mercoledì, novembre 19, 2008

Nel 2008 un milione di pellegrini a Betlemme 

Andrzej Czarnechi non se lo aspet­tava proprio. Arrivato dalla Polo­nia con altri turisti, è stato accolto a Betlemme dal sindaco con tanto di ban­da, gonfaloni e premio (un pernottamen­to gratuito in città). Era il milionesimo pel­legrino arrivato quest’anno: una cifra re­cord che sfida, con i suoi sei zeri, tutte le dif­ficoltà di una Terra santa e tribolata.
  Nonostante le tensioni e la crisi mai risol­ta tra palestinesi e israeliani, i turisti di tut­to il mondo sono tornati in massa a visita­re i luoghi di Gesù. Un pellegrinaggio che restituisce speranza ai Territori e rappre­senta una boccata d’ossigeno per tutta la popolazione locale.
  Quella di domenica è stata una giornata di festa per tutti, perché qui la gente vive so­stanzialmente di turismo. Negli ultimi an­ni Betlemme ha temuto il peggio: la se­conda Intifada ha scoraggiato i turisti; il muro che circonda e isola completamen­te la città ha fatto il resto. L’artigianato lo­cale e tutto l’indotto hanno sofferto tan­tissimo: sempre meno le persone che en­travano a visitare la Basilica della Natività; sempre maggiori le difficoltà per uscire da Betlemme (municipalità amministrata dal­l’Autorità nazionale palestinese) per an­dare a Gerusalemme o nelle altre città ci­sgiordane.
 
Quest’anno le cose sono andate decisa­mente meglio. Negli ultimi mesi partico­larmente, complice un periodo di relativa calma nel conflitto. «I dati sono più che in­coraggianti – spiega padre Severino, del ri­covero Casa Nova di Betlemme gestito dai francescani –: la gente si sente più sicura, e nel 2008 abbiamo avuto un incremento dell’ 80% rispetto al 2007, il che significa che se prima c’erano mediamente 40 stan­ze occupate, ora ce ne sono 70-80». A cam­biare non solo solo le cifre relative alle vi­site, ma anche le coordinate geografiche. «Abbiamo avuto un aumento esponenzia­le di turisti dalla Russia – racconta –, anche perché non serve più il visto per entrare in Israele. E poi un numero impressionante di pellegrini dal Brasile». I problemi, piutto­sto, riguardano la “tipologia” degli arrivi a Betlemme: “arrivi e partenze” per la verità, perché si tratta sempre più di un turismo mordi-e-fuggi. E a soffrirne sono soprat­tutto gli albergatori. Padre Severino con­ferma che la situazione non è minima­mente paragonabile a quella del 2000-2004, quando in città non si vedeva praticamen­te nessuno: «Adesso si registra spesso il tut­to esaurito. Ma va segnalato che gli alber­ghi a Betlemme si riempiono solo quando non c’è più posto a Gerusalemme». E que­sto non per caso. Lo spiega Sara Faustinel- li, volontaria del Vis che collabora con il Centro artistico salesiano di Betlemme, la scuola professionale che, con un corso biennale, prepara e qualifica i giovani arti­giani che producono gli oggetti sacri e i sou­venir in vendita nei negozi della Terra San­ta. In pratica il cuore economico della città. «Betlemme – racconta Sara – viene ormai proposta dalle agenzie di viaggio, spesso i­sraeliane, come una tappa di passaggio nel “pacchetto Terra Santa”. In più, molto spes­so l’assicurazione proposta non copre i Ter­ritori. In sostanza, le visite qui si risolvono in una sola giornata, in genere “pilotata” dalle guide turistiche locali che tendono
ad accompagnare i gruppi di pellegrini sempre negli stessi due o tre negozi con cui hanno preso accordi. Tutto ciò comporta e­videnti danni all’economia locale, basata quasi per intero sul turismo».
  A questo si aggiunge il problema dei con­trolli ai check point. Dove si registrano però miglioramenti: «I tempi di attesa si sono ri­dotti – continua Sara –: quantomeno i tu­risti non sono più costretti a scendere e ri­salire sugli autobus tutti quanti. Si forma­no
code, ma accettabili». I ragazzi del Centro, dai 15 ai 23 anni, metà cristiani, metà musulmani, si dicono otti­misti. L’aumento del numero di turisti è un
grosso aiuto per loro e per le loro famiglie. Una volta formati, potranno guadagnare anche 100-150 shekel al giorno (circa 20-25 euro) lavorando nelle fabbriche locali. E costruirsi una vita.
  Sara definisce il Centro una «scuola salva­gente », perché i ragazzi ottengono una for­mazione completa che permette loro di proporsi come personale qualificato in un settore che sta riprendendo vigore. «Ed e­vitano così di essere reclutati come mano­valanza a basso costo – conclude –. Se non peggio». Dove per “peggio” si intende una sola cosa: il fondamentalismo che, in que­sta terra, si nutre proprio di povertà.
 
La città ha potuto festeggiare il milionesimo arrivo del 2008. Una boccata di ossigeno per la popolazione locale che vive quasi soltanto di queste presenze.

BARBARA UGLIETTI

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domenica, novembre 09, 2008

I valori antichi sfidano la «nuova» crisi alimentare 
 « H
o avuto fame e mi avete dato da mangiare » : con la scelta del tema della Giornata del ringraziamento, che si tiene domani, i vescovi lanciano un appello che non ammette fraintendimenti. Nel cristianesimo, fede e preghiera non possono essere separate da quell’amore per il prossimo che si concretizza anche nel garantire il pane quotidiano a chi non ce l’ha. Nel messaggio per la Giornata, questo amore prende la forma di un richiamo alla « sovranità alimentare » e al « primario diritto al cibo » e tale richiamo diventa particolarmente esplicito laddove i vescovi incoraggiano le associazioni e le comunità « che si adoperano per contribuire alla soluzione di questo problema » , insistono sulle risorse dei piccoli coltivatori nei Paesi in via di sviluppo e sulle potenzialità dei mercati locali e regionali, denunciano « le politiche monopolistiche delle grandi industrie agro- alimentari » e incitano a promuovere « il benessere della famiglia rurale e in particolare delle donne » . L’Italia ha conservato un’anima rurale sana, che sta dimostrando la capacità di reagire alle ventate gelide dei mercati internazionali.
  La Giornata del ringraziamento ha anche l’obiettivo di rinfrancare quest’anima e offrire al Paese il suo patrimonio di valori e di energie. Dal messaggio emerge anche la dolorosa preoccupazione dei pastori che vedono approfondirsi ed estendersi il divario alimentare tra Nord e Sud del mondo e notano un’inquietante ' novità' emergere da quest’emergenza. La rotta resta quella indicata dal Concilio e ribadita da Benedetto XVI nel messaggio per la 41a Giornata Mondiale della Pace, la
destinazione universale dei beni che, letta attraverso le parole del Vangelo di Matteo, appare una delle forme più compiute della giustizia terrena, ma anche una delle più complesse e instabili. La crisi alimentare che è deflagrata nei mesi scorsi – e che prosegue nel silenzio generale – costituisce infatti la recrudescenza di uno squilibrio di lungo periodo, che è ingiusto perché ineguale ma anche perché inefficiente. I vescovi italiani, nel loro messaggio, non si limitano a lottare contro l’ineguaglianza delle bocche – e lo fanno con forza quando indicano « la via della disponibilità alla condivisione come strada maestra per risolvere nella giustizia il problema alimentare » – ma evidenziano anche il progressivo declino di un sistema che salda tra loro povertà e crisi ambientale, creando una morsa capace di far saltare tutti gli equilibri. I vescovi sono sinceramente preoccupati anche per la ' novità' dell’emergenza, la cui onda lunga lambisce sempre più spesso anche la società italiana. Scrivendo che « l’umanità sta vivendo una crisi alimentare non più limitata, come nel passato, a poche aree del pianeta, ma tendenzialmente estesa anche a quelle popolazioni da tempo considerate immuni da tale rischio » i pastori ci segnalano come un mondo che oggi non ha il coraggio di sfamare gli affamati, domani potrebbe non essere più in grado di farlo. Per questo, suona particolarmente accorata l’esortazione ai governi ad attivare tutti « gli strumenti idonei per risolvere questa situazione di ingiustizia » e a farlo con grande sollecitudine: gli aiuti internazionali sono agli sgoccioli e le « riforme strutturali » , invocate dal Papa nel messaggio al summit Fao del giugno scorso si fanno attendere.
PAOLO VIANA

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domenica, novembre 02, 2008

Se la virtù di Maria Goretti è una favola e gli spiritelli di Halloween la realtà 
 S
ono una giovane mamma. In questi giorni, varcando il portone delle scuole dei miei figli, i miei occhi vengono catturati da zucche vuote, scheletri, fantasmi, streghe e diavoli vari appesi ai muri o incollati ai vetri delle finestre. Mi domando il senso di tutto questo.
  Quando ero bambina attendevo con ansia il cosiddetto 'ponte dei santi e morti', era una festa della famiglia, si andava tutti al cimitero, anche i non credenti, ad onorare coloro che ci avevano preceduti. Poi, ci si riuniva tutti a casa di qualche zia attorno ad un camino scoppiettante, tra un bicchiere di novello e le caldarroste di stagione si faceva grata memoria del passato e si raccontava del presente.
  Nel giro di pochi anni la società è cambiata, il 'progresso culturale' ha fatto entrare nelle nostre case 'nuove tradizioni': oggi si festeggia Halloween. Dobbiamo modificare l’'idea di morte' e la paura va 'esorcizzata' attraverso la presenza fisica di simpatici e innocui fantasmi e streghe... queste le parole di alcune maestre per illustrare progetti e programmi didattici. Personalmente non li trovo né simpatici, né tantomeno innocui! Sento spesso dire: «È una carnevalata». Se così fosse, essendoci un tempo per ogni cosa, mi pare che questo tipo di tradizione sia radicata già da secoli in Italia e che non occorra 'scimmiottarne' un anticipo. Mi spiego per coloro che alzano le spalle e sorridono. Che bisogno c’è di anticipare una festa di travestimenti e maschere dove non ci
si traveste da personaggi di fiaba, storici o da quant’altro la fantasia ci suggerisca, ma bensì solo da figure del male? Allora, stiamo consumando qualcosa di più di una semplice 'carnevalata'. Ciò che mi preoccupa è che ormai le stesse agenzie educative istituzionali stiano inculcando nei nostri figli questa tradizione estranea alla nostra cultura. Non trovo affatto educativa una scuola 'vestita a festa', non trovo educativo ridurre i temi della vita e della morte ad una banale festa in maschera e di consumismo.
  Halloween non è semplicemente una mangiata e due balli tra fumo, ragnatele ed effetti speciali sonori, non è una bella zucca intagliata ad arte. La scuola, i mezzi d’informazione, talvolta le nostre parrocchie, sostengono e incoraggiano questo 'nuovo' costume.
Noi genitori, forse con leggerezza, abbiamo lasciato che le nostre tradizioni venissero soppiantate da una festa pagana a cui sono stati aggiunti elementi di cultura magico-esoterica. Si potrebbe dire molto sul giro d’affari, ma mi si permetta, Halloween è ancora altro da questo, è qualcosa di assai più profondo. Non voglio che i miei figli perdano il senso, il rispetto e il significato ultimo della vita e della morte e che prendano sul serio ciò che è indegno di ogni considerazione e dal quale, anzi, si devono ben guardare: il mondo dell’occulto, la magia, l’esoterismo. Il vero orrore lo provo quando m’imbatto in bambini travestiti da diavoli, fantasmi e streghe. Certo, le 'virtù eroiche' di S. Maria Goretti sono 'favola', mentre quanto sono reali, divertenti e fascinose le figure del male! La morte non esiste è un passaggio ad un’altra dimensione e nella notte tra il 31 e il primo novembre queste due dimensioni, questi due 'mondi' s’incontrano... La Vita eterna, il Paradiso, la Santità… 'roba sorpassata'. Questo vogliamo insegnare ai nostri figli?! Da bambina ho imparato a considerare come valori: la sofferenza, il sacrificio, il senso del dovere, mai sfuggendo alla vita reale. In tale prospettiva, la morte trovava il suo significato, la Vita eterna era qualcosa a cui anelare, e l’esempio dei santi allontanava ogni dubbio sul perché della mia esistenza. Se ci si sottrae a questa prospettiva, i santi divengono figure irreali e la morte diviene un 'evento' dell’esistenza terribile e temibile. Mi pare che quelle zucche vuote che vedo ormai dappertutto siano come le nostre teste. Ci sarebbe molto da riflettere.
  Credo che ogni famiglia non debba perdere il senso della propria memoria storica. Per noi cristiani, inoltre, meditare sulla Vita Eterna è un riaffermare il nostro cammino di santità. Tollerando Halloween, incoraggiando con il nostro silenzio questa menzogna 'mascherata' da 'realtà innocente', lasciamo un vuoto culturale che l’«irrazionale colmerà con la fuga nel misterioso e nel magico», come scriveva l’allora vescovo di Pesaro, ora cardinale, Angelo Bagnasco. Desidero che i miei figli imparino ad affrontare la realtà, quella 'vera', e desidero ancor di più che divengano amici di Gesù e che i loro modelli non siano sciocche e immorali figure del male, ma che siano i nostri santi e in special modo quelli della nostra terra marchigiana. Questa è l’eredità che desidero lasciare, perché a mia volta mi è stata donata, questa eredità è preziosissima e non la si può 'tradire' con un’alzata di spalle e un sorrisetto dicendo: «Non vi è nulla di male, è una carnevalata». Concludo con uno slogan che i vescovi francesi lanciarono qualche anno fa: «Basta con Halloween, puntiamo su Holy Wins – la santità vince».

 (Lettera firmata, una mamma)

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