parlando di modelli colpisce un altro aspetto. M. per un anno e mezzo è stato chiamato Jonathan, come un protagonista del «Grande fratello» che sarebbe stato gay...
«È giusto - prosegue l'esperta - chiamare in causa anche i modelli veicolati dai mezzi di comunicazione di massa. Dove prevale l'aggressività. Si parla anche in tivù di sessualità senza che alle spalle vi sia negli adolescenti un retroterra di informazione e di educazion e sentimentale e affettiva. La scuola non fa nulla, cosa volete che importi ai ragazzi sentir parlare di api e fiori?».
La scuola non è intervenuta in questo caso.
«Eppure serviva un intervento globale, sulla famiglia del suicida come sui suoi persecutori che hanno sacrificato la sua identità per garantire quella del branco. Proprio a scuola ci deve essere posto per le persone che nascono con un qualsiasi tipo di diversità. È quello il luogo dove si insegna che ciascuno ha il diritto di essere quello che è, nessuno deve permettersi il disprezzo».
Sulla vicenda è intervenuto ieri il Ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni: «Regole, misure disciplinari, ispezioni e piani antibullismo non potranno mai sostituirsi al percorso educativo verso la conquista di un sacro rispetto di sè e dell'altro, un percorso che richiede la partecipazione di tutti gli attori: scuola, famiglia, mass media, società». Fioroni, addolorato «come padre e come uomo» ha chiesto rispetto per la famiglia colpita dal lutto, ma anche «una doverosa riflessione, dentro e fuori le mura scolastiche sulla trasmissione dei valori che danno appartenenza, identità, passione. Primo fra tutti il rispetto di sè e degli altri, della dignità di tutti e di ciascuno. Nessuno escluso».

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venerdì, aprile 06, 2007

L’ultima cena, il pane e il vino della salvezza
Il giovedì che precede la Passione Gesù si congedò dai discepoli con un banchetto

 

Certo a Gesù piaceva sedersi a mangiare e far festa: altrimenti non avrebbe scelto proprio un banchetto come massimo rito di culto a Dio. La «messa» infatti è anzitutto una «mensa»: un tavolo, cioè, intorno al quale la comunità si raduna per consumare il medesimo pane e per ringraziare (Eucaristia significa appunto «rendimento di grazie») di aver ricevuto il dono inestimabile della salvezza. Pure quel Giovedì Santo, prima della Passione, Cristo si sedette a mangiare ancora una volta con i suoi discepoli; loro credevano che sarebbe stata una Pasqua come le altre, invece il sapore dei cibi tradizionali era molto diverso: «Ho molto desiderato di mangiare questa Pasqua con voi», disse infatti lo stesso Gesù. Una volta all’anno tutti gli ebrei si radunavano per ricordare il giorno in cui erano fuggiti dalla schiavitù in Egitto; mangiavano agnello arrostito ed erbe amare con pane non lievitato. Ma stavolta Gesù cambia tutto: l’agnello è lui, che sta andando a morire per liberare gli uomini dal peccato, e il pane e il vino diventano suo corpo e sangue; cosicché, tutte le volte che se ne nutrono, gli uomini facciano memoria del suo sacrificio. E si ricordino per sempre di essere stati salvati.
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