sabato, agosto 30, 2008

CONTRORDINE A SCUOLA: LA RIVOLUZIONE DEL BUON SENSO 
  
  I l giudizio più duro da digerire in famiglia era «buono». Già, uno immaginava che tra i risultati fosse il massimo che si potesse ottenere in un compito e poi si scopriva che si era appena appena un gradino più su del «sufficiente». Sette? Forse. Comunque, paradosso dei paradossi, non era una splendida giornata quella in cui tuo figlio ti faceva firmare un compito «buono». Alla faccia del lessico il
genitore esigente sapeva che nella scala dei valori da suo figlio poteva pretendere molto di più. La generazione cresciuta con la valutazione aritmetica, a suon di numeri accompagnati anche da due meno meno o un solo più – di otto sudati, sei stiracchiati o di quattro appioppati senza pietà – i giudizi si è sempre ostinata a tradurli in numeri.
  Non che il «distinto» non avesse la sua aura equivoca. Nella scala della valutazione si era imparato che, venendo prima di «ottimo» e stando dopo «buono», poteva corrispondere a
un bel voto: un nove pieno? Forse. Ma il periodo peggiore che un genitore può annoverare nei suoi incubi si perde tra i meandri delle lettere quando, in virtù di una ennesima riforma, i voti erano diventati consonanti e vocali che indicavano traguardi personalizzati per ogni alunno. Ho preso B, diceva orgogliosa la bambina e insisteva che la maestra era contenta perché l’obiettivo era quasi raggiunto. Dunque un bel nove?
  Forse. Il dubbio che neppure gli insegnanti in fondo sapessero ben maneggiare ad arte l’abc della nuova valutazione trovò conferme quando sul quaderno arrivo un sibillino C-B. Se la ministra Gelmini dunque ridà i numeri alla scuola di ogni ordine e grado non resta che rallegrarsi. Non perché si vada a inaugurare l’era di una nuova pedagogia ma perché, forse, una nuova epoca di chiarezza e semplicità si annuncia in un mondo che ha sempre fatto fatica a gestire la complessità. I voti tornano alle elementari – comunque
accompagnato dal giudizio – e alle medie esattamente come accade alle superiori. Esattamente come è successo per generazioni intere che si sono misurate sui cinque come sugli otto. E se gli insegnanti riprenderanno a usarli in tutta la loro gamma con l’arte del buon educatore, e non con il bilancino dell’orafo, nulla sarà cambiato se non una forma logorata dal cattivo uso. La riforma dei numeri infine prevede che anche la condotta abbia il suo prezzo chiaro e netto da pagare sommato a far media con il profitto. Con il cinque, è sicuro, arriverà la bocciatura. Forse i veri bulli non tremano all’idea di ripetere un anno. Le bocciature per certi soggetti sono altrettante medaglie al valore ma era tempo che ritornasse di moda l’idea di una scuola rigorosa che dice la propria anche sui comportamenti. Toccherà ora agli insegnanti declinare con sapienza e saggezza l’autorevolezza che il ministro sembra volere riconoscere loro. La scuola ha sempre avuto bisogno di gente con i numeri.

