giovedì, marzo 27, 2008

A proposito del battesimo di Magdi Allam

Al battesimo, e al cristianesimo, si arriva e si torna in tanti modi e per tante ragioni. Ci si arriva accompagnati dalla scelta dei genitori, acquisendo dolcemente i principi dell’amore, della protezione divina, del coraggio per af­frontare le sofferenze. Chi ha una famiglia cri­stiana conosce quell’atmosfera di serenità, quel legame interiore che unisce i genitori ai figli, e aiuta nelle prove della vita. Chi ha avuto una ma­dre profondamente cristiana sa che essa rima­ne nel tempo un riferimento affettivo insosti­tuibile, ma anche un sostegno antropologico, u­na struttura portante, non separabili dalla fede trasmessa ai figli.
  In Occidente la secolarizzazione ha portato mol­ti ad allontanarsi dal cristianesimo, e ciò ha fat­to gridare sociologi e filosofi alla morte della re­ligione, al declino del sacro. Ma i sociologi han­no dovuto ricredersi, e i filosofi continuano a cercare ancora oggi il senso della vita, come i lo­ro predecessori. Vuol dire che le domande del cri­stianesimo sono tutte lì che attendono risposta da ogni uomo. E mentre trionfa, ma passa, l’or­goglio della ragione, mentre la tecnica offre me­raviglie che appassiscono presto, restano nel cuore dell’uomo gli interrogativi di sempre, re­sta quell’ansia di completezza che chi approda al cristianesimo conosce bene.
  Tanti giovani si allontana­no dalla fede, ma la vita spesso ve li riconduce, perché nella memoria re­sta quasi il senso di una perdita, una nostalgia per ciò che si aveva e si gusta­va. Tornare al cristianesi­mo è quasi come un tor­nare alla propria casa, con gioia, senza iattanza, co­me un ritrovare se stesso, in un rapporto con il Van­gelo, con Gesù, che stupi­sce, riempie, fa riprende­re il cammino. A volte, so­lo i genitori e gli amici più stretti capiscono que­sto travaglio e comprendono questo ritorno co­me frutto di un dono che si rinnova.
  Nell’adulto l’incontro con il cristianesimo può avvenire in tanti modi. Può avvenire perché la vita offre grandi gioie che si affievoliscono, e sof­ferenze che segnano e parlano all’animo. Perché studiando si scorge il cammino e la fatica del­l’umanità per elevarsi da uno stato di solitudine e di oppressione a una vita ricca di dignità e u­nita alla trascendenza. Perché nella esperienza di tutti i giorni si incontrano cristiani, e uomini di fede, che dimostrano nei fatti come si possa vivere diversamente, con l’attenzione verso gli altri, con il governo delle passioni, con una gioia che dall’esterno non si capisce appieno.
  Ci sono ancora nuove strade per la conversione. Il confronto con altre religioni, con filosofie che danno solo pezzetti di verità, con ideologie che inoculano veleni, tutto ciò può portare a scopri­re nei Vangeli e nella Chiesa qualcosa di diverso, più completo, e totalmente vero, che provoca u­na rigenerazione, un modo di leggere nel miste­ro della vita che riempie il cuore e la mente. Ma il punto di illuminazione è sempre lo stesso, quel Gesù di Nazareth che parla a chiunque con un linguaggio personale, spirituale, in una espe­rienza che entro certi limiti è incomunicabile. Quando viene, il momento della conversione non è quasi mai improvviso. È il punto di arrivo di passaggi interiori che a un certo momento tro­vano un coagulo, una risposta che illumina il re­sto. Per questo si usa dire che la fede è un dono, ma è un dono per il quale la ricerca è essenzia­le, perché la ricerca già indica volontà di supe­rare se stesso, ansia della trascendenza, deside­rio di ricomporre una esperienza umana dispersa che cerca armonia e pienezza interiore.
  Non c’è da avere paura se il cristiano dice che possiede la verità. Perché questa verità parla di amore per gli altri, di rispetto per gli uomini, le loro idee e religioni, dunque è una fede che av­vicina, non allontana, arricchisce e non impo­verisce, è un bene prezioso per chi la professa e per chi ne è lontano. Ogni conversione confer­ma la sostanza di quella verità, perché suggeri­sce un cammino spirituale che dà più di quan­to l’uomo già non abbia per natura. Per questo motivo, guardare alle conversioni al cristianesi­mo con gli occhi della politica, dell’ideologia, della sociologia, non ha alcun senso. È come sa­lire su una montagna e guardare in terra invece che l’infinito che si apre davanti a noi. L’adesio­ne alla fede cristiana resta un fatto unico per chi la sceglie ma anche per tutti gli altri.

