venerdì, luglio 27, 2007

Specchietti per le allodole nel dialogo Roma-Pechino

 

«Non posso parlare in questo momento. È un po’ complicato». La prudentissima risposta offerta ieri da Benedetto XVI ai giornalisti circa l’ipotesi – al momento futuribile – di un viaggio del Papa in Cina suggerisce grande cautela nel commentare le reazioni delle autorità politiche di Pechino dopo la pubblicazione della Lettera ai cattolici nella Repubblica popolare cinese. Una cosa è dato sapere (chi scrive lo ha appreso da diverse fonti autorevoli): sinora l’accoglienza della Lettera da parte dei "nuovi mandarini" è stata tutto sommato positiva. Non si sono verificate, almeno sin qui, reazioni polemiche registratesi in altri casi.
Ha fatto eccezione la dichiarazione all’agenzia cattolica Ucanews di Liu Bainian, formalmente vicepresidente dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, di fatto eminenza grigia dell’organismo creato dal Partito per controllare la vita dei cattolici cinesi. Nonostante egli sappia bene (e la Lettera papale affermi chiaramente) che le ordinazioni episcopali senza autorizzazione pontificia violano la disciplina canonica e rappresentano un vulnus all’unità della Chiesa, il 3 luglio scorso Liu Bainian aveva detto che «continueremo a eleggere e ordinare i vescovi autonomamente. Nessuno può fermarci».
Ebbene, lo stesso Liu Bainian ieri al corrispondente da Pechino di Repubblica ha sorprendentemente confidato: «Spero con tutte le mie forze di poter vedere un giorno il Papa qui a Pechino, a celebrare la Messa per noi cinesi».
Ora, qualsiasi cattolico – cinese o meno – non può non rallegrarsi di fronte a un auspicio del genere. Se nel gennaio 1998 ebbe luogo un "viaggio impossibile" come quello nella Cuba di Fidel Castro, non si può proibire certo alla Provvidenza di prepararci sorprese per il futuro.
Il punto è capire la credibilità di chi formula tale ipotesi. A quel che ci risulta svolgendo il lavoro giornalistico, diremo che Liu Bainian ha rappresentato finora più un ostacolo che un acceleratore rispetto alla normalizzazione della situazione della Chiesa cattolica in Cina. Non più tardi di due giorni fa, il cardinale Joseph Zen, vescovo di Hong Kong, ci esprimeva forti riserve sull’operato del vicepresidente dell’Associazione patriottica. E ne aveva ben donde. Il Liu Bainian che su Repubblica proclama «noi riconosciamo l’autorità unica del Papa in materia di religione» è lo stesso che avvalla (c’è chi dice ispira) le ordinazioni illegittime di vescovi.
Interpellato dal giornalista Rampini, Liu Banian concede che «la Santa Sede è l’unica rappresentante di Gesù in terra e come cattolici dobbiamo seguirla», salvo puntualizzare: «Ciò che noi dobbiamo affermare è la nostra indipendenza politica ed economica, altrimenti resteremo una Chiesa coloniale».
La realtà è profondamente diversa: episcopato e clero cinese sono da tempo autoctoni, quello che Liu Banian intende è che la Chiesa deve essere indipendente, ossia sottomessa al Partito comunista.
Forse al suddetto personaggio, che con l’uscita su uno dei principali quotidiani italiani cerca di accreditarsi come precursore di nuovi sentieri, non farebbe male rileggersi attentamente la Lettera di Benedetto XVI. Laddove dice chiaramente: «La pretesa di alcuni organismi, voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della Chiesa, di porsi al di sopra dei vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiale, non corrisponde alla dottrina cattolica. (…) Anche la dichiarata finalità dei suddetti organismi di attuare "i principi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa", è inconciliabile con la dottrina cattolica, che fin dagli antichi simboli di fede professa la Chiesa "una, santa, cattolica e apostolica"». Più chiaro di così…

Gerolamo Fazzini

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venerdì, luglio 20, 2007
Le strane statistiche sulla indigenza «soggettiva»

Quanti cellulari occorrono per sentirsi poveri?

 

Mastro Geppetto si vende la giacca per consentire al proprio figliolo, Pinocchio, di andare a scuola, comprandogli un abbecedario: se mastro Geppetto dichiarasse di sentirsi povero, avremmo ben poco da obiettare. Ma se s'indebitasse per acquistare al figlio l'ultimo modello di cellulare, senza il quale il (povero) studente si sentirebbe a disagio accanto ai compagni? Forse alcuni obietterebbero. Ma sarebbero pochi. Secondo la nota mensile dell'Isae (Istituto di studi e analisi economica) sulla "povertà soggettiva", il 74 per cento degli italiani si considera povero. Meglio: ritiene di non vivere una vita dignitosa, ossia una vita "senza lussi ma senza privarsi del necessario". In altre parole, tre italiani su quattro hanno la netta, fastidiosa, dolorosa sensazione di mancare del necessario. Se la povertà al centro dello studio è soggettiva, qual è la povertà oggettiva? L'Istat indica, per una famiglia di due persone, un reddito di 936 euro al mese, condizione che riguarda l'11,1 per cento degli italiani. La soglia di povertà soggettiva è invece di 1300 euro mensili per un single, di 1800 per una coppia, e redditi via via più alti per famiglie più numerose. La forbice è abbastanza ampia (364 euro mensili), ma mai come quella che separa i poveri oggettivi (11,1) da quelli soggettivi (74). Qualcosa non funziona. Un solo esempio. Nei giorni scorsi gli albergatori hanno comunicato che 51 italiani su cento non vanno in vacanza. Quindi gli altri 49 ci vanno; eppure appena 26 italiani ritengono di non essere poveri. Dunque 23 italiani si percepiscono poveri, però non fino al punto da non concedersi un periodo di vacanza. Percepita non come un lusso, ma necessaria. L'Isae stesso ci mette in guardia: nei risultati dello studio hanno un peso decisivo i fattori culturali, sociali e psicologici. Ad esempio il concetto di "necessario". Come un italiano lo stabilisce? Una sola risposta convincente forse non c'è. Una cosa però è indubitabile: qualcuno ha interesse che la soglia de l "necessario" si alzi il più possibile. Questo qualcuno è il mercato, o la consumerist society, che fan diventare necessari merci o servizi sulla cui effettiva "necessità" potremmo aprire un ampio dibattito. Quanti telefonini sono necessari in famiglia, e ogni quanto tempo vanno sostituiti con modelli più recenti e di moda? Qual è la cilindrata minima necessaria per un'auto che non mi faccia sentire povero? E quanti televisori in famiglia, nessuno, uno o in ogni stanza, compreso il bagno? Se non posso permettermi un televisore ultrapiatto, sono necessariamente povero? Poiché lo scopo della consumerist society è far sì che diventiamo tutti consumatori, ossia che pensiamo a noi stessi non come persone, non come cittadini, ma come consumatori, e che attorno al consumo ruoti tutta (o quasi) la nostra vita, chi si percepisce "povero" lotterà con i denti per non percepirsi più così, fino al punto da indebitarsi, anche in modo intollerabile; e i debiti (dal mutuo per la prima casa, indispensabile, al credito al consumo, per beni spesso superflui) sono uno dei fattori che assieme ad altri - il basso titolo di studio, vivere al sud, il lavoro precario... - facilitano la percezione della povertà. Dal "meccanismo", come ben sa chi ricorda la canzone omonima abbinata al monologo "il pelo" di un Giorgio Gaber d'annata (1972!), è difficile sottrarsi. Mezzo secolo fa un bimbetto allo Zecchino d'oro cantava di sentirsi povero, perché «non ho giocattoli»; e pregava Gesù Bambino chiedendogli il regalo (per lui) più grande: «Scendi dal cielo e vieni a giocare con me». Oggi, temiamo, gli chiederebbe la playstation.

