venerdì, giugno 22, 2007
 
SPAGNA; I VESCOVI A DIFESA DEI DOCENTI DI RELIGIONE E DELLA LIBERTÀ DI EDUCAZIONE
I vescovi spagnoli criticano il reale decreto del 1° giugno 2007, che regola il rapporto di lavoro dei professori di religione, perché non risponde all’“Accordo sull’insegnamento tra lo Stato spagnolo e la Santa Sede”, che “per i cattolici traduce concretamente in questo campo il diritto di libertà religiosa riconosciuto di modo generico dalla Costituzione spagnola”. “Non possiamo escludere – dichiarano i vescovi spagnoli - che sia necessario esercitare le azioni legali opportune affinché sia rispettato l'ordinamento giuridico vigente che tutela i diritti di tutti”. Altra questione affrontata dai presuli, riuniti nel Consiglio episcopale permanente, è quella della nuova materia obbligatoria, Educazione alla cittadinanza il cui obiettivo è la formazione della coscienza morale degli alunni. Per i vescovi, si tratta di “una lesione grave del diritto originario ed inalienabile dei genitori e della scuola, in collaborazione con loro, a scegliere la formazione morale che desiderano per i propri figli”. Con l'introduzione della materia Educazione alla cittadinanza, com’è descritta nei reali decreti, in effetti, denunciano i vescovi spagnoli, “lo Stato si arroga il ruolo di educatore morale che non è proprio di uno Stato democratico di diritto”.

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venerdì, giugno 22, 2007
Nilde Guerra, venerabile!
Cleonilde (Nilde) Guerra a S. Potito di Lugo – Ra – nel 1922 ultima di 4 figli, di intelligenza pronta e vivace fin da bambina soffrì spesso di malattie bronco-polmonari.

Seguì il corso elementare della scuola fino alla 4 classe perché nel paese non vi era la 5 e la povertà dei genitori non permise di inviarla in altro luogo.

Fin da ragazzina si distinse fra le compagne per la viva pietà, particolarmente eucaristica, tanto che ancora oggi parecchie persone anziane la ricordano assorta in meditazione nella chiesa parrocchiale oppure quasi trasformata in atteggiamento adorante inginocchiata davanti all’altare.

Agli inizi dell’adolescenza sentì la voce di Cristo che la chiamava a sé, ma continuò nell’obbedienza ai familiari  ad andare a lavorare in casa e ad animare con allegria e vitalità le giovani amiche di Azione Cattolica. I familiari e in particolare il padre ostacolarono in ogni modo la realizzazione del suo sogno, della sua vocazione.

Al padre ella scrisse 2 lettere in cui affermò con rispettosa chiarezza il suo ideale. Il motivo di un rifiuto così ostinato da parte di suo padre era la preoccupazione per la di lei salute così incerta per le continue ricadute, ma non era assente anche una punta di ostilità per le idee socialiste e anticlericali di lui.

A 21 anni sembrò improvvisamente che le difficoltà di salute fossero superate e avendo ottenuto un certificato medico favorevole entrò con entusiasmo nella Congregazione delle Ancelle del S. Cuore di Gesù Agonizzante di Lugo. Partì in bicicletta radiosa da casa. Toccava con mano che la mano del Signore, quasi per miracolo le aveva aperta la strada.

La permanenza nel probandato fu serena e impegnata. Nilde era di esempio a tutte le compagne e sempre la prima a prestarsi. Purtroppo quel suo cammino iniziato con tanta gioia si arrestò presto.

Improvvisamente, dopo appena un mese, così come la malattia l’aveva lasciata, tornò virulenta e il medico impose alle Suore di chiamare i familiari perché la riportassero a casa. Nilde superò la prova dedicandosi all’apostolato nell’Azione Cattolica femminile della Parrocchia e aiutando nell’Asilo parrocchiale per la formazione dei bimbi.

Il gruppo delle giovani di Azione Cattolica fu al centro delle sue attenzioni.

Assorbiva ogni indirizzo spirituale utile per la formazione (Apostolato della Preghiera – Terzo Ordine Francescano – Collaboratori Salesiani), ma il movimento a cui dedicò anima e corpo fu l’Azione Cattolica.

Per il passaggio del fronte bellico dovette abbandonare la casa dei familiari e tornando a S. Potito nel 1945 Nilde sentì più forte il desiderio di evangelizzare con la parola e con l’esempio perché la popolazione del paese nel frattempo era stata presa dal comunismo come “da una febbre” (la frase è del suo cappellano) e si era allontanata dalla pratica della fede.

Oltre al bisogno di apostolato Nilde sentì fortissimo il desiderio di riparare personalmente con la sua vita e la sua sofferenza la bestemmia, il tradimento della fede, l’odio contro il Papa e la Chiesa e i peccati. Anche suo fratello e in parte le sue sorelle erano stati travolti. Nel 1947 Nilde ottenne dal suo Direttore Spirituale, don Parmeggiani, il permesso di potersi offrire come vittima di espiazione.

Nel gennaio 1949 la malattia riprese virulenta e fu ricoverata all’Ospedale S. Orsola di Bologna. Durante quei lunghi 5 mesi ella lasciò ai medici, al personale e alle degenti un esempio luminoso e sempre sorridente di dedizione e di amore. Al mattino del 19 maggio 1949 spirò dopo aver ricevuto la S. Comunione e stava attendendo la barella per la camera operatoria. Morte quasi improvvisa e inspiegabile, secondo le parole del chirurgo, ma certamente legata – per chi ha fede – al suo voto di vittima pronunciato l’8 dicembre 1947. Era così divenuta veramente vittima di amore e di espiazione.

