mercoledì, maggio 30, 2007
  1. CREDITO SCOLASTICO

     Docenti di serie B?

     Il Tar del Lazio e gli insegnanti di religione cattolica

     Il film è di quelli già visti più d'una volta: una disposizione scolastica puntualizza un aspetto legato all'insegnamento della religione cattolica, nella direzione di un suo pieno riconoscimento curricolare e subito un gruppetto di "difensori" della laicità della scuola, della cultura, delle Istituzioni e altro ricorre al Tar del Lazio, che sospende in via cautelare la disposizione contestata, mentre il ministero della Pubblica Istruzione si attrezza per ricorrere a sua volta al Consiglio di Stato…

    Un film già visto, dicevamo, perché negli anni seguiti all'approvazione delle norme neoconcordatarie sull'Irc il meccanismo descritto si è messo in moto più volte, provocando un fitto contenzioso giuridico. L'ultimo caso riguarda il credito scolastico. L'ordinanza ministeriale portata al Tar precisava infatti che "i docenti che svolgono l'Irc partecipano a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernenti l'attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento. Analoga posizione compete, in sede di attribuzione del credito scolastico,ai docenti delle attività didattiche e formative alternative all'insegnamento della religione cattolica, limitatamente agli alunni che abbiano seguito le attività medesime".

    Il Tar sospende la disposizione con una ordinanza cautelare, considerando l'Irc sostanzialmente "materia extracurriculare", come sarebbe provato - così argomenta il tribunale - anche "dal fatto che il relativo il giudizio - per coloro che se ne avvalgono - non fa parte della pagella ma deve essere comunicato con una separata speciale nota". Il Tar solleva poi anche la questione della discriminazione che patirebbero gli allievi "non avvalentisi" che hanno scelto di non fare alcuna attività alternativa.

    Al di là delle precisazioni normative, che dovrebbero considerare, tra l'altro, altre disposizioni in vigore da anni, si capisce che la questione di fondo riguarda la considerazione dell'Irc come insegnamento curricolare, cioè pienamente inserito nel percorso scolastico, per il completo raggiungimento delle finalità della scuola. E non, dunque, una materia facoltativa, aggiuntiva. La piena curricolarità dell'Irc ha inevitabili ripercussioni anche sulla possibilità della valutazione e sul suo riconoscimento, sulla posizione del docente nel consiglio di classe e nel processo valutativo dell'allievo.

    Sappiamo che su questo punto le vicende post-concordatarie hanno determinato più di una ambiguità. Tuttavia la logica propria dell'Irc come autentica materia scolastica, aperta a tutti, garantita nel curricolo, è sempre stata ribadita a tutti i livelli oltre che praticata nell'esperienza quotidiana di insegnamento/apprendimento.

    La continua messa in discussione di questa prospettiva appare ingiustificata e non di rado strumentale, ancorata ad una visione ormai superata e non più legittimata di un insegnamento religioso catechistico, da relegare ai margini o fuori dalla scuola. Così però non è l'Irc. Sarebbe ora, dopo tanti anni, di prenderne atto in modo definitivo, superando le schermaglie continue e magari lavorare insieme per migliorare l'efficacia dell'attività educativa scolastica, cui l'Irc offre un contributo originale e di qualità.

     

     Alberto Campoleoni

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sabato, maggio 26, 2007

Figli, un reato per la Cina un lusso per l'Occidente

 

Una rivolta percorre alcune province della Cina, e l'eco di violenti scontri nella lontana provincia del Guangxi si fa largo a fatica fra le notizie del mondo a noi più prossimo. La popolazione si ribella alla legge che da trent'anni impone alle coppie di avere un solo figlio. La repressione dei figli "extra" è attuata con multe pesantissime, ma anche con la sterilizzazione coatta o l'aborto. Nelle campagne, dove più spesso viene eluso il divieto, la polizia affronta la reazione esasperata dei genitori dei figli "fuorilegge".
Nella drammaticità di uno scontro così lontano dall'Occidente sembra però di poter riconoscere la traccia di segno epocale. In ogni civiltà i figli sono stati ricchezza e risorsa, l'unica che non si pensava di poter togliere nemmeno ai "proletari" - quelli la cui unica ricchezza era la prole. In Cina, la pianificazione "scientifica" ha alleggerito in trent'anni la popolazione di 400 milioni di bocche, fattore non estraneo alla straordinaria crescita economica degli ultimi anni: rigido controllo delle nascite come condizione di sviluppo. Ma quello che in uno Stato totalitarista è imposto per legge, e anche con la violenza, non finisce con il somigliare nei risultati a ciò che noi occidentali abbiamo scelto, o siamo stati indotti a scegliere, benchè naturalmente coi metodi garbati dei regimi democratici?
Dagli anni Settanta in poi, al Nord e poi ovunque, siamo diventati il Paese dei figli unici. Nessuno ci ha costretti: ma rapidamente è diventato chiaro a tutti che i figli non sono più, nella modernità, ricchezza, ma onere, e anzi fattore di rischio di povertà, quando diventano troppi. Le donne sono andate a lavorare, per scelta, ma spesso anche perchè con un solo stipendio in casa non si vive. E un lavoro a tempo pieno non è conciliabile con una famiglia numerosa; ci si conce de un figlio, e l'altro, dicono le statistiche, lo si desidera, senza averlo mai. Nessuno ci ha imposto il figlio unico: ce lo siamo consigliati - e soprattutto consigliate - da soli. Certo, il dramma di quei milioni, in una irraggiungibile Asia, sulle barricate per riprendersi il più elementare dei diritti, ha una statura tragica , non paragonabile con la nostra libertà di occidentali, in uno Stato di diritto. Eppure, un filo ci apparenta a quella gente espropriata della propria fecondità. Noi siamo liberi; ma in realtà, tra le barriere dei tempi del lavoro, del costo della vita, dei servizi mancanti, siamo liberi soprattutto di scegliere di "non" avere più di un figlio. Come se questo fosse il destino di ogni società che vuole entrare, o restare dalla parte giusta del mondo. In Cina usano le maniere forti, noi ragionevolmente ci persuadiamo da soli.
Senonchè, anche fra noi comincia a circolare un'obiezione a questo tacito aut-aut. Nella piazza del 12 maggio, davanti a un milione di persone, Eugenia Roccella ha insistito sul grave divario italiano fra la maternità e la sua realizzazione. Su quei due figli che diventano uno. L'essere madri è una questione di libertà, si è detto da quel palco, e il milione in piazza ha applaudito. Come se l'equazione tra figli e rischio povertà non fosse più accettabile. Come sollecitando la politica a occuparsene, ora.
C'erano una volta nelle civiltà rurali della Lombardia e dello Guangxi i figli, risorsa di braccia e di ricchezza. Poi, sono diventati bocche voraci, da arginare. Nelle vie di Milano una che passeggi con tre bambini si può sentir dire: «Beata lei, che se li può permettere!». I figli in più, che in certi Paesi sono un reato, da noi vengono guardati come un lusso, un privilegio per benestanti. Il che ci fa pensare che anche nel nostro libero mondo ci sia qualcosa, in questo sguardo, di tradito.

Marina Corradi


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sabato, maggio 12, 2007

Family Day

Dieci buoni motivi per scendere in piazza

1. Perché vogliamo testimoniare la gioia di essere famiglia
Il Family Day avrà il volto della famiglia italiana: gioioso, allegro, ma anche serio e impegnato. Sarà il volto di chi crede nell’amore coniugale come garanzia di benessere individuale e della società intera. Chi andrà in piazza sarà la punta di quei milioni di famiglie impegnate a vivere rapporti di stabilità, fedeltà, continuità, fecondità, reciprocità. Una rete virtuosa – e sorridente – che è motivo di speranza e di ricchezza per la società intera.

2. Perché la famiglia sia incoraggiata sul piano politico e culturale
La famiglia ha meritato e tuttora merita tutela giuridica pubblica, proprio in quanto cellula naturale della società e nucleo originario che custodisce le radici più profonde della nostra comune umanità e che forma alla responsabilità sociale. A partire da queste premesse antropologiche, promuovere la famiglia fondata sul matrimonio è compito primario per i legislatori, come previsto dagli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione. Per questo è giusto sollecitare il governo e il Parlamento affinché attivino da subito un progetto organico e incisivo di politiche sociali in favore della famiglia: per rispetto dei principi costituzionali, per prevenire e contrastare dinamiche di disgregazione sociale, per promuovere il bene comune.

3. Perché vogliamo un fisco "amico"
Il costo per il mantenimento dei figli non viene riconosciuto in alcun modo dal fisco. Chiediamo un sistema di tassazione che tenga conto del compito essenziale svolto dalla famiglia, cioè l’accudimento e l’educazione dei figli. Le detrazioni fiscali che hanno sostituito le deduzioni non sono ancora sufficienti, anche sommando gli assegni familiari quando previsti. Il sistema impositivo basato sui redditi individuali, così come è oggi, non agevola la famiglia. Inoltre le coppie di fatto possono evitare il cumulo dei redditi e in alcuni casi accedere con più facilità a servizi pubblici. Ci sono poi molti interventi che sarebbero necessari per eliminare le iniquità, ad esempio sul fronte delle tariffe di acqua, luce e gas, che penalizzano le famiglie numerose rispetto ai single o alle coppie senza figli.

