sabato, ottobre 25, 2008
Libertà religiosa negata in 60 stati
 S
ono più di sessanta le nazioni finite nella lista nera dell’Acs (Aiuto alla Chiesa che Soffre) per gravi violazioni del diritto alla li­bertà religiosa dei propri cittadini. Leggi repressive, pratiche discrimi­natorie, violenze di gruppi di fana­tici, tollerate se non addirittura in­coraggiate dalle autorità, conflitti lo­cali a connotati etnici disegnano un quadro mondiale davvero allar­mante, di cui i massacri di cristiani in India o la repressione dei mona­ci tibetani da parte del governo di
 Pechino rappresentano,
purtroppo, solo la punta dell’iceberg. La circo­stanziata denuncia della gravità del­la situazione mondiale è fotografa­ta, come ogni anno, dall’ottava edi­zione del 'Rapporto 2008 sulla li­bertà religiosa nel mondo', che è sta­to presentato ieri a Roma e – in con­temporanea – in Francia, Spagna e Germania ed è frutto di un intenso e approfondito la­voro di raccolta, sca­vo e verifica delle informazioni sui singoli Paesi.
  Dal rapporto emer­ge con drammatica chiarezza che a una parte consistente degli abitanti della Terra non è consen­tito praticare in pub­blico o anche in pri­vato il proprio cre­do,
di manifestarlo, di diffonderlo o anche di cambiarlo senza incorrere in vere persecuzioni che mettono a rischio anche l’incolumità persona­le e della propria famiglia. Il denso volume (quasi 600 pagine di docu­menti da cui sono tratte le schede di queste due pagine), pur essendo promosso da un’organizzazione cat­tolica, prende in esame le violenze compiute contro i fedeli di tutte le re­ligioni.
 
La questione è esaminata sotto vari aspetto: dal punto di vista della legi­slazione vigente (che limita parzial­mente o del tutto la libertà religiosa o che prevede discriminazioni per certe categorie di fedeli), dei com­portamenti pratici di governi, auto­rità locali e forze di polizia, delle mi­nacce che alla libertà di culto ven­gono portate dall’intolleranza di par­te della popolazione o da gruppi ter­roristici organizzati verso le mino­ranze religiose. Grande imputata sembra essere l’Asia. È nel Continente più grande che, dalla regione mediorientale a quella dell’Oriente estremo, si con­centrano per intensità e numero gli attentati più gravi alla libertà reli­giosa. Un capitolo consistente del dossier riguarda i Paesi che, in Asia come in Africa, hanno adottato la legge islamica come legge fonda­mentale dello Stato. Il caso dell’Arabia Saudita, moderata in po­litica estera quanto durissima nella politica interna, è particolarmente esemplare. Nella patria di Maomet-
to, infatti, è impossibile qualsiasi pratica religiosa non musulmana, anche privata. E il possesso di sim­boli religiosi come un crocifisso o u­na Bibbia viene punito con durezza. Ai lavoratori stranieri presenti sul territorio arabo viene negata ogni ti­po di assistenza religiosa, anche per­ché si proibisce l’ingresso di mini­stri di altri culti. Sul rispetto di que­ste regole vigila un’inflessibile poli­zia religiosa, spesso autrice di abu­si, arresti sommari e torture. A farne le spese sono anche i musulmani non sunniti.
  In altri Paesi islamici, come l’Afghanistan o l’Iran, invece, sono tollerate forme più o meno pubbli­che di altre confessioni (non tutte), ma è vietato il proselitismo, mentre i convertiti dall’Islam ad altre reli­gioni vengono accusati di apostasia e rischiano la condanna a morte, spesso inflitta da persone del loro stesso ambito familiare. Particolar­mente perseguitati sono in questi Paesi i culti islamici di minoranza, con­siderati non orto­dossi. Segnali di in­voluzione in senso integralista arrivano dal
Pakistan
e dall’Indonesia e dal­l’Eritrea. Mentre nell’Iraq liberato da Saddam si stanno verificando depor­tazioni e trasferi­menti coatti di fa­miglie cristiane, costrette ad abban­donare le proprie case.
  Non sono solo i Paesi di religione i­slamica a creare problemi alla libertà di religione. In
India
si stanno svi­luppando forme di estremismo in­duista che sono sfociate in autenti­ci pogrom anticristiani, tollerati dal­le autorità locali, nonostante la con­danna del governo centrale.
  Capitolo consistente quello della
Ci­na.

