venerdì, aprile 25, 2008

No alla cannabis domestica

Coltivare cannabis in casa propria rimane un illecito penale: l’ha stabilito la Cassazione convocata a sezioni unite dal suo primo presidente Vincenzo Carbone. La pressione per liberalizzare, sul piano della giurisprudenza, la coltivazione domestica era stata molto forte. Ora forse arriveranno, per il presidente e tutta la Corte, accuse di arretratezza.
  Si tratta, in realtà, di una sentenza molto aggiornata, che forse tiene anche conto dei recenti richiami dell’Organizzazione mondiale della Sanità, e dell’Osservatorio europeo sulla droghe, a quei Paesi, come l’Italia, in cui il consumo di droghe, e di cannabis, invece di diminuire, ha continuato ad aumentare, con elevati danni personali e sociali.
  Ogni giorno, del resto, si intensificano nel mondo dichiarazioni di categorie, o istituzioni, prima 'liberali', che chiedono ai poteri pubblici più consapevolezza nei confronti della crescente pericolosità della cannabis, la sostanza illecita più diffusa nel mondo, la più legata ad atti di violenza, e pista di lancio per tutte le altre droghe.
  Gli ultimi sono stati gli infermieri inglesi, che hanno chiesto con urgenza di togliere la cannabis dalle droghe di tipo C, le meno pericolose, perché la situazione nei reparti ospedalieri dove essi lavorano prova ogni giorno il contrario. La stessa richiesta era stata sollevata un anno fa dal quotidiano
Indipendent, che chiese scusa ai propri lettori per essersi battuto in passato per la derubricazione della cannabis in quanto innocua: i dati di cronaca lo avevano smentito. Qualche settimane fa poi, il Governo americano ha diffuso il documento « What Works

 » (cos’è che funziona nella lotta alla droga), spiegando come aveva ridotto, dal 2001, del 24% l’uso di tutte le droghe illecite, del 25% quello di marijuana, del 54% quello di ecstasy, del 60% quello di Lsd, del 15% quello di alcol. Il primo strumento è stato un forte e inequivocabile supporto legislativo, seguito da una capillare campagna di informazione sui danni della droga, e controlli
random
 sul suo uso tra i giovani, nella scuola e sul lavoro.
  Particolarmente alta, in tutto il mondo, è diventata proprio l’attenzione alla coltivazione personale di cannabis. È anche in questo modo infatti, utilizzando
fitofarmaci, fertilizzanti, e privilegiando le piante femmine, senza semi, che si ottengono concentrazioni di Thc (tetraidrocannabinolo, il principio attivo della cannabis) pari al 35%: spinelli-bomba che distruggono il cervello, e anche il corpo. Per ottenerli, indoor, tra le mura domestiche, si possono utilizzare anche speciali lampade, assieme a sistemi di controllo dell’idratazione e dei ritmi di fioritura. I semi si comprano facilmente nei mercati specializzati (notissimo quello di Bologna), finora in Italia pubblicizzati con affissioni stradali, e privi di qualsiasi controllo, o su Internet. È anche così, tra le mura domestiche, che nasce oggi la nuova cannabis, il new skunk,  e anche peggio. La saggia decisione della Suprema Corte può ostacolare questa tendenza.

 Oggi si ottengono concentrazioni di principio attivo pari al 35%: bombe che distruggono cervello e corpo

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sabato, aprile 19, 2008

MERITOCRAZIA SCONOSCIUTA ANCHE AD «AMICI» 
 Ho 17 anni e mi hanno insegnato a essere umile, a rispettare i miei ge­nitori, gli insegnanti, le persone che hanno altre opinioni e chi ha più e­sperienza di me. Mi hanno fatto ca­pire anche che è giusto aprire la men­te e il cuore con sincerità, impegnarsi nello studio. Come tanti miei coeta­nei, ho seguito la trasmissione 'A­mici', su Canale 5, sperando fino al­l’ultimo che – almeno in un sogno televisivo – vincesse la meritocrazia. Il messaggio che è passato dallo schermo, invece, è che in Italia – an­che in tv – il bullo rimane impunito, la sua maleducazione e arroganza viene bonariamente passata come sincerità, la mancanza di rispetto per gli insegnanti come forza di caratte­re, il pietismo come ultima arma a colmare la mancanza di impegno (conosco persone in condizioni fa­miliari ben peggiori del vincitore, Marco, e per questo non si sentono giustificate a certi comportamenti).

Consentire, giustificare, avallare, so­stenere fino a rendere vincente un modello di bullismo e pietismo in u­no dei programmi più seguiti da noi giovani non è certo educativo, né ri­spettoso. né d’aiuto per i tanti fra noi che con quei bulli ogni giorno devo­no fare i conti, nelle aule di scuola e fuori. Pronti, loro, a continuare a fre­garsene di regole, duro lavoro e ri­spetto anche quando saranno più grandi.