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sabato, luglio 14, 2007

 

Dopo i Dico, i Cus

Quell'ansia di copiare il matrimonio

 

Dopo i Dico, spuntano i Cus. Ma nessuno si inganni: cambiano gli acronimi e cambia apparentemente l'approccio formale, ma non migliora purtroppo la sostanza, visto e considerato che anche per questa nuova via si vuole intervenire con pesantezza e per legge sulle libere convivenze tra persone di entrambi i sessi. Non si può infatti fare a meno di annotare che pure stavolta si punta a introdurre una disciplina organica sulle unioni di fatto in larga misura imitativa di quella prevista per il matrimonio e la famiglia su di esso fondata. In altre parole, anche in questo secondo tentativo non ci si riesce a distogliere, come modello di riferimento, dalla famiglia quale la millenaria civiltà del nostro popolo ha conosciuto e la Costituzione repubblicana non a caso salvaguarda. Mentre da essa ci si vorrebbe staccare, si finisce invece per guardare puntualmente a essa, la famiglia, con un'ansia imitativa destinata a rendere, anche stavolta, il peggior servizio alle generazioni più giovani che devono poter guardare al loro futuro senza confusione di ideali e senza essersi spinti verso scorciatoie oblique e apparentemente vantaggiose. È del tutto evidente infatti, pure a fronte di questa nuova formulazione, che si perde ben presto per strada l'intenzione di riconoscere i tanto citati diritti delle persone che sono liberamente artefici di un'unione di fatto per ritrovarsi, invece, a disegnare un soggetto nuovo, nella forma di "matrimonio attenuato".
Ciò che dei Dico viene platealmente fatto volare dal balcone in nome di una visione civilistica, rientra in larga misura dalla porta tutt'altro che secondaria della contrattualistica. Lasciando fuori i riferimenti affettivi, ma in pratica includendoli là dove si esige che le persone contraenti siano di stato civile libero.
Il testo base sui "Contratti di unione solidale" elaborato dal relatore Cesare Salvi si risolve così in un intervento che non consiste affatto in una serie di ritocchi e di integrazioni al codice civil e opportunamente limitata e calibrata sulla singola persona e su singoli diritti meritevoli di tutela, ma in un'opera di riscrittura che tende a introdurre un'organica disciplina para-matrimoniale. Per averne conferma basta, appunto, scorrere gli impedimenti al Cus o l'elenco dei «diritti e doveri dei contraenti» o, ancora, le norme successorie: tutti elementi sovrapponibili - con qualche modesta correzione qua e là - a quanto è previsto per il matrimonio. Ma sarebbe anche sufficiente prendere nota dell'assimilazione delle «parti contraenti» ai parenti di primo grado o dell'affermazione (con rinvio, come già per i Dico, a una legge successiva) del principio della reversibilità pensionistica o, infine, della previsione di un possibile regime di comunione dei beni acquistati dopo la stipula del Cus.
Se si trattasse di un'opera scultorea, si potrebbe dire che sul tronco di belle e proporzionate intenzioni si tenta di piazzare le spalle di una statua assai più ingombrante e sproporzionata. Il che rende la figura goffa e pesante. E comunque non corrispondente all'obiettivo ufficialmente perseguito, tutta prona invece ad altri scopi. Come proclama anche e soprattutto la scelta di affiancare al ruolo del notaio - arbitro naturale di un rapporto contrattuale - quello del giudice di pace e facendo, anzi, di quest'ultimo e del «registro» dei Cus a lui affidato il punto nodale del testo Salvi.
Per qualcuno è un passo in avanti, ma - come si vede - verso una direzione che resta del tutto inadeguata e inopportuna.

