EMERGENZA MINORI
La tragedia a Torino Da 18 mesi M. isolato dai coetanei in classe.
La madre: «Dicevano che era omosessuale.
Era un essere umano una persona come loro. Perché è finita così?»
«Sei gay». Suicida a 16 anni
«Spinto a odiarsi dagli amici»
Maria Rita Parsi: «La scuola doveva agire sulle famiglie»
L’esperta: «Sul sesso difficoltà di dialogo da parte degli adulti»
Fioroni: «Le regole
non potranno mai sostituire i percorsi educativi in famiglia»
Ora non ci sono più risposte alla madre di M., il sedicenne torinese che martedì si è suicidato per la disperazione che provava a scuola, dove i compagni lo avevano emarginato e, per deriderlo, gli dicevano che era omosessuale.
«Perché me lo hanno trattato così? Non aveva fatto niente di male, era tanto buono. Era una persona, un essere umano come tutti loro». La signora Priscilla, 50 anni, di origine filippina, sposata con un italiano e madre di tre figli, ricorda che all'istituto tecnico «Sommeillier», dove M, frequentava la seconda classe, erano sorti da tempo dei problemi. Ne avevano parlato in casa, lei si era rivolta alla preside. «All'inizio non voleva più andare in quella classe. Poi vi continuò il corso di studi. E i compagni lo isolarono dal gruppo. Lo lasciarono solo, come se non fosse uno di loro, come se fosse diverso. Ero preoccupata. Gli chiesi se voleva andare da uno psicologo, mi rispose di no. Perché è successo?».
Possiamo solo cercare alcune spiegazioni all'assurda tragedia. Per provare a capire quale nube abbia attraversato la mente di un sedicenne (il quale, è bene ricordarlo, aveva tra i tratti della diversità anche il meticciato) che decide di farla finita occorre decifrare il linguaggio oscuro dei segni e dei gesti dei protagonisti. Ci aiuta la psicoterapeuta
Maria Rita Parsi, scrittrice ed editorialista, presidente della Fondazione «Movimento Bambino» che si occupa della tutela giuridica e sociale dei bambini, della diffusione della cultura per l'infanzia e l'adolescenza e di formazione.
«Anzitutto il gesto del ragazzo di pugnalarsi prima di buttarsi dal quarto piano è atroce - spiega Maria Rita Parsi - denuncia la volontà esplicita di non accettazione di sé. È stato talmente indotto a disprezzarsi da volersi eliminare. Quanta solitudine e quanto odio doveva aver accumulato».
Ma cosa spinge un gruppo di sedicenni a perseguitare in modo ripetuto e crudele un coetaneo, ritenuto diverso anche per i tratti somatici, fino a fa re della sua presunta omosessualità uno stigma, un motivo di emarginazione dal gruppo?
«Il meccanismo - commenta la nota psicoterapeuta - è immutabile con le generazioni. Nell'adolescenza, età di trasformazione della propria identità anche sessuale, si tende a respingere chi si distacca dal gruppo perché si teme di vedere rispecchiata in chi è diverso dai canoni condivisi la propria immagine. Si emargina chi si teme, insomma perché abbiamo paura di assomigliargli».
In questa, come nelle recenti, tristi vicende che hanno avuto al centro la scuola, salta all'occhio l'inadeguatezza o la marginalità di padri e madri di chi compie atti di bullismo e perseguita un compagno con una faccia o atteggiamenti diversi.
«I genitori - aggiunge Parsi - ormai faticano ad essere punto di riferimento competente cui riferire dubbi e problemi anche della sfera sessuale in un momento di dubbi e incertezze in cui si delinea l'identità etero oppure omosessuale. Si va da un polo all'altro. O c'è una inibizione completa, amplificata dal timore dei familiari della sessualità. E spesso questi ne sanno meno dei figli. Oppure ci sono genitori che si comportano da coetanei dei figli, disinibiti al punto da trattarli come amici e confidenti. In questo mettiamoci pure la crisi della famiglia, l'avvicendarsi in molti nuclei di diversi partner, anche occasionali, dei padri e delle madri. Non è raro che le chiusure di matrimoni e i nuovi rapporti siano indicati ai ragazzi come esempio. In questo clima la diversità sessuale viene ridicolizzata tra le mura domestiche».
Parlando di modelli colpisce un altro aspetto. M. per un anno e mezzo è stato chiamato Jonathan, come un protagonista del «Grande fratello» che sarebbe stato gay...
«È giusto - prosegue l'esperta - chiamare in causa anche i modelli veicolati dai mezzi di comunicazione di massa. Dove prevale l'aggressività. Si parla anche in tivù di sessualità senza che alle spalle vi sia negli adolescenti un retroterra di informazione e di educazion e sentimentale e affettiva. La scuola non fa nulla, cosa volete che importi ai ragazzi sentir parlare di api e fiori?».
La scuola non è intervenuta in questo caso.
«Eppure serviva un intervento globale, sulla famiglia del suicida come sui suoi persecutori che hanno sacrificato la sua identità per garantire quella del branco. Proprio a scuola ci deve essere posto per le persone che nascono con un qualsiasi tipo di diversità. È quello il luogo dove si insegna che ciascuno ha il diritto di essere quello che è, nessuno deve permettersi il disprezzo».
Sulla vicenda è intervenuto ieri il Ministro della pubblica istruzione Giuseppe Fioroni: «Regole, misure disciplinari, ispezioni e piani antibullismo non potranno mai sostituirsi al percorso educativo verso la conquista di un sacro rispetto di sè e dell'altro, un percorso che richiede la partecipazione di tutti gli attori: scuola, famiglia, mass media, società». Fioroni, addolorato «come padre e come uomo» ha chiesto rispetto per la famiglia colpita dal lutto, ma anche «una doverosa riflessione, dentro e fuori le mura scolastiche sulla trasmissione dei valori che danno appartenenza, identità, passione. Primo fra tutti il rispetto di sè e degli altri, della dignità di tutti e di ciascuno. Nessuno escluso».