mercoledì, dicembre 24, 2008

Buon Natale ai miei alunni, alle loro famiglie, ai colleghi, ai dirigenti, a ch lavora in ufficio, alle "bidelle" e a tutti quelli che credono in questo lavoro.

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mercoledì, dicembre 17, 2008

Scuola e bugie
Ora di religione, attacco fuori bersaglio

L’insegnamento della religione cattolica (Irc) non serve a nulla, se non a rimpinguare la Chiesa, «un altro miliardo di obolo di Stato a san Pietro». A questa tesi sbrigativa e grossolana va piegata la realtà, insinuando che l’Italia sia un’anomalia in Europa, mentre invece è l’esatto contrario; e con supremo disprezzo degli insegnanti di religione e degli oltre nove studenti su dieci che nelle scuole statali seguono le loro lezioni. "I soldi del vescovo", parte quarta, è comparsa ieri su Repubblica. Il bersaglio? Probabilmente il Concordato; sicuramente la Chiesa e i cattolici tout court e ogni loro forma di presenza sociale - oratori, scuole, ospedali, centri d’ascolto, mense… tutto - lasciandogli forse le sacrestie, purché ben chiuse.

 di Umberto Folena

I programmi ci sono
«Uno strano ibrido di animazione sociale e vaghi concetti etici destinati a rimanere nella testa degli studenti forse lo spazio di un mattino. Pochi cenni sulla Bibbia, quasi mai letta, brevi e reticenti riassunti di storia della religione». Questa è l’ora di religione secondo Repubblica. In realtà i programmi - Osa, obiettivi specifici di apprendimento - ci sono, come per ogni disciplina. Se un docente li ignora, è un cattivo docente. Ma se un insegnante di matematica dovesse insegnar male, concluderemmo che la matematica è una porcheria? Repubblica stessa poi si contraddice pesantemente, quando nel titolo sentenzia: "Religione, il dogma in aula". Quale dogma?

Che cosa dice il Concordato
Repubblica evita di spiegare ai lettori l’origine dell’attuale Irc: gli Accordi concordatari del 1984, che definiscono in positivo, secondo un’idea inclusiva di laicità, i rapporti tra Chiesa e Stato, non in concorrenza o in conflitto, ma collaboranti: «La Repubblica Italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento». Un testo improntato al buon senso. Il resto sono giochi di parole. Scrive Repubblica: «L’ora di religione è un insegnamento facoltativo e come tale non dovrebbe prevedere docenti di ruolo». Dell’Irc gli studenti, tramite i genitori se minorenni, hanno facoltà di avvalersene o meno; ma le scuole hanno l’obbligo, non la "facoltà", di assicurarlo. Viene poi insinuato che a un insegnante separato verrebbe ritirata l’idoneità. Sciocchezze: i separati accedono ai sacramenti, e non possono invece insegnare religione? I divorziati risposati no, non insegnano; ma lo sanno e i patti sono chiari fin dall’inizio.

Irc e fantasie
Il giornale di De Benedetti afferma con sicurezza che la Cei chiede (e lo Stato l’accontenta) «che l’ora di religione sia sempre inserita a metà mattinata e mai all’inizio o alla fine delle lezioni, come sarebbe ovvio per un insegnamento facoltativo». Naturalmente non cita la fonte - quando mai la Cei avrebbe chiesto una cosa simile? - perché non esiste. Sono fantasie, tra l’altro impossibili da realizzare. Repubblica dovrebbe sapere che, di media, un insegnante ha 16 ore alla settimana; in cinque giorni, neanche il computer della Nasa riuscirebbe ad assegnargli soltanto seconde, terze e quarte ore; e il 73,9 per cento insegna 18 o più ore. Falso è poi che la Cei boicotti le attività alternative. Tutto il contrario, come già emergeva nel convegno nazionale del 1995, presente l’allora ministro Berlinguer.

Se il 91,2% vi sembra poco
Repubblica non indica la fonte delle tabelle, anche se leggendo il lungo articolo si intuisce che è la stessa Cei. Ma i numeri vanno spiegati. Ad esempio gli avvalentesi dell’Irc: in totale, nel 2006-07 erano il 91,2 per cento, media tra il 94,6 delle primarie e l’84,6 delle secondarie di 2° grado. Sono in calo, gongola il quotidiano di De Benedetti. Ma di quanto? Nel 1993-94 erano il 93,5: un’oscillazione minima. E comunque è una stima compiuta monitorando l’83,5 per cento degli alunni (6.554.562 su un totale di 7.681.536). I dati del Nord sono quasi al completo (98,4), assai meno al Sud (77,5), dove la rinuncia all’Irc è molto più bassa (appena l’1,6, contro il 14,1 del nord). Quindi la stima è sicuramente per difetto.

Insegnanti quasi tutti laici
Gli stipendi agli insegnanti sono «un miliardo alla Chiesa»? Chissà che cosa ne pensa l’85 per cento di insegnanti laici, tra cui il 57 donne e il 28 uomini. Cittadini e lavoratori con regolari titoli di studio. I soldi vanno alle famiglie degli insegnanti, non ai vescovi. È l’ennesima contraddizione di chi rimprovera alla Chiesa di non adeguarsi all’Europa (coppie di fatto, fecondazione artificiale, eccetera). Ebbene, nel caso dell’Irc (come è spiegato in un altro servizio in questa stessa pagina) siamo adeguatissimi. Ed è l’ennesimo infortunio di chi, per faciloneria o disprezzo, riesce a sbagliare il cognome di Giovanni Paolo II: si scrive Wojtyla, insigne collega, non Woytjla.

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domenica, dicembre 07, 2008
Bibbia, nuova edizione e già bestseller
 
Quattrocentomila copie vendute o prevendute in pochi mesi: la Bibbia nella nuova traduzione " anche se non entra mai nelle classifiche dei libri " ha successo, tanto che si prevede per gennaio una seconda edizione. Parliamo, naturalmente, dell'edizione Uelci, l'associazione di editori cattolici che hanno curato e distribuito l'edizione economica della nuova tradizione. E che hanno sfidato la tradizione mettendola in vendita anche nei centri commerciali, autogrill, blockbuster e aeroporti. Durante la presentazione del volume, ieri a Roma nel contesto della Fiera «Più libri, più liberi», padre Giuseppe Danieli (già presidente della Associazione Biblica Italiana e coordinatore del gruppo dei traduttori) ha ricordato che il lavoro è iniziato esattamente vent'anni fa, nel 1988, e ha tenuto conto delle indicazioni che Paolo VI aveva dato nel '65 quando si era cominciato a lavorare alla traduzione poi pubblicata nell'86: dare alla Chiesa una Bibbia a livello degli studi biblici moderni, e tale che possa servire soprattutto nella liturgia. «Per questo, dove possibile siamo partiti dagli originali ebraici, aramaici, greci, e non dalla traduzione latina. Ma volevamo una lingua semplice, e quindi siamo stati attenti a rinnovare il linguaggio, usando il più possibile termini in uso oggi».
Non più, quindi "svegliatosi", ma "svegliò"; non più "locuste", ma "cavallette". «Una grande attenzione è stata posta anche alla traduzione dei nomi geografici o di persona. Per esempio, attualmente lo stesso lago è trascritto in tre modi diversi: Genèsaret, Chinarot e Kinarot; adesso è sempre Chinaròt». Per i salmi, poi, «è stata scelta la numerazione ebraica (per cui, ad esempio, il Miserere non è più il 50, ma il 51». E ci sono cambiamenti anche nei contenuti: «l'inizio del Salmo 65 nella precedente edizione Cei era: "A te si deve lode, o Dio, in Sion". Ora si legge: "Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion"». Profondi cambiamenti ci sono anche in alcuni libri, ad esempio quello di Ester e il Siracide, perché proprio la ricerca di rigore scientifico ha portato a scelte nuove per il lettore non specialista.
«Ci sono circa 6.000 lingue. In 4.000 di queste non c'è traduzione della Bibbia, né parziale, né totale», ha ricordato durante la presentazione Monsignor Vincenzo Paglia. «Noi siamo fortunati ad avere addirittura una nuova traduzione, e oltretutto una traduzione che è già stata adottata nelle celebrazioni domenicali, cosa molto importante perché aiuta la memoria. Memorizzare versi e brani è importante perché imparare a parlare con le parole della Bibbia vuol dire toccare almeno il lembo del mantello di Gesù. E pregare solo con il nostro linguaggio vuol dire ignorare quello di Dio». La Bibbia, peraltro, è un libro ancora presente nelle case. Monsignor Paglia ha infatti citato l'indagine fatta dalla Federazione Biblica Internazionale in sedici Paesi dell'Europa e dell'America, e presentata al recente Sinodo dei vescovi. «La stragrande maggioranza degli italiani ha la Bibbia in casa. Probabilmente è un oggetto da scaffale, ma forse questa nuova traduzione può aiutarla a farla passare dallo scaffale al comodino».
Proprio la Bibbia, infatti, «in un mondo globalizzato è la nuova frontiera a cui chiamare tutti. E resta un libro tra i più amati, in tutti i Paesi, da Mosca a Washington; uno dei volumi da cui ci attende una prospettiva per la propria vita. La maggior parte della popolazione (tranne in Francia), ritiene che la Bibbia debba essere insegnata nelle scuole, perché senza un aiuto alla lettura rischia di diventare un libro chiuso, difficilmente interpretabile. Inoltre c'è un recupero dell'indispensabile legame tra Bibbia e comunità: è il momento di sviluppare l'impegno di tutti i cristiani a rifrequentare assieme le Scritture». Anche secondo Gabriella Caramore (autrice di "Uomini e Profeti", Radio-Rai3), questa nuova edizione arriva in un momento in cui «si sente forte il bisogno che la conoscenza della Bibbia venga recuperata all'interno della cultura personale " accanto alle scienze, alle arti eccetera ", non solo dei credenti, ma di tutti», ha detto.
«Senza conoscenza approfondita e continuata della Bibbia, infatti, non si possono capire le categorie che accompagnano la nostra storia. Quale memoria possiamo avere se non abbiamo assimilato la memoria biblica? Quale idea di libertà se non sappiamo che biblicamente essa passa attraverso l'amore, è un dono di Dio al suo popolo, e non un diritto da rivendicare? Quale idea di sapienza senza conoscere Qoelet, quale idea della politica senza la dimensione della profezia che indica il bene per la comunità e non per il singolo? Per questo la conoscenza della Bibbia è importante anche da un punto vista laico, per tutti».
Paola Springhetti
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venerdì, dicembre 05, 2008

Mi domando: è davvero “per non offendere la sensibilità religiosa dei musulmani” che si cancellano i simboli religiosi cristiani?

O non piuttosto perché si è persa l’identità cristiana e, in parte, anche l’identità europea?

E mi domando ancora: non si tratta forse anche di un pretesto per secolarizzare ancora di più la società europea, come se non  lo fosse già troppo?

E questa secolarizzazione piace davvero ai musulmani?

Non è proprio questo che li urta quando guardano l’Occidente, o quando ci vivono in emigrazione?

 

Samir Khalil Samir

scrittore arabo

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