sabato, gennaio 26, 2008

Giornata della memoria

La musica nei lager

 In una sua famosa e assai contestata affermazione, Adorno stabiliva che dopo Auschwitz non si poteva più fare poesia. Ma, possiamo domandarci, 'durante' Auschwitz? Nei ghetti polacchi, nei campi di concentramento, alle soglie della morte, era possibile fare poesia, intendendo metaforicamente, nel senso più ampio di cultura, quella 'poesia' su cui Adorno si interrogava? L’interrogazione non è vana, se pensiamo alla straordinaria produzione culturale nata nelle condizioni più estreme, quasi sulle soglie delle camere a gas. A Terezin, il ghetto-lager costruito dai nazisti a scopo propagandistico per mostrarlo alla Croce Rossa e ai media degli stati neutrali, e dove furono rinchiusi prima di essere inviati ad Auschwitz numerosissimi intellettuali, letterati, artisti, musicisti, furono create opere musicali straordinarie, come l’opera per bambini Brundibar, di Hans Krása, che fu eseguita innumerevoli volte a Terezin. Nel 1944 fu filmata e registrata a scopo propagandistico dai nazisti, che subito dopo mandarono nelle camere a gas di Auschwitz il compositore insieme con i piccoli protagonisti.
  Ma che cosa rappresentava per un intellettuale chiuso in un ghetto o in un campo il fatto di comporre, suonare, scrivere, recitare? Era una domanda che si posero ad esempio quanti, nel ghetto di Vilnius nel 1942 coprirono i manifesti che annunciavano i primi concerti che si tennero nel ghetto con la scritta: «Nei cimiteri non si canta». Alcune di queste motivazioni le conosciamo, come nel caso del giovane storico Emmanuel Ringelblum, il cui gruppo di ricercatori raccolse e seppellì testimonianze scritte e diari: testimoniare, andare oltre la morte.
  E forse quello che ci si proponeva era, per tutti, un andare oltre la morte: uscire dalle gabbie in cui i nazisti avevano rinchiuso i loro corpi, per affermare alta la libertà del proprio spirito, per continuare ad esprimere vitalità e forza creativa. Oppure, come nell’interpretazione di Polanski nel film
Il pianista,
una fuga dalla realtà, tanto irreale che il pianista non può neanche, suonando, toccare realmente i tasti del suo pianoforte?
  Wladislav Szpilman , il pianista ebreo polacco alle cui memorie Polanski si è ispirato, è sopravvissuto alla Shoah, è morto tanti anni dopo compositore e musicista riconosciuto. Ma per quanti invece non sono sopravvissuti, per quelle vite troncate a metà, quanta musica non è stata composta, quanti poemi non sono stati scritti! Ma anche di quanto è stato realizzato in quelle situazioni estreme, molto spesso si è perduta memoria. Tante opere
musicali non hanno potuto materialmente essere messe sulla carta, tante altre sono andate smarrite.
  È per riparare a questa perdita, una riparazione al tempo stesso ricostruzione critica rigorosa e affettuosa riparazione morale, che nel 1991 un giovane pianista e compositore pugliese, Francesco Lotoro, ha iniziato a raccogliere la musica concentrazionaria, a radunare materiali e documenti, a parlare con i sopravvissuti e con i discendenti dei musicisti assassinati, a suonare
la musica dei campi, a dirigerla. Un lavoro di ricerca immane e difficilissimo, anche perché portata avanti nel disinteresse totale delle istituzioni, che poco a poco ha delineato un paesaggio sempre più mosso, una messe di opere sempre più fitta, che ha fatto riemergere, accanto ai lavori già entrati nel repertorio concertistico, composizioni straordinariamente importanti e finora sconosciute.
  Lotoro ha raccolto anche la musica composta su imposizione dei comandanti dei campi, quella suonata dalle orchestre dei prigionieri per allietare i loro aguzzini: i canti e i brani composti per sottolineare i vari momenti della vita del campo, fino alle impiccagioni che erano sempre
accompagnate, come anche nel gulag sovietico, dall’orchestrina dei prigionieri. Si è giunti così alla raccolta di quattromila opere musicali, oltre a migliaia di documenti e a moltissime registrazioni del tempo. Il lavoro di raccolta ed esecuzione si è realizzato a Foggia, dove Lotoro ha creato l’Istituto Musica Judaica e dove si è avvalso per le esecuzioni, in gran parte realizzate direttamente da lui, della collaborazione dei migliori musicisti pugliesi. È nato uno straordinario archivio, l’Archivio