  Dove il governo teme una salda­tura tra il dissenso politico-sociale e i leader religiosi, con conseguenze destabilizzanti per la sopravvivenza del regime. Per questo motivo i mi­nistri delle religioni permesse (buddhismo, taoismo, islam, cri­stianesimo cattolico e protestante) vengono sottoposti a pesantissimi controlli. Spesso è il governo di Pe­chino a nominare i vescovi, senza il consenso della Santa Sede. I vesco­vi e i sacerdoti cattolici o i pastori protestanti che non aderiscono alle direttive governative vengono arre­stati e incarcerati. Di carattere poli­tico ma a sfondo religioso anche la repressione del movimento autono­mista tibetano, guidato dall’esilio dal Dalai Lama.
  Un’altra categoria, infine, riguarda nazioni come l’Etiopia o le
Filippi­ne

  in cui vige ufficialmente la laicità di Stato e la libertà religiosa ma nel­le quali gli scontri tra gruppi etnici e religiosi (in queste nazioni non si contano le aggressioni islamiche contro i cristiani) impediscono nei fatti un libero esercizio del culto.

 L’Asia il continente in cui sono concentrate le
maggiori restrizioni ai culti: dall’Arabia Saudita alla Cina
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sabato, ottobre 18, 2008

Tratta dei minori nel mondo

 Invisibile e spietata, la tratta di minori è la punta dell’iceberg del traffico globale di esseri umani. Pescati da organizzazioni criminali in Paesi do­ve povertà e ignoranza hanno ucciso la dignità, si cal­cola che oltre un milione di adolescenti e bambini attualmente vengano sfruttati sessualmente o nel mercato nero delle braccia anche sotto casa nostra. Derubati del futuro quando non della vita. La gior­nata mondiale di lotta alla tratta di oggi ricorda al­l’opinione pubblica che il mercato degli esseri u­mani e la schiavitù non conoscono crisi. Anzi. Con una serie di eventi tenutisi nei giorni scorsi a Parigi insieme a Unione e Parlamento europei e alla Fran­cia, presidente di turno dei 27, la rete ecumenica Coatnet ha lanciato l’allarme minori. I dati sono po­chi, ma chiese e ong, antenne della società civile, ar­rivano prima delle statistiche e segnalano l’aumen­to del traffico internazionale di adolescenti e bam­bini verso l’Europa occidentale. Il nostro Paese è u­no degli snodi. Coatnet include 55 organizzazioni cristiane antitratta ed è decisa a combattere una lunga battaglia per sensibilizzare il Vecchio conti­nente. Ne fanno parte Comece, la federazione del­le chiese cattoliche continentali e Kek, la confede­razione ortodossa e protestante. La componente più presente sui territori è la Caritas, che ha il pol­so della situazione. Perché i dati scarseggiano.
  « Nel mondo, secondo l’organizzazione mondiale del lavoro – spiega Martina Lebsch che segue i pro­blemi migratori per Caritas internationalis – ci so­no 2,4 milioni di vittime del traffico. La metà sono
minori. In Europa le stesse fonti stimano 125 mila gli under 18. Non esistono rapporti nazionali. Solo Belgio, Olanda e Romania hanno un organismo che li compila».
  Quanti sono in Italia? Secondo l’Associazione na­zionale dei comuni, negli ultimi otto anni sono sta­ti segnalati circa 60.000 minori stranieri non ac­compagnati, in media quasi 8.000 casi annui. Dal 2004 il fenomeno è in costante aumento. Il maggior numero di segnalazioni viene da Lombardia, Lazio, Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna e Friuli. Il 73% dei soggetti sono adolescenti di età compresa tra i 15 e i 17 anni , un quarto tra i 7 e i 14 anni. Preval­gono i maschi (85%). La gran parte proviene da Ro­mania (37%), Marocco (22%) e Albania (15%).
  «Ma nell’ultimo anno sono in aumento i casi pro­venienti da aree di guerra come Irak e Afghanistan – afferma Le Quien Ngo Dinh, presidente della Com­missione immigrazione di Caritas Europa, da anni operatrice della Caritas italiana – sono soprattutto adolescenti che affrontano viaggi lunghi e li paga­no almeno 2500 euro. Sbarcano dalla Grecia sulle co­ste adriatiche o calabresi oppure si nascondono sui Tir e passano le frontiere con la Slovenia. Approda­no anche nei porti di Ancona, Venezia e Bari. Chie­dono un permesso come rifugiati politici. Indietro non li rimanda nessuno, la Grecia infatti li espelle­rebbe. Dalle coste africane arrivano in Sicilia i pro­fughi dal Ghana, dal Corno d’Africa e dal Congo». Re­centi inchieste giornalistiche denunciavano la scomparsa dal centro di prima accoglienza di Lam­pedusa di un terzo dei minori sbarcati. Come è pos­sibile?
  « Bisogna distinguere tra i rifugiati politici e i mi­granti economici. Nel primo caso, se non devono raggiungere parenti in altri Stati europei vogliono in­serirsi nella legalità e partecipano ai programmi di formazione e inserimento proposti dagli enti loca­li. Nel secondo caso è difficile trattenerli, la famiglia si è indebitata per loro e, una volta sbarcati, fuggo­no perché sanno dove devono andare».
  Che destino li attende? In genere il rapido inseri­mento nelle reti dell’immigrazione irregolare poi la­vori sottopagati in cantieri edili, ristoranti o nei mer­cati ortofrutticoli. O lo spaccio, la prostituzione (le unità di strada segnalano da anni la domanda cre­scente dei clienti di “carne fresca” dall’Est), il com­mercio abusivo. Come se ne esce? «Noi non siamo la polizia – conclude Lebsch – possiamo impegnar­ci per l’informazione di minori e delle famiglie a ri­schio, per denunciarne la miseria e sensibilizzare non solo per un giorno all’anno. Quanto sta acca­dendo è una delle peggiori tragedie di questo tem­po, ma non ne siamo ancora consapevoli».
 
DI FRANCESCO PIZZARELLI

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giovedì, ottobre 09, 2008
ci
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giovedì, ottobre 09, 2008

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle
che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno
di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi e' infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza
per l'incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette
almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o
della pioggia incessante.
 
Lentamente muore
chi abbandona un progetto
prima di iniziarlo,
chi non fa domande
sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde
quando gli chiedono
qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo
di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà
al raggiungimento
di una splendida felicita'.

