giovedì, agosto 30, 2007

Gli studenti italiani si dichiarano soddisfatti ma in aula cercano una seconda famiglia: per sentirsi bene e fare fruttare i loro talenti

La scuola italiana non è messa così male come sembra. Nonostante tutto, e nonostante quanto se ne dica, la ricerca dell'Istituto Iard Franco Brambilla, commissionata dalla Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo, parla chiaro: la nuova scuola ha assunto il ruolo di una seconda famiglia. Un fattore positivo perché, con tutti i suoi limiti, «la scuola resta fondamentale nel vissuto dei ragazzi. Lì sviluppano la loro identità, scoprono il senso di una appartenenza collettiva, si preparano ad affrontare il dopo attraverso un rapporto positivo tra il conoscere, il saper fare, il saper essere». Lo riassume Lorenzo Castelli, presidente della Fondazione, nell'introduzione a Giovani a scuola, il volume dell'editrice Il Mulino (pagine 332, euro 25,00) che rende fruibili i risultati della ricerca, condotta e curata da Alessandro Cavalli, docente di Sociologia all'Università di Pavia, e da Gianluca Argentin, responsabile area educazione per l'Istituto Iard. Ed è proprio il professore Cavalli a rimarcare che la scuola italiana non è propriamente allo sfascio: «Perché il livello di soddisfazione degli studenti è mediamente buono». Infatti, su un campione di circa 1.500 giovani italiani (di cui 1.127 studenti di scuola superiore e 431 già diplomati, suddivisi per anno di nascita, sesso e regione di residenza) intervistati attraverso un questionario, la maggioranza degli studenti (56%) dichiara di «sentirsi soddisfatto», dice di stare bene a scuola. Più le femmine (60,8%) che i maschi (54%), più negli istituti professionali che nei tecnici, mediamente nei licei. Ad essere sotto osservazione è la capacità che la scuola dà di «mettere subito in pratica ciò che si è appreso» perché è da qui che gli studenti italiani traggono il senso del loro «essere a scuola» e dunque del loro «benessere» o «malessere». «Su questo risultato - afferma Cavalli - dovrebbero riflettere tutti coloro che nell'insegnamento e nella formazione degli insegnanti privilegiano i contenuti disciplin ari rispetto alle competenze metodologiche e didattiche. Una didattica attiva, orientata all'apprendere attraverso il fare, fa evidentemente la differenza nel motivare all'apprendimento». La formazione degli insegnanti: è questo il tasto dolente che la ricerca tocca. È qui che - per così dire - casca l'asino. Cavalli: «Perché, se la nuova scuola vuole essere a misura di studente, orientandosi su un modello "affettivo" di successo, la formazione degli insegnanti, iniziale e in servizio, è fondamentale. L'Italia, purtroppo, risente ancora della precarizzazione della categoria, nonché del dislocamento delle competenze alle Regioni, e questo la penalizza rispetto a molti altri Paesi europei». Si spiegano così una serie di dati che la ricerca mostra, spie di divari geografici e sociali nell'Italia che apprende, «molti dei quali - aggiunge Cavalli - colmabili con didattiche differenziate». Infatti, c'è ancora un marcato divario tra la scuola del Nord e quella del Mezzogiorno, quest'ultima troppo attaccata a metodi di insegnamento tradizionali, e perciò incapace di accontentare la nuova utenza. «Soprattutto qui - rimarca Alessandro Cavalli - si raccoglie l'insoddisfazione, sia degli studenti che provengono da situazioni familiari difficili, alla ricerca di una scuola più accuditiva, che spesso abbandonano, sia coloro i quali, invece, hanno un background privilegiato, e per questo non si sentono valorizzati nelle loro abilità d'eccellenza». La scuola italiana, ancora, non è bene attrezzata ad affrontare il «multiculturalismo» - un problema che oggi riguarda soprattutto l'istruzione primaria ma che tra qualche tempo sarà necessario affrontare anche nella secondaria - , ed ha un atteggiamento prevalentemente conflittuale con le nuove tecnologie. «Queste - commenta Cavalli - non dovrebbero essere sostitutive ma integrative rispetto alle altre competenze». Un punto che è già fondamentale, se si pensa che il rapporto degli studenti con i media è davvero privilegiato, ma totalme nte sbilanciato a favore di Internet, tivù e cinema (+75%) e a sfavore dei libri non scolastici e, soprattutto, dell'informazione sui quotidiani (+33%). È qui che, secondo Cavalli, «la scuola, attraverso la passione degli studenti per le nuove tecnologie, deve fare da testa di ponte per appassionare gli studenti ad altri media». Il ritratto della scuola del Duemila non poteva fare a meno di una voce fondamentale, la precarietà. E il dato che se ne ricava assume i contorni di una vera e propria rivoluzione culturale. Cavalli: «I ragazzi danno alla precarietà una connotazione positiva e la considerano un sinonimo di sperimentazione. Provare e ricominciare, conoscere nuove e diverse opportunità: questi non sono più, per le nuove generazioni, motivi di preoccupazione e di insoddisfazione. Il futuro della scuola sembra votato sempre di più alla sperimentazione e all'inclusione».