Almeno mi consenta di fare due appelli. Il primo ai produttori di certi programmi: oltre al profitto in Sms, libri, cd, musical, di­rette satellitari, audience e pubblicità, perché una volta – anche per caso – non pro­vate a pensare al messaggio diseducativo che instillate?

Secondo appello, ai giornali­sti: per favore, fatevi porta­voce di noi giovani per bene che per educazione e stile di vita non alziamo la voce o mostriamo i pugni. L’Italia è fatta di tante Roberta, Pa­squalino, Francesco, Susy, Giulia (tutti personaggi posi­tivi del programma e, guarda un po’, tutti eliminati) che vengono sempre più sopraf­fatti da quelli che, domani, diventeranno i 'furbetti del quartierino'.
 Elisabetta Stornello
 
 

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mercoledì, aprile 09, 2008

Martiri del nostro tempo

 Le pietre antiche della basilica di San Bar­tolomeo, sull’Isola Tiberina, nel punto in cui il Tevere più facilmente potrebbe essere guadato, furono erette proprio per cu­stodire i resti di due martiri: quelli dell’apo­stolo e quelli di Sant’Adalberto, il vescovo di Praga ucciso nel 997 mentre evangelizzava le popolazioni pagane agli estremi confini del­l’Europa cristiana. Questa sua caratteristica di poggiare su pietre così cariche di storia, u­nita alla vocazione di essere stata sempre tempio ecumenico e ponte tra Oriente e Oc­cidente, nel 2002 fu confermata da Giovanni Paolo II, che ne fece il luogo memoriale dei moderni martiri del XX secolo, affidandone la cura alla Comunità di Sant’Egidio. Sono i nuovi martiri di un secolo tormentato che ha conosciuto guerre e ideologie totalitarie, da cui si sono originate nuove e sanguinose per­secuzioni. Nessuna terra, per un motivo o un altro, ne è stata immune. Non c’è stato un continente che non sia stato bagnato dal san­gue dei nuovi testimoni della fede.
  Meritevole intuizione fu quella di promuo­vere una Commissione per questi novelli martiri. In un anno, essa ricostruì la storia di tutti quei cristiani che nel Novecento hanno pagato con la vita la fedeltà al Vangelo. La Commissione si insediò proprio in questa ba­silica ed esaminò oltre tredicimila testimo­nianze che fecero emergere un fenomeno quasi ignorato.
  Nel Colosseo, luogo di più antiche persecu­zioni, Giovanni Paolo II il 7 maggio del 2000, nella preghiera ecumenica in memoria di questi testimoni, scolpì questa situazione: «La generazione a cui appartengo – disse – ha conosciuto l’orrore della guerra, i campi di concentramento, la persecuzione. L’espe­rienza della Seconda guerra mondiale e de­gli anni successivi – aggiunse – mi ha porta­to a considerare con grata attenzione l’e­sempio di quanti hanno provato la persecu­zione, la violenza, la morte, per la loro fede e per il comportamento ispirato alla verità di Cristo. E sono tanti! La loro memoria non de­ve andare perduta, anzi va recuperata in ma­niera documentata».
  La Comunità di Sant’Egidio ha raccolto que­sto mandato, e pone sui sei altari laterali del­la basilica di San Bar­tolomeo frammenti
di questi sacrifici: piccole cose, tenere e suggestive, appar­tenute ai martiri del tormentato secolo.
  Fermarsi oggi nella basilica significa co­gliere tutto il dram­ma del Novecento. Nella prima cappel­la della navata di de­stra, sono ricordati i testimoni della fede dell’Asia, dell’Ocea­nia e del Medio O­riente; nella cappel­la successiva, si ri­cordano i testimoni della fede delle A­meriche; nella terza cappella, si indicano i testimoni della fe­de uccisi nei regimi comunisti. Nella na­vata di sinistra, inve­ce, la prima cappel­la è dedicata ai testi-
moni della fede in Africa; nella cappella a­diacente, sono ricordati i testimoni della fe­de di Spagna e Messico; l’ultima cappella, in­fine, è quella dei testimoni della fede uccisi sotto il regime nazista. Non c’è dunque un angolo del Pianeta che non sia rappresenta­to. «Uomini e donne – li racconta Andrea Ric­cardi, fondatore della Comunità – che non hanno vissuto per sé: scandalo per il mondo
del Novecento che ha fatto sua suprema leg­ge il 'Salva te stesso' gridato a Gesù sotto la croce. Tale è ancora il mondo del nostro se­colo. E purtroppo tanti cristiani sono ancora uccisi in varie parti del mondo».
  Gli altari, davanti ai quali sono stati accesi ceri, custodiscono oggetti appartenuti ai mar­tiri. Minuti oggetti quotidiani, simbolo della loro fede, abnegazione e fedeltà. Ci sono le
Bibbie appartenute a Evariste Kagoriora, uc­ciso in Ruanda nel 1994 in una chiesa dove si era rifugiato, e a un giovane della Comunità, Floribert Bwana-Chui, torturato e ucciso a Goma, in Congo, per non essersi piegato a tentativi di corruzione. È tra i martiri più vi­cini a noi. Il sua sangue è ancora vivo. Fu tru­cidato il 9 giugno dello scorso anno. Gli ulti­mi a soffrire, schiacciati da una ideologia to­talitaria e cieca, sono stati i cattolici albane­si, nel periodo buio di Enver Hoxha. Il 'loro' altare mostra la croce distribuita clandesti­namente nel 1967, quando nel Paese delle A­quile furono vietate tutte le manifestazioni di qualsiasi culto, e la piccola pisside utiliz­zata dai preti per la celebrazione clandesti­na dell’Eucarestia nel carcere di Scutari. Quel­li che furono scoperti affrontarono la morte. Da qui all’America Latina: sull’altare dei mar­tiri di quella terra è poggiato il messale di O­scar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Sal­vador, ucciso mentre celebrava l’Eucarestia il 24 marzo 1980. Indietro nel tempo, ecco la custodia per ostie consacrate utilizzata dal­la moglie di Eugen Bolz, oppositore del regi­me nazista, decapitato il 23 gennaio 1945. U­na pietra più triste, tra queste pietre di storia, è una di quelle lanciate durante gli attacchi dei miliziani delle SS contro la residenza di monsignor Joannes Baptista Sproll, vescovo di Tottenburg-Stuttgart, esiliato perché si op­pose al programma nazista di eutanasia.
  Quelle della basilica di San Bartolomeo sono tutte anime bianche. La fede le ha rese im­macolate davanti a Dio, come le rappresen­ta Renata Sciachì, una pittrice della comu­nità di Sant’Egidio, e come le racconta l’E­vangelista Giovanni: la moltitudine immen­sa che nessuna poteva contare, di ogni na­zione, razza, popolo e lingua: «Sono coloro passati attraverso la grande tribolazione – è scritto nell’Apocalisse – ed hanno lavato le loro vesti rendendole candide col Sangue del­l’Agnello
». L’icona campeggia sull’altare della basilica e aggiunge al martirio di San Bartolemeo e di Sant’Adalberto mille e altri mille martirii. Qualcuno riconoscerà, nella rappresenta­zione di alcuni edifici distrutti e di uomini e donne che stanno per essere uccisi, il geno­cidio degli armeni nella Turchia del 1915. Grande tribolazione fu nei campi di concen­tramento – e qui nell’icona si vede il filo spi­nato che si trasforma in cattedrale – dove cat­tolici, evangelici e ortodossi incontrarono la morte, sia in quelli nazisti sia in quelli sovie­tici. A guardare bene si riconoscono le figure di don Giuseppe Puglisi e di monsignor Ge­rardi, uccisi dalla mafia. Sant’Egidio ogni anno fa memoria, perché il sacrificio di queste anime dalla veste candi­da non sia dimenticato, e oggi la memoria è particolare perché segna anche i qua­rant’anni della Co­munità. «La vita e la morte di questi cri­stiani – ebbe a dire il cardinale Camil­lo Ruini in uno di questi giorni del ri­cordo – si innesta­no in noi tutti e nel­le nostre Chiese perché diano frutti degni del Vangelo. Il secolo che ha chiuso il millennio davvero è tornato ad essere un secolo di
martiri».
GIOVANNI RUGGIERO

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venerdì, aprile 04, 2008

Tre anni fa moriva Giovanni Paolo II

  In questi tre anni Giovanni Paolo II «non ci ha mai lasciati soli». La frase è del cardinale Sta­nislaw Dziwisz, pronunciata durante il Ro­sario di mercoledì sera nelle Grotte vaticane, ma a sottoscriverla, a farla propria sono in tanti, tan­tissimi. I 40 mila fedeli che ieri l’altro hanno par­tecipato all’Eucaristia presieduta da Benedetto XVI sul sagrato di San Pietro, certo. Ma anche i giovani che a Cracovia si sono ritrovati sotto la finestra, da cui il Papa si affacciava per dialoga­re con loro. E poi uomini e donne di ogni età e condizione, «cambiati» dall’incontro con Wojty­la, che hanno trovato in lui conforto, affetto e la risposta al buio che sentivano dentro. Il suo in­vito «Non abbiate paura» di aprire, di spalanca­re le porte a Cristo, risuona oggi più che mai nei cuori della persone.
  Un elenco infinito, come le lettere inviate ogni giorno a «Totus tuus» il mensile della postula­zione. Insieme alle richieste di grazie, semplici racconti di vita, testimonianze di quello che Gio­vanni Paolo II ha rappresentato per loro. I mes­saggi scritti dai bambini sono così numerosi e toccanti che si è deciso di raccoglierli in un libro. Se mai era necessario, il terzo anniversario della morte di Giovanni Paolo II è stato l’occasione per rinnovare un legame d’amore che non si è mai spezzato. La giornata di mercoledì, come quelle che l’hanno preceduta, come oggi, come doma­ni, è stata nel segno di un’unica grande preghiera che ha unito piazza San Pietro e la Polonia, ab­bracciando i tanti Paesi in cui lavorano, gruppi, e­sperienze, nati sulle orme di Wojtyla. «Un feno­meno bello – ha detto il postulatore della causa di beatificazione monsignor Slawomir Oder, citan­do il Qatar e l’Iraq – è che sono nati «gruppi di pre­ghiera anche nei posti più remoti e meno pensa­bili come per esempio i Paesi arabi». Giovanni Pao­lo II è stato «un araldo di pace» – ha sottolineato monsignor Shlemon Warduni vescovo ausiliare di Baghdad –. «Ricordo in modo speciale il suo im­pegno per evitare la guerra in Iraq, quella con l’I­ran, poi la prima del Golfo e per ultimo l’attuale». Ma questo lavoro per la riconciliazione non era figlio di un’ideologia umana, nasceva dalla for­za della preghiera, aveva le sue radici nella con­sapevolezza dell’amore misericordioso di Dio. Lo ha ricordato Benedetto XVI nell’omelia del­la Messa di mercoledì mattina. «Tra le tante qua­lità umane e soprannaturali aveva infatti anche quella di un’eccezionale sensibilità spirituale e mistica. Bastava osservarlo quando pregava – ha aggiunto Ratzinger –: si immergeva letteral­mente in Dio e sembrava che tutto il resto in quei momenti gli fosse estraneo». Il suo «non
abbiate paura» – ha aggiunto papa Ratzinger – «non era fondato sulle forze umane né sui suc­cessi ottenuti, ma solamente sulla Parola di Dio, sulla croce e risurrezione di Cristo».
  Il «segreto» se così lo si può chiamare, di Gio­vanni Paolo II era dunque l’unione profonda con Dio in Gesù Cristo. Un concetto risuonato durante il Rosario recitato nelle Grotte Vaticane mentre decine di piccole luci illuminavano piaz­za San Pietro e sui maxischermi scorrevano le immagini diffuse da Sat2000. «È stato un mera­viglioso testimone di Gesù Cristo crocifisso e ri­sorto » – ha detto il cardinale Angelo Comastri –.
«Nello sfacelo» del suo corpo «è apparso chiaro a tutti che un’altra vita pulsava in Giovanni Pao­lo II: era la vita di Gesù crocifisso e risorto».
Ai giovani, alle «sentinelle del mattino» cui il Pa­pa polacco ha affidato il Terzo Millennio è an­dato il pensiero del cardinale Camillo Ruini che ha presieduto la liturgia. «Chiedete al Signore che vi faccia comprendere che questa vita è il frutto dell’amore che Dio ha per noi – l’invito del porporato –, non è un cieco destino e perciò non si interrompe e non finisce con la morte perché l’amore di Dio è fedele ed è l’unico a­more
più forte della morte». Toccante e commovente il modo con cui il car­dinale Dziwisz, che gli è stato accanto per qua­rant’anni, si è rivolto direttamente a Wojtyla. «De­sideriamo – ha detto – intraprendere la tua ere­dità, proseguire il programma della nuova evan­gelizzazione; desideriamo proclamare la sacralità della vita» e «che nel nome di Gesù siamo dalla parte dei poveri e degli umili. Il tuo insegnamento, l’esempio della tua vita – ha sottolineato l’arci­vescovo di Cracovia – continua a parlare alle no­stre coscienze». Davvero, «dopo tre anni possia­mo dire che tu non ci hai mai lasciati».

 Dalla Messa presieduta a Roma da Benedetto XVI alla Polonia all’Iraq, nel terzo anniversario della morte il mondo ha ricordato Wojtyla. Il suo invito «Non abbiate paura» è più che mai vivo nel cuore delle persone.

postato da: religioneascuola alle ore 21:03 | Permalink | commenti
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