Pablo Neruda

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lunedì, ottobre 06, 2008

Il Papa al Quirinale

Il testo integrale del di­scorso pronunciato dal presidente del­la Repubblica durante la visita del Papa al Quirinale
 Santità, ci onora, ci emoziona, e sollecita la nostra riflessione, la visita che ella ci rende in questo Palazzo, che ha cono­sciuto le ferite della storia ma che vede oggi, e già da lungo tempo, la Repubbli­ca italiana e la Chiesa cattolica incon­trarsi in un rapporto di reciproco rispet­to e di feconda collaborazione. In que­sto spirito, ci prepariamo a celebrare il centocinquantesimo anniversario della nascita del nostro Stato unitario. E in questo spirito, rivolgiamo quotidiana at­tenzione agli impulsi che vengono, San­tità, dal suo alto magistero per la ricerca di risposte comuni ai problemi del no­stro tempo. Vostra Santità parla agli ita­liani, accolto da grandi manifestazioni di fede e di affetto anche nelle più recenti visite in varie regioni del nostro paese, e parla a uomini e donne di buona volontà in ogni parte del mondo, con discorsi di profonda ispirazione e di alta dottrina e cultura.
  Di qui molteplici motivi di riflessione an­che per chi ha la responsabilità di rap­presentare la nazione italiana, così per­meata storicamente del retaggio ideale e della presenza viva del Cristianesimo. Nel muoverci sempre in piena aderenza ai valori della Costituzione, guardiamo in naturale sintonia con la visione di vostra santità a vicende critiche e motivi di al­larme che accompagnano il cammino dell’umanità in un mondo pur così ric­co di risorse e di potenzialità di progres­so. E condividiamo il suo costante, vigi­le richiamo a principi di giustizia nella di­stribuzione della ricchezza e delle op­portunità di sviluppo, di fronte al pre­mere delle disuguaglianze e della po­vertà, al persistere e al riprodursi, in tor­mentate regioni, di condizioni di guerra e di estrema sofferenza e umiliazione.
  La condizione prima per affrontare e de­bellare questi mali resta il consolida­mento della pace e della cooperazione tra gli Stati e tra i popoli, contro ogni ri­schio di ritorno a contrapposizioni del passato sotto ogni aspetto fatali. A que­sto impegno un contributo prezioso è chiamata a dare l’Europa unita, secon­do un disegno caro a lei non meno che a noi e lungo un cammino che non de­ve fermarsi. In pari tempo, il valore supremo che ci deve guidare – come ci dicono, con vo­stra Santità, l’insegnamento e l’impegno della Chiesa – è il rispetto della dignità umana, in tutte le sue forme e in tutti i luoghi. Esso implica più che mai anche la coscienza e la pratica della solidarietà, cui non possono restare estranee – an­che dinanzi alle questioni più comples­se, come quella delle migrazioni verso l’Europa – le responsabilità e le scelte dei governi.
  Il rispetto della dignità umana si è tra­dotto nella grande conquista – sono ben vive in noi, Santità, queste sue parole, di recente pronunciate a Castelgandolfo – del «superamento del razzismo»: di qui l’allarme per il registrarsi «in diversi pae­si di nuove manifestazioni preoccupan­ti », mentre nulla può giustificare «il di­sprezzo e la discriminazione razziale».
  È dunque rispetto a rischi e fenomeni di oscuramento di valori fondamentali, quello della dignità umana insieme ad al­tri, che noi sentiamo di trovarci di fron­te – come ella ha detto – a «un’emergen­za educativa» anche nel nostro paese. Superare quell’emergenza è nostra co­mune responsabilità, su diversi terreni, se siamo convinti che si debba suscita­re nel mondo d’oggi una grande ripresa di tensione ideale e morale. Non vedia­mo forse perfino negli avvenimenti che stanno scuotendo le fondamenta dello sviluppo mondiale i guasti di una corro­siva caduta dell’etica nell’economia e nella politica?
  Santità, in un tale cimento l’Italia può contare sulla forza del suo monito e su generosi contributi come quello – sem­pre di più – dei movimenti laicali ispira­ti dal suo messaggio. Un’operosa convergenza di sforzi per il bene comune, così concepito, non offu­sca in alcun modo «la distinzione», da lei richiamata anche a Parigi, «tra il po­litico e il religioso». Essa conforta la con­vinzione – da tempo affermatasi in Ita­lia – che il senso della laicità dello Stato, quale si coglie anche nel dettato della nostra Costituzione, abbraccia il rico­noscimento della dimensione sociale e pubblica del fatto religioso, implica non solo rispetto della ricerca che muove l’u­niverso dei credenti e ciascuno di essi, ma dialogo. Un dialogo fondato sull’e­sercizio non dogmatico della ragione, sulla sua naturale attitudine a interro­garsi e ad aprirsi. Grazie, Santità, della sua presenza con noi in questo giorno consacrato al San­to che se molto ha dato alla Chiesa mol­to ha dato egualmente all’Italia.