Silvia Battaglia

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giovedì, agosto 23, 2007

Giovani pachistane rapite e costrette a scegliere l’islam

Due cristiane di Faisalabad date in sposa a sconosciuti
In aumento nel Paese i sequestri di minorenni forzate a convertirsi e a contrarre matrimonio.
Nel solo 2006 sono state ben 1.821 le aggressioni contro le ragazze

Rapite con l'inganno, convertite con la forza all'islam e costrette a sposarsi con degli sconosciuti. È la tragedia che in meno di due settimane ha colpito due ragazze cristiane di 11 e 16 anni residenti a Faisalabad, la terza città più grande del Pakistan. Lo denuncia l'agenzia di stampa AsiaNews, che sottolinea come il fenomeno non sia nuovo: i rapimenti a danno delle giovani pachistane non musulmane e le conseguenti conversioni sono anzi in spaventosa crescita. Il primo caso si è verificato il 5 agosto scorso, quando Muhammad Adnan e la sorella - entrambi musulmani e residenti a Zulfiqar, periferia della metropoli - hanno rapito Zunaira Perveen, cristiana undicenne, dalla sua casa di Warispura. Dopo il rapimento, l'hanno costretta a convertirsi all'islam ed a contrarre matrimonio con Muhammad. La madre della piccola, Abida, racconta: «Appena mi sono accorta che mia figlia non c'era, sono corsa in strada a cercarla. Qui, due uomini mi hanno detto di aver visto Adnan e la sorella andarsene con Zunaira». Per cercare di recuperare sua figlia, la donna si affida ai due che promettono di aiutarla: in realtà, non sono altro che sfruttatori che la derubano del suo denaro per poi sparire. La madre ora è disperata: non può recuperare la figlia per vie legali perché Zunaira «appartiene» legalmente alla famiglia del nuovo marito ed alla polizia nessuno ha voluto aiutarla. Il fatto che il matrimonio non sia valido, data la giovane età della sposa, «non rientra nella sfera d'azione» degli agenti. Il secondo caso è avvenuto il 16 agosto. Un musulmano di nome Mazher, insieme ad alcuni complici, si è presentato davanti alla casa di Shumaila Tabussum Masih - 16 anni - per dirle che il padre aveva avuto un grave incidente ed era ricoverato in ospedale. Il gruppo si è poi offerto di accompagnarla presso la struttura. La ragazza è salita sull'automobile di Mazher senza aspettare la madre: per strada ha incontrato due zii, a cui ha urlato dell'incidente avvenuto al padre. Questi si s ono precipitati in ospedale, ma non hanno trovato nessuno. Salamat Masih, padre di Shumaila, ha subito denunciato l'accaduto alla polizia. Ad AsiaNews dice di essere «molto preoccupato, perché casi come questi avvengono sempre più spesso: ragazze cristiane rapite, costrette alla conversione e poi date in moglie a dei perfetti sconosciuti». Lo conferma anche Khalil Tahir, direttore del Centro di assistenza legale Adal Trust, che assiste i membri delle minoranze religiose: «Gli attacchi contro i cristiani e le minoranze in generale crescono di numero in maniera allarmante. Noi cerchiamo di assistere le famiglie delle vittime e nel contempo aiutare chi subisce queste violenze, ma il governo deve intervenire con forza per fermarle». Lo stesso parere viene espresso dalla Commissione pachistana per i diritti umani, che nel rapporto annuale sullo stato della donna denuncia: «Nel corso del 2006, sono aumentati i casi di conversioni forzate di donne che appartengono alle minoranze religiose, stupri impuniti e matrimoni combinati che, soprattutto nelle aree rurali del Paese, distruggono la vita di migliaia di adolescenti». Nel corso del 2006, scrivono gli autori, «si sono verificati 1.821 casi di violenza contro le donne: fra questi, omicidi, stupri, mutilazioni, discriminazione e conversioni forzate. Il dato rappresenta un aumento rispetto al 2005, quando i casi accertati sono stati 1.726». La Chiesa ha parlato più volte contro questo fenomeno, ed ha chiesto al governo centrale di «intervenire in maniera drastica contro gli autori di tali atrocità». La risposta non è ancora arrivat ta.

Di Vincenzo Faccioli Pintozzi

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lunedì, agosto 20, 2007

Claudio Chieffo è morto, stroncato da un male incurabile. Le sue canzoni hanno aiutato tanti come me ad amare Dio e le persone. Era un uomo forte che ha saputo "usare" la malattia come strumento di Annuncio e Redenzione. Non è stato una povera voce e continuerà a non esserlo.