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sabato, marzo 22, 2008

Buona Pasqua a tutti!

Un augurio speciale a quanti mi seguono dall'estero!

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sabato, marzo 22, 2008

Quando il potere limita la libertà religiosa 

La quinta stazione della via Crucis al Colosseo

Pilato è «immagine» di quanti «detengono l’autorità come strumento di po­tere e non si curano della giustizia». Siamo alla quinta stazione, Gesù è giu­dicato da Pilato. Gesù, «illumina la coscienza» dei potenti – è l’invocazione innalzata dal cardinale di Hong Kong,  Zen – perché «riconoscano l’innocenza dei tuoi seguaci. Da’ loro il coraggio di rispettare la libertà religiosa. È molto diffusa la tentazio­ne di adulare il potente e di opprimere il debole. E i potenti sono coloro che sono costituiti in autorità, quelli che controllano il commercio e i mass me­dia », e poi c’è «la gente che si lascia facilmente manipolare dai potenti per opprimere i deboli», come accadde alla folla che chiese la morte di Gesù. Così, «attraverso i secoli schiere di innocenti sono state condannate a sof­ferenze atroci»; sono «gli innocenti che espiano in comunione con Cristo, l’innocente, i peccati del mondo», scrive Zen alla terza stazione, Gesù è con­dannato dal Sinedrio. E alla sesta, Gesù flagellato e coronato di spine: «Per le sofferenze dei martiri, benedici la tua Chiesa; che il loro san­gue diventi seme di nuovi cristiani».

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mercoledì, marzo 19, 2008

Credo che Stati Uniti si debbano vergognare per aver depennato la Cina dagli stati che non rispettano i diritti umani. Dopo la tragedia del Tibet non si può far finta di niente.  Forse gli atleti dovrebbero scegliere se sia meglio o no mettersi al collo una medaglia olimpica che gronda sangue 

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sabato, marzo 15, 2008

I cristiani iracheni rischiano di scomparire

Il cardinale Leonardo Sandri, na­to in Argentina da genitori emi­grati dalla provincia di Trento, dal giugno dello scorso anno è il prefetto della Congregazione per le Chiese o­rientali. In precedenza, dal 2000, è sta­to Sostituto per gli affari generali del­la Segretria di Stato. Avvenire gli ha posto alcune domande sulla dram­matica fine dell’arcivescovo di Mosul dei caldei, Paulos Faraj Rahho.
 Eminenza, si è capito come è avve­nuta la morte dell’arcivescovo di Mo­sul dei caldei?

 Non è ancora chiaro. Ma è evidente che monsignor Rahho è morto in con­seguenza, diretta o indiretta ha poca importanza, del rapimento. E si trat­ta di una morte avvenuta dopo che lui aveva guidato il pio esercizio del-
la via crucis. Una morte che sembra avere le caratteristiche di un vero e proprio martirio.

 Sono stati banditi o terroristi a ra­pirlo?

 Non si sa bene. Anche se dalle infor­mazioni che provengono dal nunzio, dal patriarca e dai vescovi caldei, sem­bra che possa trattarsi più che altro di banditi che operano nella caotica si­tuazione irachena a fini di estorsione, per ottenere un riscatto. Comunque, siano terroristi o banditi comuni il ri­sultato è lo stesso: i cristiani, i catto­lici, sono colpiti e sono le vittime spe­ciali
dell’Iraq di oggi. Con la conse­guenza che essi rischiano di sparire in un territorio che li ha visti sempre pre­senti fin dai tempi apostolici.

 Ma è tutto frutto del caos iracheno o c’è un disegno preciso per espellere i cristiani dall’Iraq?

 Non credo che ci sia un disegno e­splicito, una precisa strategia, ma sembra chiaro che in Iraq avanzi u­na discriminazione nei confronti dei cristiani, dei cattolici, i quali, per­tanto, a motivo di un comprensibi­le istinto di conservazione si sento­no costretti a emigrare dalla terra dei
loro padri.

 Qual è la causa della situazione at­tuale?

 Certamente la causa immediata è la situazione creatasi in conseguenza della guerra, che ha determinato un contesto in cui il
pusillus grex dei cri­stiani rischia di scomparire. Se que­sto, Dio non voglia, accadesse allora scomparirebbe quella realtà multire­ligiosa e multiculturale che è sempre stato l’Iraq.

 È possibile fare un paragone tra la si­tuazione precedente e quella attua­le?