 Giorgio Napolitano

 

Il testo integrale del discorso pronunciato dal Papa durante la visita al Quirinale
 Signor presidente, è con vero piacere che varco nuovamente la soglia di que­sto palazzo, dove sono stato accol­to per la prima volta a poche setti­mane dall’inizio del mio ministero di vescovo di Roma e di pastore del­la Chiesa universale. Entro in que­sta sua residenza ufficiale, signor presidente, simbolica casa di tutti gli italiani, con memore gratitudine per la cortese visita che ella ha vo­luto rendermi nel novembre 2006 in Vaticano, subito dopo la sua elezio­ne alla suprema magistratura della Repubblica Italiana. L’odierna cir­costanza mi è propizia per rinno­varle i sentimenti della mia ricono­scenza anche per il non dimentica­to, e quanto mai gradito, dono del concerto musicale di alto valore ar­tistico, che ella ha voluto offrirmi il 24 aprile scorso. È pertanto con viva gratitudine che por­go a lei, signor pre­sidente, alla sua gentile consorte e a tutti coloro che so­no qui convenuti il mio deferente e cor­diale saluto. Questo mio saluto è diretto in modo speciale al­le distinte autorità preposte alla guida dello Stato italiano, alle illustri persona­lità qui presenti, e si estende all’in­tero popolo d’Italia, a me molto ca­ro, erede di una secolare tradizione di civiltà e di valori cristiani.
  Questa mia visita, la visita del ro­mano pontefice al Quirinale, non è solo un atto che si inserisce nel con­testo delle molteplici relazioni fra la Santa Sede e l’Italia, ma assume, po­tremmo dire, un valore ben più profondo e simbolico. Qui, infatti, vari miei predecessori vissero e da qui governarono la Chiesa univer­sale per oltre due secoli, sperimen­tando anche prove e persecuzioni, come fu per i pontefici Pio VI e Pio VII, entrambi strappati con violen­za alla loro sede episcopale e trasci­nati in esilio. Il Quirinale, che nel corso dei secoli è stato testimone di tante liete e di alcune tristi pagine di storia del Papato, conserva molti se­gni della promozione dell’arte e del- la cultura da parte dei sommi pon­tefici.
  In un certo momento della storia questo palazzo diventò quasi un se­gno di contraddizione, quando, da una parte, l’Italia anelava a com­porsi in uno Stato unitario e, dal­­l’altra, la Santa Sede era preoccupa­ta di conservare la propria indipen­denza a garanzia della propria mis­sione universale. Un contrasto du­rato alcuni decenni, che fu causa di sofferenza per coloro che sincera­mente amavano e la patria e la Chie­sa. Mi riferisco alla complessa 'que­stione romana', composta in modo definitivo e irrevocabile da parte del­la Santa Sede con la firma dei Patti lateranensi, l’11 febbraio del 1929. Sul finire del 1939, a dieci anni dal Trattato lateranense, avvenne la pri­ma visita compiuta da un pontefice al Quirinale dopo il 1870. In quella circostanza, il mio venerato prede­cessore, il servo di Dio Pio XII, del quale ricordiamo in questo mese il 50° della morte, co­sì ebbe ad espri­mersi con immagi­ni quasi poetiche: «Il Vaticano e il Quiri­nale, che il Tevere divide, sono riuniti dal vincolo della pa­ce coi ricordi della religione dei padri e degli avi. Le onde ti­berine hanno tra­volto e sepolto nei gorghi del Tirreno i torbidi flutti del pas­sato e fatto rifiorire le sue sponde dei rami d’olivo» (Di­scorso del 28 dicembre 1939).