Nella giornata del 1 giugno 2007, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza privata Sua Eminenza Rev.ma il Sig. Card. José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nel corso dell’Udienza il Santo Padre ha autorizzato la Congregazione a promulgare tra i Decreti quello riguardante: le virtù eroiche della Serva di Dio CLEONILDE (Nilde) GUERRA, Giovane Laica; nata il 29 gennaio 1922 a San Potito di Lugo (Ravenna, Italia) e morta il 19 maggio 1949 a Bologna (Italia).

Da questo momento potrà essere chiamata «venerabile». Il gradino successivo sarà l’individuazione di un miracolo attribuito all’intercessione di Nilde, passaggio obbligato nel lungo iter che porta alla beatificazione.

 

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martedì, giugno 19, 2007
Le scuole espongono i risultati, le famiglie si interrogano

Davanti ai tabelloni sentenze da capire

 

È tempo di tabelloni. Studenti e genitori si soffermano in questi giorni a guardare quella specie di specchio numerico che vorrebbe in qualche modo fotografare un intero anno scolastico, materia per materia di apprendimento. Non appaiono numeri in rosso, e neanche quel brutto "bocciato" di una volta, al massimo un "non promosso". Poi è tutto un paziente decifrare: voti al netto di merito e voti al lordo di credito. Che vuol dire: se appaiono numeri dal 7 in su, il merito è tutto conquistato. Anche il 6 è buono, ma deve essere senza asterisco, sciolto da ogni vincolo. Se invece c'è un asterisco, vorrà dire che manca qualcosa: la scuola fa credito al suo studente, ma lui deve colmare qualche particella di debito, deve recuperare. Non è un gioco e neanche una finzione. È la filosofia che vuole la scuola un cantiere aperto tutto l'anno. Una volta letti questi tabelloni, è giusto che parta il dibattito in famiglia. Cade una prima pregiudiziale: la divisione dell'anno in due tempi, un tempo per studiare e un tempo per allontanarsi dallo studio. È vero, da qui a metà ottobre, la didattica è sospesa, ma può andare in vacanza anche lo studio? Un ragazzo che è stato a scuola, mentre si esercitava in matematica e filosofia, in informatica e letteratura, una cosa di certo ha imparato: ad imparare. Ed ha afferrato che non si finisce mai. Studiare è approfondire, ripassare, saldare anelli rimasti aperti, tornare a leggere e poi a leggere ancora per assimilare, confrontarsi con i compagni e non solo con un foglio di carta da scrivere o con l'insegnante. Inoltrarsi in qualche pista di ricerca che durante l'anno scolastico si è intravista ma non si è potuta percorrere. Divagare con qualche lettura extra o addirittura passare a letture degustate. Due sono gli atteggiamenti che potrebbero guidare l'interpretazione dei tabelloni: una buona dose di umiltà e un'altra di non abbattimento. Nello studio esistono ritmi: lenti, mossi, sostenuti, veloci. Sono anche i ritmi della vita di ognuno . Quel che non esiste sono i salti: la natura non li ama e non li pratica. Esistono i recuperi, che sono la caratteristica peculiare di ogni adolescente o giovane che sia. Guardare i tabelloni è ormai operazione più complessa di un tempo. Richiede un pacato ragionare, confrontare tempi di maturazione globale, prima fra tutte la verifica di quella "comprensione verbale" che una recente ricerca italiana ha mostrato carente. Detta in parole povere: è l'abilità di leggere e capire appieno quello che si è letto, riprenderne il contenuto e rimescolarlo fino al punto di riferirlo fedelmente ma con parole proprie, segno di provata padronanza. E sì, è proprio vero: i nostri ragazzi spezzettano i discorsi, devono proprio imparare la costruzione e l'architettura dell'esposizione corretta. Questo è un po' quello che si vuole indicare quando si parla di scuola come cantiere sempre aperto. I voti, è appena il caso di dire, sono importanti, ma restano indicatori relativi. La tessitura tra scienza e vita è quel che resta. È anche quello che si richiede e, se vogliamo, anche quello che avviene a scuola. Forse, quella parte di dibattito sulla scuola dei nostri figli che durante l'anno scolastico ci è potuta sembrare superflua o demandata agli operatori scolastici, da qui a settembre dovrà ritornare a noi. Un po' di quel credito che i nostri ragazzi dovranno alla scuola, sarà pure costituito da qualche debito che abbiamo con loro. E i debiti si pagano.

Pietro De Luca

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giovedì, giugno 14, 2007
L'appello di Magdi Allam

Cristiani in M.O. a rischio di estinzione

 Nelle terre dove il cristianesimo è nato, si rischia l'estinzione dei cristiani. Le cause sono molteplici ma drammaticamente convergenti. È in atto una persecuzione esplicita da parte del fondamentalismo islamico, che continua a guadagnare spazi e consensi e in queste settimane trova in Iraq una delle sue più feroci manifestazioni. Ci sono poi discriminazioni a livello giuridico e politico, che in alcuni Paesi impediscono l'accesso a cariche pubbliche o a talune professioni, riservate ai musulmani. C'è infine - non meno grave e insidioso - un clima ostile e sempre più diffuso fatto di emarginazione sociale e culturale, che trasforma di fatto i seguaci di Gesù in cittadini di serie B. Una mentalità che, ad esempio, considera come un «rinnegato» meritevole di morte ogni seguace del profeta Maometto che abbia l'ardire di abbandonare quella che gli ulema definiscono "la migliore comunità che Dio abbia donato agli uomini" per abbracciare la fede cristiana: è la vita amara a cui sono costretti i convertiti.
L'emigrazione di 10 milioni di persone di religione cristiana dall'epoca della prima guerra mondiale a oggi, già di per sé un dato impressionante, rappresenta la conseguenza più eclatante di una situazione di crescente difficoltà denunciata a più riprese dalle comunità del Medio Oriente e del Nordafrica. Essa ha trovato un interprete appassionato nella persona del Santo Padre, che non si stanca di metterla sotto gli occhi del mondo. Sabato scorso, ricevendo in Vaticano il presidente americano Bush, egli ha espresso la sua preoccupazione per il precipitare della situazione nell'area, e parlando alla Congregazione per le Chiese orientali non ha usato giri di parole: «Possano le Chiese e i discepoli del Signore rimanere là dove li ha posti per nascita la divina Provvidenza; là dove meritano di rimanere per una presenza che risale agli inizi del cristianesimo. Nel corso dei secoli essi si sono distinti per un amore incontestabile e inscindibile alla propria fede, al proprio popolo e alla propria terra». La fede, il popolo, la terra: sono le tre parole radicate nel cuore delle comunità cristiane che vivono nella regione, che ci vivevano già secoli prima dell'arrivo dell'islam e che hanno saputo costruire - non senza difficoltà - una convivenza plurale. Ed è proprio la possibilità di «con-vivere» che viene messa a rischio da quanti vogliono negare la storia, imponendo la loro identità religiosa e culturale come protagonista unico ed esclusivo. Costoro vogliono dire "io" escludendo il "tu", e così impediscono che ci si possa continuare a concepire come "noi".
Il declino delle comunità cristiane nei Paesi arabi è stato sinora ignorato o guardato con occhio distratto dall'Occidente, e l'Italia non ha fatto eccezione. Come se la loro condizione fosse questione marginale, e non la drammatica conferma dell'imbarbarimento che avanza. Come se la libertà religiosa fosse un "pallino" del Vaticano e non la cartina di tornasole del rispetto dei diritti umani.
Bisogna svegliarsi dal torpore, prima che sia troppo tardi. Bisogna mobilitarsi, alzare la voce per fermare la fuga e la discriminazione su base religiosa. Bisogna chiedere la mobilitazione delle diplomazie, dell'Onu e dell'Unione Europea, consapevoli che l'impegno per i cristiani è figlio dell'impegno per la pace e la democrazia. Va in questa direzione l'appello per una manifestazione nazionale contro l'esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e per la libertà religiosa nel mondo, promosso in queste ore da Magdi Allam e da esponenti della società civile e del mondo politico per il 4 luglio a Roma. È un'occasione per ridire a viso aperto e a voce alta che quanto sta accadendo riguarda i destini dell'umanità, e che chi se ne lava le mani si aggiungerà alla schiera dei tanti Ponzio Pilato di cui la storia è disseminata.
Giorgio Paolucci

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venerdì, giugno 08, 2007
Il mondo inaridisce quando è mortificata la vita»

«Dove domina la logica del potere e dell’avere, dove non di rado trionfa la cultura della violenza e della morte, Gesù ci viene incontro e ci infonde sicurezza» «L’Eucaristia è per tutti Il suo passaggio tra le case della nostra città sarà per coloro che vi abitano un’offerta di gioia, di immortalità, di pace e di amore»

Il testo integrale dell'omelia pronunciata ieri dal Papa nella solennità del Corpus Domini.

Cari fratelli e sorelle!
Poco fa abbiamo cantato nella Sequenza: «Dogma datur christianis, / quod in carnem transit panis, / et vinum in sanguinem - È certezza a noi cristiani: / si trasforma il pane in carne, / si fa sangue il vino». Quest'oggi riaffermiamo con trasporto la nostra fede nell'Eucaristia, il Mistero che costituisce il cuore della Chiesa. Nella recente esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis ho ricordato che il Mistero eucaristico «è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l'amore infinito di Dio per ogni uomo» (n. 1). Pertanto quella del Corpus Domini è una festa singolare e costituisce un importante appuntamento di fede e di lode per ogni comunità cristiana. È festa che ha avuto origine in un determinato contesto storico e culturale: è nata con lo scopo ben preciso di riaffermare apertamente la fede del Popolo di Dio in Gesù Cristo vivo e realmente presente nel santissimo Sacramento dell'Eucaristia. È festa istituita per adorare, lodare e ringraziare pubblicamente il Signore, che «nel Sacramento eucaristico continua ad amarci "fino alla fine", fino al dono del suo corpo e del suo sangue» (Sacramentum caritatis, 1).
La celebrazione eucaristica di questa sera ci riconduce al clima spirituale del Giovedì Santo, il giorno in cui Cristo, alla vigilia della sua Passione, istituì nel Cenacolo la santissima Eucaristia. Il Corpus Domini costituisce così una ripresa del mistero del Giovedì Santo, quasi in obbedienza all'invito di Gesù di «proclamare sui tetti» ciò che Egli ci ha trasmesso nel segreto (cfr Mt 10,27). Il dono dell'Eucaristia, gli apostoli lo ricevettero dal Signore nell'intimità dell'Ultima Cena, ma era destinato a tutti, al mondo intero. Ecco perché va proclamato ed esposto apertamente, perché ognuno possa incontrare «Gesù che passa» come avveniva per le strade della Galilea, della Samaria e della Giudea; perché ognuno, ricevendolo, possa essere sanato e rinnovato dalla forza del suo amore. Questa, cari amici, è la perpetua e vivente eredità che Gesù ci ha lasciato nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Eredità che domanda di essere costantemente ripensata, rivissuta, affinché, come ebbe a dire il venerato papa Paolo VI, possa «imprimere la sua inesauribile efficacia su tutti i giorni della nostra vita mortale» (Insegnamenti, V [1967], p. 779).

Sempre nell'esortazione post-sinodale, commentando l'esclamazione del sacerdote dopo la consacrazione: «Mistero della fede!», osservavo: con queste parole egli «proclama il mistero celebrato e manifesta il suo stupore di fronte alla conversione sostanziale del pane e del vino nel corpo e sangue del Signore Gesù, una realtà che supera ogni comprensione umana» (n. 6). Proprio perché si tratta di una realtà misteriosa che oltrepassa la nostra comprensione, non dobbiamo meravigliarci se anche oggi molti fanno fatica ad accettare la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia. Non può essere altrimenti. Fu così fin dal giorno in cui, nella sinagoga di Cafarnao, Gesù dichiarò apertamente di essere venuto per darci in cibo la sua carne e il suo sangue (cfr Gv 6,26-58). Il linguaggio apparve «duro» e molti si tirarono indietro. Allora come adesso, l'Eucaristia resta «segno di contraddizione» e non può non esserlo, perché un Dio che si fa carne e sacrifica se stesso per la vita del mondo pone in crisi la sapienza degli uomini. Ma con umile fiducia, la Chiesa fa propria la fede di Pietro e degli altri apostoli, e con loro proclama: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). Rinnoviamo pure noi questa sera la professione di fede nel Cristo vivo e presente nell'Eucaristia. Sì, «è certezza a noi cristiani: / si trasforma il pane in carne, / si fa sangue il vino».

La Sequenza, nel suo punto culminante, ci ha fatto cantare: «Ecce panis angelorum, / factus cibus viatorum: / vere panis filiorum - Ecco il pane degli angeli, / pane dei pellegrini, / vero pane dei figli». L'Eucaristia è il cibo riservato a coloro che nel Battesimo sono stati liberati dalla schiavitù e sono diventati figli; è il cibo che li sostiene nel lungo cammino dell'esodo attraverso il deserto dell'umana esistenza. Come la manna per il popolo d'Israele, così per ogni generazione cristiana l'Eucaristia è l'indispensabile nutrimento che la sostiene mentre attraversa il deserto di questo mondo, inaridito da sistemi ideologici ed economici che non promuovono la vita, ma piuttosto la mortificano; un mondo dove domina la logica del potere e dell'avere piuttosto che quella del servizio e dell'amore; un mondo dove non di rado trionfa la cultura della violenza e della morte. Ma Gesù ci viene incontro e ci infonde sicurezza: Egli stesso è «il pane della vita» (Gv 6,35.48). Ce lo ha ripetuto nelle parole del Canto al Vangelo: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo; chi mangia di questo pane vivrà in eterno» (cfr Gv 6,51).
Nel brano evangelico poc'anzi proclamato san Luca, narrandoci il miracolo della moltiplicazione dei cinque pani e due pesci con cui Gesù sfamò la folla «in una zona deserta», conclude dicendo: «Tutti ne mangiarono e si saziarono» (cfr Lc 9,11b-17). Vorrei in primo luogo sottolineare questo «tutti». È infatti desiderio del Signore che ogni essere umano si nutra dell'Eucaristia, perché l'Eucaristia è per tutti. Se nel Giovedì Santo viene posto in evidenza lo stretto rapporto che esiste tra l'Ultima Cena e il mistero della morte di Gesù in croce, quest'oggi, festa del Corpus Domini, con la processione e l'adorazione corale dell'Eucaristia si richiama l'attenzione sul fatto che Cristo si è immolato per l'intera umanità. Il suo passaggio fra le case e per le strade della nostra Città sarà per coloro che vi abitano un'offerta di gioia, di vita immortale, di pace e di amore.
Nel brano evangelico, un secondo elemento salta all'occhio: il miracolo compiuto dal Signore contiene un esplicito invito ad offrire ciascuno il proprio contributo. I cinque pesci e i due pani stanno ad indicare il nostro apporto, povero ma necessario, che Egli trasforma in dono di amore per tutti. «Cristo ancora oggi - ho scritto nella citata esortazione post-sinodale - continua ad esortare i suoi discepoli ad impegnarsi in prima persona» (n. 88). L'Eucaristia è dunque una chiamata alla santità e al dono di sé ai fratelli, perché «la vocazione di ciascuno di noi è quella di essere, insieme a Gesù, pane spezzato per la vita del mondo» (ibid.).

