sabato, settembre 29, 2007

COLOSSALE DISINFORMAZIONE

I
CONTI (VERI) DI CHI DA' UN'ANIMA ALLA SOCIETA'

Su un giornale romano ha trovato spazio ieri una delle più colossali operazioni di disinformazione degli ultimi tempi, riassunta nell'impudente confronto tra i costi della politica e i costi della Chiesa. Dietro questo misero slogan, si mischiano insieme privilegi e diritti, sprechi e spese sociali, egoismi e abnegazione, in una logica di perversa confusione.
Parecchie delle cifre citate sono frutto di proiezioni, previsioni, e invenzioni, come si può vedere in altra parte del giornale. Ma ciò che conta è che, con riferimento ad alcuni dati certi, nulla si dice su ciò che sta dentro le cifre, e che riguarda le attività assistenziali, sociali, culturali, svolte dentro e fuori la Chiesa, sui loro destinatari e beneficiari. Perché dentro quei numeri, in realtà, ci sono uomini ed opere che costituiscono l'anima della nostra società, che non vorremmo mai perdere.
Dietro quelle cifre ci sono uomini e donne, religiosi e laici, che dedicano la loro vita, o parte di essa, a sostenere gli altri, soprattutto i più deboli. Ad offrire loro aiuti materiali, morali e spirituali, a soccorrerli di giorno e di notte quando tutti gli altri voltano le spalle o guardano indifferenti, a incoraggiarli quando tutto sembra svanire, anche la speranza, a dare un senso alla loro vita. Sono uomini e donne, preti, religiosi e religiose, laici, che non appartengono ad alcuna casta perché non chiedono nulla, non fanno carriera, non si aspettano alcuna ricompensa che non sia quella di un ordine ben diverso dalla materialità delle prebende. Ad essi fece riferimento il presidente Napolitano nell'incontro con Benedetto XVI del 2006 riconoscendo il valore sociale insostituibile della Chiesa nella società italiana.
Dentro quelle cifre ci sono i cappellani militari che partecipano alle missioni di pace accanto ai nostri soldati, per sostenerli e incoraggiarli, spesso correndo gli stessi rischi, per portare soccorso ad altre popolazioni. E ci sono gli insegnanti di religione, lavoratori al par i degli altri, che cercano di trasmettere valori a generazioni di giovani cui viene dato poco, spesso nulla. Riferendosi all'insegnamento religioso, la Corte costituzionale ha dichiarato nel 1989 che lo Stato-comunità «si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini».
Nulla si dice di quelle strutture e comunità che ovunque in Italia accolgono gli immigrati, altrimenti abbandonati alla solitudine o alle lusinghe della malavita, gli anziani che non hanno più nulla perché senza famiglia, o perché la famiglia non riesce a curarli, tutti coloro che sono caduti nella trappola della droga e cercano di uscirne. Ci sono le opere per l'edilizia di culto e per la manutenzione di un patrimonio artistico che lo Stato da solo non può sostenere, che vanno a beneficio della popolazione italiana e di quanti da tutto il mondo vengono in Italia ad ammirare chiese e cattedrali, conventi e abbazie, tesori d'arte a non finire. Ancora la Corte costituzionale nel 1993 ha affermato che i contributi pubblici per l'edilizia di culto incidono «positivamente proprio sull'esercizio in concreto del diritto fondamentale e inviolabile della libertà religiosa».
Questa realtà dunque sta dietro quelle cifre messe lì alla rinfusa a rappresentare chissà quale privilegio. E questa realtà è fatta di persone che soffrono e persone che aiutano, di bisogni e di solidarietà, di richieste di sostegno e di abnegazione. È fatta di un mondo che da sempre assiste i più umili senza nulla chiedere o pretendere.
Se questo popolo della solidarietà volesse farsi vedere e sentire riempirebbe le piazze di tutta Italia. Ma il suo stile è diverso. È quello di chi opera in silenzio senza contropartite, di chi si dedica agli ultimi della Terra, all'educazione dei giovani, alla salvaguardia dei nostri valori culturali, senza gridare, senza farsene vanto, e nemmeno chiedere riconoscimenti. Il silenzio di questo popolo della solidarietà è la più forte risposta a chi fa confronti imp udenti. Sull'impegno e l'azione di questo popolo della solidarietà si regge in buona parte una società che altrimenti vedrebbe prevalere l'egoismo e gli interessi particolari, l'apatia e l'indifferenza verso chi rimane indietro, o non riesce ad andare avanti.
Demolire l'investimento della società per chi ha più bisogno vorrebbe dire inaridire il nostro umanesimo, e un po' del nostro cuore.

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giovedì, settembre 27, 2007

Uno spirito antireligioso?

 

Si può dire che in alcuni Paesi occidentali si va diffondendo uno spirito antireligioso, con alcune accentuazioni anticristiane? Da tempo, e da più parti, ci si pone questa domanda, e non è facile dare una risposta. Diversi fatti farebbero propendere per il sì. Solo a scorrere alcuni recenti testi, scritti da autori che svolgono diverse professioni, si direbbe che la dissacrazione della religione, e del cristianesimo in particolare, stia diventando quasi una moda in certi ambienti dell’intellettualità. C’è chi riprende al più basso livello l’analisi volterriana delle Scritture, irridendole e negando qualsiasi ruolo positivo della religione nella storia dell’uomo. E conclude che Dio non è grande (perché non esiste), o che non possiamo essere cristiani, e meno che mai cattolici. E c’è chi propone di espungere la religione dall’orizzonte antropologico perché falsa, pericolosa per l’uomo e per la società. E scrive che Dio è un’illusione, o che bisogna rifondare ateisticamente la società. Ciò che colpisce in questo tipo di letteratura è l’insussistenza di una base culturale credibile, l’affastellarsi di proposizioni, giudizi sbrigativi e sprezzanti verso tutto ciò che deriva dalla ricerca di Dio e dalla sua evoluzione. Le religioni sono messe sullo stesso piano, le primordiali e le moderne, il politeismo e il monoteismo, mentre tutti i mali della storia, dai sacrifici umani dell’antichità alle tragedie della modernità (comprese quelle dell’epoca illuministica e materialistica) sono addebitati alle religioni, preferibilmente al cristianesimo. Le Scritture sono lette senza alcuna sensibilità storico-esegetica, essendo gli autori desiderosi soltanto di colpire, colpire i testi e l’immaginazione del lettore, come si fosse in un reality. Scompare ogni capacità di analizzare e distinguere, crolla l’impianto teorico che pure esisteva nella grande critica storico-filosofica dell’Ottocento. La caduta verticale della razionalità induce all’offesa gratuita, e traspare il vero e un ico desiderio di abbattere Dio e la sua immagine. Nulla che riguardi il rapporto tra l’evoluzione dell’uomo e la conoscenza di Dio, l’ansia di spiritualità che anima i popoli sulla terra, nulla che testimoni la volontà di capire il ruolo del cristianesimo nella formazione dell’Occidente e il suo respiro universale. Lo spirito antireligioso poi si fa sentire in Italia, e in alcune parti d’Europa, ad un livello diverso, nell’azione politica, con l’insofferenza per la presenza del cattolicesimo. Alla Chiesa qualcuno chiede, centrando il ridicolo, di tacere su cose che non le competono, come l’etica e l’antropologia. La laicità è utilizzata come barriera contro i contenuti e le parole del magistero, salvo non sia politicamente corretto. La stampa riferisce di un testo di propaganda ateistica fatto diffondere tra i bambini di alcune scuole. Sono note le blasfemie più dolorose che si ripetono verso i simboli sacri della fede cristiana, dalla croce alla passione di Cristo, all’immagine di Maria colpita da allucinate volgarità. Tutto ciò pone delle domande ai credenti, e a chiunque voglia capire cosa sta accadendo. Non esistono risposte semplici. Personalmente non credo alla tesi del complotto, o al disegno preordinato di lobby più o meno potenti. Penso invece che siamo di fronte a un impoverimento, a una vero e proprio crollo di razionalità in qualche settore intellettuale, coerente con un più generale degrado che si avverte attorno a noi. Ma ritengo anche si vada diffondendo nelle pieghe della società un certo animus anticristiano che va oltre la superficialità e la confusione culturale. Si avverte una volontà di colpire al cuore la fede e i sentimenti di chi crede, di procedere con qualsiasi mezzo, anche i più cinici, per fermare un processo che sta maturando da qualche tempo. Si vuole frenare una crescita di riflessione, e di ripensamento, che esiste in tante persone e in tanti giovani, sulle nostre origini, sul significato e sul destino dell’uomo, sui suoi bisogni più profondi. Penso si tratti di una nuova iconoclastia che ogni tanto si ripresenta nella storia, e che costituisce una prova spirituale per i credenti, ma anche una sfida per chiunque voglia interrogarsi sulle profondità dell’animo umano.