ROSSANA SISTI

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lunedì, agosto 25, 2008

Le tre frontiere del mondo della scuola 
 
  l recente editoriale di Galli della Loggia sulla scuola merita, per diverse ragioni, di essere ripreso. In primo luogo, perché denunzia senza mezzi termini «il disinteresse, venato di disprezzo», con cui la nostra classe dirigente, «a cominciare dalla classe politica», tratta ormai da anni la scuola pubblica (non solo quella statale!), disinteresse di cui i tagli previsti nell’ultima Finanziaria sono un’ulteriore testimonianza.
  In secondo luogo, perché chiarisce, una buona volta, che il problema non è solo di ordine tecnico-funzionale e non si rivela, perciò, tanto nelle graduatorie internazionali di rendimento degli alunni, quanto nella incapacità della nostra scuola di «alimentare in chi la frequenta alcun amore o alcun rispetto, alcuna gerarchia culturale». Essa
infatti, nota giustamente Galli della Loggia sul 'Corriere della Sera', «non è solo un sistema per impartire nozioni», ma deve esprimere, attraverso queste, «un’idea, una visione generale del mondo».
  Il terzo merito dell’editoriale di Galli è di evidenziare l’importanza della tradizione. Dove per «tradizione» non deve intendersi, ovviamente, soltanto il passato, ma la capacità di rapportarsi a quest’ultimo per leggere il proprio presente e progettare il futuro. «Riapropriarsi di questo passato e della propria tradizione per ritrovarsi: questo è il compito urgente».
  Da anni andiamo scrivendo su queste colonne che il venir meno di un orizzonte di valori condivisi ha trasformato la nostra scuola in un gigantesco supermarket, in cui le nuove generazioni non vanno più a cercare piste per recuperare un senso alla propria vita persona e sociale, ma soltanto prodotti funzionali a una logica consumistica, messi in vetrina nei vari 'progetti' offerti dai singoli istituti. Vale per gli studenti come per i docenti la constatazione che al progressivo potenziarsi e affinarsi degli strumenti sembra corrispondere un proporzionale eclissarsi della ricerca dei fini. Il vuoto valoriale oggi investe, in primo luogo, gli educatori, rendendoli incapaci di trasmettere a figli e ad alunni un messaggio di senso che essi stessi non hanno.
  Dove non siamo molto d’accordo con l’analisi di Galli della Loggia è invece sul fatto che il cuore del problema sia nello smarrimento dell’idea di una comunità nazionale, «dell’idea d’Italia». Questo ci sembra, piuttosto che la causa
ultima, l’effetto di una crisi più profonda. Perciò non riteniamo che l’urgenza emergente sia quella di «ricostituire culturalmente il rapporto centro-periferia e Nord-Sud», come vorrebbe Galli, ma di ridare unità alle persone superando le scissioni e la frantumazione che la post-modernità ha favorito. Senza considerarle esaurienti, indicheremmo, in questa direzione, tre frontiere su cui la scuola oggi deve misurarsi: il superamento della scissione tra esperienze del passato, spesso presentate a scuola come ammirevoli fossili, ed esigenze esistenziali del presente; il superamento della scissione tra la cultura umanistica e quella scientifico-tecnologica, attualizzando la prima e dando un’anima alla seconda; il superamento del dualismo tra l’affermazione dei diritti dell’individuo, con la corrispondente ricerca di autorealizzazione, e le responsabilità verso il bene comune, implicite una cittadinanza degna di questo nome.
  Ma per operare queste sintesi e le tante altre oggi richieste (anche quella tra Nord e Sud!), è necessario che la scuola torni a essere un laboratorio culturale e che i docenti, invece di esserne i commessi, vedano finalmente valorizzato il loro ruolo creativo e la loro dignità professionale. Solo un sistema d’istruzione che valorizzi i professori sul piano economico e sociale, attirando i migliori all’insegnamento e valutandoli (con severità) in base a preparazione e capacità educativa, può risorgere. Su questo Galli della Loggia non dice. Per quanto ci riguarda, siamo convinti che si tratti di un passaggio cruciale, se si vuole che denunzie e progetti trovino attuazione nella realtà.