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martedì, luglio 10, 2007

In attivo i conti del Vaticano

A finanziare le attività degli uffici della Curia, che non producono ricavi, provvedono Conferenze episcopali, diocesi e istituti religiosi: le loro offerte sono aumentate nel 2006 passando da 73,9 a 86 milioni di euro

Si è chiuso in attivo, per il terzo anno consecutivo, il bilancio consolidato della Santa Sede. Entrate per 227 milioni 815 mila euro, e uscite per 225 milioni e 409 mila euro, con un saldo positivo di poco oltre i 2,4 milioni di euro. Una «buona notizia», dunque, come ha sottolineato ieri mattina il cardinale Sergio Sebastiani, presidente della Prefettura degli Affari economici, nella conferenza stampa convocata per presentare e "spiegare" i numeri del bilancio consolidato 2006, anticipati qualche giorno fa.
Un «risultato positivo», l'attivo conseguito, pur se «rappresenta il valore meno elevato» dopo quelli registrati nel 2005 (+9,7 milioni) e nel 2004 (+3,1 milioni). Nel bilancio sono conteggiati i costi «di tutte le Amministrazioni pontificie, oltre alle 118 Sedi di rappresentanza pontificia sparse in tutto il mondo e le nove Sedi presso gli organismi internazionali».
Nel corso dell'incontro, introdotto dal direttore della Sala Stampa padre Federico Lombardi, e presenti monsignor Franco Croci, segretario della Prefettura degli Affari economici, e il ragioniere generale Paolo Trombetta, sono state passate in esame le diverse voci iscritte a bilancio. A iniziare ovviamente dalle attività istituzionali, ossia quelle svolte dai Dicasteri e gli Uffici della Curia Romana, ovvero dagli «organismi che assistono da vicino il Santo Padre nella missione di pastore universale a servizio delle Chiese locali, come anche a beneficio dell'umanità, come operatori di pace», e che «non producono ricavi - ha sottolineato Sebastiani - e per questo sono soggetti alla prescrizione canonica 1271 che invita i vescovi a venire incontro liberamente alle attività della Santa Sede».
Il canone richiamato è quello che invita Conferenze episcopali, diocesi, istituti religiosi, fedeli ed Enti ecclesiastici vari a farsi carico, a seconda delle proprie possibilità, dell'esercizio apostolico della Santa Sede. Ebbene, nel 2006 le offerte raccolte attraverso questa disposizione sono aume ntate, rispetto all'anno precedente, da 73,9 milioni di euro a 86 milioni nel 2006.
Quanto ai costi, sempre per l'attività istituzionale, l'aumento è stato di quasi 5 milioni, da 121,3 a 126,2 milioni di euro, variazione dovuta sia ai costi aggiuntivi per il personale, sia all'aumento delle spese generali e amministrative (da 13,4 a 15,3 milioni), e di quelle per il mantenimento di rappresentanze e nunziature (da 19,6 a 20,6 milioni). Riguardo all'attività finanziaria, l'incremento dei contributi ha permesso di assorbire il calo molto pronunciato dell'avanzo netto che è stato nel 2006 di 13,7 milioni contro 43,3 milioni nel 2005. Ciò, ha spiegato Sebastiani, in base al «principio della prudenza» che guida questo settore, per cui gran parte degli investimenti sono obbligazioni statali anziché azioni, che sono a maggior rischio.
Sempre nel 2006, il settore immobiliare ha registrato un netto di 32,3 milioni (22,4 nel 2005). Negativo, al contrario, il saldo delle "istituzioni collegate" - Radio Vaticana, Tipografia vaticana, Osservatore Romano, Centro televisivo vaticano e Libreria Editrice vaticana: il disavanzo è di 12,8 milioni di euro, in massima parte dovuti alla Radio (che però non ha entrate) e all'Osservatore.

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martedì, luglio 10, 2007

La messa in latino

Pubblichiamo il testo inegrale della Lettera apostolica di Benedetto XVI «Motu proprio data» sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970.
I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, «a lode e gloria del Suo nome» ed «ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa».
Da tempo immemorabile, come anche per l'avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale «ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l'integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede» (1).
Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di san Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell'Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai romani nei secoli precedenti. Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra liturgia, riguardante sia il Sacrificio della Messa sia l'Ufficio divino, nel modo in cui si celebrava nell'Urbe. Promosse con massima cura la diffusione dei monaci e delle monache, che operando sotto la regola di san Benedetto, dovunque unitamente all'annuncio del Vangelo illustrarono con la loro vita la salutare massima della Regola: «Nulla venga preposto all'opera di Dio» (cap. 43). In tal modo la sacra liturgia celebrata secondo l'uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni. Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell'età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di reli gione e ha fecondato la loro pietà.
Molti altri Romani Pontefici, nel corso dei secoli, mostrarono particolare sollecitudine a che la sacra liturgia espletasse in modo più efficace questo compito: tra essi spicca san Pio V, il quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell'esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l'edizione dei libri liturgici, emendati e «rinnovati secondo la norma dei Padri» e li diede in uso alla Chiesa latina.
Tra i libri liturgici del Rito romano risalta il Messale Romano, che si sviluppò nella città di Roma, e col passare dei secoli a poco a poco prese forme che hanno grande somiglianza con quella vigente nei tempi più recenti.
«Fu questo il medesimo obbiettivo che seguirono i Romani Pontefici nel corso dei secoli seguenti assicurando l'aggiornamento o definendo i riti e i libri liturgici, e poi, all'inizio di questo secolo, intraprendendo una riforma generale» (2). Così agirono i nostri Predecessori Clemente VIII, Urbano VIII, san Pio X (3), Benedetto XV, Pio XII e il beato Giovanni XXIII.

Nei tempi più recenti, il Concilio Vaticano II espresse il desiderio che la dovuta rispettosa riverenza nei confronti del culto divino venisse ancora rinnovata e fosse adattata alle necessità della nostra età. Mosso da questo desiderio, il nostro predecessore, il Sommo Pontefice Paolo VI, nel 1970 per la Chiesa latina approvò i libri liturgici riformati e in parte rinnovati. Essi, tradotti nelle varie lingue del mondo, di buon grado furono accolti da vescovi, sacerdoti e fedeli. Giovanni Paolo II rivide la terza edizione tipica del Messale Romano. Così i Romani Pontefici hanno operato «perché questa sorta di edificio liturgico [...] apparisse nuovamente splendido per dignità e armonia» (4).
Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell'anno 1984 con lo speciale indulto Quattuor abhinc annos, emesso dalla Congregazione per il Culto divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal beato Giovanni XXIII nell'anno 1962; nell'anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera apostolica Ecclesia Dei, data in forma di Motu proprio, esortò i vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero.
A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal nostro predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato noi stessi i padri cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull'aiuto di Dio, con la presente Lettera apostolica stabiliamo quanto segue:

ARTICOLO 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della «lex orandi» («legge della preghiera») della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da san Pio V e nuovamente edito dal beato Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa «lex orandi» e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della «lex orandi» della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella «lex credendi» («legge della fede») della Chiesa; sono infatti due usi dell'unico rito romano.
Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l'edizione tipica del Messale Romano promulgato dal beato Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della liturgia della Chiesa.

Le condizioni per l'uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori Quattuor abhinc annos e Ecclesia Dei, vengono sostituite come segue:

ARTICOLO 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro. Per tale celebrazione secondo l'uno o l'altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede apostolica, né del suo ordinario.

ARTICOLO 3. Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o «comunitaria» nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l'edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.

ARTICOLO 4. Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all'articolo 2, possono essere ammessi - osservate le norme del diritto - anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.

ARTICOLO 5. § 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del vescovo a norma del canone 392, evitando la discordia e favorendo l'unità di tutta la Chiesa.
§ 2. La celebrazione secondo il Messale del beato Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere.
§ 3. Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco permetta le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o ce lebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi.
§ 4. I sacerdoti che usano il Messale del beato Giovanni XXIII devono essere idonei e non giuridicamente impediti.
§ 5. Nelle chiese che non sono parrocchiali né conventuali, è compito del rettore della chiesa concedere la licenza di cui sopra.

ARTICOLO 6. Nelle Messe celebrate con il popolo secondo il Messale del beato Giovanni XXIII, le letture possono essere proclamate anche nella lingua vernacola, usando le edizioni riconosciute dalla Sede apostolica.