Carlo Cardia

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mercoledì, settembre 26, 2007
Uno spirito antireligioso?

Si può dire che in alcuni Paesi occidentali si va diffondendo uno spirito antireligioso, con alcune accentuazioni anticristiane? Da tempo, e da più parti, ci si pone questa domanda, e non è facile dare una risposta. Diversi fatti farebbero propendere per il sì. Solo a scorrere alcuni recenti testi, scritti da autori che svolgono diverse professioni, si direbbe che la dissacrazione della religione, e del cristianesimo in particolare, stia diventando quasi una moda in certi ambienti dell’intellettualità. C’è chi riprende al più basso livello l’analisi volterriana delle Scritture, irridendole e negando qualsiasi ruolo positivo della religione nella storia dell’uomo. E conclude che Dio non è grande (perché non esiste), o che non possiamo essere cristiani, e meno che mai cattolici. E c’è chi propone di espungere la religione dall’orizzonte antropologico perché falsa, pericolosa per l’uomo e per la società. E scrive che Dio è un’illusione, o che bisogna rifondare ateisticamente la società. Ciò che colpisce in questo tipo di letteratura è l’insussistenza di una base culturale credibile, l’affastellarsi di proposizioni, giudizi sbrigativi e sprezzanti verso tutto ciò che deriva dalla ricerca di Dio e dalla sua evoluzione. Le religioni sono messe sullo stesso piano, le primordiali e le moderne, il politeismo e il monoteismo, mentre tutti i mali della storia, dai sacrifici umani dell’antichità alle tragedie della modernità (comprese quelle dell’epoca illuministica e materialistica) sono addebitati alle religioni, preferibilmente al cristianesimo. Le Scritture sono lette senza alcuna sensibilità storico-esegetica, essendo gli autori desiderosi soltanto di colpire, colpire i testi e l’immaginazione del lettore, come si fosse in un reality. Scompare ogni capacità di analizzare e distinguere, crolla l’impianto teorico che pure esisteva nella grande critica storico-filosofica dell’Ottocento. La caduta verticale della razionalità induce all’offesa gratuita, e traspare il vero e un ico desiderio di abbattere Dio e la sua immagine. Nulla che riguardi il rapporto tra l’evoluzione dell’uomo e la conoscenza di Dio, l’ansia di spiritualità che anima i popoli sulla terra, nulla che testimoni la volontà di capire il ruolo del cristianesimo nella formazione dell’Occidente e il suo respiro universale. Lo spirito antireligioso poi si fa sentire in Italia, e in alcune parti d’Europa, ad un livello diverso, nell’azione politica, con l’insofferenza per la presenza del cattolicesimo. Alla Chiesa qualcuno chiede, centrando il ridicolo, di tacere su cose che non le competono, come l’etica e l’antropologia. La laicità è utilizzata come barriera contro i contenuti e le parole del magistero, salvo non sia politicamente corretto. La stampa riferisce di un testo di propaganda ateistica fatto diffondere tra i bambini di alcune scuole. Sono note le blasfemie più dolorose che si ripetono verso i simboli sacri della fede cristiana, dalla croce alla passione di Cristo, all’immagine di Maria colpita da allucinate volgarità. Tutto ciò pone delle domande ai credenti, e a chiunque voglia capire cosa sta accadendo. Non esistono risposte semplici. Personalmente non credo alla tesi del complotto, o al disegno preordinato di lobby più o meno potenti. Penso invece che siamo di fronte a un impoverimento, a una vero e proprio crollo di razionalità in qualche settore intellettuale, coerente con un più generale degrado che si avverte attorno a noi. Ma ritengo anche si vada diffondendo nelle pieghe della società un certo animus anticristiano che va oltre la superficialità e la confusione culturale. Si avverte una volontà di colpire al cuore la fede e i sentimenti di chi crede, di procedere con qualsiasi mezzo, anche i più cinici, per fermare un processo che sta maturando da qualche tempo. Si vuole frenare una crescita di riflessione, e di ripensamento, che esiste in tante persone e in tanti giovani, sulle nostre origini, sul significato e sul destino dell’uomo, sui suoi bisogni più profondi. Penso si tratti di una nuova iconoclastia che ogni tanto si ripresenta nella storia, e che costituisce una prova spirituale per i credenti, ma anche una sfida per chiunque voglia interrogarsi sulle profondità dell’animo umano.
Carlo Cardia

