lunedì, marzo 23, 2009

Dati Usa

«Soltanto i profilattici? Il contagio cresce» 
 Il paradosso è servito: la scienza medica conferma che la distribuzione a vasto raggio dei preservativi aumenta il contagio di Aids. Mentre l’insistenza sul­la fedeltà coniugale e l’astinenza sessuale sono «pro­babilmente il maggior contributo» nella lotta al virus Hiv. Parola del New York Times (lo stesso quotidiano che in questi giorni ha criticato Benedetto XVI), 1 marzo 2003, in un commento a firma di Edward C. Green, direttore del Progetto di ricerca per la prevenzione dell’Aids pres­so il Centro studi sulla popolazione e lo sviluppo del­l’università di Harvard. La stessa dove il (non ancora) presidente Obama insegnava diritto.
 Green, un’autorità mondiale in materia ( suo il libro
Rethinking AIDS Prevention del 2003), autore di decine di contributi specialistici, concorda con Benedetto XVI su come affrontare l’Aids nel Continente Nero. «Il Papa ha ragione: l’evidenza migliore di cui siamo in posses­so supporta i commenti del Pontefice», ha dichiarato Green alla National Review Online. «I nostri migliori studi mostrano una consistente associazione tra una maggior disponibilità/uso di preservativi e maggiori (non minori) indici di infezione da HIV». Per Green la posizione del Papa non è affatto bizzarra rispetto alla scienza: «Un numero sempre maggiore di esperti di Aids sta accettando queste posizioni», tra le quali l’esperto di Harvard indica «la riduzione di partner sessuali oc­casionali », che egli definisce «il cambiamento di com­portamento più importante associato alla riduzione della diffusione del virus».
 In un testo del 7 aprile 2007 comparso sempre sul New York Times, Green smentiva l’idea che i piani occiden­tali – nel caso, la distribuzione di condom in Africa – po­tessero avere successo: «Sta crescendo l’evidenza che i modelli biomedici di tipo occidentale nella prevenzio­ne dell’Aids – come i condom, gli antibiotici per le in­fezioni trasmesse per via sessuale e i test sull’Hiv – so­no largamente inefficaci in Africa». Il luminare harvardiano confrontava due esempi: da u­na parte quello applicato in Uganda, basato sul con­cetto ABC – astinenza, fedeltà e uso del preservativo (in questo ordine) – dal costo irrisorio di 0,23$ pro-capite, che ha portato ad una riduzione del tasso di infezione dal 15% nel 1992 al 5% nel 2004. Mentre altri Paesi, og­getto di campagne miliardarie finanziate dall’Occiden­te per l’uso di preservativi, «sono tra gli Stati che han­no gli indici più alti di diffusione dell’Hiv». Green offre anche dati concreti: nello stesso periodo, in Uganda ve­nivano usati ogni anno solo 4 profilattici per ogni ma­schio, in Botswana ben 35, in Zimbabwe 25 e in Suda­frica 20. In una conferenza del 2006 al Christian Connections for International Health di Washington Green ha snoc­ciolato altri numeri per dimostrare che non sono i pre­servativi la panacea anti-Hiv. Vedi il caso-Kenya, passato da un’incidenza del 10% di malati di Aids negli anni No­vanta al 7% del 2003: «In questo periodo il Kenya ha vi­sto un aumento significativo di A (astinenza) e B (fedeltà) e un piccolo incremento dell’uso dei preservativi».

postato da: religioneascuola alle ore 09:06 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, marzo 22, 2009

Quello che il Papa ha detto su Aids e profilattici rispondendo a una domanda rivoltagli da un giornalista di France 2 sull'aereo che lo portava in Africa

D. – E ora, diamo di nuovo la parola ad una voce francese: è il nostro collega Philippe Visseyrias di France 2:

D.Santità, tra i molti mali che travagliano l’Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell’Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema, durante il viaggio? Très Saint Père, Vous serait-il possible de répondre en français à cette question?

R. – Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, a tante altre cose, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati … Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con soldi e con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non aiutano (impegnando la responsabilità personale), non si può superarlo con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema. La soluzione può essere solo duplice: la prima, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro; la seconda, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra che questa sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno.

postato da: religioneascuola alle ore 15:11 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, marzo 22, 2009

Aids e il profilattico

Leggiamo il foglietto inserito all'interno delle confezioni di profilattici Primex

"Un uso corretto dei profilattici può aiutare a ridurre il rischio di gravidanze indesiderate e conferisce protezione dall'HIV/AIDS e dalle malattie sessualmente trasmissibili, ma non può garantire il 100% di protezione".

Forse si dovrebbe puntare non solo sul profilattico ma su un'educazione alle relazioni e all'amore. Ma siccomme lo dice il Papa sarà certamente  una cosa sbagliata!

postato da: religioneascuola alle ore 14:52 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, marzo 22, 2009

Il viaggio del Papa in Africa: quello vero e non quello raccontato dai mass media

Tutto ci si sarebbe aspettato dal pri­mo viaggio in Africa di Benedetto XVI, ma non che alla fine i viaggi sa­rebbero stati addirittura due. Quello vero e quello raccontato da gran parte dei me­dia occidentali.

Si comincia ancor prima di toccare il suolo africano. A bordo del­l’aereo, il Papa parla della fede gioiosa de­gli africani, dei problemi economici mon­diali che rischiano di affondare ancor più il continente già duramente provato dal­la povertà.

Ma tutto si concentra su una frase: «L’Aids non si combatte distribuen­do preservativi, che anzi aggravano il pro­blema ». Niente di nuovo sul piano del ma­gistero della Chiesa, ma le reazioni dei so­liti ambienti radical chic sono durissime. «Il Papa condanna a morte milioni di a­fricani » è più o meno la vulgata del suo discorso, volto in realtà a ricordare come il profilattico non serva, se a monte non c’è un’autentica educazione sessuale e non si concentrano le risorse sulla cura dei malati. Anzi, all’arrivo a Yaoundé Be­nedetto XVI chiede espressamente medi­cinali gratis per tutti. Ma su questo, natu­ralmente, i mass media del primo mondo tacciono.

Così come è quasi impossibile trovare traccia della trionfale accoglienza che gli africani (gli stessi che lui vorrebbe «con­dannare a morte») gli tributano in tutte le fasi della visita. I giornali di Yaoundé, il giorno dopo l’arrivo, hanno titoli del tipo 'In trionfo', ma nella Ue scendono in campo perfino diverse cancellerie e si sca­tena la solita canea dei sostenitori del bu­siness del preservativo. «Il Papa è un irre­sponsabile », è il commento più benevo­lo, e alcuni interventi sono davvero al li­mite dell’offesa personale.

Tuttavia gli autori di tali dichiarazioni ap­partengono al gruppo di quei Paesi ricchi che nel Round di Doha hanno promesso di devolvere lo 0,7 per cento del Pil agli aiuti allo sviluppo e non l’hanno mai fat­to; che attuano una colonizzazione eco­nomica che fa rimpiangere persino quel­la politica di qualche decennio fa; e che di­menticano sistematicamente guerre, ca­restie e malattie (leggi Darfur e malaria, ad esempio), a causa delle quali, invece, la gente muore davvero.

Il Papa no. Non dimentica. Parla dei pro­blemi dell’Africa, chiede il rispetto degli impegni presi a Doha, denuncia corru­zione politica, guerre fratricide, violenze sulle donne e sui bambini, visita malati e rifiuta i conflitti in nome di Dio. Ma torna a far notizia solo quando stigmatizza che sotto il concetto di 'salute riproduttiva delle donne' si voglia far passare l’aborto come mezzo di regolazione delle nascite. E di nuovo fioccano le polemiche, con il fondo toccato da chi interpreta le parole del Pontefice come un appoggio al vesco­vo di Recife e alla sua frettolosa scomuni­ca nei confronti della bambina brasiliana costretta ad abortire dopo la violenza su­bita dal patrigno. Incredibile ma vero. È successo anche questo nel viaggio me­diatico di Benedetto XVI.

Quello vero è un’altra cosa. È la risposta di chi sa che la vera speranza non viene da quanti vogliono vendere quantità indu­striali di preservativi per i propri interes­si economici, ma da uomini e donne co­me i tanti sacerdoti religiosi e laici che o­gni giorno stanno a fianco dei poveri. Que­sto fa la Chiesa, questo è venuto a testi­moniare il Papa. E gli africani lo hanno compreso. A differenza di tanti commen­tatori occidentali.
 Mimmo Muolo

postato da: religioneascuola alle ore 14:45 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, marzo 12, 2009

Miserabile uomo

 

Telefono Rosa riferisce che “era consenziente” è la giustificazione classica, portata da un uomo, in caso di violenza carnale.

 

Il 53% delle vittime non denuncia: per paura, per vergogna, perché le spese processuali sono a suo carico

e i tempi della giustizia sono lunghi.

 

Secondo l’Università di Princeton (America)

la “donna oggetto” ha un fondamento scientifico.

 

Risonanze magnetiche sui cervelli

di un gruppo di volontari maschi hanno evidenziato che,

davanti a una ragazza poco vestita,  

si attivano enormemente.

 

I primi verbi che vengono alla mente mentre si osserva la ragazza sono: afferrare, maneggiare, spingere.

 

Durante la visione

risultano disattivate le aree celebrali coinvolte nell’empatia,

cioè nella capacità di comprendere

 emozioni e desideri altrui.

 

In altre parole: io guardo un oggetto da desiderare

e non una donna.

Penso e desidero fare con lei quello che voglio

indipendentemente da ciò che la donna pensa e desidera.

 

postato da: religioneascuola alle ore 15:12 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, marzo 05, 2009

Quaresima

Cos’è la Quaresima?

E’ il periodo di 40 giorni che precede la Pasqua.

Rimanda al periodo che Gesù trascorse nel deserto prima di iniziare la vita pubblica.

Fu un periodo di vita austera, di riflessione e di preghiera in cui egli respinse le tentazioni di Satana (Mt 4, 1-11), rifiutando di servire gli idoli del potere, della ricerca dei beni materiali, della fama e dell’ammirazione degli altri.

Gesù è il Messia venuto per servire l’uomo, non per essere servito.

A cosa serve la Quaresima?

E’ un periodo di “deserto” e di “ritorno all’essenziale” per rinnovare il rapporto con Dio e rivedere la propria vita e le proprie scelte.

La Quaresima ci aiuta a distaccarci dei beni materiali, a condividerli con chi ha bisogno.

Tutto questo ci avvicina a ciò che Dio si aspetta da noi e al nostro prossimo.

La Quaresima ci aiuta a rinnovare la nostra vita e a vivere gli impegni che noi ci siamo assunti con i sacramenti del Battesimo (grazie ai nostri genitori), Eucarestia (Prima Comunione), Confermazione (Cresima).

Spunti per vivere la Quaresima

Il tempo

Noi viviamo sempre di corsa e siamo pieni d’impegni. Proviamo a recuperare un po’ di tempo per riflettere e pregare limitando TV, videogiochi, computer, giri inutili.

Leggiamo o facciamo qualcosa di utile e di formativo (lettura del Vangelo, la Confessione, la Messa, iniziative di carità).

Approfittiamo per parlare di persona con i nostri amici e scopriremo che è molto meglio della chat o degli sms.

La preghiera

Una preghiera al mattino per ringraziare Dio del fatto che si è al mondo può essere una bella cosa.

Chiediamogli anche la forza di vivere bene la nostra giornata e di aiutare gli altri a fare la stessa cosa..

 

Esame di coscienza

Non serve solo a pensare alle cose che non vanno ma anche a quello che si è fatto di buono durante la giornata. Ci accorgeremo che sono molte di più e la riflessione su queste potrebbero aiutarci a modificare le cose che non vanno.

Digiuno

Non vuol dire che non si debba mangiare nulla.

Cerchiamo di limitare gli eccessi (dolci, patatine e “schifezze” varie).

Il digiuno non è solo quello alimentare. Può essere anche quello televisivo, musicale, ludico.

Ogni tanto è bene praticare il digiuno delle parole. Parliamo di meno, ascoltiamo di più, diciamo meno parolacce e quando parliamo prima accendiamo il cervello.

La carità

Proviamo a dare un valore economico alle nostre rinunce. Con i soldi risparmiati dall’acquisto di merendine, patatine, figurine, card ecc. si possono acquistare viveri per i poveri o sovvenzionare piccoli progetti a favore dei bisognosi vicini e lontani.