ARTICOLO 7. Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all'articolo 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il vescovo diocesano. Il vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla commissione pontificia Ecclesia Dei.

ARTICOLO 8. Il vescovo, che desidera rispondere a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause è impedito di farlo, può riferire la questione alla commissione Ecclesia Dei, perché gli offra consiglio e aiuto.

ARTICOLO 9. § 1. Il parroco, dopo aver considerato tutto attentamente, può anche concedere la licenza di usare il rituale più antico nell'amministrazione dei sacramenti del Battesimo, del Matrimonio, della Penitenza e dell'Unzione degli infermi, se questo consiglia il bene delle anime.
§ 2. Agli ordinari viene concessa la facoltà di celebrare il sacramento della Confermazione usando il precedente antico Pontificale Romano, qualora questo consigli il bene delle anime.
§ 3. Ai chierici costituiti «in sacris» è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962.

ARTICOLO 10. L'ordinario del luogo, se lo riterrà opportuno, potrà erigere una parrocchia personale a norma del canone 518 per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano, o nominare un cappellano, osservate le norme del diritto.

ARTICOLO 11. La pontificia commissione Ecclesia Dei, e retta da Giovanni Paolo II nel 1988 (5), continua ad esercitare il suo compito. Tale commissione abbia la forma, i compiti e le norme, che il Romano Pontefice le vorrà attribuire.

ARTICOLO 12. La stessa commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l'autorità della Santa Sede vigilando sulla osservanza e l'applicazione di queste disposizioni.

Tutto ciò che da noi è stato stabilito con questa Lettera apostolica data a modo di Motu proprio, ordiniamo che sia considerato come «stabilito e decretato» e da osservare dal giorno 14 settembre di quest'anno, festa dell'Esaltazione della Santa Croce, nonostante tutto ciò che possa esservi in contrario.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 luglio 2007, anno terzo del nostro Pontificato.

Benedetto XVI

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lunedì, luglio 02, 2007
La spinta che viene dal convegno di Verona

Immaginare la speranza per un cristianesimo del quotidiano

 

