martedì, febbraio 26, 2008

E' possibile oggi educare?

La consegna, da parte di Benedetto XVI, della Lettera sull’educazione, da lui indirizzata un mese fa alla diocesi e alla città di Roma, sollecita la nostra attenzio­ne su un problema che, ormai da tempo, inquieta non solo gli addetti ai lavori, ma perfino l’opinione pubbli­ca più distratta: è ancora possibile educare?
  Non si tratta solo dell’allarme destato, recentemente, dai ripetuti episodi di bullismo o di violenza che hanno avuto come protagonisti giovani 'normali', che avreb­bero potuto essere i nostri figli. Ma più profondamen­te, osserva il Papa, di una 'frattura fra le generazioni', che rivela la 'mancata trasmissione di certezze e di va­lori' e dà luogo oggi a una vera e propria 'emergenza e­ducativa'.
 
Davanti agli 'insuccessi a cui troppo spesso vanno in­contro i nostri sforzi per formare persone solide, capa­ci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla pro­pria vita', non si può evitare, talora, un senso di sco­raggiamento. 'Viene spontaneo, allora, incolpare le nuo­ve generazioni' e guardare con nostalgia al passato.
 In realtà, il problema educativo va ben al di là dei con­fini delle singole istituzioni. Se esso oggi è così com­plesso, le cause vanno cercate innanzitutto nel clima complessivo in cui la famiglia, la scuola, la Chiesa, si tro­vano a svolgere il loro delicato compito: 'Troppe incer­tezze e troppi dubbi, infatti, circolano nella nostra so­cietà e nella nostra cultura, troppe immagini distorte sono veicolate dai mezzi di comunicazione sociale. Di­venta difficile, così, proporre alle nuove generazioni qualcosa di va­lido e di certo, delle regole di com­portamento e degli obiettivi per i quali meriti spendere la propria vita'.
 Legato a questo, c’è però, aggiun­ge Benedetto XVI, un altro ordine di difficoltà: 'non pochi genitori e insegnanti sono tentati di rinun­ciare al proprio compito, e non riescono più nemmeno a com­prendere quale sia, veramente, la missione loro affidata'. Il proble­ma educativo, insomma, non ri­guarda solo i giovani, come spes­so vorremmo credere, ma anzi­tutto proprio noi, gli adulti. Il venir meno di un oriz­zonte di valori condivisi, la difficoltà di credere ancora nella verità e nel bene, non colpisce solo i figli e gli alunni, ma i padri e i maestri, che non riescono più ad essere tali.
 Da qui la necessità di ribadire con forza, come fa il Pa­pa, che 'anche nel nostro tempo educare al bene è pos­sibile'. In realtà, i nostri ragazzi 'non vogliono essere la­sciati soli di fronte alle sfide della vita' e, dietro la loro apparente disinvoltura, sta un disperato bisogno di pun­ti di riferimento, che non trovano più né in famiglia, né a scuola né, a volte, nella Chiesa stessa.
  Perciò il primo dono di cui hanno bisogno è quello, che solo la famiglia può dare, di un clima di autentico amo­re. Di qui può scaturire un serio impegno, da parte dei genitori, nell’indicare con chiarezza ai figli dei criteri per distinguere il vero dal falso, il bene dal male, non­ché la fermezza nel farli rispettare nella pratica.
 Quanto agli insegnanti, Benedetto XVI sottolinea l’e­norme importanza del loro ruolo, troppo spesso sotto­valutato, che 'non può limitarsi a fornire delle nozioni e delle informazioni, lasciando da parte la grande do­manda riguardo alla verità'. Una scuola che si riduces­se a trasmettere delle conoscenze tradirebbe il suo com­pito educativo, volto non soltanto a una maggiore pre­parazione, ma alla crescita globale delle persone.
  Anche la comunità cristiana è chiamata a rinnovare il suo impegno in questo senso. Il Papa in particolare richia­ma all’urgenza che in essa tutti coloro che hanno un ruolo formativo sappiano essere per i giovani 'amici af­fidabili' e 'testimoni sinceri'. Nulla può sostituire il rap­porto personale tra l’adulto e il giovane, purché sia fon­dato sull’autorevolezza.
  Anche agli educandi il Papa rivolge il suo invito: sap­piano essere, in libertà, artefici della propria crescita morale, culturale e spirituale. Ma forse siamo soprat­tutto noi, gli educatori, che dovremmo riflettere a lun­go

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venerdì, febbraio 22, 2008

«L’aborto fai-da-te? Pratica in crescita»
Farmaco per l’ulcera permette di espellere il feto


 Aborto clandestino, questo sconosciuto. Un po’ per definizione, un po’ perché – grazie all’evoluzione tecnico-scientifica – sono ora disponibili mezzi che permettono di renderlo sempre più invisibile. È quanto denuncia da tempo Bruno Mozzanega, ricercatore dell’Università di Padova e ginecologo della Clinica ostetrica e ginecologica dell’Azienda ospedaliera di Padova, che dal suo osservatorio del Pronto soccorso ostetrico ha assistito alcune pazienti straniere ricoverate per le emorragie conseguenti all’assunzione di pillole di misoprostolo per l’interruzione di gravidanza. Fuori da ogni rispetto della legge 194: «Non si può continuare a difendere certe interpretazioni ufficiali sul fatto che la legge funziona e ha ridotto gli aborti nel nostro Paese. In realtà siamo “immersi” nell’aborto clandestino e va segnalato che, aldilà delle polemiche sulla RU486, chi voleva l’aborto libero e gratuito e possibilmente facile e sicuro, ha quasi raggiunto l’obiettivo. Quello che manca totalmente è un’educazione al rispetto della vita e una seria informazione sulla biologia della riproduzione». Le parole del ginecologo padovano sono documentate e frutto dell’esperienza personale: «Negli ultimi tre anni – racconta – ho visto nove pazienti straniere (nigeriane o moldave perlopiù) che si sono presentate per le complicanze dell’aborto farmacologico eseguito a casa con il misoprostolo. Il farmaco è in vendita come terapia dell’ulcera, ma tutti gli operatori dell’aborto sanno che provoca le contrazioni uterine “utili” a espellere l’embrione già impiantato. E infatti viene anche usato dopo l’assunzione della RU486». Al lavoro sul campo, Mozzanega aggiunge alcuni informazioni scientifiche: «Il farmaco è potentissimo e, se assunto nelle prime 7-8 settimane di gestazione, garantisce un successo che sfiora il 90-95%. Al 5% delle pazienti per le quali l’aborto non fosse completo o che avessero emorragie basta rivolgersi al proprio medico di fiducia e farsi ricoverare per aborto spontaneo, come verrà poi registrato». E qualche dato statistico induce ad avere dubbi: «Secondo i dati Istat tra il 1982 e il 2001 le interruzioni volontarie di gravidanza sono calate del 43%, ma nello stesso periodo sono anche aumentati del 20% (in termini assoluti 14mila unità) gli aborti spontanei». Ecco dunque che sorge il sospetto che «quel 5% di mancato successo dell’aborto farmacologico possa ritrovarsi proprio nell’aumento degli aborti spontanei, che quindi – almeno in parte – rappresenterebbero solo la punta dell’iceberg degli aborti clandestini farmacologici. Questi ultimi sarebbero decine di migliaia in più, anche se è impossibile quantificarli». Infatti dovrebbe far riflettere sul “successo” della 194, sottolinea Mozzanega, la possibilità di sfuggire a ogni segnalazione che hanno le pazienti italiane: «Se hanno un medico di fiducia che le tiene sotto controllo, verranno da lui ricoverate per aborto spontaneo se la pillola abortiva dovesse fallire. Alla nostra osservazione in condizioni critiche infatti sono giunte solo pazienti straniere, che verosimilmente sono lasciate a se stesse». Per le italiane, invece, le informazioni non mancano: «La Fiapac, la federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione, nel suo congresso a Roma del 2006 (cui portarono i saluti il ministro Bonino e Maura Cossutta per il ministro Turco), ospitò molte comunicazioni dedicate all’uso di questo farmaco per conseguire l’aborto a domicilio. Ma questa pratica è contraria alla legge 194. Questo, bisognerà pur ammetterlo, è il livello di anestesia morale cui ci hanno condotto trent’anni di pratica “legale” dell’aborto: non interessa promuovere il rispetto della vita al fine di prevenire l’aborto volontario, ma solo rendere quest’ultimo più facile per chiunque». 
ENRICO NEGROTTI

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domenica, febbraio 17, 2008

Tre anni senza don Giussani

Tre anni fa, il 22 febbraio 2005, moriva don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione (Cl). Nel terzo anniversario della scomparsa e nel 26° di riconoscimento pontificio della Fraternità di Cl, in tutta Italia e in varie città del mondo, si svolgono Messe in ricordo del sacerdote nato a Desio, in Brianza, nel 1922. «A tre anni dalla sua morte – ha scritto Julian Carron, presidente della Fraternità di Cl, in una lettera inviata agli aderenti al movimento – domandiamo a don Giussani di continuare a farci compagnia sulla strada che ci ha tracciato. Soltanto percorrendo quella strada possiamo veramente conoscere, attraverso il testimone, la realtà di cui parla la fede cristiana». Tante le celebrazioni eucaristiche nell’anniversario (per l’elenco completo consultare il sito ): domani a Milano il cardinale arcivescovo Dionigi Tettamanzi presiederà l’Eucaristia delle 21 in Duomo; venerdì 22 febbraio, festa della Cattedra di San Pietro, la funzione sarà celebrata dal cardinale vicario di Roma, Camillo Ruini, nella Basilica di San Giovanni in Laterano alle 19; mentre lunedì 25 febbraio l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, presiederà la Messa delle 20,30 nella chiesa di Santa Marta a Genova. Inoltre oggi nella Cattedrale di Imola alle 17,30, la Messa del vescovo di Imola, Tommaso Ghirelli; domani alle 18,30 nella chiesa di San Pio X a Trieste, la celebrazione del vescovo di Trieste Eugenio Ravignani; alle 19,30 nella chiesa di San Girolamo a Castrovillari, in provincia di Cosenza, Messa del vescovo di Cassano all’Jonio,Vincenzo Bertolone; infine alle 21, nella chiesa di Santa Chiara a Ferrara, celebrazione dell’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Paolo Rabitti.
 Molti gli appuntamenti anche l’estero: domani a Mosca l’arcivescovo Mario Pezzi presiederà la Messa alle 19 nella chiesa di san Luigi di Francesi.
 

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giovedì, febbraio 14, 2008

 In Kenya le rose di San Valentino affamano le donne 
 

 « L
a violenza in Kenya colpisce la produzione dei fiori alla vigilia di San Valentino», ha ti­tolato qualche giorno fa l’International
Herald Tribune, mentre il britannico Daily Telegraph ha avvisato che «sono tempi duri per l’industria dei fiori kenyana». Ci sono voluti mille morti e un Paese allo sbando perché – para­dossalmente – la stampa occidentale si accorgesse del rapporto esistente tra le rose che in Europa ci regaliamo per la festa degli innamorati e i lavoratori che le stesse rose coltivano. In condi­zioni che non sono certo – potremmo ben dire – tutte rose e fiori.
  La maggior parte dei mazzi che do­mani, anche in Italia, ci scambieremo
per giurarci amore eterno provengo­no infatti proprio dal Kenya, terzo pro­duttore di rose al mondo, dove i fiori sono coltivati in sterminate pianta­gioni di proprietà di grandi multina­zionali, da cui poi partono per rag­giungere, nel giro di pochissimi gior­ni, il mercato europeo. Il 60% della pro­duzione arriva in Olanda, il 23% in Gran Bretagna, il resto in Germania, Francia e, da qualche mese, anche in Italia, che prima si affidava ai grossisti olandesi. La floricoltura rappresenta la terza industria nel Paese africano, subito dopo il turismo e il tè. Eppure nelle tasche dei lavoratori che ogni giorno coltivano e raccolgono i fiori fi­nisce meno di mezzo centesimo di eu­ro per ogni rosa. Almeno quarantami­la, per la maggior parte sono donne: per loro, però, le rose non sono sino­nimo
di amore ma di sfruttamento.
  Nei duemila ettari di serre intorno al la­go Naivasha (dove è concentrato il 70% della produzione nazionale di fiori), le condizioni di lavoro sono sempre sta­te ai limiti della sopportazione: oltre al caldo soffocante e ai salari miseri, alle frequentissime molestie sessuali e al­l’assenza di qualunque tutela sinda­cale, le 'donne delle rose' subiscono i gravi effetti del contatto diretto con i pesticidi. In questi anni le organizza­zioni per i diritti umani hanno de­nunciato non solo «trattamenti bruta­li contro i lavoratori» ma anche centi­naia di casi di cecità, malattie della pel­le, sterilità dovuti all’esposizione agli anticrittogamici e ad altre sostanze chi­miche tossiche. In seguito allo scan­dalo che nel duemila coinvolse alcune grandi imprese straniere – e che portò
a una campagna internazionale di pressione contro i 'fiori del male' – og­gi qualche passo in avanti è stato fat­to: alcuni produttori hanno infatti a­derito a un codice di condotta. La si­tuazione, tuttavia, resta critica, so­prattutto per l’altra grave emergenza legata alla coltivazione delle rose kenyane: quella del lago Naivasha, che si sta prosciugando a causa di irriga­zione e lavorazione. Un’emergenza descritta ora nel libro
 Rose e lavoro. Dal Kenya all’Italia l’in­credibile viaggio dei fiori, pubblicato da Terre di Mezzo (pagine 128, euro 10,00), un reportage in cui gli autori Pietro Raitano e Cristiano Calvi parto­no dalle piantagioni in Kenya e arriva­no ai negozi sotto casa nostra per sco­prire i meccanismi e le distorsioni che rendono «conveniente importare ro­se da migliaia e migliaia di chilometri di distanza». Una descrizione alla luce della quale Alex Zanotelli nella prefa­zione rilancia la necessità di una mo­bilitazione internazionale: «Serve in­nanzitutto informazione, perché le persone non sanno: è questa la trage­dia ». Conoscere, dunque, e boicottare. Senza però mai abbassare la guardia: con poco clamore, in seguito alle pres­sioni internazionali che chiedevano più diritti per i lavoratori, in questi an­ni alcuni grandi produttori europei hanno lasciato le piantagioni kenyane per spostarsi nella vicina Etiopia, do­ve la manodopera è ancor più a buon mercato, i costi del trasporto aereo so­no quasi dimezzati e il governo sven­de volentieri alle multinazionali le mi­gliori terre del Paese. Il ricatto della po­vertà è difficile da eludere.
DI CHIARA ZAPPA

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sabato, febbraio 09, 2008

Ricordiamo chi morì nelle foibe

In tutt’Italia si celebra «La Giornata del Ricordo» in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati, cittadini italiani costretti a spostarsi dalle loro terre dopo la Seconda Guerra mondiale. La ricorrenza è stata istituita con una legge del Parlamento il 16 marzo 2004: la data scelta, il 10 febbraio di ogni anno, è quella del Trattato di pace di Parigi del 1947. Quel giorno i Paesi che avevano vinto la Guerra decisero il passaggio dell’Istria, fino a quel momento italiana, alla Jugoslavia: l’Italia era tra i Paesi sconfitti e le fu imposto quel sacrificio. Le «foibe» e l’esodo sono due facce di un unico dramma: quello subito dalle popolazioni al confine orientale d’Italia dall’8 settembre 1943, data in cui l’Italia annunciò l’Armistizio (il nostro Paese non combatteva più a fianco della Germania), fino al Dopoguerra, quando nel 1954 Trieste tornò italiana. Il 10 febbraio del 1947 il Trattato di pace di Parigi assegnò alla Jugoslavia la maggior parte della Venezia Giulia e istituì uno «Stato cuscinetto», ufficialmente mai nato, chiamato «Territorio libero di Trieste». Una parte di questo Stato fantasma, la Zona A, venne assegnata a un governo militare guidato dai vincitori della Guerra. La Zona B fu affidata invece al governo militare jugoslavo. Questa divisione del confine orientale provocò dapprima un’ondata di violenza nei confronti degli italiani, molti dei quali furono gettati nelle foibe dai soldati jugoslavi.
 Successivamente, circa 350 mila italiani che abitavano in Istria e Dalmazia, diventate jugoslave, furono costretti ad abbandonare la loro casa. Iniziò così il loro esodo.

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