Lo voglio ricordare attraverso un pezzo scritto per ricordare Giorgio Gaber 

Per Gaber

di Claudio Chieffo,


Ci sono persone che, ad un certo punto della loro vita o forse dall'inizio, chissà, intraprendono una corsa inarrestabile verso la Verità e la Bellezza (che loro vedono, giustamente, come inscindibili, anzi meglio: una sola cosa) e questo privilegio, questa Grazia, che si portano dentro, con consapevolezza diversa a seconda dei momenti della loro storia, in mezzo alle contraddizioni, ai limiti e alle fragilità varie di cui è imbastita la loro persona, li spinge a continuare questa corsa che è poi l'unica degna di ogni sacrificio.
Giorgio Gaber è uno di questi.
Quando nella mia fonovaligia Lesa (si chiamava così allora) ascoltavo il 45 giri di "Non arrossire" che conteneva sul retro un'altra stupenda canzone, "Le strade di notte" e mi innamoravo lentamente di quella voce e facevo le mie prime canzoni non avrei mai sperato di poterlo incontrare, conoscere, diventare, come tanti altri, suo amico.
Ricordo bene le parole che gli diceva un solerte compagno che voleva dissuaderlo dall'incontrarmi al ristorante "Vittorino" a Forlì, dove veniva spesso in tournee, quando gli portai, tutto fiero, il mio secondo LP, La Casa, era il 1978, ma lui volle incontrarmi lo stesso e mi invitò alle prove e cominciammo a parlare e a discutere: fu l'inizio di una amicizia che non è finita neanche adesso.
Era uno strano incontro tra il suo "dubbio" e la mia "certezza": "Io non potrei mai fare canzoni come quelle che fai tu, ci sono troppe certezze dentro, però… Il fiume e il cavaliere …mi piace" e io a dirgli che di certezze ne avevo una sola: la Misericordia di Dio, che, se anche lui non la sentiva, c'era.
Una volta, molti anni dopo, al termine di un suo incontro al Meeting di Rimini mentre lo salutavo con i miei figli - li chiamava i chieffini - mi disse "Beato te che hai un popolo a cui appartenere!".
E poi ancora, durante un concerto che facemmo insieme a Chiavari, intervenne duramente contro uno spettatore che mi derideva e insultava ad alta voce… e che parole piene di affetto, belle e lusinghiere (le rileggo ancora quando mi viene voglia di smettere) scrisse per i miei 25 anni di canzoni su "Il Sabato"!
Aspettavo con ansia ogni suo lavoro ed ero spesso invitato all'anteprima dei suoi spettacoli e cercavo sempre di esserci e, quando alla fine, nel suo camerino, ne parlavamo, voleva sapere il mio giudizio anche sugli aspetti più tecnici, suoni, luci, microfoni… ma io ero più colpito dalla bellezza, a volte disperata, delle canzoni e glielo dicevo e lui si schermiva e mi abbracciava.
Il rapporto che Gaber aveva con il suo pubblico era unico e stupendo anche perché chi lo ascoltava non poteva non volergli bene, non poteva non essergli grato per la commozione che c'era in sala; e lui lo sentiva, lo sapeva e ci "viveva" di quel rapporto e lo cercava e ne aveva nostalgia. Per forza rifiutava "la televisione", ma volete mettere quei teatri pieni di ascolto, di affetto… di partecipazione?
Non ha mai accettato che la "politica" fosse l'ultima parola su di lui e sulla vita (esemplare il bellissimo rapporto con sua moglie) e infatti "la televisione" non lo voleva; la sua corsa verso la Verità e la Bellezza, il suo anelito per la Giustizia (quella vera, perché la giustizia sommaria non gli interessava) non si sono mai fermati.
Ci sono persone come attraversate, nonostante tutto, da una Grazia, che in questa corsa inarrestabile rivelano, in una canzone, in un film, in una poesia, in un dipinto, in una risata, riflessi di quella Verità e Bellezza da cui sono, inesorabilmente, attratti.
"Allora vide in fondo all'acqua che passava il volto della pace che cercava e bevve avidamente dell'acqua del torrente e rivide la casa e la sua gente"… mi immagino che Dio gli sia corso incontro colmando, Lui, la distanza.
 