Questo invito, il nostro Redentore lo rivolge in particolare a noi, cari fratelli e sorelle di Roma, raccolti in questa storica piazza intorno all'Eucaristia: vi saluto tutti con affetto. Il mio saluto è innanzitutto per il cardinale vicario e i vescovi ausiliari, per gli altri venerati fratelli cardinali e vescovi, come pure per i numerosi presbiteri e diaconi, i religiosi e le religiose, e i tanti fedeli laici. Al termine della celebrazione eucaristica ci uniremo in processione, quasi a portare idealmente il Signore Gesù per tutte le vie e i quartieri di Roma. Lo immergeremo, per così dire, nella quotidianità della nostra vita, perché Egli cammini dove noi camminiamo, perché Egli viva dove noi viviamo. Sappiamo infatti, come ci ha ricordato l'apostolo Paolo nella Lettera ai Corinzi, che in ogni Eucaristia, anche in quella di stasera, noi «annunziamo la morte del Signore finché egli venga» (cfr 1 Cor 11,26). Noi camminiamo sulle strade del mondo sapendo di aver Lui al fianco, sorretti dalla speranza di poterlo un giorno vedere a viso svelato nell'incontro definitivo.
Intanto già ora noi ascoltiamo la sua voce che ripete, come leggiamo nel Libro dell'Apocalisse: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). La festa del Corpus Domini vuole rendere percepibile, nonostante la durezza del nostro udito interiore, questo bussare del Signore. Gesù bussa alla porta del nostro cuore e ci chiede di entrare non soltanto per lo spazio di un giorno, ma per sempre. Lo accogliamo con gioia elevando a Lui la corale invocazione della Liturgia: «Buon Pastore, vero pane, / o Gesù, pietà di noi (…) Tu che tutto sai e puoi, / che ci nutri sulla terra, / conduci i tuoi fratelli / alla tavola del cielo / nella gioia dei tuoi santi». Amen!

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domenica, giugno 03, 2007

Se la macchia del sospetto lambisse tutti i preti

 

«Annozero» l'altra sera era un processo. C'era l'accusa, sostenuta dall'autore dell'inchiesta della Bbc e da Santoro, cui i panni dell'inquisitore sono cari. C'era, per decenza dell'informazione, la difesa. E c'erano gli imputati. Che erano - fatale il combinato disposto: mezzo televisivo e malizia giornalistica - i preti. Non solo i preti colpevoli di pedofilia, ma i preti tout court. L'intento di quella trasmissione lanciata sugli italiani alle nove di sera era di insinuare il dubbio che, in fondo, è rischioso fidarsi dei preti. Nonostante l'insistere retorico sui casi singoli, è una categoria a trovarsi sospettata. A noi che ascoltavamo, tuttavia, sono venuti in mente i preti che abbiamo conosciuto in questi anni, in Italia o nei posti più lontani del mondo. Vorremmo spendere una parola su di loro. Sul parroco di uno sperduto paese delle montagne piemontesi, da dove tutti se ne erano andati, e solo quel sacerdote ottantenne era restato a dir messa per i pochi rimasti, vecchi come lui. Con però nello sguardo una pace singolare, quando diceva: «Sa, se Dio mi chiamasse domattina, io sono pronto, vado via contento». E in quel villaggio svuotato, il vecchio in pace trasformava l'abbandono in un'attesa. Oppure ci viene in mente il giovane sacerdote brianzolo, che nei giorni della strage di Erba rifletteva sulla sua gente: sui figli a dodici anni già spesso inclini all'arroganza, sugli adulti ansiosi di dirsi gente a posto, del tutto estranea alla violenza scoppiata all'improvviso in una cittadina di lavoratori. In quella Brianza indignata, un uomo guardava con passione e pietà la sua gente, ed era un prete. Ci vengono in mente, anche, alcuni ragazzi da poco ordinati e partiti in missione: per Taiwan, nel desiderio di parlare di Cristo all'altro capo del mondo, o per Budapest, a ritrovare la memoria di un Dio cancellato. Ci viene in mente il prete italiano in contrato a Banda Aceh, sfinito, e grigio della polvere di chi da giorni scava nelle macerie e benedice i morti, «cristiani e musulmani, ci penserà il Padreterno», diceva con il suo benigno accento romagnolo. E, ancora, il vecchio comboniano tornato a casa a morire, dopo cinquant'anni in Africa. Che dal suo letto di malato terminale ci raccontò di quel giorno che i guerriglieri lo rapinarono nella savana, e scontenti dei quattro soldi del bottino gli puntarono contro i fucili. E lui, così mingherlino, d'improvviso se ne venne fuori a dire, fiero: «Ammazzatemi pure, ma io ho vissuto più di tutti voi». Al che la soldataglia, credendolo un povero matto, lo lasciò tornare al suo villaggio, a curare i morti di fame nel nome di Cristo - a vivere, in realtà, «più di tutti». E poi, ancora, quel Fratel Ettore che a Milano, nei sotterranei della Stazione Centrale, aveva messo su un rifugio per disgraziati, clandestini, curdi in fuga verso incerti destini. A tutti dava un letto, e da mangiare, e non faceva domande. Sui muri di quella corte dei miracoli, un crocefisso, e nient'altro. Questi sono i preti che abbiamo conosciuto. Non sono nostri amici, sono i preti. Che alcuni tra loro, tra i tanti, siano capaci del peggiore dei mali, non ci meraviglia. Anche i preti sono uomini, e gli uomini sono capaci del male. Ma guardando il democratico processo di Santoro abbiamo - chissà perché - sentito il bisogno di evocare la gran massa di questi preti. Di cui si sa il nome solo se li ammazzano. Quanti sono, e quanto erano assenti dal democratico processo di Santoro - guru di quelli che si sentono Giusti.

Marina Corradi

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venerdì, giugno 01, 2007
  • CHIESA E PEDOFILIA

     Nessuna paura del vero

     A proposito del documentario della Bbc "Sex Crimes and the Vatican"

     L'acquisto da parte della Rai del documentario della Bbc "Sex Crimes and the Vatican" (con le iniziali volutamente in maiuscolo) sulla questione dei preti pedofili e la possibilità che questo venga trasmesso nel corso di una trasmissione della stessa Rai hanno sollevato, in questi giorni, dibattiti e polemiche. Venti parlamentari di diversa estrazione e ottanta intellettuali cattolici e laici hanno sottoscritto un appello ai dirigenti della tv di Stato perché tale documentario non vada in onda. Nell'appello (testo integrale: www.cesnur.org/2007/appello.htm), i firmatari non si dicono "contrari a una discussione del problema della pedofilia e dei tragici casi di sacerdoti cattolici colpevoli di abusi", ma chiedono che questo non avvenga attraverso un documentario "sensazionalistico e falso" del quale elencano gli errori che coinvolgono direttamente il Papa. Il documentario, già presente on line, è stato trasmesso in versione integrale nei giorni scorsi su "Teleambiente", emittente romana che fa parte dell'omonimo consorzio di sette tv del Centro-Nord. "Non c'è alcuna censura in proposito da parte della Chiesa - aveva affermato il 22 maggio, mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Cei - soltanto un problema di contenuti. È un documentario che non risponde a verità". Ma cosa c'è dietro l'intera vicenda legata al video della Bbc? Ne parliamo con don FORTUNATO DI NOTO, fondatore dell'associazione "Meter" (www.associazionemeter.it), che da anni si occupa di lotta alla pedofilia.

     

    Lei ha avuto modo di vedere il documentario della Bbc: un suo commento...

     

    "Devo ribadire con molta serietà che la Chiesa non ha assolutamente paura di esporsi nella verità e di dire la verità. Non credo che oggi la Chiesa vuole coprire qualcuno o vuole nascondere qualche fatto. Se ci sono sacerdoti che si sono macchiati di reati così gravi sono sottoposti a processo e vengono giudicati per quanto hanno compiuto. Io stesso ho segnalato confratelli che, con onestà della verità, hanno confessato i loro reati, sono stati condannati e ora stanno scontando non solo una pena di sospensione a divinis del loro ministero ma anche una pena corrisposta a un processo giusto che hanno ricevuto. Credo che il documentario, manipolato e carente di conoscenze tecniche del Codice di diritto canonico, più che occuparsi delle vittime dei pedofili o dei preti pedofili, sia un attacco scriteriato alla Chiesa. E questo è un modo di fare non obiettivo, non corretto, non giusto".

     

    Il video molto probabilmente verrà messo in onda da una trasmissione della Rai...

     

    "Chi lo mette in onda deve avere, innanzitutto, grande onestà intellettuale. Se sarà presentato nel corso di una trasmissione, dovrebbero essere presenti gli autori del documentario. Dovrebbero, poi, essere presenti delle controparti, per presentare esattamente e realmente il problema sia da un punto di vista del Codice di diritto canonico sia da un punto di vista dei casi specifici. La trasmissione dovrebbe attenersi scrupolosamente a una corretta interpretazione dei fatti. Anche perché di disinformazione c'è ne già abbastanza. Tanto per dare un'idea: in questi giorni, ho scoperto che alcune persone hanno dichiarato che vittime di casi di pedofilia sono state risarcite sia in America sia in Italia con l'otto per mille. Una disinformazione, perché l'otto per mille non esiste in America. E in Italia, come è verificabile dalle ripartizioni annuali (cfr www.8xmille.it) non viene utilizzato per questi motivi".

     

    Cosa dire dei casi di pedofilia compiuti da sacerdoti o religiosi?

     

    "Nessuno può omettere il fatto che esistano sacerdoti pedofili, ma non dimentichiamo che esistono anche magistrati pedofili, psicologi pedofili, avvocati pedofili, maestri pedofili, genitori pedofili... La pedofilia è un fenomeno vastissimo, ha diversi livelli di struttura e di copertura. Non è la categoria che fa il pedofilo, è il soggetto che ha delle responsabilità personali. E non credo che se un magistrato pedofilo viene inquisito, viene condannato, è tutta la magistratura accusata per il caso".

     

    Da come viene affrontata la questione nel documentario, pare quasi che la Chiesa abbia coperto gli abusi...

     

    "Nella Chiesa non c'è stata copertura, ma prudenza verso casi complessi, dei quali alcuni si sono rivelati veri e altri falsi. E questo succede non solo per i preti. Molte volte la lettura su questi fatti viene fatta solo in chiave epidermica e non in maniera approfondita e serena. La Chiesa già dal IV secolo si è posta con durezza nei confronti di coloro che si macchiavano di questi reati - preti e laici - i quali venivano espulsi dalla comunità cristiana. La prudenza, quindi, va al primo posto, stando sempre, però, dalla parte delle vittime. Guai a non stare dalla parte delle vittime".

     

    In che modo accostarsi al video?