I soldi devono essere il frutto delle nostre rinunce. Non è bello chiederli ai genitori  e continuare a vivere e a mangiare come se niente fosse (possiamo imbrogliare gli uomini ma non Dio).

postato da: religioneascuola alle ore 20:10 | Permalink | commenti (1)
categoria:
giovedì, marzo 05, 2009
Le parole del Papa
Ai giovani ebbri del nulla
la proposta di un «Dio accanto»
Rivolgendosi ai ragazzi nel messaggio per la prossima 24ª Giornata mondiale della gioventù Benedetto XVI ha parlato di un giovane, «uno come voi», sui venti o venticinque anni. Uno che duemila anni fa se ne andava a cavallo verso Damasco, fiero della Legge di Mosè e deciso ad affermarla con la forza contro ai suoi nemici. Quel tal ragazzo dunque, ha rievocato il Papa, improvvisamente abbagliato da una gran luce cadde da cavallo, mentre una voce gli chiedeva: Saulo, perché mi perseguiti? Ben nota è poi la storia di colui che scrisse: «Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente», e aprì la strada a generazioni di cristiani.Ma colpisce nel messaggio papale quella annotazione, «era un giovane come voi». Paolo, uno come voi, nel fiore dell’età, e forte, e certo dei suoi disegni; Paolo disarcionato a terra sulla sabbia della strada per Damasco, costretto a domandare in ginocchio a quel Dio ignoto: chi sei?

È paolino il percorso che porterà verso la Gmg di Madrid del 2011: «Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede», è il tema. E Paolo, dice non a caso il Papa, era un giorno come uno di voi. Uno che aveva tutto, all’apparenza, e a cui però mancava l’essenziale: la speranza, la grande speranza dei cristiani. Che non è una speranza contingente, né attesa di fortunati destini, né il disporre le cose in modo che, ragionevolmente, ce la caviamo. La grande speranza, dice Benedetto, «può essere solo Dio». Un Dio che conosce e ama ciascun uomo, e che promette a ciascuno «il centuplo quaggiù», e la vita per sempre. La speranza dunque è senso che colmi ogni giornata, per quanto sfortunata o dolorosa o banale. Martedì, sulla prima pagina di Repubblica Pietro Citati sosteneva che l’evangelista Giovanni «non provava il minimo interesse per la vita quotidiana», per l’«insignificante» nascere e morire degli uomini, ma solo tendeva alla vita eterna. È vero esattamente il contrario: già "questa" vita dalla promessa di Cristo è colmata, così che l’eterno con Cristo si è fatto quotidiano.

Ed è questo che il Papa continua a dirci: «La fede – ha scritto nella Spe salvi – non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti (...) Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro "non-ancora". Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future». È la speranza, dice il Papa, la questione fondamentale dell’oggi, quando «l’oblio di Dio» si allarga in «evidente smarrimento, con risvolti di solitudine e violenza». E qui parla dei giovani – e «purtroppo», dice «non sono pochi» – «feriti della vita», esposti alla deriva di un vuoto familiare o di un’educazione distratta. Come, si chiede, annunciare la speranza anche a loro? (Perché, dice il Papa, «il desiderio di amore vero e di felicità non si spegne», neanche in quelli che paiono i peggiori). Come annunciare? La speranza, ripete Benedetto XVI con l’insistenza con cui si dice qualcosa di troppo a lungo dimenticato, «non è un ideale o un sentimento, ma una persona viva: Gesù Cristo».

Non è un "valore" o un’astratta nobile morale: è un Dio vivo, è un Dio accanto, cui l’uomo sta a cuore. Un Dio che dice ai giovani seguaci del nulla, ai violenti, a chi sembra perduto e gli è dunque ancora più caro: la speranza, sono io. Come lo disse un giorno a un giovane ebreo persecutore di cristiani, uno che si sentiva giusto e "a posto". E per farsi sentire dovette buttarlo giù dal suo orgoglioso cavallo: perché quello, a vent’anni, potente, pago di sé, non ne voleva sapere di ascoltare.
Marina Corradi
postato da: religioneascuola alle ore 20:04 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, marzo 01, 2009

Staccare la spina?

L' ateo Jannacci: allucinante fermare le cure

 

«Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c' è nemmeno un filo dell' ironia che da cinquant' anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni - «persone vive solo in apparenza, ma vive» - Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l' alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale». È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo? «Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi». Ma una volta che il cervello non reagisce più, l' attesa non rischia di essere inutile? «Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l' idea di non potergli più stare accanto». Sono considerazioni di un genitore o di un medico? «Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L' esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...». Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro? «Bisogna stare molto vicini a questo padre». Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte? «Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover "staccare una spina": sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me». Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza? «Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina». Quarant' anni fa la pensava allo stesso modo? «Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: "Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c' entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti". Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, "così può attaccarsi a loro finché vuole"... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C' è anche dell' altro, però». Che cosa? «In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l' idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza». Fabio Cutri

Cutri Fabio

postato da: religioneascuola alle ore 20:17 | Permalink | commenti
categoria: