martedì, gennaio 27, 2009

Per non dimenticare

“L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei lager nazisti è estranea alle nuove generazioni dell’Occidente, e sempre più estranea si va facendo a mano a mano che passano gli anni.

Per i giovani degli anni ’50 e ’60, erano cose dei loro padri: se ne parlava in famiglia, i ricordi conservavano ancora la freschezza delle cose viste.

Per i giovani di questi anni ’80 – e tale riflessione è ancora più valida per i ragazzi del terzo millennio – sono cose dei loro nonni: lontane, sfumate, “storiche”.

Essi sono assillati dai problemi d’oggi, diversi, urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l’esaurimento delle risorse, l’esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente e a cui occorre adattarsi. (…)

Si affaccia all’età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze, anzi, diffidente delle grandi verità rivelate; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull’onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge.

Per noi parlare con i giovani è sempre più difficile.

Lo percepiamo come un dovere ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati.

Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale, appunto, perché inaspettato, non previsto da nessuno.

E’ avvenuto contro ogni previsione, è avvenuto in Europa; incredibilmente è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalle fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”

Primo Levi

 

 

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martedì, gennaio 27, 2009

Canon: orario di lavoro ridotto per far figli

Lavorare meno, procreare tutti. Scatta in Giappone il piano di emergenza contro il crollo delle nascite, e a dare l’esempio è un pilastro dell’economia locale: la Canon. D’ora in poi, per due volte la settimana, i suoi dipendenti potranno anticipare di due ore l’orario di uscita dal lavoro. Avranno così più tempo libero per socializzare e farsi una famiglia, o per stare col proprio partner e pensare ad avere un figlio. Sulle orme della Canon potrebbero muoversi ben presto altre aziende: un invito in tal senso è già stato diramato dalla Keidanren, confederazione che riunisce circa 1300 grandi imprese locali. Il Giappone spera così di dare una scossa al proprio tasso di natalità, oggi il più basso al mondo: l’ultimo dato parla di 1,34 nati ogni 1000 abitanti, contro il 2 per 1000 necessario a mantenere stabile la popolazione. Da qui l’idea di incentivare i lavoratori a investire sul futuro, per così dire. In un Paese in cui lavorare 12 ore al giorno è quasi normale, è una piccola rivoluzione. Il cui motto potrebbe essere: fate l’amore, non gli straordinari.

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martedì, gennaio 27, 2009
Friedländer: «Shoah, memoria spontanea»
Parla il massimo storico dell’Olocausto: «Il ricordo non può mai essere imposto, ma solo trasmesso. E quello del genocidio resta vivo»
 
Tra i maggiori specialisti mon­diali del nazismo, lo storico Saul Friedländer è autore di una dozzina di volumi. In Italia è appena stato pubblicato da Garzan­ti il suo Gli anni dello sterminio. La Germania nazista e gli ebrei (1939­1945) ( pagine 976, euro 43,00), pre­mio Pulitzer 2008.

In Francia è scoppiata una polemi­ca in seguito alla proposta di affi­dare a ogni bambino di quinta ele­mentare il ricordo di un piccolo e­breo vittima della Shoah. Alla fine il progetto è stato scartato. Cosa ne pensa?
«L’adulto sceglie la propria memo­ria, cosa ricordare e cosa dimenti­care. Ma credo che sia difficile im­porre un ricordo. E ancora più diffi­cile imporlo a un bambino. Vorreb­be dire imporgli un’identità, asse­gnargli un’idea che gli è estranea » .

Come conservare allora la memo­ria della Shoah, quando stanno per scomparire gli ultimi sopravvissu­ti?
«Una memoria non si può imporre. Si può semplicemente cercare di trasmetterla. Si possono allestire musei, mostre, scrivere libri… Ma non si tratta di trasmettere un ricordo fissato, ritualiz­zato… In Francia ogni paese ha il suo monumen­to ai caduti. Un tempo vo­leva dire qualcosa. L’11 novembre di ogni anno si facevano raduni… Oggi diventa una specie di ob­bligo, che ha perso ogni e­mozione. È un dato di fat­to. Non si può obbligare nessuno a conservare viva memoria degli e­venti, per quanto importanti. Ri­guardo alla Shoah, è significativo che ne resti viva memoria senza nessuno che la organizzi. Si prenda il romanzo di Jonathan Littell, Le benevole, che ha avuto vasta eco. Nessuno l’avrebbe immaginato. Del libro si può discutere, ma poco im­porta. C’è un giovane al suo primo romanzo. E migliaia di persone vi rinnovano la memoria della Shoah» .

«Gli anni dello sterminio » dà una visione completa di quello che fu la Shoah. Come ha fatto?
«All’inizio gli storici si erano con­centrati sulla macchina di distru­zione tedesca. Poi c’è stata, soprat­tutto in Israele, un’altra storiografia incentrata sull’esperienza ebraica della Shoah. A queste due storie an­davano ad aggiungersi storie locali, come i libri su Vichy e gli ebrei. Io ho cercato di integrarle tutte. Perciò ho dato ampio spazio ai diari inti­mi, alle lettere. La difficoltà consi­steva nell’impedire al lettore di per­dersi. La Shoah è stata un evento che ha interessato contemporanea­mente tutto il continente. Nel luglio 1942, ad esempio, la deportazione degli ebrei cominciava a Parigi, ad Amsterdam e a Varsavia. E prose­guiva dalla Germania verso i campi dell’Est. Ho cercato di riunire tutto in una sintesi che renda conto della diversità degli eventi e della loro si­multaneità».

La scelta è stata influenzata dal suo percorso personale?
«Forse gli andirivieni della vita mi hanno offerto questo approccio di­versificato, che mi fornisce una molteplicità di punti di vista. Sono nato a Praga. A partire dal 1942 so­no stato nascosto e educato al cat­tolicesimo in un piccolo seminario, a Montluçon, dove sono rimasto quasi quattro anni. Quel periodo mi ha profondamente segnato. Poi ho vissuto in Israele. Ho insegnato in Svizzera, in Israele e negli Stati Uni­ti. Grazie al mio girovagare riesco a vedere gli eventi da molte angola­zioni, a differenza di parte degli sto­rici della mia generazione».

Ha passato quarantacinque anni a studiare la Shoah. Si sentiva in do­vere di farlo?
«L’ho fatto per bisogno personale. Dalla fine della guerra al 1964 sono stato occupato da altre cose. Nel 1948 sono andato in Israele, ho fat­to prima il servizio militare e poi Scienze politiche. Sono diventato assistente di Nahum Goldmann, presidente del Congresso ebraico mondiale, prima che mi venisse l’i­dea di riprendere a studiare. E solo dopo il dottorato ho fatto ritorno alla mia esperienza personale. Ora il cammino è compiuto».

Oggi sappiamo come avvenne il genocidio. Ma resta difficile dire perché. Lei lo spiega con un'anti­semitismo redentore' in Hitler. Di che cosa si tratta?
«Nel caos che segue la sconfitta tedesca del 1918, Adolf Hitler spin­ge all’estremo le idee antisemite che già cir­colano. Afferma che la salvezza del mondo a­riano può realizzarsi solo con la scomparsa del nemico di sempre, dal suo punto di vista: "l’ebreo". "Scompar­sa", a quell’epoca, non vuol dire necessaria­mente "sterminio". Pensava piuttosto a una forma di e­liminazione degli ebrei dallo spazio tedesco, e poi europeo. Ma non a­veva un piano preciso. Era solo il capo di un piccolo partito. Quanto avvenne in seguito non fu una ne­cessaria evoluzione. Ci fu prima la segregazione, il tentativo di espelle­re gli ebrei dalla Germania. Ma quando scoppia la guerra nel Paese ci sono ancora trecentomila ebrei. E la Germania occupa una parte della Polonia dove si trovano oltre due milioni di ebrei. Si pensa di rinchiu­derli in un territorio dell’Est. Poi si formula il progetto di inviarli in Madagascar. Segue l’idea di con­centrarli nel nord della Russia. Ma quando si apre un altro fronte, e ap­pare chiaro che la Russia non sarà rapidamente sconfitta, subentra l’i­dea dello sterminio totale. Credo che si concretizzi nell’autunno del 1941, dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Tale idea diventa un or­dine, peraltro mai dato per scritto eppure ben compreso. Himmler lo annota sul suo taccuino, in data 18 dicembre, dopo aver incontrato Hitler. Scri­ve: Il Führer. Questio­ne ebrea: da eliminare come partigiani'. Nel gennaio seguente c’è la conferenza di Wannsee, dove si pro­getta che vengano coinvolti fino a undici milioni di persone».