 musicale dei ghetti e dei campi,
il cui catalogo è consultabile on line. Nel 2007, la casa editrice Musikstrasse ha iniziato la pubblicazione dell’intera produzione musicale raccolta. Alla fine dell’opera, prevista per il 2010, saranno pubblicati 32 Cd, che presenteranno un’enciclopedia completa di tutta la musica concentrazionaria, intendendo il termine nel suo senso più ampio, la produzione musicale cioè di qualunque genere realizzata tra il 1933 e il 1945 «in tutti i campi di prigionia, transito, concentramento e sterminio da musicisti imprigionati o deportati o uccisi o sopravvissuti da qualsiasi contesto nazionale, sociale o religioso». Una musica, quindi, non solo di ebrei, anche se prevalentemente ebraica. Un lavoro straordinario, che ricostruisce un tassello vitale e creativo della storia della Shoah e che ci permette di concludere che, forse, nei cimiteri si può anche suonare.
 È possibile fare cultura «durante» Auschwitz? La ricerca compiuta dimostra che sì, è possibile resistere spiritualmente.

Anna Foa 

postato da: religioneascuola alle ore 17:27 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, gennaio 26, 2008

Il messaggio di Benedetto XVI per la 42ª Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali

Cari fratelli e sorelle!
 
1.

  Il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali – «I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio.
  Cercare la verità per condividerla» – pone in luce quanto importante sia il ruolo di questi strumenti nella vita delle persone e della società. Non c’è infatti ambito dell’esperienza umana, specialmente se consideriamo il vasto fenomeno della globalizzazione, in cui i media non siano diventati parte costitutiva delle relazioni interpersonali e dei processi sociali, economici, politici e religiosi. In proposito, scrivevo nel Messaggio per la Giornata della Pace dello scorso 1° gennaio: «I mezzi della comunicazione sociale, per le potenzialità educative di cui dispongono, hanno una speciale responsabilità nel promuovere il rispetto per la famiglia, nell’illustrarne le attese e i diritti, nel metterne in evidenza la bellezza» (n. 5).

 
2.

  Grazie ad una vorticosa evoluzione tecnologica, questi mezzi hanno acquisito potenzialità straordinarie, ponendo nello stesso tempo nuovi ed inediti interrogativi e problemi. È innegabile l’apporto che essi possono dare alla circolazione delle notizie, alla conoscenza dei fatti e alla diffusione del sapere: hanno contribuito, ad esempio, in maniera decisiva all’alfabetizzazione e alla socializzazione, come pure allo sviluppo della democrazia e del dialogo tra i popoli. Senza il loro apporto sarebbe veramente difficile favorire e migliorare la comprensione tra le nazioni, dare respiro universale ai dialoghi di pace, garantire all’uomo il bene primario dell’informazione, assicurando, nel contempo, la libera circolazione del pensiero in ordine soprattutto agli ideali di solidarietà e di giustizia sociale. Sì! I media, nel loro insieme, non sono soltanto mezzi per la diffusione delle idee, ma possono e devono essere anche strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale. Non manca, purtroppo, il rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento. È il caso di una comunicazione usata per fini ideologici o per la collocazione di prodotti di consumo mediante
una pubblicità ossessiva. Con il pretesto di rappresentare la realtà, di fatto si tende a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare o sociale. Inoltre, per favorire gli ascolti, la cosiddetta audience, a volte non si esita a ricorrere alla trasgressione, alla volgarità e alla violenza. Vi è infine la possibilità che, attraverso i media, vengano proposti e sostenuti modelli di sviluppo che aumentano anziché ridurre il divario tecnologico tra i paesi ricchi e quelli poveri.

 
3.

  L’umanità si trova oggi di fronte a un bivio. Anche per i media vale quanto ho scritto nell’Enciclica «Spe salvi» circa l’ambiguità del progresso, che
offre inedite possibilità per il bene, ma apre al tempo stesso possibilità abissali di male che prima non esistevano (cfr n. 22).
  Occorre pertanto chiedersi se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti a un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze. Non sarebbe piuttosto doveroso far sì
che restino al servizio della persona e del bene comune e favoriscano «la formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore» (ibid.)? La loro straordinaria incidenza nella vita delle persone e della società è un dato largamente riconosciuto, ma va posta oggi in evidenza la svolta, direi anzi la vera e propria mutazione di ruolo, che essi si trovano ad affrontare. Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si costata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione,
ma per 'creare' gli eventi stessi.
  Questo pericoloso mutamento della loro funzione è avvertito con preoccupazione da molti Pastori.
  Proprio perché si tratta di realtà che incidono profondamente su tutte le dimensioni della vita umana (morale, intellettuale, religiosa, relazionale, affettiva, culturale), ponendo in gioco il bene della persona, occorre ribadire che non tutto ciò che è
tecnicamente possibile è anche eticamente praticabile. L’impatto degli strumenti della comunicazione sulla vita dell’uomo contemporaneo pone pertanto questioni non eludibili, che attendono scelte e risposte non più rinviabili.