4. Perché chi fa figli non sia penalizzato ma sostenuto
La genitorialità nel nostro Paese non è un valore riconosciuto: basti pensare alle enormi difficoltà delle madri nel conciliare una normale vita lavorativa con l’impegno familiare. I servizi per la prima infanzia non soddisfano la domanda, gli asili nido sono pochi e costano molto. La conseguenza è che le famiglie rinunciano a mettere al mondo il secondo o il terzo figlio, pur desiderandolo. Occorre una decisa politica a favore della natalità, che non si può certo esaurire nel bonus-bebé elargito una tantum. Del resto la spesa pubblica a favore della famiglia in Italia è meno della metà rispetto alla media europea.

5. Perché abbiamo a cuore il futuro del Paese
Anche in Italia la famiglia risente della crisi dell’Occidente, con una netta diminuzione dei matrimoni e un aumento delle separazioni, e le sue difficoltà incidono sul benessere della società. Numerosi studi, condotti soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, concordano sul fatto che laddove è maggiore la disgregazione familiare si registrano anche tassi maggiori di disagio giovanile. Dunque una famiglia unita e solida resta la principale risorsa per il futuro di una società e di un Paese. Quando la famiglia è sana, garantisce la continuità e la cura delle generazioni, offre modelli di comportamento e "alleva" cittadini responsabili. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.

6. Perché vogliamo difendere la famiglia dagli attacchi
Se si attribuiscono alle unioni basate sull’affetto prerogative analoghe a quelle riconosciute ai coniugi si reca un danno oggettivo alle famiglie e si svilisce il vincolo matrimoniale, discriminati da norme come quelle sui Dico sarebbero proprio i coniugi. Costoro hanno ottenuto alcuni importanti diritti perché hanno assunto impegni precisi e vincolanti nel matrimonio stesso. Se altre coppie ottengono gli stessi (o quasi) diritti senza assumersi i medesimi doveri, anche i coniugi ne usufruirebbero per il solo fatto di coabitare con affetto, e non più perché si sposano. Dunque, il matrimonio in quanto tale sarebbe inutile o addirittura controproducente. Conferendo diritti e privilegi ai conviventi non si tolgono diritti e privilegi ai coniugi, ma si toglie di fatto ai diritti e ai privilegi dei coniugi il motivo per cui esistevano, cioè l’istituto del patto matrimoniale.

7. Perché vogliamo dire parole chiare ai giovani
Le leggi hanno anche un carattere pedagogico, recano in sé un messaggio sociale, finiscono per costituire un modello culturale socialmente riconosciuto e contribuiscono perciò a modificare i comportamenti sociali. Se si creano istituti di simil-matrimonio si diffonde l’idea che la società riconosce e "premia" con le stesse (o quasi) prerogative differenti livelli d’impegno. Si disincentivano in particolare i giovani – che sempre più spesso "provano" la convivenza prima di sposarsi – ad assumersi impegni più definitivi e stabili.

8. Perché siamo contro tutte le discriminazioni
Non abbiamo né sentimenti omofobi né intendiamo penalizzare alcuno. Al contrario, siamo convinti che si possa e si debba dare una corretta risposta ai bisogni individuali delle persone e dei conviventi facendo ricorso agli strumenti che già oggi il diritto privato mette a disposizione. Ad esempio attraverso il testamento per l’eredità, le polizze private per la pensione, la co-intestazione della casa o del contratto d’affitto. E poi ci sono i cosiddetti "Contratti di convivenza" che i partner possono stringere per definire alcuni aspetti della loro convivenza: dalla suddivisione delle spese alla creazione di un fondo comune da spartire in caso di rottura del rapporto. Infine una procura per poter rappresentare il compagno in caso di grave malattia o invalidità.

9. Perché rifiutiamo le etichette e le strumentalizzazioni
Laici o cattolici, credenti o non credenti: non è la fede l’elemento caratterizzante della manifestazione, così come non lo sono le convinzioni e le appartenenze politiche di ciascuno. Ci ritroviamo in piazza per promuovere un’idea di famiglia, di stabilità, di coesione e di impegno che è profondamente umana. E il ritrovarci a San Giovanni servirà anche a fare "piazza pulita" delle strumentalizzazioni di chi, preso in contropiede, ha tentato di ridurre un appuntamento significativo della società civile a manifestazione meramente politica o peggio ha tentato di delegittimare come "razzista" una manifestazione che invece vuole includere ed è orientata al bene comune.

10. Perché così da domenica non ci saranno più scuse
Le famiglie avranno ritrovato e fatto sentire la propria voce. Senza arroganza certo, ma con chiarezza. Spetterà alla politica, con altrettanta trasparenza, assumersi la responsabilità di confrontarsi e rispondere alle richieste concrete che verranno avanzate.

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