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giovedì, agosto 14, 2008

 Eddy e noi: la «divisa» dell’uomo buono 
piaceva il modo con cui certi mandano in rovina la vita della gente. Il ghanese di oltre cinquant’anni, Edward G. detto Eddy, a Milano da vent’anni a lavorare, se ne andava in giro per panchine e bar frequentati da drogati (e dai loro fornitori) a scuoterli, a dire: non andartene così, non finire in questo schifo. E per questo, per il fastidio che dava, secondo le cronache, ha rimediato una scarica di botte in testa. Con una mazza da baseball. La storia è di un mese fa, ma solo l’altro giorno, con l’arresto del boss dello spaccio di quella zona che lo ha massacrato, è venuta fuori chiaramente. Dapprima, vista la zona e le caratteristiche dell’assalto, si era pensato a un regolamento di conti tra spacciatori. Invece no. Il ghanese Eddy aveva la colpa di dire ai ragazzi, specie agli africani come lui che incontrava: non buttatevi via. Con l’età di un padre, e con la pazienza di uno che non ha avuto la vita facile, Eddy, secondo le ricostruzioni, girava per quelle panchine con una specie di missione. Lo aveva impressionato, nei primi mesi d’Italia, aver diviso l’appartamento con un ragazzo fuggito dalla famiglia per buttarsi nell’eroina. Ha finito per dar fastidio al 'ras' del Parco Solari, che lo ha assalito fino a rompergli la testa con la mazza da baseball.
  Una storia che potrebbe perdersi tra le mille e mille che si consumano nelle panchine dove vediamo tanti, troppi ragazzi – immigrati e no – distruggersi. E diventare pericolosi per sé e per gli altri. Eddy andava a mettere la mano all’inferno. Non so se sia un pazzo. So che faceva quel che si
dovrebbe fare. Perché la mano all’inferno la deve mettere certo la polizia (e ora, persino, l’esercito); la deve mettere lo Stato. Ma se non la mettiamo anche noi, se non la mette anche qualcuno di noi, che ha solo la 'divisa' del padre e dell’uomo buono, l’inferno finirà per vincere. Perché Eddy, pur se è uno degli ultimi arrivati, per così dire, tra gli italiani, rappresenta una specie d’avanguardia per tutti noi. Insomma, è andato più avanti. Là dove in pochi tra noi rischiano di andare.
  Un’avanguardia che serve ad aprire la strada.E come accade nelle guerre che chiamiamo con questo nome, i primi sono i più esposti ai colpi. Ci rimettono più spesso le penne. Eddy è sopravissuto e ha raccontato la sua storia. Che ora tutti possiamo conoscere. La droga è nelle nostre strade un demonio scatenato.
  Arriva a ghermire persone nei posti più impensabili, a bruciare il cervello e la vita di gente che ha tutto, dentro stanze finemente arredate e in famiglie che sembrano felici. E poi là fuori, nei parchi, lungo i fiumi che attraversano le città, è un demonio che sta sfigurando la vita di tanti e dei ragazzi arrivati qui per far fortuna. Ci vogliono i soldati, ma ci vuole anche Eddy. Ci vogliono i poliziotti, ma ci vogliono anche dei padri; soprattutto per questi giovani arrivati senza niente e facili prede, sciaguratamente affamati di soldi facili e di sballo. A Eddy hanno spaccato la testa perché la piantasse. Se la sua storia servisse a motivare altri come lui sarebbe un bel segno tra gli immigrati. E tra gli italiani. Per mobilitare gente a mettere una mano buona in quell’inferno fatto di parchi sotto casa, lungofiumi o portici di un’Italia bella e spaventosa. Dove si agita un demonio che non guarda né il conto in banca né il colore della pelle.
DAVIDE RONDONI

Gli han spaccato la testa perché non gli

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giovedì, agosto 07, 2008

Libertà religiosa in Cina

Il presidente Usa Bush ha lanciato un ap­pello alla libertà religiosa in Cina: «È difficile da stabilire – ha detto – se in Cina negli ultimi anni si siano veri­ficati reali progressi sul fronte dei di­ritti civili ed è importante che la lea­dership cinese capisca che la libertà religiosa non va temuta». Quindi ha sottolineato che intende parlare di diritti umani e libertà religiosa con il presidente cinese Hu Jintao.
  «Il mio principale obiettivo nel di­scutere di libertà religiosa», ha ag­giunto il presidente americano, che si è detto convinto che Hu «sia di­sponibile ad ascoltarlo» ed ha rive­lato di aver già discusso in altre oc­casioni le proprie convinzioni spiri­tuali con Hu e con il suo predeces­sore, Jiang Zemin. Quindi ha assicu­rato che la sua presenza ai Giochi di Pechino intende «mostrare rispetto al popolo cinese, e questo è un mo­mento
di orgoglio per la Cina».

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giovedì, agosto 07, 2008

Il caso Englaro
Una sentenza assurda, una vita da salvare
Lo scorso 9 luglio, dopo un complesso iter processuale, la Corte d’appello di Milano si è espressa sulla vicenda della giovane lecchese entrata in stato vegetativo nel 1992, in seguito a un incidente stradale. Con una decisione tanto sorprendente quanto assurda, che ha dato vita nelle ultime settimane a un drammatico dibattito civile e istituzionale: Eluana, per suo padre Beppino Englaro e per il tribunale che ha accolto la sua richiesta, può essere lasciata morire. Di fame e di sete, come si fa in questi casi. Per i giudici milanesi, peraltro, il provvedimento sarebbe giustificato dalle stesse convinzioni espresse in passato da Eluana e dal fatto che lo stato di coma sarebbe permanente: un ragionamento che corre dritto nella direzione auspicata da alcuni, e cioè che in Italia venga al più presto approvata una legge sul testamento biologico. E, perché no, sull'eutanasia. Le questioni sul tavolo, oggi, sono molte: Eluana può essere lasciata morire? È vero che la sua vita non è degna di essere vissuta? E chi può decidere sulla vita di questa ragazza, e delle centinaia di persone in stato vegetativo, o malate, che ogni giorno vengono seguite e curate con amore negli ospedali e nelle varie strutture di accoglienza del nostro Paese?

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