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martedì, agosto 14, 2007

NON SI PUÒ MORIRE COSÌ

Figli d'altri e di «nessuno» Figli nostri

Erano figli di Rom, nati e cresciuti fra le baracche dei campi abusivi, dove le città finiscono nel nulla. Sono morti bruciati. I due più piccoli, quattro e sei anni, erano sordomuti. Eva, la più "grande" coi suoi dodici anni, da sola tra le fiamme fino all'ultimo li ha tenuti abbracciati. Attorno, sotto a quel cavalcavia alla periferia di Livorno, nessuno è riuscito a fare niente. Eva e gli altri sono morti da soli, compiendo fino in fondo il destino da ultimi che aveva segnato i brevissimi anni della loro vita. Mentre a pochi chilometri da quella colonna di fumo nero le spiagge della Versilia e della Maremma ieri erano piene delle voci dei nostri figli, sguazzanti nell'acqua sui loro canotti di gomma, felici come lo si è a cinque anni, al mare, d'estate.
I nostri figli, e quei quattro. I nostri figli, e i "loro". Figli di "altri" o, piuttosto, di "nessuno". La notizia di Livorno, nelle auto in coda per l'esodo di Ferragosto, ci è arrivata addosso con la pesantezza del piombo. Come un pugno: perché, per quanta diffidenza o ostilità ci possa essere in tante nostre città e periferie verso i nomadi, la sorte di questi quattro è una faccenda atroce e intollerabile: per la quale non possiamo raccontarci che è stato un disgraziato caso. Sono mille, le piccole baraccopoli abusive ai margini delle città italiane, e decine di migliaia i bambini che ci vivono - come Eva e i suoi fratelli. Quella morte da animali in gabbia non è stata una fatalità assurda, ma la somma di circostanze sotto agli occhi di tutti, e prevedibili: dei bambini lasciati a sé stessi, baracche infiammabili come paglia, e, attorno, nessuno. Sappiamo anche che ben difficilmente quattro dei nostri figli sarebbero morti così. Non tra i rifiuti, non lasciati alla custodia impotente di una sorella di dodici anni. Non dei bambini sordomuti, nemmeno capaci di sentire il primo crepitare delle fiamme, nemmeno capaci di urlare, e chiedere aiuto.
Non vivono e non muoiono così, i nostri figli ( e Livor no, è solo l'ultima strage, che si allarga nei titoli per il numero delle vittime. Quante volte, in inverno, abbiamo letto nelle cronache interne dei giornali di un piccolo rom morto nella roulotte incendiata da una stufa).
Ma è, in realtà, come se quei ragazzini che vediamo a elemosinare ai semafori e che pure ci impietosiscono non fossero ai nostri occhi bambini come gli altri. A Livorno, ieri, gli abitanti di quella periferia tiravano fuori dalle tasche le caramelle e gli spiccioli che, raccontavano, regalavano ogni giorno a quei quattro. Ed erano addolorati, eppure quegli spiccioli e quelle caramelle aumentavano la nostra vergogna. Caramelle, a dei bambini sordomuti in un tugurio sotto a un cavalcavia?
Centinaia di campi abusivi sorgono oltre i confini "civili" delle città italiane dentro a una logica di "tolleranza" buonista, che a ben guardare rivela la sua natura di sostanziale indifferenza: che i nomadi facciano come vogliono, secondo la loro "cultura", e almeno finché gli abitanti di quelle periferie non insorgano, esasperati dalla sporcizia e dal degrado. Che si arrangino, gli zingari, come possono, "altri" da noi, diversi e incomprensibili. Poi una notte una baracca prende fuoco - facile, con le pareti di cartone, pensiamo, ascoltando la radio. Ma sappiamo bene che le facce di quei quattro erano del tutto uguali a quelle dei nostri figli, qui accanto. E che i figli degli altri, anche quelli con la mano tesa ai semafori, ci riguardano. Non può accadere che muoiano così, senza che ci prenda una profonda tacita vergogna. Perché in fondo ce lo abbiamo scritto dentro che, se erano figli di "nessuno", erano figli nostri.

Marina Corradi

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giovedì, agosto 09, 2007

E' morto il cardinale Lustiger

Giovanni Paolo II lo scelse come suo inviato ad Auschwitz nel 60° della liberazione

 

«Ho riflettuto trenta secondi e ho risposto sì, anche se mi costa». Quando Giovanni Paolo II lo scelse come proprio inviato alle commemorazioni per il 60° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, il cardinale Jean-Marie Lustiger affrontò i terribili ricordi personali. Lui, figlio di ebrei cui la Shoah sterminò la famiglia. «È per la Chiesa che lo faccio» spiegò il cardinale in un'intervista pubblicata da «Avvenire» pochi giorni prima di quel 27 gennaio 2005, prima di varcare la soglia di Auschwitz per leggere il messaggio del Papa. Nel campo Lustiger portava il valore della memoria, perché - ammoniva - «tutto può ancora accadere», perché Auschwitz è ancora fra noi come «responsabilità mondiale» che interroga l'«umanità moderna». Nel campo rilanciava con forza l'impegno al dialogo tra ebrei e cristiani. I miei ricordi? «Importa poco - rispondeva Lustiger - avrei potuto e dovuto essere imbarcato. Sapevo, a 10 anni, ciò che sarebbe accaduto».

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