 
4.

  Il ruolo che gli strumenti della comunicazione sociale hanno assunto nella società va ormai considerato parte integrante della questione antropologica, che emerge come sfida cruciale del terzo millennio. In maniera non dissimile da quanto accade sul fronte della vita umana, del matrimonio e della famiglia, e nell’ambito delle grandi questioni contemporanee concernenti la pace, la giustizia e
la salvaguardia del creato, anche nel settore delle comunicazioni sociali sono in gioco dimensioni costitutive dell’uomo e della sua verità. Quando la comunicazione perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale, finisce per non tenere più in conto la centralità e la dignità inviolabile dell’uomo, rischiando di incidere negativamente sulla sua coscienza, sulle sue scelte, e di condizionare in definitiva la libertà e la vita stessa delle persone. Ecco perché è indispensabile che le comunicazioni sociali difendano gelosamente la persona e ne rispettino appieno la dignità. Più di qualcuno pensa che sia oggi necessaria, in questo ambito, un’'info-etica' così come esiste la bio-etica nel campo della medicina e della ricerca scientifica legata alla vita.

 
5.

  Occorre evitare che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo. Essi possono e devono invece contribuire a far conoscere la verità sull’uomo, difendendola davanti a coloro
che tendono a negarla o a distruggerla. Si può anzi dire che la ricerca e la presentazione della verità sull’uomo costituiscono la vocazione più alta della comunicazione sociale. Utilizzare a questo fine tutti i linguaggi, sempre più belli e raffinati di cui i media dispongono, è un compito esaltante affidato in primo luogo ai responsabili ed agli operatori del settore. E’ un compito che tuttavia, in qualche modo, ci riguarda tutti, perché tutti, nell’epoca della globalizzazione, siamo fruitori e operatori di comunicazioni sociali. I nuovi media, telefonia e internet in particolare, stanno modificando il volto stesso della comunicazione e, forse, è questa un’occasione preziosa per ridisegnarlo, per rendere meglio visibili, come ebbe a dire il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, i lineamenti essenziali e irrinunciabili della verità sulla persona umana (cfr Lett. ap. «Il rapido sviluppo», 10).

 
6.

  L’uomo ha sete di verità, è alla ricerca della verità; lo dimostrano anche l’attenzione e il successo registrati da tanti prodotti editoriali, programmi o fiction di qualità, in cui la verità, la bellezza e la grandezza della persona, inclusa la sua dimensione religiosa, sono riconosciute e ben rappresentate. Gesù ha detto: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 32). La verità che ci rende liberi è Cristo, perché solo Lui può rispondere pienamente alla sete di vita e di amore che è nel cuore dell’uomo. Chi lo ha incontrato e si appassiona al suo messaggio sperimenta il desiderio incontenibile di condividere e comunicare questa verità: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi – scrive san Giovanni –, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita […], noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1Gv 1, 1-3).
 
Invochiamo lo Spirito Santo, perché non manchino comunicatori
coraggiosi e autentici testimoni della verità che, fedeli alla consegna di Cristo e appassionati del messaggio della fede, «sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli» (Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno Parabole mediatiche, 9 novembre 2002).
 
Con questo auspicio a tutti imparto con affetto la mia Benedizione.

 Benedetto XVI

postato da: religioneascuola alle ore 17:23 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, gennaio 17, 2008

Quell’intolleranza la conosco bene.