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sabato, settembre 22, 2007
Moschea sì, moschea no

Per insipienza. O per malafede. O per quale sottovalutazione. Di fatto il caso della grande moschea di Bologna promossa dal sindaco Cofferati e poi da lui stesso stoppata dopo mesi di polemiche che hanno visto ogni genere di insensatezza, ogni genere di banalizzazione, e ogni genere di forzatura, insegna una cosa: buona parte della classe politica e culturale del nostro Paese – di diversi schieramenti – è impreparata ad affrontare tali questioni. E questo genera confusione e turbativa in una popolazione già abbastanza esasperata da diverse faccende che riguardano la vita pubblica. Pur essendo i responsabili si comportano da spensierati. Pur dovendo misurare atti e parole al fine del bene pubblico, subordinano atti e parole a calcoli e a convenienze.
La costruzione della enorme moschea nella prima periferia di Bologna era subito apparsa un’operazione favorita dal vertice del Comune, senza aver fatto alcuna verifica di impatto. Soprattutto aveva colpito la leggerezza con cui si riduceva il problema a uno scontato affare di libertà religiosa. A Bologna nessuno è contro la libertà religiosa. La Curia e molti di noi esponenti di cultura cattolica ci siamo espressi a favore della libertà religiosa. Non è montata nessuna protesta di carattere razzista o irridente. Lo stop che il sindaco ha dato, pur dopo aver sconfessato in passato i suoi assessori che lo chiedevano da un pezzo, può essere una manovra attendista. S’erano mostrati problemi tecnici e molte istituzioni in città avevano criticato la forzatura della Giunta. Anche il vice-presidente cattolico della importante Fondazione bancaria della Cassa di Risparmio, Virginiangelo Marabini, aveva preso una posizione fermissima. E dunque se un calcolo politico aveva prima consigliato di forzare, forse ora un altro calcolo politico consiglia l’attesa.
Ma questo genere di faccende, che interessano tutta Italia, non possono essere gestite solo in base a calcoli politici. Occorre uno spessore culturale e una visione che non molti sembrano in grado di avere. In gioco non c’è la libertà religiosa, che la nostra Costituzione ispirata ai valori cristiani assicura e promuove. C’è piuttosto il problema di come si sia ridotta la laicità tanto predicata dai nostri amministratori quando c’è da colpire la Chiesa cattolica e bellamente snobbata quando si rapportano con entità religiose di cui peraltro ignorano natura e contorni. Non si capisce in nome di quale laicità, infatti, si andava a concedere un terreno smisutamente superiore alle reali esigenze della comunità islamica bolognese. Non si capiva quale laicità era rispettata nel momento che i referenti di tale operazione erano riconducibili a gruppi che negano la carta di valori di base proposta dalla consulta del Ministero dell’Interno. Non si capiva quale laicità ispira la concessione di tali trattamenti di favore a un organismo che non si costituisce in istituzione o chiesa e mentre si nega ad associazioni di pari diritto e di pari natura giuridica la possibilità di concessioni anche molto minori. In pochi si stanno accorgendo che la questione di Bologna non tocca e non mette in pericolo tanto la fede cristiana, che vive ovunque. Bensì sta mettendo in crisi un’idea ormai ristretta e faziosa di laicità. Quella idea nutrita da coloro che presumevano che Dio sarebbe scomparso dalla scena pubblica. Quella idea di laicità che si presenta come imparziale e che invece è spesso biecamente anticristiana e antireligiosa, e che pur ora pretende di saper gestire fenomeni in cui religione, civiltà e usi si presentano a chieder spazio. La crisi di Bologna non è né una vittoria della Curia contro Cofferati né una vittoria di leghe anti-islamiche. È piuttosto il segno di uno smarrimento dei capi della cultura e del governo, di coloro che dovrebbero garantire una vera laicità. Il segno della fragilità culturale con cui affrontano le prove del nostro tempo. Il loro fermarsi meditabondi di fronte al fatto che i conti non tornano rispetto a quanto avevano pr evisto, non è che rassicura un granché.
Davide Rondoni
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domenica, settembre 16, 2007