 Qualcuno dice che i cristiani stava­no meglio con Saddam Hussein. Cer­tamente quello era un regime ditta­toriale che non rispettava alcuni di­ritti umani di base, soprattutto degli oppositori. Ma in effetti non si può negare che durante quel regime la Chiesa poteva, ad esempio, condur­re normalmente la propria vita litur­gica, e non doveva temere per la vi­ta dei propri pastori come avviene purtroppo oggi.

 C’è anche una responsabilità delle autorità politiche irachene e delle forze di occupazione nella mancan­za di sicurezza dei cristiani iracheni?

 È un dato di fatto che le autorità, pa­re, non riescano a garantire il minimo di sicurezza indispensabile per una vita normale, per i cristiani ma anche per i musulmani. C’erano stati dei piccoli segnali di un ritorno alla nor­malità, mi dicono che era stato orga­nizzato addirittura un campionato di calcio, ma le ultime notizie non pro­mettono niente di buono.

 Lei era tra i più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II, che fece il pos­sibile per scongiurare la guerra in I­raq…

 Ricordo benissimo il suo appello drammatico, coinvolgente, duran­te un Angelus. Parlando a braccio, improvvisando, disse che lui, anzia­no, aveva vissuto la guerra, sapeva cos’era e cosa comportava, e per questo si appellava ai più giovani governanti gridando il suo no alla guerra che stava per essere scate­nata. Non fu ascoltato. Purtroppo. I governanti decisero altrimenti. In buona fede, voglio supporre. Am­messo che possa esistere una guer­ra fatta in buona fede.

 Giorni fa il patriarca maronita Sfeir ha lanciato un grido dall’allarme per

 le sorti dei cristiani in Libano?

 Ho letto. Il Libano è, e spero che si possa continuare a usare il verbo es­sere al presente, un esempio di Paese relativamente prospero in cui i cri­stiani hanno un ruolo numerica­mente e politicamente ancora rile­vante. Ma anche lì tutto rischia di sva­nire. Anche da lì i cristiani fuggono.

 Un’altra situazione delicata per i cri­stiani è la Terra Santa…

 L’ho visitata per una settimana poco tempo fa. Debbo dire che a Gerusa­lemme, a Nazareth e a Betlemme la si­tuazione sembrava tranquilla. C’era­no, grazie a Dio, molti pellegrini. E questo è un buon segno. Certo dover attraversare il muro per andare a Be­tlemme spacca il cuore… Senza con­tare poi che a centocinquanta chilo­metri, a Gaza, morivano bambini a causa dei raid israeliani in risposta al lancio dei razzi palestinesi. Una tra­gedia che ci ha fatto implorare, nelle preghiere recitate a Gerusalemme, u­na pace duratura tra i due popoli.

 Cosa rende difficoltosa la vita dei cri­stiani in Terra Santa?

 Da una parte una certa pressione o­perata da alcuni settori della comu­nità islamica crea non pochi proble­mi. Dall’altra alcuni problemi giuri­dici non risolti con le autorità dello Stato israeliano – penso ai visti per i sacerdoti concesssi col contagocce e all’ipotesi che alle istituzioni eccle­siastiche siano revocate esenzioni fi­scali storicamente acquisite – pos­sono di fatto soffocare la presenza dei cristiani nella terra di Gesù. In questo caso ci vorrebbe un po’ di buona volontà da parte delle auto­rità. Si tratta in realtà di opere che vanno a vantaggio non della sola Chiesa ma di tutta la società e favo­riscono un clima di pace.

 Il quadro della presenza cristiana nel vicino oriente che viene dalle sue ri­sposte sembra piutosto desolante. C’è qualche spiraglio di luce?

 In effetti umanamente parlando è co­sì. Confidiamo però con grande spe­ranza che il Signore ascolti le nostre preghiere. E invitiamo tutti i cristiani del mondo ad approfittare della set­timana santa per pregare più inten­samente il Signore per la pace e il be­nessere dei cristiani, e dei non cri­stiani, del Medio Oriente. La speran­za sta nella potenza della Croce e del­la Risurrezione di Gesù.