Il quarto Convegno ecclesiale, celebrato a Verona lo scorso 16-20 ottobre, non ha mancato l'appuntamento con la speranza. Gli oltre 2700 delegati di tutte le Chiese d'Italia possono ancora oggi testimoniare che le assise scaligere sono diventate in pochi giorni non solo un convegno sulla speranza, ma un evento di speranza. Spenti da tempo i riflettori del circo mediatico, resta il compito della sua ricezione nel tessuto vivo della Chiesa e della società italiana. La Nota pastorale, che i vescovi hanno pubblicato nella festa dei santi Pietro e Paolo (e che oggi questo giornale pubblica), riprende in modo meditato, limpido e sobrio, l'esercizio di «immaginazione della speranza», che il convegno aveva svolto con passione nei padiglioni della Fiera. «Immaginare la speranza» non è nient'altro che il modo con cui la Chiesa, con un'operazione spirituale e culturale, legge il proprio tempo nello specchio del Vangelo. Non è un gesto che parte da zero, ma si colloca nella scia del postconcilio, quando la Chiesa stessa ha cercato di «tradurre in italiano il Concilio». La Nota chiama ora i credenti a testimoniare la speranza cristiana attorno a tre «scelte di fondo». La prima operazione si è accesa durante il convegno nell'incontro tra le attese dei delegati e il tema risuonato a Verona: Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo. La presenza e la parola del Papa ne hanno interpretato lo spirito nel modo più alto, coronando la proposta delle relazioni dei protagonisti, il cardinale Tettamanzi e del cardinale Ruini, e di coloro che si sono avvicendati sul podio della Fiera. Benedetto XVI ha indicato «quel che appare davvero importante per la presenza cristiana in Italia», ricordando che il nostro Paese è «un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana. La Chiesa qui è una realtà molto viva, che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione». È questa la prima sfida che i Vescovi raccolgono. La Nota richiama la felice espressione con cui il Papa ha per così dire inviato un'enciclica all'Italia: «dire il grande "sì" della fede», la speranza cristiana fondata sul Risorto, l'unità dinamica di eros e agape, fede e ragione, verità e carità. A un anno e sei mesi esatti dall'inizio del suo pontificato, egli ne ha scolpito le linee di forza attorno alla risurrezione di Cristo: «la più grande "mutazione" mai accaduta, il "salto" decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l'ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l'intero universo». Questo primato della parola di Dio e dell'evangelizzazione, che è il tratto distintivo del programma della Chiesa italiana in questo decennio, prende forma sottolineando l'"eccedenza" della speranza cristiana, di fronte a un'esperienza della vita immersa nell'immediatezza dei beni e nella frenesia del tempo che passa. La Chiesa italiana intende privilegiare e coltivare in modo nuovo e creativo la caratteristica "popolare" del cattolicesimo italiano. Tutto questo si riassume in un'unica indicazione: prendersi cura della coscienza delle persone, della loro crescita e testimonianza nel mondo. Di qui la seconda sfida: si tratta di «immaginare la speranza» dentro le forme della vita quotidiana, che Verona ha messo a tema attraverso gli ambiti dell'esistenza umana (la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità, la tradizione, la cittadinanza). Gesto ardito, con cui il tratto singolare della fede diventa lievito nella pasta del mondo, leva dentro i meccanismi della storia. L'esercizio che i delegati hanno fatto per quasi due giorni al convegno deve pervadere come un fremito di novità le comunità cristiane nello scorcio di questo decennio. La cura della coscienza delle persone, l'abilitazione di tutti i credenti e dei laici in particolare a una testimonianza responsabile, personale e sociale, è l'imperativo storico del momento. La parte centrale della Nota l o indica con grande forza, non solo all'elaborazione riflessa del "Progetto culturale", privilegiando la comunicazione e la questione antropologica, ma anche alla cura delle sue forme «ordinarie e popolari». Non passerà inosservato questo richiamo a un cristianesimo del quotidiano. È qui che si gioca la verità non solo della fede, ma anche dell'impulso del Vaticano II che stenta a trovar casa dentro la coscienza credente e le forme ordinarie della vita. Correggere l'immagine spettacolarizzata del cristianesimo è il miglior biglietto da visita per il dialogo con altre culture religiose, il dialogo ecumenico, il compito educativo, la cura di tutte le povertà e la stessa presenza sociale. Allontanando per sempre i fantasmi di oscure egemonie politiche. E, infine, l'ultimo "esercizio di speranza" chiama a raccolta l'agire pastorale e culturale della Chiesa italiana, mediante un ripensamento profondo dei suoi stili e delle sue figure. L'assottigliarsi delle energie e delle risorse pastorali deve essere ripreso come un appello dello Spirito che invita le comunità cristiane a ripensare profondamente le forme elementari dell'esperienza cristiana: il primo annuncio, l'iniziazione cristiana, la parrocchia, la domenica, i temi che hanno impegnato nella prima parte di questo decennio a un profondo ripensamento dell'agire pastorale della chiesa. Un'immagine rinnovata di Chiesa deve puntare dritto al cuore della persona, alla necessità di un'azione formativa che corregge le storture di una pastorale che non tiene nel punto focale la vita della gente. Per questo «bisogna accelerare l'ora dei laici». Non solo per stare con loro, ma perché senza di loro è impossibile che avvenga quel mirabile scambio tra la vita delle persone e il lievito del Vangelo. Cura delle relazioni, corresponsabilità, pastorale integrata, convergenza tra le aggregazioni, molti nomi di un unico stile che potrà pensare al futuro della testimonianza solo con un volto rinnovato di chiesa e di corale presenza nel mondo. Immaginare la speranza è, alla fine, un "cantiere aperto" dove si sperimenta - come diceva il grande filosofo Marcel - «la divina leggerezza delle vita in speranza».

Franco Giulio Brambilla


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