Parola di un’islamica riformista 
 Quando la notizia è arrivata, a metà pomeriggio, per un momento si è fermato tutto. La sede del centro culturale Averroè, a Roma, era affollata come sempre di amiche e collaboratrici: incredule e in silenzio ci siamo passate di mano in mano quei primi flash di agenzia. Non ci sembrava possibile quello che stava succedendo, che il Papa, questo Papa, fosse stato costretto a rinunciare al suo intervento nella più grande università italiana. Un uomo che per noi donne di cultura musulmana è prima di tutto l’uomo della pace e del dialogo, una figura mite e generosa che si adopera per far incontrare le diversità, soccorrere gli indifesi e gli oppressi, difendere in ogni parte del mondo i diritti della persona.
  E non ci sembrava possibile che a metterlo alla porta fosse stata propria una di quelle università dell’Occidente a cui noi donne arabe – che ci ispiriamo a un pensatore come Averroè, paladino della ragione – guardiamo come una terra promessa del libero confronto di conoscenze e di saperi. Un luogo di speranza e non di intolleranza, per noi che sappiamo bene a cosa conduce l’intolleranza, tanto più quando si proclama intoccabile e si propone come depositaria di una ragione assoluta che si fa un merito di rifiutare
le ragioni degli altri.
  Anche per noi è stato un giorno di tristezza e di vergogna perché si è celebrata l’affermazione di un’ideologia faziosa e arrogante, di un laicismo illiberale e opportunista che vuole avere mani libere nella costruzione di una società italiana a sua immagine e somiglianza. Priva di valori, di contenuti, di spiritualità e di impulsi ideali. L’ideologia che impedisce a Benedetto XVI di prendere la parola in un ateneo della sua città è la stessa che invita a parlare negli atenei alcuni estremisti islamici ed esponenti della sinistra più estrema. Accomunati, non a caso, dalla stessa ripulsa delle grandi verità della storia e dallo stesso rifiuto del pensiero umanistico così come dell’appassionante confronto sul rapporto tra fede e ragione che proprio Benedetto XVI ha messo al centro del confronto tra islam e Occidente.
  Anziché raccogliere il suo ripetuto invito ad «allargare la ragione», si restringe irrazionalmente l’orizzonte
della conoscenza e del dibattito, a detrimento degli studenti che stanno formando il loro bagaglio umano e intellettuale e del patrimonio culturale dell’intero ateneo.
  Le prove generali della deriva dispotica e illiberale di un Paese, ce lo insegna proprio la storia, si fanno spesso nelle aule delle università. In alcuni Paesi arabi incamminati sulla strada delle riforme liberali e dove pure l’estremismo islamico è un pericolo ben presente, se un ospite viene invitato in un’università nessuno può permettersi di metterlo alla porta. E se questo dovesse capitare, i primi a ribellarsi sarebbero proprio i suoi studenti e i suoi insegnanti. Tutti, nessuno escluso, qualunque sia il loro credo politico, religioso o culturale. Se in Italia non è così vuol dire che quello a cui abbiamo assistito non è solo il giorno della tristezza e della vergogna. È l’alba della sconfitta della civiltà di un intero Paese.
  Ma noi, come tanti insieme a noi, non ci stiamo.

 Anche per noi è stato un giorno di tristezza perché si è celebrata l’affermazione di un’ideologia arrogante
.

 SOUAD SBAI

postato da: religioneascuola alle ore 12:12 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, gennaio 17, 2008

IL PAPA E L’UNIVERSITÀ
"Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che
può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità ".

dal discorso che Benedetto XVI doveva pronunciare alla Università La Sapienza

postato da: religioneascuola alle ore 12:08 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, gennaio 16, 2008

Università senza Papa... e senza democrazia.

Si dirà che è stato il Papa a non volerci andare, che non era sicuro, che non era opportuno, che non era un politico, che non era il Dalai Lama. Alla Columbia UniversitY il presidente iraniano può parlare. Una università pontificia sudamericana ha appena concesso la laurea all'on. Bertinotti, presidente della Camera. Nessuno ha pensato che il primo fosse una minaccia al paese e il secondo una minaccia alla cattolicità. Il Papa è quindi una minaccia alla laicità? Se basta così poco... poveri laici! E che bell'esempio di democrazia!

postato da: religioneascuola alle ore 12:06 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, gennaio 10, 2008

Cremazione e dispersione delle ceneri

 Il parroco di Aosta che, in un primo tempo, sembrava aver rifiutato le esequie cristiane (di fatto poi celebrate) ad una persona in quanto questa aveva disposto che le proprie ceneri fossero disperse sui monti, ha riportato alla ribalta della cronaca alcune problematiche riguardanti la cremazione con le solite inesattezze alle quali i mezzi di comunicazione di massa ci hanno purtroppo abituati (cf
 La Stampa
del 6/1/2007 8p. 18). È pertanto opportuno riprendere sinteticamente l’argomento per precisarne la normativa a scanso di equivoci e di interpretazioni oltremodo severe.
  La cremazione o incinerazione dei cadaveri è una prassi antichissima che, con la diffusione del cristianesimo, decadde in favore dell’inumazione ad imitazione della sepoltura di Cristo.