     

    "Chi vedrà questo video, dovrà avere serenità intellettuale. Ogni video deve avere un criterio di lettura serena, per questo è necessario un approfondimento dei diversi aspetti legati al problema. La trasmissione in cui verrà presentato il video non può essere un talk show. La pedofilia è un fatto serissimo. Se si vuole affrontare questo problema, lo si affronti seriamente. E non in maniera salottiera o provocatoria, perché non c'è nulla da provocare. C'è solo il dramma di vittime, di famiglie. E c'è anche il dramma di una Chiesa che si trova pastori coinvolti in questi fatti, che provocano ferite laceranti per tutta la comunità cristiana".

     

    a cura di Vincenzo Corrado

     

     Confondere per colpire

     

    NON È NEUTRALE. "Questo video - afferma Padrini - che io ho personalmente visto in Internet, contiene due elementi: da un lato, ci sono le testimonianze di persone che sono state incriminate e anche condannate per delitti di questo tipo; dall'altro, le testimonianze di persone che purtroppo hanno vissuto la triste esperienza di essere vittime di questi abusi. E queste testimonianze uno le accoglie, anche a distanza di tanti anni, con il peso grandissimo che hanno. Ciascuno ha il dovere di prenderle in considerazione e valutarle con grande responsabilità". Il documentario, però, spiega Padrini, "non è neutrale ma esprime una posizione. Nessun servizio, infatti, può essere considerato neutrale; neppure un servizio basato essenzialmente sui fatti, che non contiene alcun tipo di commento, al contrario nel video della Bbc dove i commenti sono molto presenti ed insistenti".

     

    LA TESI DEL DOCUMENTARIO. Un altro elemento da tener presente, per don Paolo Padrini, è "la tesi che soggiace al documentario": "Sarebbe ingenuo pensare che il video non abbia una tesi, che si fonda sulla citazione di un documento del 2001, redatto dalla Congregazione per la dottrina della fede, dal titolo De delictis gravioribus. Questo testo, secondo il video, costituirebbe il mantenimento di un vecchio documento dal titolo Instructio. De modo procedendi in causis de crimen sollicitationis (forma abbreviata: Crimen sollicitationis) - tanto citato nel video Bbc - approvato il 16 marzo 1962. A tal proposito va precisato che il documento Crimen sollicitationis non è stato firmato dal card. Ratzinger. Questi, nel 1962, era docente di teologia; diventerà arcivescovo di Monaco nel 1977 e prefetto della Congregazione per la dottrina della fede nel 1981". I due documenti della Santa Sede - spiega Padrini - "servono agli autori del video per proporre maliziosamente la tesi di fondo della copertura da parte del Vaticano e di tutti i vescovi coinvolti nei confronti dei sacerdoti che hanno commesso questi crimini e soprattutto vengono utilizzati per un attacco mistificatorio alla persona e all'azione del card. Ratzinger, divenuto Papa nel 2005".

     

    LA "SEGRETEZZA" DEI DOCUMENTI "INCRIMINATI". Una delle "accuse" del video Bbc riguarda la segretezza dei documenti della Santa Sede. "Prima di entrare nel merito - dice Padrini - vale la pena ripercorrere la cronistoria di tutti i documenti che - solo in minima parte - vengono citati dal documentario della Bbc ma per il resto vengono ignorati. Nel 1962, viene pubblicata la Crimen sollicitationis. Il 30 aprile 2001, Giovanni Paolo II pubblica il Motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela riguardante le norme sui delitti più gravi riservati alla Congregazione per la dottrina della fede: questo documento fa riferimento a una serie di norme sostanziali e procedurali su quali delitti e processi penali canonici siano riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede, secondo la Costituzione apostolica Pastor Bonus sulla Curia Romana del 1988 (cfr art.52). Il 18 maggio 2001, la Congregazione per la dottrina della fede, guidata dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, pubblica la Lettera De delictis gravioribus: questa costituisce una sintetica esplicitazione delle norme sostanziali citate da Giovanni Paolo II e non il mantenimento dell'Istruzione Crimen Sollicitationis, implicitamente revocata con l'entrata in vigore del Codice di diritto canonico nel 1983 (cfr can.34,§3) e dalle nuove norme sostanziali e procedurali in materia". Circa la segretezza di tali documenti: "Affrontiamo il problema in modo analitico - suggerisce Padrini -. L'Istruzione Crimen sollicitationis non è un documento segreto ma un documento inviato in forma riservata a tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi e a tutti gli altri ordinari del luogo, compresi quelli di rito orientale. Costoro sono coloro ai quali spetta l'istruzione del processo canonico, attraverso i vari Tribunali collegiali (diocesano o regionale), cioè composti da 3 giudici, un promotore di giustizia (l'equivalente del pubblico ministero) e un notaio che devono essere tutti sacerdoti. Quindi, il documento è riservato nel senso che è destinato a competenze specifiche e non nel senso che non debba essere reso pubblico. Il Motu proprio di Giovanni Paolo II è un documento pubblico e perciò pubblicato negli Acta Apostolicae Sedis (sarebbero La Gazzetta Ufficiale della Santa Sede; cfr AAS 93 (2001) 737-739). La Lettera De delictis gravioribus, è un regolamento attuativo, quindi anch'esso assolutamente pubblico (cfr AAS 93 (2001) 785-788)". I documenti, dunque - sottolinea Padrini - "non sono segreti, specialmente quelli che inducono a credere che l'attuale Papa abbia voluto tenere nascosti questi fatti per sottrarli alla giustizia civile. Questi documenti sono stati semplicemente scoperti e vanamente strumentalizzati".

     

    A PROPOSITO DI NORME... "Occorre, poi, distinguere e precisare - spiega Padrini - che le norme sostanziali e procedurali cui accenna il Motu proprio di Giovanni Paolo II non sono state pubblicate né negli Acta Apostolicae Sedis né nell'Osservatore Romano, ma inviate ai vescovi, agli ordinari latini e orientali che ne abbiano fatto richiesta. Questo per la delicatezza della materia che, specie sul tema della pedofilia, può suscitare facili sensazionalismi che portano ad accentuare solo un aspetto di un documento, rischiando di travisarne la natura e il contenuto. Nel 2001, la Santa Sede ha scelto per i due documenti (del Papa e della Congregazione) una pubblicazione senza la consueta conferenza stampa di presentazione. Le Norme sostanziali e procedurali - come ricordato anche dal card. Tarcisio Bertone - si trovano sostanzialmente, le prime nella Lettera della Congregazione, le seconde riprendono i canoni del Codice di diritto canonico circa le procedure da seguire nei vari gradi dei processi con le relative sanzioni. Esse hanno, tra l'altro, lo scopo di evitare il rischio della trascuratezza circa la gravità dei casi nelle diocesi, insistendo sulle indagini canoniche previe e i provvedimenti cautelativi a tutela degli indagati e delle presunte vittime".

     

    LA SCOMUNICA. Alcune precisazioni circa i documenti citati nel video della Bbc vengono anche dai politici e dagli intellettuali che nei giorni scorsi hanno diffuso l'appello contro il documentario. Nel video, si legge nell'appello, "l'Istruzione Crimen sollicitationis" viene presentata "come un documento che aveva lo scopo di coprire gli abusi avvolgendoli in una coltre di segretezza tale per cui la pena per chi rompe il segreto è la scomunica immediata. A prescindere dal fatto che la Crimen sollicitationis si occupa nei primi 70 paragrafi delle relazioni sessuali di sacerdoti con donne (non con bambine), e dedica ai rapporti di sacerdoti con minori prepuberi soltanto mezza riga nel paragrafo 73, è precisamente il contrario. Il paragrafo 16 impone alla vittima degli abusi di denunciarli entro un mese. Il paragrafo 17 estende l'obbligo di denuncia a qualunque fedele cattolico che abbia notizia certa degli abusi. Il paragrafo 18 precisa che chi non ottempera all'obbligo di denuncia incorre nella scomunica. Dunque - viene precisato nell'appello - non è scomunicato chi denuncia gli abusi ma, al contrario, chi non li denuncia".

     

    DISCIPLINA PIÙ SEVERA. "Un'altra grave menzogna del documentario - si legge ancora nell'appello - consiste nel sostenere, a proposito della Lettera De delictis gravioribus, che dà esecuzione a norme fissate da Giovanni Paolo II poche settimane prima relative alla competenza dei diversi Tribunali ecclesiastici, che si tratti del seguito della Crimen sollicitationis e che ribadiva con enfasi la segretezza, pena la scomunica. In realtà nella lettera del 2001 non si trova neppure una volta la parola scomunica. Se c'è qualche cosa di nuovo nella De delictis gravioribus rispetto alla disciplina precedente in tema di abusi sessuali, è il fatto che la Lettera crea una disciplina più severa per il caso di abuso di minori, rendendolo perseguibile oltre i normali termini di prescrizione, fino a quando chi dichiara di avere subito abusi quando era minorenne abbia compiuto i 28 anni. Questo significa - per fare un esempio concreto - che se un bambino di 4 anni è vittima di abusi nel 2007, la prescrizione non scatterà fino al 2031, il che mostra bene la volontà della Chiesa di perseguire questi delitti anche molti anni dopo che si sono verificati e ben al di là dei termini di prescrizione consueti".

     

    GRANDE SEVERITÀ, RIGORE E CORAGGIO. Con tali precisazioni, affermano sia Padrini sia i firmatari dell'appello, non si vuole negare il fatto che "nella Chiesa vi sono stati episodi tristi e dolorosi che hanno coinvolto sacerdoti colpevoli di pedofilia e talora anche vescovi che non sono intervenuti tempestivamente per sanzionarli. Al contrario esatto di quanto sostiene il documentario, l'azione del cardinale Ratzinger prima e di Papa Benedetto XVI poi anche se non ha potuto risolvere tutti i singoli casi, ha costruito una normativa e favorito una prassi di grande severità, rigore e coraggio di cui chiunque abbia studiato il triste problema senza pregiudizi ideologici dà atto al regnante Pontefice". A tal riguardo, basta citare le parole di Benedetto XVI ai vescovi dell'Irlanda, del 28 ottobre 2006: "Nell'esercizio del vostro ministero pastorale, negli ultimi anni avete dovuto rispondere a molti casi dolorosi di abusi sessuali su minori. Questi sono ancora più tragici quando a compierli è un ecclesiastico. Le ferite causate da simili atti sono profonde, ed è urgente il compito di ristabilire la confidenza e la fiducia quando queste sono state lese. Nei vostri sforzi continui di affrontare in modo efficace questo problema, è importante stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi".

postato da: religioneascuola alle ore 20:03 | Permalink | commenti
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