Il falso Medioevo di Ken Follett

Lo scrittore lancia il nuovo romanzo e accusa la Chiesa di indifferenza verso la Peste nera.

La replica dello storico Franco Cardini
«Non credevo in Dio vent'anni fa così come non credo oggi. Ciò che è effettivamente cambiato è la mia consapevolezza di tutto il male che può essere fatto in nome della religione… La Peste (del 1347-52) rivelò a tutti la verità: il clero era completamente impotente… La scoperta dell'infezione batterica ha permesso di salvare la pelle a milioni di persone dimostrando che i pregiudizi antiscientifici della religione non avevano alcun fondamento». Non varrebbe la pena di perder tempo e inchiostro citando questo bouquet di sciocchezze, di banalità, di errori e di bugie: se esso non fosse uscito ohimè - salvo auspicabili ma improbabili smentite - dalla bocca di uno dei più arcinoti, arciletti e idolatrati scrittori del nostro tempo; e se un intervistatore di "Panorama" di questa settimana non l'avesse religiosamente raccolto e trascritto, senza un commento che non sia ammirato e lusinghiero. Come oro colato. E di oro, perdinci, non si tratta davvero.
L'effigie di Ken Follett, il celebre autore di thrilling e di spy-stories tra i più venduti al mondo, occupa trionfale la copertina del noto settimanale, dove si annunzia esultanti: «Scienza e religione: le colpe della Chiesa» e dove si presenta il suo nuovo libro, Mondo senza fine, come «un atto di accusa contro il clero».
Il libro non è ancora nelle librerie, ma è già un best seller annunziato: e diverrà tale, per forza di cose, dal momento che la potente macchina mediatica del suo editore è già in moto e le foto dell'autore campeggiano in tutte le grandi librerie. Uno sforzo notevole, che avrà una ricaduta sicura. Ma a tutto c'è un limite. Nulla da dire sul Follett autore di thriller di successo, come La cruna dell'ago. Ma quand'egli si cimenta con i temi storici, specie quelli legati al Medioevo, bisogna dire che i risultati sul piano appunto storico sono deludenti: il suo gettonatissimo I pilastri della terra è, sotto il profilo della ricostruzione di quello che egli presenta come "il Medioevo", un ridicolo polpetto ne nel quale navigano (ed è il lato migliore) reminiscenze di Victor Hugo condite in una salsa che sta fra Disneyland e Carolina Invernizio. Non ho ancora letto Mondo senza fine, e non posso quindi giudicarlo: ma, stando alle dichiarazioni del suo autore, c'è davvero di che indignarsi.
L'intervistatore ha l'aria di aver scoperto qualcosa di nuovo e d'originale, «un Medioevo molto lontano dalla rappresentazione stereotipata di epoca immobile e priva d'innovazione». Scappa da ridere, ma scappa anche la pazienza. Da decenni la medievistica mondiale ci va al contrario ripetendo - da Bloch a Le Goff a Tabacco a mille altri - che, al contrario, il cosiddetto Medioevo (un'età convenzionalmente definibile, e comunque lunghissima, perfino oltre un millennio secondo alcuni) fu caratterizzata da una profonda sperimentazione in tutti i campi, dalla tecnologia alla politologia. Perfino un mistico come Bernardo di Clairvaux era un innamorato delle macchine, dei mulini e delle gualchiere che lavoravano nei monasteri cistercensi. Follett è liberissimo di essere ateo e anticlericale: ma, se decide di parlare del Medioevo, non è affatto libero d'ignorare tutto dell'autentica passione per la ricerca e l'innovazione che investe personaggi come Gerberto d'Aurillac, Ruggero Bacone e tanti altri: chierici, sacerdoti, religiosi e mistici, non qualche isolato sognatore alchimista o ereticheggiante.
Ma la Chiesa inventata dal Follett nel suo ultimo romanzo, a sentir lui, è una cosca di profittatori, di ladri, di sfruttatori e di violentatori. Viene la peste a metà Trecento, e non fa nulla né per combatterla, né per alleviare le pene della gente. Secondo il Follet, le università, gli ospedali, le enormi opere di misericordia sono nulla. Secondo lui, le responsabilità del fatto che la meccanica delle infezioni batteriche non fosse nota prima dell'Ottocento è da ascriversi ai «pregiudizi antiscientifici della religione». Non gli passa nemmeno per la testa che le tesi relative al contagio do vuto alla «corruzione dell'aria» o allo «squilibrio degli umori fisici» fossero in realtà, appunto, la scienza del tempo, quella praticata da tutta una società: e dalla Chiesa stessa, appunto, nella misura in cui Chiesa e società del tempo coincidevano.
Rinvio gli interessati a conoscere qualcosa di più a proposito della Peste Nera al mio recente libro Le cento novelle contro la morte (edizioni Salerno), dove il periodo esaminato dal Follett è considerato sotto il profilo della medievistica più recente. In particolare, non è affatto così pacifico che l'epidemia si portò con sé i due terzi della popolazione europea: in realtà le vittime del contagio si dislocarono «a chiazze di leopardo», secondo una geografia difficile da comprendere. In molti casi, i morti furono ben superiori alla stima data dallo scrittore gallese; in altri, viceversa, addirittura il contagio non passò. Noto al riguardo il caso della città di Milano, che venne misteriosamente e miracolosamente risparmiata. Quanto al conflitto fra scienza e Chiesa, ripeto, esso non ci fu affatto. I medici del tempo erano assolutamente inquadrati all'interno di un sapere coerente e coeso, nel quale teologia e fisiologia profondamente convivevano. Le critiche espresse dal romanziere non hanno quindi alcuna credibilità e discendono chiaramente o dalla sua ignoranza dei dati di fatto, o dal suo pervicace anti-cattolicesimo, o da un'antipatica miscela di entrambe le cose.
Questa "tirata" anticristiana e, soprattutto, anticattolica, finisce appunto per colpire tutte le religioni e il fatto religioso in sé. Dalla religione e dall'homo religiosus nascono tutti i mali del mondo, allora come oggi. La sete di guadagno, le distruzioni indiscriminate dell'ambiente nel nome del profitto, l'illimitata volontà di potenza delle élites economiche e finanziarie e dei loro complici executives non hanno alcuna responsabilità. Tutto è colpa di Dio e di chi ci crede.