La cremazione fu reintrodotta in Italia in epoca napoleonica per ragioni igieniche e, purtroppo, assunta dall’anticlericalismo allora imperante come segno di avversione nei confronti della Chiesa e della sua dottrina. Atteggiamento che costrinse la Chiesa a negare le esequie cristiane a quanti avessero scelto la cremazione (cf Cic del 1917, can. 1240, 5).
 

Prendendo atto delle mutate circostanze fin dal 1963 l’allora Sant’Uffizio concede il funerale cristiano anche a chi sceglie di far cremare il proprio cadavere purché sia chiaro che tale scelta non sia fatta contro la fede cristiana. Questa prassi è accolta dal Rito delle Esequie (1969; trad. it. 1974) pur ribadendo ' la preferenza della Chiesa per la sepoltura dei corpi, come il Signore stesso volle essere sepolto' (n. 15).

Nel 2001 il Parlamento italiano ha promulgato la legge 130 con la quale permette ai familiari di custodire in casa le ceneri dei loro congiunti defunti e ne autorizza anche l’eventuale dispersione negli spazi cimiteriali come in altri spazi legalmente stabiliti.
 

Il sussidio pastorale pubblicato dalla Commissione episcopale per la liturgia nello scorso novembre, per accompagnare il Rito delle Esequie, tra le altre proposte di preghiera subito dopo la morte, per la veglia, per la chiusura della bara e per il momento della sepoltura al cimitero, offre anche orientamenti pastorali e testi di preghiera adatti per i funerali in caso di cremazione (cf Proclamiamo la tua risurrezione, pp. 113-148). Orientamenti e testi di cui si sentiva il bisogno poiché non sono previsti dal rituale attuale. Fra le novità emerge la possibilità di celebrare le esequie anche in presenza dell’urna cineraria: ciò avviene eccezionalmente quando per ragioni pratiche i riti esequiali non possono aver luogo prima della cremazione.
 

Il gruppo di lavoro incaricato di redigere il sussidio sotto la guida della Cel si è trovato di fronte alla diffusione di una prassi del tutto conforme alla legge civile ma che va oltre la semplice cremazione: la dispersione delle ceneri. Una scelta che potrebbe ' sottintendere motivazioni o mentalità panteistiche o naturalistiche', ma che soprattutto sembra essere l’ultimo atto di quella diffusa tendenza ad occultare la morte fino ad abolirne anche la memoria. ' Il cristiano, per il quale deve essere familiare e sereno il pensiero della morte, non deve aderire interiormente al fenomeno dell’intolleranza verso i morti' ( Direttorio su pietà popolare e liturgia 259).
 

È soprattutto la preoccupazione di perdere il luogo comune della memoria che sta all’origine dell’orientamento espresso dal sussidio: ' Avvalersi della facoltà di spargere le ceneri, di conservare l’urna cineraria in un luogo diverso dal cimitero o prassi simili, è comunemente considerato segno di una scelta compiuta per ragioni contrarie alla fede cristiana e pertanto comporta la privazione delle esequie ecclesiastiche ( can. 1184, § 1, 2)' (p. 117). Poiché questo testo è contenuto in un semplice sussidio non costituisce una 'norma' nel senso pieno di questo termine. Si tratta piuttosto di un orientamento pedagogico che cerca di dissuadere da certe scelte. Scelte che, se ' comunemente', cioè in generale, possono far supporre ragioni contrarie alla fede cristiana, nei singoli casi ciò deve essere verificato per non arrivare ad assumere posizioni che vanno ben oltre la norma e le intenzioni della persona defunta.
 

Opportuno e chiarificatore è il comunicato della Curia vescovile di Aosta che, dopo aver precisato che il funerale è stato comunque celebrato per il defunto che ha disposto la dispersione delle sue ceneri, aggiunge che, a norma del diritto canonico, ' le esequie ecclesiastiche vengono celebrate per tutti i fedeli, anche coloro che hanno scelto la dispersione delle proprie ceneri, a meno che tale scelta sia stata fatta per ragioni contrarie alla fede cristiana'. 
  
 

Dice il diritto canonico: le esequie ecclesiastiche vanno celebrate per tutti i fedeli, anche per chi chiede siano disperse le proprie ceneri, a meno che tale scelta sia stata fatta per ragioni contrarie alla fede cristiana .

SILVANO SIRBONI 

postato da: religioneascuola alle ore 11:59 | Permalink | commenti
categoria: