Gli studenti italiani si dichiarano soddisfatti ma in aula cercano una seconda famiglia: per sentirsi bene e fare fruttare i loro talenti
La scuola italiana non è messa così male come sembra. Nonostante tutto, e nonostante quanto se ne dica, la ricerca dell'Istituto Iard Franco Brambilla, commissionata dalla Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo, parla chiaro: la nuova scuola ha assunto il ruolo di una seconda famiglia. Un fattore positivo perché, con tutti i suoi limiti, «la scuola resta fondamentale nel vissuto dei ragazzi. Lì sviluppano la loro identità, scoprono il senso di una appartenenza collettiva, si preparano ad affrontare il dopo attraverso un rapporto positivo tra il conoscere, il saper fare, il saper essere». Lo riassume Lorenzo Castelli, presidente della Fondazione, nell'introduzione a Giovani a scuola, il volume dell'editrice Il Mulino (pagine 332, euro 25,00) che rende fruibili i risultati della ricerca, condotta e curata da Alessandro Cavalli, docente di Sociologia all'Università di Pavia, e da Gianluca Argentin, responsabile area educazione per l'Istituto Iard. Ed è proprio il professore Cavalli a rimarcare che la scuola italiana non è propriamente allo sfascio: «Perché il livello di soddisfazione degli studenti è mediamente buono». Infatti, su un campione di circa 1.500 giovani italiani (di cui 1.127 studenti di scuola superiore e 431 già diplomati, suddivisi per anno di nascita, sesso e regione di residenza) intervistati attraverso un questionario, la maggioranza degli studenti (56%) dichiara di «sentirsi soddisfatto», dice di stare bene a scuola. Più le femmine (60,8%) che i maschi (54%), più negli istituti professionali che nei tecnici, mediamente nei licei. Ad essere sotto osservazione è la capacità che la scuola dà di «mettere subito in pratica ciò che si è appreso» perché è da qui che gli studenti italiani traggono il senso del loro «essere a scuola» e dunque del loro «benessere» o «malessere». «Su questo risultato - afferma Cavalli - dovrebbero riflettere tutti coloro che nell'insegnamento e nella formazione degli insegnanti privilegiano i contenuti disciplin ari rispetto alle competenze metodologiche e didattiche. Una didattica attiva, orientata all'apprendere attraverso il fare, fa evidentemente la differenza nel motivare all'apprendimento». La formazione degli insegnanti: è questo il tasto dolente che la ricerca tocca. È qui che - per così dire - casca l'asino. Cavalli: «Perché, se la nuova scuola vuole essere a misura di studente, orientandosi su un modello "affettivo" di successo, la formazione degli insegnanti, iniziale e in servizio, è fondamentale. L'Italia, purtroppo, risente ancora della precarizzazione della categoria, nonché del dislocamento delle competenze alle Regioni, e questo la penalizza rispetto a molti altri Paesi europei». Si spiegano così una serie di dati che la ricerca mostra, spie di divari geografici e sociali nell'Italia che apprende, «molti dei quali - aggiunge Cavalli - colmabili con didattiche differenziate». Infatti, c'è ancora un marcato divario tra la scuola del Nord e quella del Mezzogiorno, quest'ultima troppo attaccata a metodi di insegnamento tradizionali, e perciò incapace di accontentare la nuova utenza. «Soprattutto qui - rimarca Alessandro Cavalli - si raccoglie l'insoddisfazione, sia degli studenti che provengono da situazioni familiari difficili, alla ricerca di una scuola più accuditiva, che spesso abbandonano, sia coloro i quali, invece, hanno un background privilegiato, e per questo non si sentono valorizzati nelle loro abilità d'eccellenza». La scuola italiana, ancora, non è bene attrezzata ad affrontare il «multiculturalismo» - un problema che oggi riguarda soprattutto l'istruzione primaria ma che tra qualche tempo sarà necessario affrontare anche nella secondaria - , ed ha un atteggiamento prevalentemente conflittuale con le nuove tecnologie. «Queste - commenta Cavalli - non dovrebbero essere sostitutive ma integrative rispetto alle altre competenze». Un punto che è già fondamentale, se si pensa che il rapporto degli studenti con i media è davvero privilegiato, ma totalme nte sbilanciato a favore di Internet, tivù e cinema (+75%) e a sfavore dei libri non scolastici e, soprattutto, dell'informazione sui quotidiani (+33%). È qui che, secondo Cavalli, «la scuola, attraverso la passione degli studenti per le nuove tecnologie, deve fare da testa di ponte per appassionare gli studenti ad altri media». Il ritratto della scuola del Duemila non poteva fare a meno di una voce fondamentale, la precarietà. E il dato che se ne ricava assume i contorni di una vera e propria rivoluzione culturale. Cavalli: «I ragazzi danno alla precarietà una connotazione positiva e la considerano un sinonimo di sperimentazione. Provare e ricominciare, conoscere nuove e diverse opportunità: questi non sono più, per le nuove generazioni, motivi di preoccupazione e di insoddisfazione. Il futuro della scuola sembra votato sempre di più alla sperimentazione e all'inclusione».
Silvia Battaglia
