sabato, novembre 17, 2007
 IL MONDO FERMA IL BOIA ALL’ANGOLO 
 
Basta con la giustizia del boia, basta con le esecuzioni capitali, con la morte inflitta in nome della legge. L’Onu ha votato, in sede di Commissione, la moratoria internazionale sul­la pena di morte, con una maggioranza suffi­cientemente forte per farci capire che la co­scienza del mondo va approdando a un nuovo gradino di civiltà. E vi si schiera, assecondando la spinta che viene dai molti Paesi che hanno fat­to di questo traguardo una passione e un im­pegno fra le nazioni della Terra, la nostra Italia fra i capifila.
  Per giorni le cronache dal Palazzo di Vetro ci hanno tenuto col fiato sospeso, quando gli e­mendamenti al testo della proposta gettavano nel crogiolo del dibattito problemi immensi e brucianti, persino d’altra natura che il diritto in­terno di punire a modo proprio le violazioni al­le proprie leggi: problemi che hanno incluso la concezione stessa dell’uomo e dello Stato, e lam­bito l’accusa insensata, da parte dei riluttanti, di 'colonialismo' ideologico.
  Già in passato (1994 e 1999) simili radicali frat­ture d’impostazione culturale avevano insab­biato le iniziative tese all’abolizione o alla mo­ratoria. Stavolta, tutti gli emendamenti 'killer' sono stati superati, e il testo approvato verrà portato all’esame del­l’Assemblea generale a metà dicembre; ci sono fondate speranze che la massima assise del mon­do sanzioni definitiva­mente questa svolta epo­cale.
  Resta frattanto però da a­nalizzare la portata del­l’obiettivo raggiunto e di quello in itinere, tenen­do presenti due cose: la prima è che la moratoria ferma il boia all’angolo, ma non elimina ancora dagli ordinamenti giuridici il suo nero cappuc­cio; la seconda è che le concrete ragioni vin­centi della risoluzione, menzionato lo sfregio alla dignità umana, appartengono fortemente a criteri di 'ragion pratica' (la 'non deterren­za' della pena di morte sui delitti, e l’irrepara­bilità dell’errore).
  Ora, se la risoluzione dell’Onu non è fonte im­mediata di un vincolo giuridico che vieta agli Stati di dare la morte, ma ha invece un 'valore morale', è alla sfera dei valori morali concer­nenti la vita umana che bisogna metter capo, dentro il cuore degli esseri umani, per allinear­vi nel prossimo futuro l’impegno consequen­ziale delle legislazioni.
  È nell’orizzonte culturale e umanistico in cui maturano le convinzioni sulla dignità della per­sona, sul potenziale recupero emendativo in si­curezza rispetto alla disperazione della morte che nulla ripara con la sua pura distruzione, su­gli scopi della 'giustizia' intesa a rimontare la china invece che a sigillare l’abisso con l’assur­da simmetria – come diceva Beccaria – di dete­stare e punire l’assassinio ordinandone un al­tro, che il cammino della civiltà progredisce: dentro la coscienza degli individui, e poi dei po­poli, e dei loro governanti.
  L’esultanza per il voto dell’Onu in Commissio­ne è per noi la presa di respiro ad una tappa che ancora non è l’arrivo. È un fiato alla speranza confortata e invogliata a reimpiegarsi nel cam­mino, senza far sosta qui. Accanto ai percorsi giuridici e politici che si sforzano di dare al mon­do una visione condivisa della Giustizia di fron­te ai delitti e alle pene, esiste un previo e paral­lelo percorso etico che investiga la natura u­mana, il senso della vita e della morte, la sua vo­cazione ultima e il bisogno di salvezza che scon­figge il Male, fino ai confini dell’oltre di cui non
è l’uomo padrone, ma l’Autore della Vita.
GIUSEPPE ANZANI
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sabato, novembre 10, 2007

Accattonaggio in Emilia Romagna

Sono 12mila i nomadi in regione, spesso dediti all’elemosina ai semafori.  

Quando ha saputo che il suo Paese era entrato nell’Unione Europea, Nico­letta Borodan ha pianto di gioia. Il cli­ma rovente di questi giorni e le ri­chieste di espulsione che si levano nei con­fronti dei cittadini rumeni rischiano di tra­mutare la gioia in dolore. «Siamo brave per­sone, ci impegniamo e lavoriamo – racconta –. Anche tra noi ci sono soggetti meno racco­mandabili, ma questo non succede ovun- que?». Quaranta anni, in Italia da 8, Nicoletta prima è stata inserviente in un ristorante, ora colf in una famiglia, soluzione che le permet­te di vivere in un ambiente cordiale e di spe­dire qualche soldo al marito e al figlio rimasti in Romania.
  Nicoletta è una delle 4.000 persone di nazio­nalità romena presenti a Rimini. In contro­tendenza rispetto ad altri gruppi dell’Est, qui i romeni sono in larga maggioranza uomini, di età inferiore ai 40 anni. Non un esercito di badanti, insomma: «Trovano impiego nel tu­rismo, ma anche in edilizia e nell’agricoltura. In gran parte si tratta di lavori stagionali, per cui molti in inverno tornano a casa». Don Ren­zo Gradara parla dal suo particolare osserva­torio: direttore della Caritas, è impegnato in prima linea per l’aiuto e l’integrazione dei nuo­vi cittadini Ue. E smantella due falsi miti: «Da
non comunitari i romeni trovavano più facil­mente impiego, seppur irregolare – spiega il sacerdote –. Da comunitari che chiedono un lavoro in regola vengono più facilmente mes­si alla porta».
  Doina Budau è la presidente dell’'Associa­zione Rumena'. Come donna delle pulizie mantiene la figlia, mentre il marito ingegne­re è stato spedito dall’azienda in trasferta in Ungheria. Testimonia come «l’integrazione sia cosa già avvenuta». E chi agita lo spaurac­chio della criminalità? In provincia di Rimini da agosto a novembre sono stati 38 gli arresti di cittadini romeni, per lo più giovani accusa­ti di furto, sfruttamento della prostituzione, ricettazione e violenza. C’è poi il fenomeno dei bambini rom appostati ai semafori a chie­dere l’elemosina: si calcola che in regione i rom siano 12mila.
 
Imola accoglie romeni dal 1990. Tutto è nato dalla disponibilità dell’allora rettore del semi­nario don Carlo Dal Pane che ha aperto le por­te ad alcuni seminaristi. Oggi sono circa 4mi­la i rumeni presenti, impegnati nel settore pia­strelle e in agricoltura. «I Servizi sociali del Co­mune e la Diocesi hanno lavorato benissimo, tanto che oggi sono perfettamente inseriti nel tessuto sociale - ammette padre Marinel, coor­dinatore delle comunità greco-cattoliche del­la regione - . È decisivo che gli immigrati di vec­chia data siano attivi, non aspettino solo aiu­to ma si diano da fare». Un’opera che in città come Forlì e Cesena ha dato buoni frutti, men­tre è più difficile dove i numeri sono grandi: è il caso di Bologna, con 8mila immigrati la ca­pitale rumena della regione. Padre Marinel però è convinto: «La vicinanza tra le Chiese è fattore decisivo di integrazione».
PAOLO GUIDUCCI

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sabato, novembre 03, 2007

Ora di religione a scuola

Secondo una indagine commissionata dal settimanale "Famiglia Cristiana" alla Coesis Research, il 90% degli italiani intervistati è d'accordo che a scuola si insegni la religione.

Il 67% ritiene sufficiente un' ora di lezione la settimana.

Gli aspetti da insegnare: valori etici fondamentali 35&, studio delle grandi religioni 31%; studio della Bibbia 27%; grandi temi di attualità, anche nei risvolti morali e sociali 27%; lettura dei classici di cultura e spiritualità cristiana 9%.

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sabato, novembre 03, 2007

Mc Donald's batte la Bibbia

Nel cuore degli americani Mc Donald's batte la Bibbia. Un istituto di ricerca ha intervistato mille americani che hanno dimostrato di ricordare meglio gli ingredienti del Big Mac che i dieci comandamenti. Forse perchè gli ingredienti del Big Mac sono solo sette.

Curiosità: 4 su 10 non ricordavano il comandamento "non uccidere", mentre 4 su 10 ricordavano "onora il padre e la madre

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giovedì, novembre 01, 2007

Ora di religione, attacco fuori bersaglio
Nel mirino di «Repubblica».

L’ insegnamento della religio­ne cattolica (Irc) non serve a nulla, se non a rimpin­guare la Chiesa, «un altro miliardo di obolo di Stato a san Pietro». A que­sta tesi sbrigativa e grossolana va piegata la realtà, insinuando che l’I­talia sia un’anomalia in Europa, mentre invece è l’esatto contrario; e con supremo disprezzo degli inse­gnanti di religione e degli oltre nove studenti su dieci che nelle scuole sta­tali seguono le loro lezioni. 'I soldi del vescovo', parte quarta, è com­parsa ieri su Repubblica. Il bersaglio? Probabilmente il Concordato; sicu­ramente la Chiesa e i cattolici tout court e ogni loro forma di presenza sociale - oratori, scuole, ospedali, centri d’ascolto, mense… tutto - la­sciandogli forse le sacrestie, purché ben chiuse.
I programmi ci sono
«Uno strano ibrido di animazione sociale e vaghi concetti etici desti­nati a rimanere nella testa degli studenti forse lo spazio di un mat­tino. Pochi cenni sulla Bibbia, qua­si mai letta, brevi e reticenti rias­sunti di storia della religione».
Questa è l’ora di religione secondo Repubblica. In realtà i programmi ­Osa, obiettivi specifici di apprendi­mento - ci sono, come per ogni di­sciplina. Se un docente li ignora, è un cattivo docente. Ma se un inse­gnante di matematica dovesse in- segnar male, concluderemmo che la matematica è una porcheria?
Repubblica stessa poi si contraddi­ce pesantemente, quando nel tito­lo sentenzia: 'Religione, il dogma in aula'. Quale dogma?
Che cosa dice il Concordato
Repubblica evita di spiegare ai let­tori l’origine dell’attuale Irc: gli Ac­cordi concordatari del 1984, che definiscono in positivo, secondo un’idea inclusiva di laicità, i rap­porti tra Chiesa e Stato, non in concorrenza o in conflitto, ma col­laboranti: «La Repubblica Italiana, riconoscendo il valore della cultu­ra religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad as­sicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di o­gni ordine e grado. Nel rispetto della libertà di coscienza e della re­sponsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avva­lersi di detto insegnamento». Un testo improntato al buon senso. Il resto sono giochi di parole.
Scrive Repubblica: «L’ora di religione è un insegnamento facoltativo e come tale non dovrebbe prevedere do­centi di ruolo». Dell’Irc gli studenti, tramite i genitori se minorenni, hanno facoltà di avvalersene o me­no; ma le scuole hanno l’obbligo, non la 'facoltà', di assicurarlo. Vie­ne poi insinuato che a un inse­gnante separato verrebbe ritirata l’idoneità. Sciocchezze: i separati accedono ai sacramenti, e non possono invece insegnare religio­ne? I divorziati risposati no, non insegnano; ma lo sanno e i patti sono chiari fin dall’inizio.
Irc e fantasie
Il giornale di De Benedetti afferma con sicurezza che la Cei chiede (e lo Stato l’accontenta) «che l’ora di religione sia sempre inserita a metà mattinata e mai all’inizio o alla fine delle lezioni, come sareb­be ovvio per un insegnamento fa­coltativo ». Naturalmente non cita la fonte - quando mai la Cei avreb­be chiesto una cosa simile? - per­ché non esiste. Sono fantasie, tra l’altro impossibili da realizzare. Re­pubblica
dovrebbe sapere che, di media, un insegnante ha 16 ore al­la settimana; in cinque giorni, neanche il computer della Nasa riuscirebbe ad assegnargli soltanto seconde, terze e quarte ore; e il 73,9 per cento insegna 18 o più o­re. Falso è poi che la Cei boicotti le attività alternative. Tutto il contra­rio, come già emergeva nel conve­gno nazionale del 1995, presente l’allora ministro Berlinguer.
Se il 91,2% vi sembra poco
Repubblica non indica la fonte delle tabelle, anche se leggendo il lungo articolo si intuisce che è la stessa Cei. Ma i numeri vanno spiegati. Ad esempio gli avvalente­si dell’Irc: in totale, nel 2006-07 e­rano il 91,2 per cento, media tra il 94,6 delle primarie e l’84,6 delle secondarie di 2° grado. Sono in ca­lo, gongola il quotidiano di De Be­nedetti. Ma di quanto? Nel 1993­94 erano il 93,5: un’oscillazione minima. E comunque è una stima compiuta monitorando l’83,5 per cento degli alunni (6.554.562 su un totale di 7.681.536). I dati del Nord sono quasi al completo (98,4), assai meno al Sud (77,5), dove la rinuncia all’Irc è molto più bassa (appena l’1,6, contro il 14,1 del nord). Quindi la stima è sicura­mente per difetto.
Insegnanti quasi tutti laici
Gli stipendi agli insegnanti sono «un miliardo alla Chiesa»? Chissà che cosa ne pensa l’85 per cento di insegnanti laici, tra cui il 57 donne e il 28 uomini. Cittadini e lavorato­ri con regolari titoli di studio. I sol­di vanno alle famiglie degli inse­gnanti, non ai vescovi. È l’ennesi­ma contraddizione di chi rimpro­vera alla Chiesa di non adeguarsi all’Europa (coppie di fatto, fecon­dazione artificiale, eccetera). Eb­bene, nel caso dell’Irc (come è spiegato in un altro servizio in questa stessa pagina) siamo ade­guatissimi. Ed è l’ennesimo infor­tunio di chi, per faciloneria o di­sprezzo, riesce a sbagliare il cogno­me di Giovanni Paolo II: si scrive Wojtyla, insigne collega, non Woytjla. 

UMBERTO FOLENA



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