venerdì, luglio 25, 2008

GMG Sydney 2008

Quando la stampa deve ricredersi

« Una grande parte dei gior­nalisti australiani si è fat­ta prendere in contropie­de. Dopo l’inizio della Gmg i media han­no dovuto correre dietro a un evento che non riuscivano a capire del tutto». Jim Hanna tira il fiato. Per il responsa­bile della comunicazione della Gmg au­straliana (già reporter di Abc e Sbs Ra­dio,
  i principali network del Paese) è sta­ta una corsa tutta in salita. Prima di tut­to, Hanna vuole ringraziare
Avvenire per  aver stampato a Sydney le edizioni pub­blicate nei giorni della Gmg, con una presenza che si è notata anche nella sa­la stampa internazionale grazie alle co­pie a disposizione dei media di tutto il mondo. «Il vostro giornale non solo è stato richiesto e letto dai giornalisti – ri
ferisce Hanna – ma abbiamo anche u­tilizzato i vostri reportage, tradotti in in­glese, per far capire alla stampa austra­liana che i giornalisti dei media cattoli­ci italiani avevano compreso prima di tutti che impatto avrebbe avuto la Gmg sul nostro Paese».
  In effetti tv e quotidia­ni
Il responsabile Gmg della comunicazione, Hanna: «Cronisti sorpresi da una generazione che prega»

  locali ci hanno messo un po’ a ren­dersi conto. Appena i giornali hanno chie­sto di poter accredita­re il doppio dei croni­sti, al comitato orga­nizzatore hanno com­preso
che l’interesse era ormai massi­mo. «Per giorni i media australiani si so­no affannati a prevedere catastrofi cau­sate dal fiume di pellegrini – puntualiz­za Hanna –. Invece hanno scoperto u­na generazione di giovani (e fra loro la maggioranza è composta da australia­ni) che non rientrano negli schemi uti­lizzati dalla stampa». Un canone già vi­sto ad altre Gmg. L’organizzazione logi­stica del centro stampa è stata tra le più impegnative: 2000 giornalisti da 170 Paesi, molti fusi ora­ri. «E poi abbiamo dovuto fare fronte al­le richieste più dispa­rate: dalla tv vietna­mita che voleva ri­prendere il Papa mentre indossava i paramenti, alla spiegazione dei mo­menti liturgici per i cronisti che arriva­vano da Paesi non cristiani». Per 'vigi­lare' sul lavoro dei media, Hanna ha col­locato una statua di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, in un an­golo della sala stampa. Qualcosa, però, nel linguaggio dei mez­zi di comunicazione australiani dovrà cambiare. «Abbiamo letto giornali e vi­sto cronache tv con reporter in difficoltà – osserva Hanna – perché i giovani ven­gono sempre descritti come problema, mentre quelli venuti a Sydney sono ap­parsi come alieni sbarcati da altro pia­neta ». Invece alla Gmg si sono visti vol­ti sorridenti, ragazzi che cantavano ma capaci anche di stare in silenzio. «Gra­zie alla Gmg i giornali hanno dovuto ammettere di non conoscere un’intera generazione di australiani. E questo li costringerà a guardare con occhi diver­si ai giovani, alla loro attenzione per i temi religiosi, alle loro speranze per il futuro».

 Nello Scavo

postato da: religioneascuola alle ore 21:20 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, luglio 18, 2008
LA RELIGIOSITÀ DELLE NUOVE GENERAZIONI

UNA FEDE SENZA FRONTIERE

C’è oggi del movimento nella religiosità dei giovani italiani, nel modo in cui le nuove generazioni si pongono di fronte alla questione religiosa. Sino a ora i giovani sembravano perlopiù rispecchiare anche in questo campo le posizioni degli adulti, pur con tendenze più riflessive e distaccate. Sia giovani che adulti, in Italia, sembravano riflettere un comune sentire religioso, manifestando una generale propensione al credere e all’appartenenza cattolica, valorizzando più i riti di passaggio che la pratica ordinaria, accettando la Chiesa più per il suo impegno sociale e caritativo che per le indicazioni etiche. La prima novità è che nella società pluralistica si sta consolidando uno zoccolo duro di giovani attivi e convinti dal punto di vista religioso, tipico di una minoranza consistente di soggetti che provengono da famiglie per le quali la fede cristiana è un punto di riferimento per la vita. Il processo di secolarizzazione non si arresta nella modernità avanzata, così come la presenza di altre fedi e culture rende più vario il panorama religioso.

Sia i padri che i figli avevano del resto alle spalle un iter religioso simile, fatto di frequentazione degli ambienti ecclesiali di base nell’età infantile e adolescenziale, di momenti di catechesi per la preparazione ai primi sacramenti, di contatti con qualche figura ecclesiale significativa, di esperienze perlopiù positive nell’associazionismo cattolico.

Da qualche tempo a questa parte questo quadro di fondo sembra incresparsi, in una società sempre meno uniforme e più differenziata. I figli, oggi, seguono di meno le orme dei padri e anche sulla questione religiosa emergono percorsi distintivi che riflettono condizioni generazionali particolari.

Di fronte al pluralismo delle scelte, una parte della popolazione (anche giovanile) reagisce rivalutando la fede cristiana e aprendosi con maggior convinzione ai valori dello spirito. Si tratta dei giovani delle famiglie religiosamente più impegnate, che frequentano con assiduità gli ambienti ecclesiali, che provengono da esperienze associative intense, che interpretano perlopiù la fede come ricerca spirituale e come occasione di appartenenze arricchenti e coinvolgenti.

Per contro, vi è un altro insieme di giovani (anch’esso minoritario, ma non irrilevante) la cui formazione di base sembra ormai prescindere da un riferimento religioso, in quanto cresciuti in ambienti (famiglia e gruppi) che non attribuiscono valore a una prospettiva di fede. In parte si tratta di persone di fatto atee o agnostiche, anche a seguito di esperienze religiose problematiche o riduttive. Ma sovente si ha a che fare con soggetti che non hanno un feeling con la fede e la trascendenza, perché "figli" di altri orientamenti culturali e valori. Per essi la religione non rappresenta una "risorsa" vitale, non si è mai espressa in una figura o in un’esperienza che li ha interpellati, essendo una realtà "altra" rispetto alle proprie convinzioni e dinamiche di vita.

In mezzo a questi due consistenti gruppi di giovani (i "credenti attivi e convinti" e i "senza religione"), vi è la grande maggioranza di coetanei che vive un rapporto intermittente e molto soggettivo con la proposta religiosa. Molti giovani sentono di credere in qualcosa o in qualcuno, ammettono un orizzonte di trascendenza, riconoscono anche il valore della fede cristiana, pensano che la fede religiosa sia una risorsa di senso per la vita. Ma si tratta di orientamenti deboli, di un’attenzione leggera e intermittente ai valori dello spirito, che si attiva e che fluttua a seconda dello stato d’animo e delle circostanze. È più una risorsa potenziale del proprio bagaglio di opportunità, che un alimento dell’esperienza di vita. Una certa propensione religiosa non manca, ma in uno scenario carente dei fondamentali umani che aprono a una prospettiva misterica e trascendente dell’esistenza.

In sintesi, il rapporto giovani e fede religiosa presenta profili assai diversi. Le domande di significato sono diffuse, ma trovano esiti differenti a seconda delle condizioni ed esperienze di vita. In tutti i casi, sia i giovani religiosamente più impegnati che quelli che hanno un rapporto con la fede più discontinuo e ambivalente, sono sensibili nei confronti delle proposte religiose che più parlano il linguaggio del cuore e dello spirito. Si rifugge da una religione fatta di appartenenze formali e di verità esclusive, mentre si è disposti a coinvolgersi in esperienze a forte accento emotivo e comunitario, dove prevale una ricerca di tipo planetario, che aiuta ad ampliare i propri orizzonti e a meglio collocarsi nell’universo.

Franco Garelli
postato da: religioneascuola alle ore 16:27 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, luglio 04, 2008

Betancourt

LA PREGHIERA IL FIATO CHE L’HA TENUTA IN VITA 
 
In sei anni di prigionia, strappata ai figli, e sen­za sapere se il giorno che viveva poteva esser l’ultimo, lei avrebbe potuto trovare mille motivi per bestemmiare Dio. Per rinnegarlo. Per pensa­re che la vita, come dice un personaggio di Shake­speare, sembra una commedia realizzata da un ubriaco. Invece no. Invece le prime parole in con­ferenza stampa sono state: chiedo di ringraziare Dio e la Vergine… Come se mentre i potenti e le polizie di tutto il mondo si affaccendavano per raggiungerla, Dio e la Vergine fossero stati sem­pre lì con lei. La corona del rosario, fatta con una corda, è stato il suo legame con la vita. Con il sen­so della vita. E dunque il legame che l’ha strap­pata alla disperazione e alla follia.
  Per questo, la signora che si è trovata al centro di un intrigo internazionale ha detto per prima quel­la cosa in conferenza stampa. Come se dicesse: buongiorno. Come se dicesse una cosa normale. Lei che ha vissuto sei anni del tutto anormali, ec­cezionali. Che deve aver avuto tutti i pensieri pos­sibili a un essere umano. E gli sbalzi tra conforto e sconforto. Ha detto di ringraziare Dio e la Ver­gine come se parlasse dell’aria che ha respirato. La preghiera detta tutti i giorni, all’alba da sola, o alla stessa ora in cui sapeva che la diceva sua ma­dre, è stata il fiato che l’ha tenuta in vita. Perché la preghiera di lei somiglia alla preghiera che da secoli dicono gli uomini e le donne semplici. La preghiera che è come un respiro. Che è il gesto di non lasciarsi andare. Di dire a Qualcun altro dammi la forza. È il gesto delle persone realiste. Cioè di quelle che nessuno ha davvero tutta in­tera la forza per reggere la vita, che si svolga per sei anni di rapimento nel bosco, o per sessant’anni di vita in città, che sia per sei anni di privazione e pericolo, o per trent’anni di fatica e di lavoro. Lei è stata realista, ha pregato. È realista, è normale. Ma è anche un fatto eccezionale, quasi come il fat­to che sia stata liberata. Sì, il fatto che pregasse tut­ti i giorni, che non disperasse, insomma che do­po sei anni abbia il nome di Dio e di Maria sulle labbra, è un fatto eccezionale quasi quanto il fat­to che l’abbiano liberata. Sarebbe stato eccezio­nale anche se non la liberavano. Sarebbe stato il segno che lei era già in fondo libera. Perché chi l’ha rapita non ha potuto esercitare la più dura for­ma di potere sull’altro uomo, quella di farlo di­sperare. Chi l’ha rapita non ha potuto imprigio­narla del tutto. Non ha potuto rubarle l’anima e il pensiero. Non ha potuto convincerla nemme­no che la sua vita fosse solo nelle mani di chi l’a­veva in ostaggio. Lei sapeva che era anche in al­tre mani. In questo aveva già sconfitto i suoi ra­pitori. Il rosario all’alba, e quello di mezzogiorno, detto in comunione con la madre, era già la scon­fitta dei suoi rapitori. Era il segno che lei era ed è di un Altro. Sconfitta della disperazione e scon­fitta
dei rapitori. Così quando in conferenza stampa ha innanzi­tutto usato quelle parole di ringraziamento a Dio e alla Vergine, Madame Betancourt ha mostrato ai potenti e ai rapitori in che mani è il mondo. E in che mani lei si era messa. Ha detto una cosa eccezionale, e però realista. Normale come dire: buongiorno. Ed eccezionale come dire: sono li­bera. La preghiera è il respiro degli uomini libe­ri. Non degli uomini e delle donne a cui va tutto diritto, o a cui manca qualche rotella. E’ il respi­ro normale di quella cosa eccezionale che si chia­ma libertà. Madame lo ha mostrato. I suoi lunghi sei anni non sono stati solo un pozzo oscuro, in cui è inimmaginabile come si potesse sentire. So­no stati anche il luogo dove non era mai sola. Al­la faccia dei suoi rapitori, e di chi crede – con tan­te forme di rapimento, di separazione, di na­scondimento – di possedere l’uomo, o di farci sen­tire da soli e disperati. Da una donna che hanno tenuta prigioniera ci arriva una piccola grande lezione di libertà. E un invito a cercare il respiro che lega alla vita e a Dio, più delle mille chiacchiere che ci lasciano più so­li
e più schiavi.

DAVIDE RONDONI

postato da: religioneascuola alle ore 14:51 | Permalink | commenti
categoria: