Basta con la giustizia del boia, basta con le esecuzioni capitali, con la morte inflitta in nome della legge. L’Onu ha votato, in sede di Commissione, la moratoria internazionale sulla pena di morte, con una maggioranza sufficientemente forte per farci capire che la coscienza del mondo va approdando a un nuovo gradino di civiltà. E vi si schiera, assecondando la spinta che viene dai molti Paesi che hanno fatto di questo traguardo una passione e un impegno fra le nazioni della Terra, la nostra Italia fra i capifila.
Per giorni le cronache dal Palazzo di Vetro ci hanno tenuto col fiato sospeso, quando gli emendamenti al testo della proposta gettavano nel crogiolo del dibattito problemi immensi e brucianti, persino d’altra natura che il diritto interno di punire a modo proprio le violazioni alle proprie leggi: problemi che hanno incluso la concezione stessa dell’uomo e dello Stato, e lambito l’accusa insensata, da parte dei riluttanti, di 'colonialismo' ideologico.
Già in passato (1994 e 1999) simili radicali fratture d’impostazione culturale avevano insabbiato le iniziative tese all’abolizione o alla moratoria. Stavolta, tutti gli emendamenti 'killer' sono stati superati, e il testo approvato verrà portato all’esame dell’Assemblea generale a metà dicembre; ci sono fondate speranze che la massima assise del mondo sanzioni definitivamente questa svolta epocale.
Resta frattanto però da analizzare la portata dell’obiettivo raggiunto e di quello in itinere, tenendo presenti due cose: la prima è che la moratoria ferma il boia all’angolo, ma non elimina ancora dagli ordinamenti giuridici il suo nero cappuccio; la seconda è che le concrete ragioni vincenti della risoluzione, menzionato lo sfregio alla dignità umana, appartengono fortemente a criteri di 'ragion pratica' (la 'non deterrenza' della pena di morte sui delitti, e l’irreparabilità dell’errore).
Ora, se la risoluzione dell’Onu non è fonte immediata di un vincolo giuridico che vieta agli Stati di dare la morte, ma ha invece un 'valore morale', è alla sfera dei valori morali concernenti la vita umana che bisogna metter capo, dentro il cuore degli esseri umani, per allinearvi nel prossimo futuro l’impegno consequenziale delle legislazioni.
È nell’orizzonte culturale e umanistico in cui maturano le convinzioni sulla dignità della persona, sul potenziale recupero emendativo in sicurezza rispetto alla disperazione della morte che nulla ripara con la sua pura distruzione, sugli scopi della 'giustizia' intesa a rimontare la china invece che a sigillare l’abisso con l’assurda simmetria – come diceva Beccaria – di detestare e punire l’assassinio ordinandone un altro, che il cammino della civiltà progredisce: dentro la coscienza degli individui, e poi dei popoli, e dei loro governanti.
L’esultanza per il voto dell’Onu in Commissione è per noi la presa di respiro ad una tappa che ancora non è l’arrivo. È un fiato alla speranza confortata e invogliata a reimpiegarsi nel cammino, senza far sosta qui. Accanto ai percorsi giuridici e politici che si sforzano di dare al mondo una visione condivisa della Giustizia di fronte ai delitti e alle pene, esiste un previo e parallelo percorso etico che investiga la natura umana, il senso della vita e della morte, la sua vocazione ultima e il bisogno di salvezza che sconfigge il Male, fino ai confini dell’oltre di cui non è l’uomo padrone, ma l’Autore della Vita.
GIUSEPPE ANZANI