  Davvero si può oggi affermare con soddisfazione che nella città di Ro­ma convivono pacificamente e col­laborano fruttuosamente lo Stato i­taliano e la Sede apostolica. Anche questa mia visita sta a confermare che il Quirinale e il Vaticano non so­no colli che si ignorano o si fronteg­giano astiosamente; sono piuttosto luoghi che simboleggiano il vicen­devole rispetto della sovranità del­lo Stato e della Chiesa, pronti a coo­perare insieme per promuovere e servire il bene integrale della perso­na umana e il pacifico svolgimento della convivenza sociale. È questa – mi piace ribadirlo - una positiva realtà verificabile quasi quotidiana­mente a diversi livelli, e alla quale anche altri Stati possono guardare per trarne utili insegnamenti.
  Signor presidente, l’odierna mia vi­sita ha luogo nel giorno in cui l’Ita­lia celebra con grande solennità il suo speciale protettore, san France­sco d’Assisi. Fra l’altro, proprio a san Francesco Pio XI fece riferimento nell’annunciare la firma dei Patti la­teranensi e soprattutto la costitu­zione dello Stato della Città del Va­ticano: per quel pontefice la nuova realtà sovrana era, come per il Po­verello, «quel tanto di corpo che ba­stava per tenersi unita l’anima», (di­scorso dell’11 febbraio 1929). Insie­me a santa Caterina da Siena, san Francesco fu proposto dai vescovi i­taliani e confermato dal servo di Dio Pio XII come celeste patrono d’Ita­lia (cfr Litt. ap. Licet commissa del 18 giugno 1939; AAS XXXI [1939], 256­257). Alla protezione di questo gran­de santo ed illustre italiano Papa Pa­celli volle affidare le sorti dell’Italia, in un momento in cui minacce di guerra si addensavano sull’Europa, coinvolgendo drammaticamente anche il vostro «bel Paese».
  La scelta di san Francesco come pa­trono d’Italia trae, pertanto, le sue ragioni dalla profonda corrispon­denza fra la personalità e l’azione del poverello d’Assisi e la nobile Na­zione italiana. Come ebbe a ricor­dare il servo di Dio Giovanni Paolo II nella sua visita al Quirinale, com­piuta in questo stesso giorno del 1985, «difficilmente si potrebbe tro­vare un’altra figura che incarni in sé in modo altrettanto ricco e armo­nioso le caratteristiche proprie del genio italico». «In un tempo in cui l’affermarsi dei liberi Comuni an­dava suscitando fermenti di rinno­vamento sociale, economico e po­­litico, che sommuovevano dalle fon­damenta il vecchio mondo feudale, - continuava Papa Wojtyla - France­sco seppe elevarsi tra le fazioni in lotta, predicando il Vangelo della pa­ce e dell’amore, in piena fedeltà al­la Chiesa di cui si sentiva figlio, e in totale adesione al popolo, di cui si ri­conosceva parte» (discorso del 4 ot­tobre 1985). In questo santo, la cui figura attrae credenti e non credenti, possiamo scorgere l’immagine di quella che è la perenne missione della Chiesa, pure nel suo rapporto con la società civile. La Chiesa, nell’epoca attuale di profonde e spesso sofferte muta­zioni, continua a proporre a tutti il messaggio di salvezza del Vangelo e si impegna a contribuire all’edifica­zione di una società fondata sulla verità e la libertà, sul rispetto della vita e della dignità umana, sulla giu­stizia e sulla solidarietà sociale. Dun­que, come ho ricordato in altre cir­costanze, «la Chiesa non si propone mire di potere, né pretende privile­gi o aspira a posizioni di vantaggio economico e sociale. Suo solo sco­po è servire l’uomo, ispirandosi, co­me norma suprema di condotta, al­le parole e all’esempio di Gesù Cri­sto che 'passò beneficando e risa­nando tutti' (At 10,38)», discorso del 4 ottobre 2007).
  Per portare a com­pimento questa sua missione, la Chiesa ovunque e sempre deve poter godere del diritto di libertà religiosa, considera­to in tutta la sua am­piezza. All’assem­blea delle Nazioni Unite, in quest’an­no che commemo­ra il 60° della Di­chiarazione univer­sale dei diritti del­l’uomo, ho voluto ribadire che «non si può limitare la piena garanzia del­la libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve esser te­nuta in giusta considerazione la di­mensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale» (discorso del 18 aprile 2008). Questo contributo al­l’edificazione della società la Chie­sa lo offre in maniera pluriforme, es­sendo un corpo con molte membra, una realtà al tempo stesso spiritua­le e visibile, nella quale i membri hanno vocazioni, compiti e ruoli di­versificati. Particolare responsabi­lità essa avverte nei confronti delle nuove generazioni: con urgenza, in­fatti, emerge oggi il problema del­l’educazione, chiave indispensabi­le per consentire l’accesso ad un fu­turo ispirato ai perenni valori del­l’umanesimo cristiano. La forma­zione dei giovani è, pertanto, im­presa nella quale anche la Chiesa si sente coinvolta, insieme con la fa­miglia e la scuola. Essa infatti è ben consapevole dell’importanza che l’educazione riveste nell’apprendi­mento della libertà autentica, pre­supposto necessario per un positi­vo servizio al bene comune. Solo un serio impegno educativo permet­terà di costruire una società solida­le, realmente animata dal senso del­la legalità. Signor presidente, mi piace qui rin­novare l’auspicio che le comunità cristiane e le molteplici realtà ec­clesiali italiane sappiano formare le persone, in modo speciale i giovani, anche come cittadini responsabili ed impegnati nella vita civile. Sono certo che i pastori e i fedeli conti­nueranno a dare il loro importante contributo per costruire, anche in questi momenti di incertezza eco­nomica e sociale, il bene comune del Paese, come pu­re dell’Europa e del­l’intera famiglia u­mana, prestando particolare atten­zione verso i poveri e gli emarginati, i giovani in cerca di occupazione e chi è senza lavoro, le fa­miglie e gli anziani che con fatica e im­pegno hanno co­struito il nostro pre­sente e meritano per questo la grati­tudine di tutti. Mi auguro altresì che l’apporto della Comunità cattolica venga da tutti accolto con lo stesso spirito di disponibilità con il quale viene offerto. Non vi è ragione di te­mere una prevaricazione ai danni della libertà da parte della Chiesa e dei suoi membri, i quali peraltro si attendono che venga loro ricono­sciuta la libertà di non tradire la pro­pria coscienza illuminata dal Van­gelo. Ciò sarà ancor più agevole se mai verrà dimenticato che tutte le componenti della società devono impegnarsi, con rispetto reciproco, a conseguire nella comunità quel vero bene dell’uomo di cui i cuori e le menti della gente italiana, nutriti da venti secoli di cultura impregna­ta di Cristianesimo, sono ben con­sapevoli.
  Signor Presidente, da questo luogo così significativo, voglio rinnovare l’espressione del mio affetto, anzi della mia predilezione per questa a­mata nazione. Per Lei e per tutti gli italiani e le italiane assicuro la mia preghiera, invocando la materna protezione di Maria, venerata con tanta devozione in ogni angolo del­la Penisola e delle Isole, dal nord al sud, come ho modo di constatare anche in occasione delle mie visite pastorali. Nel congedarmi, faccio mia l’esortazione che con accenti poetici il beato Giovanni XXIII, pel­legrino ad Assisi alla vigilia del Con­cilio Vaticano II, indirizzò all’Italia: « Tu, Italia diletta, alle cui sponde venne a fermarsi la barca di Pietro ­e per questo motivo, primieramen­te, da tutti i lidi vengono a te, che sai accoglierle con sommo rispetto e a­more, le genti tutte dell’universo ­possa tu custodire il testamento sa­cro, che ti impegna in faccia al cie­lo e alla terra» (discorso del 4 otto­bre 1962). Iddio protegga e benedica l’Italia e tutti i suoi abitanti!

 Benedetto XVI

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