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sabato, settembre 08, 2007

Le parole del  Papa in l'Austria sulla vita
È nell'Europa che, per la prima volta, è stato formulato il concetto di diritti umani. Il diritto umano fondamentale, il presupposto per tutti gli altri diritti, è il diritto alla vita stessa. Ciò vale per la vita dal concepimento sino alla sua fine naturale. L'aborto, di conseguenza, non può essere un diritto umano - è il suo contrario. È una «profonda ferita sociale», come sottolineava senza stancarsi il nostro defunto confratello, il cardinale Franz König. Nel dire questo non esprimiamo un interesse specificamente ecclesiale. Ci facciamo piuttosto avvocati di una richiesta profondamente umana e ci sentiamo portavoce dei nascituri che non hanno voce. Non chiudo gli occhi davanti ai problemi e ai conflitti di molte donne e mi rendo conto che la credibilità del nostro discorso dipende anche da quel che la Chiesa stessa fa per venire in aiuto alle donne in difficoltà. Mi appello quindi ai responsabili della politica, affinché non permettano che i figli vengano considerati come casi di malattia né che la qualifica di ingiustizia attribuita dal vostro ordinamento giuridico all'aborto venga di fatto abolita. Lo dico mosso dalla preoccupazione per i valori umani. Ma questo non è che un lato di ciò che ci preoccupa. L'altro è di fare tutto il possibile per rendere i Paesi europei di nuovo più aperti ad accogliere i bambini. Incoraggiate i giovani, che con il matrimonio fondano nuove famiglie, a divenire madri e padri! Con ciò farete del bene a loro medesimi, ma anche all'intera società. Vi confermiamo anche decisamente nelle vostre premure politiche di favorire condizioni che rendano possibile alle giovani coppie di allevare dei figli. Tutto ciò, però, non gioverà a nulla, se non riusciremo a creare nei nostri Paesi di nuovo un clima di gioia e di fiducia nella vita, in cui i bambini non vengano visti come un peso, ma come un dono per tutti. Una grande preoccupazione costituisce per me anche il dibattito sul cosiddetto «aiuto attivo a morire». C'è da temere che un giorno possa essere esercitata una pressione non dichiarata o anche esplicita sulle persone gravemente malate o anziane, perché chiedano la morte o se la diano da sé. La risposta giusta alla sofferenza alla fine della vita è un'attenzione amorevole, l'accompagnamento verso la morte - in particolare anche con l'aiuto della medicina palliativa - e non un «aiuto attivo a morire». Per affermare un accompagnamento umano verso la morte occorrerebbero però urgentemente delle riforme strutturali in tutti i campi del sistema sanitario e sociale e l'organizzazione d i strutture di assistenza palliativa. Occorrono poi anche passi concreti: nell'accompagnamento psicologico e pastorale delle persone gravemente malate e dei moribondi, dei loro parenti, dei medici e del personale di cura. In questo campo la Hospizbewegung fa delle cose grandiose. Tutto l'insieme di tali compiti, però, non può essere delegato soltanto a loro. Molte altre persone devono essere pronte o essere incoraggiate nella loro disponibilità a non badare a tempo e anche a spese nell'assistenza amorosa dei gravemente malati e dei moribondi.

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sabato, settembre 01, 2007

Agorà dei giovani

Oggi il grande abbraccio al Papa

Il popolo dell’Agorà si prepara all’incontro più atteso. Stasera i ragazzi che stanno colorando di entusiasmo e preghiera strade, chiese e piazze dialogheranno con il «loro» Benedetto XVI
Betori: questi giovani non sono prefabbricati. Bertolaso: la stessa emozione di Tor Vergata

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