 LA SITUAZIONE DI VIOLENZA

 È un dato di fatto che le autorità, pare, non riescano a garantire il minimo di sicurezza indispensabile per una vita normale dei cristiani ma anche dei musulmani. Eppure c’erano stati dei piccoli segnali di normalità

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domenica, marzo 09, 2008

Migliaia di reni, fegati e cornee di condannati a morte cinesi vengono venduti nel mondo e sono una fonte di alti profitti per gli ospedali, la polizia e l’élite del Partito comunista 
Il Gulag di Pechino commercia organi

 La Cina è uno dei Paesi in cui la pena di morte è prevista per legge.
  Nonostante gli appelli delle principali organizzazioni internazionali,
Amnesty International
in testa, ogni anno nel Paese asiatico si contano dalle 8000 alle 10000 condanne a morte. La Cina rappresenta il 22% della popolazione mondiale, ma commina e fa eseguire almeno il 90% delle condanne a morte nel mondo. Se si denuncia questa vera e propria strage, compiuta in nome della preservazione del regime comunista, si viene subito etichettati come nemici del popolo cinese. Il presidente statunitense George Bush, anche dopo le sollecitazioni di Nancy Pelosi, portavoce del Congresso Usa, a metà ottobre del 2007 ha ricevuto il capo del buddismo tibetano, il Dalai Lama. Per questa iniziativa, Pechino ha accusato duramente Washington di ingerenza nella politica cinese, e minacciato forti ritorsioni. Questo episodio è emblematico della protervia e arroganza del governo di Pechino, che pretende dai singoli Paesi, od organismi internazionali, che non esaminino quello che avviene nel suo territorio e soprattutto non assumano un comportamento difforme dalla linea ufficiale cinese, senza tener conto del fatto che questi altri Paesi non sono attualmente colonie della Cina.
  Per la decisione di ricevere un capo religioso, esiliato dal regime comunista cinese ormai da decine di anni, un Paese democratico e un presidente liberamente eletto sono rimproverati e attaccati con violenza come se fossero sudditi disobbedienti! Lo stesso è poi accaduto in Italia. Il capo di un Paese in cui da 58 anni, e cioè dall’ascesa di Mao Zedong, viene represso nel sangue qualsiasi anelito di libertà; dove ogni anno si contano decine e decine di migliaia di sollevazioni spontanee; dove i lavoratori sono ridotti in semi­schiavitù; dove i contadini muoiono letteralmente di fame; dove ci sono ancora, mimetizzati col nome di fabbriche o fattorie, oltre mille campi di concentramento, i
  laogai, nei quali ho trascorso 19 anni della mia vita, il capo di un Paese di questo genere, mi chiedo che cosa intende quando parla, con modi garbati, di «socialismo armonioso» e «società armoniosa»? In Cina la vita stessa viene repressa in forme e metodi che ricordano le peggiori pagine di storia dei secoli più bui, anche di quello appena trascorso. Ancora oggi migliaia di reni, fegati e cornee di condannati a morte sono venduti sul mercato degli organi umani in Cina e nel mondo, e rappresentano una fonte di alti profitti per gli ospedali, la polizia e l’élite del Partito comunista cinese.
  Soltanto nel dicembre del 2006 il regime cinese ha riconosciuto che la quasi totalità degli organi umani venduti viene espiantata dai corpi dei prigionieri uccisi, ma i satrapi di Pechino tentano sempre di negare o minimizzare questi abusi e violenze.
  Recentemente il governo ha introdotto misure e adottato leggi che dovrebbero diminuire il numero delle esecuzioni capitali e aumentare il controllo sulla vendita degli organi. Sono previsti, ma soltanto sulla carta, anche la revisione di tutte le sentenze di morte da parte della Corte suprema del popolo e il divieto di usare gli organi dei condannati a morte senza il loro previo consenso. In realtà, le migliaia di esecuzioni continuano, il traffico degli organi umani fiorisce e le torture per ottenere le confessioni persistono. Il numero di esecuzioni capitali è ancora oggi un segreto di Stato in Cina! Il traffico degli organi umani è iniziato nel 1984 con almeno 100 ospedali specializzati in questa macabra pratica. Nel 2007 sono oltre 600 gli ospedali in cui vengono trapiantati gli organi dei condannati a morte.
  L’incremento di questi ospedali e il graduale aumento del numero dei crimini puniti oggi con la pena capitale avvalorano il sospetto che in Cina si commini con facilità questa misura di pena per ottenere un maggior numero di organi da commerciare. Perché la comunità internazionale non interviene e non prende iniziative decise per impedire questi crimini? Come giustamente fece osservare il deputato Smith, durante una seduta della Commissione sui Diritti umani del Congresso Usa, il mondo politico ed economico, per la protezione dei propri marchi di fabbrica e brevetti, ha preteso sanzioni contro il regime cinese ma è rimasto muto di fronte al persistere del lavoro forzato, delle esecuzioni capitali e della vendita degli organi umani.
  Perché? Nel mondo del terzo millennio questi crimini devono cessare. Le nostre coscienze lo richiedono.
 