Il lavoro storico sulla Shoah si giustifica an­che con l’idea di im­pedire che possa ripe­tersi. Eppure non ha impedito altri genocidi…
«Sì, in questo lo storico è impoten­te. Dopo la fine della Seconda guer­ra mondiale la gente era consape­vole di cosa era successo in Europa. Ma ci sono stati la Cambogia, il Ruanda e la Russia stalinista dove sono stati fatti sparire, in forma di­versa, milioni di persone e per i quali si può ugualmente parlare di genocidio » .

Non è deludente per lei come stori­co?
«È deludente per noi come esseri u­mani».

(Traduzione dal quotidiano «La Croix » di Anna Maria Brogi)
Alain Guillemoles
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sabato, gennaio 24, 2009
Revocata la scomunica ai vescovi lefebvriani
Papa Benedetto XVI ha ufficialmente revocato la scomunica 'latae sententiae' ai quattro vescovi scismatici ordinati nel 1988 da mons. Lefebvre. Nel decreto di revoca della scomunica, firmato dal prefetto della Congregazione dei vescovi lo scorso 21 gennaio, spiega che il pontefice, «paternamente sensibile al disagio spirituale manifestato dagli interessati a causa della sanzione di scomunica e fiducioso nell'impegno da loro espresso nella citata lettera di non risparmiare alcuno sforzo per approfondire nei necessari colloqui con le Autorità della Santa Sede le questioni ancora aperte, così da poter giungere presto a una piena e soddisfacente soluzione del problema posto in origine», «ha deciso di riconsiderare la situazione canonica dei Vescovi Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta».

«Con questo atto - si legge ancora nel decreto - si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della Fraternità San Pio X con questa Sede Apostolica. Questo dono di pace, al termine delle celebrazioni natalizie, vuol essere anche un segno per promuovere l'unità nella carità della Chiesa universale e arrivare a togliere lo scandalo della divisione».

Spiegando la pubblicazione del decreto pontificio, il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha affermato che «possiamo già parlare di piena comunione anche se alcuni aspetti possono essere ulteriormente approfonditi». .Si tratta, ha detto Lombardi, «di una bella notizia, di un passo importantissimo verso la piena comunione nella Chiesa, ed è bello che questo avvenga nel corso della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani». «In questo lungo cammino - ha detto ancora Lombardi - che ha portato alla remissione della scomunica, il Papa si è impegnato molto. Bisogna ricordare che il Papa fu direttamente coinvolto nella vicenda che porta alla scomunica di Lefebvre e dei vescovi ordinanti nel 1988». Ratzinger era infatti all'epoca Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede. Il direttore della sala stampa vaticana ha poi spiegato che alcuni aspetti vanno ancora definiti, fra questi la posizione dei sacerdoti della fraternità che pur non essendo stati scomunicati, sono comunque sospesi a divinis.

La revoca della scomunica dei vescovi lefebvriani da parte di papa Benedetto XVI è motivata dalla richiesta, formulata con una lettera del 15 dicembre 2008, di essere riammessi nella Chiesa da parte di mons. Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, a nome anche degli altri tre vescovi della comunità.
Nella lettera, di cui il decreto di revoca riporta un breve stralcio, i vescovi scismatici affermano di essere «fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana». «Noi accettiamo - prosegue la lettera, rivolta al papa - i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l'attuale situazione».
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giovedì, gennaio 08, 2009
 
Mi domando: è davvero “per non offendere la sensibilità religiosa dei musulmani” che si cancellano i simboli religiosi cristiani?
O non piuttosto perché si è persa l’identità cristiana e, in parte, anche l’identità europea?
E mi domando ancora: non si tratta forse anche di un pretesto per secolarizzare ancora di più la società europea, come se non  lo fosse già troppo?
E questa secolarizzazione piace davvero ai musulmani?
Non è proprio questo che li urta quando guardano l’Occidente, o quando ci vivono in emigrazione?
Kalil Shamir Kalil
scrittore arabo
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