HARRY WU

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domenica, marzo 02, 2008

AIUTIAMO I NOSTRI FIGLI A NON GHETTIZZARE ALCUNO NELLA SCUOLA 
Non esistono i diversi.
Ogni ragazzo è un pregio 
 
 Li chiamano bulli. Li chiamano ragazzini difficili. Li hanno messi sulle pagine dei giornali.
 Prima molto spesso, poi di meno. Ogni tanto, un episodio, un fattaccio. Da archiviare ormai facilmente sotto la schedatura 'fatti di bullismo'.
 Comoda, già anestetizzata nel diventare una schedatura, una classificazione. E invece, come scriviamo da molto tempo qui, e ben da prima che la valanga di fatti più o meno gravi, ci costringesse a voltarci tutti, almeno un attimo, dalla parte dei nostri ragazzini, ecco da molto prima scrivevamo qui, quasi supplicando i potenti, quelli che hanno voce in capitolo, che hanno mezzi, e dovrebbero avere conseguente
responsabilità: guardateli, i nostri ragazzini d’Italia, sono loro la bomba sui cui siamo seduti. Nel senso che mentre tutti parlano di fisco, di tariffe e di altri problemi certo rilevanti, rischiamo di non vedere che nei nostri ragazzini sta succedendo qualcosa.
  Certo, non tutti sono bulli. Non tutti, com’è accaduto a Torino, picchiano di brutto un compagno di scuola tanto bravo a danzare da poter sognare di emulare Nureyev. Ma non tutti capiscono che non esistono i diversi, e che ogni ragazzo – che balli o giochi a pallone – è un pregio (ecco perché, oggi, su
Popotus
ci si torna a scrivere e ragionare su).
  Eppure, chiaro, non tutti sono bulli. E alcuni episodi hanno precise radici in disagi personali, o addirittura disturbi, che meritano attenzioni particolari. Ed è
anche vero che si è fatta largo tra commentatori e politici l’espressione «emergenza educativa» che anche da queste pagine ha preso le mosse. Però la bomba non è disinnescata solo perché se ne parla. La bomba intesa non come deflagrazione, come chissà che evento visibile e catastrofico. Un poeta ha scritto che il mondo non finirà con uno schianto ma con un lamento. Ecco, qualcosa del genere. Sembra quasi che i nostri ragazzini, cioè il nostro futuro, esprimano – a volte anche con atteggiamenti violenti – una specie di lamento, di disagio nella relazione con il reale. Una specie di sofferenza, pronta in certi casi a mutarsi in ira, sorda o esclamante, contro se stessi o contro gli altri. È un’età delicata, dove si formano le cavità della persona, dove si fanno le prime esperienze di percezione esaltante di sé e si avvertono i primi abissi.
  Cosa stiamo offrendo alle loro vite in formazione ? Adulti spesso paurosi, specialisti di tante magnifiche scienze, abilissimi in nuove tecnologie di cui riempiamo pure loro, e però sperduti e incerti dinanzi alle cose fondamentali dell’esistenza. Offriamo scuole spesso ridotte a recinti della depressione burocratica ed esistenziale, e poi montagne di detriti televisivi, banalità a go-go, voci di speaker di continuo da
radio chiacchierone, siti web che ciarlano in modo vacuo di tutto… Per poi stupirci che la accesa energia vitale di un ragazzino, da protagonista, o da spettatore non innocente, si vada esprimendo con raptus, con ire incontrollate, con amputazioni e defaillance nella normalità delle relazioni? Ma che normalità si può chiedere a ragazzini immersi troppo spesso in lunghe solitudini, o in contenitori passatempo, in relazioni distorte tra adulti, sospinti a percepire la vita con un’ansia febbrile con sorrisi finti, stampati sul viso a uso dei flashes?
  Ora in tanti, forse in troppi e vanvera, parlano di emergenza educativa. Va quasi di moda, se non fosse una moda cinica. Poi ci sono alcuni, sempre pochi, che si rimboccano le maniche, e prestano tempo e attenzione a loro.
  Fanno con i ragazzi il loro dovere, e anche più del loro dovere. Come è giusto quando c’è una emergenza. Come è giusto quando si ama. Di costoro non si occupano quasi mai i giornali. Io vorrei scrivere qui alcuni dei loro nomi. Come una notizia controcorrente, perché la speranza dell’Italia più che dai prossimi candidati passa da gente come loro: Eugenio, Elena, Franco, Gianfranco, Francesco, Andrea, Daniela, Barbara, Sabina, Nicola…

DAVIDE RONDONI

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