sabato, luglio 25, 2009

Vacanze, per arricchirsi

messaggio del vescovo di Faenza - Modigliana, Claudio Stagni, a chi parte per le ferie estive

La tradizione di un saluto a chi andava in vacanza ha spesso rappresentato il bisogno di accompagnare chi si allontanava da casa per qualche tempo con alcune raccomandazioni. Erano quasi sempre gli stessi inviti, che avevano l’intento di mostrare una protezione ritenuta più necessaria durante l’assenza. Il contesto oggi è decisamente diverso, e lo spirito con cui si saluta chi parte, per periodi sempre più corti, non è più quello di una volta, forse perché la comunicazione tramite cellulare praticamente continua, toglie l’impressione della distanza.

La vacanza, se non un vero e proprio diritto, è una opportunità favorevole che consente la variazione sul ritmo spesso frenetico delle nostre giornate, l’interruzione di uno standard ripetitivo e l’occasione di un maggiore riposo. Poi non sarà così per tutti.

Dal punto di vista pastorale cambiano i programmi delle parrocchie e si introducono delle opportunità nuove soprattutto per i ragazzi e i giovani con i campi scuola. Anche l’estate è un tempo favorevole per lo spirito e per la propria formazione.

La considerazione che quest’anno mi pare opportuno rivolgere a chi ha la possibilità di lasciare la propria casa e fare una vacanza in un luogo di villeggiatura, è l’invito a fare tesoro dei valori spirituali e culturali dei luoghi raggiunti. Normalmente le comunità di accoglienza si premurano di offrire occasioni di festa, di divertimento, di tradizioni alimentari ecc. Ma non mancano anche le offerte di interesse culturale e perfino di formazione spirituale, soprattutto nei luoghi più frequentati dai turisti.

Il tempo di vacanza può essere l’occasione per una vera ricreazione dello spirito; può essere bello per sé e incoraggiante per chi le ha predisposte approfittare delle proposte più significative. Il tempo libero non è un tempo necessariamente vuoto, ma è quello che liberamente occupiamo di ciò che abbiamo sempre desiderato.

Quindi insieme all’augurio sincero di buone vacanze, rivolgo l’invito a far tesoro di tutto ciò che di bello potete trovare dove andate, o anche vicino a casa per chi rimane.

 

                                          + Claudio Stagni, vescovo
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sabato, luglio 18, 2009

Le leggende nere sulla Chiesa

 L’ imbarazzo è solo nella scelta, ora che l’anti-cattolicesimo è diventato à la page con i successi di Dan Brown e l’anti-clericalismo ha assunto toni colti con i tomi di Corrado Augias. Ma per Michael Hesemann, storico tedesco, è ora di rilanciare la palla nel campo delle critiche prevenute alla Chiesa e smascherare l’anti­cattolicesimo, «l’antisemitismo degli intellettuali». Hesemann, già autore di un saggio sull’iscrizione della croce di Cristo,
 Titulus Crucis ,
che fece discutere gli esperti, torna ora in libreria con Contro la Chiesa. Miti, leggende nere e bugie (San Paolo, pp. 374, euro 28). Qui lo studioso di Düsseldorf sviscera le 'leggende nere' sul conto dei cattolici lungo gli ultimi due millenni di storia.
 Le 'stragi' delle Crociate, le 'violenze' dell’Inquisizione, la 'caccia alle streghe', Pio XII come 'il Papa di Hitler'. Qual è, tra queste, l’accusa più inverosimile rivolta alla Chiesa?

 «La 'leggenda nera' che ancora causa un danno considerevole è la pretesa che Pio XII fosse 'il Papa rimasto silenzioso durante l’Olocausto' oppure 'il Papa di Hitler'. Non si può immaginare una peggior distorsione della verità. Prima di diventare Pio XII, Eugenio Pacelli fu nunzio vaticano a Monaco e Berlino, fu testimone dell’ascesa al potere di Hitler.
  Come Segretario di Stato della Santa Sede portò avanti i negoziati per il Concordato con i nazisti nel 1933. Quest’uomo ­diventato papa nel ’39 - conosceva Hitler e i nazisti, ne era disgustato fin dall’inizio. Egli definì il nazismo 'la più grande eresia del nostro tempo' e bollò Hitler come 'una persona fondamentalmente cattiva'».

 Si può parlare di Pio XII come amico del popolo ebraico?

 «Da sempre fu a favore degli ebrei. A scuola aveva un amico ebreo e si univa alla sua famiglia per lo
Shabbat.
Appoggiò il leader sionista Nahum Sokolov e mostrò simpatia per il sionismo quando la maggior parte degli esponenti vaticani erano scettici su questo.
  Da nunzio in Germania aveva aiutato gli ebrei già durante la prima guerra mondiale. Quando, divenuto Pio XII, apprese l’uccisione degli ebrei da parte dei nazisti, 'gridò come un bambino e pregò come un santo', come disse un prete che lo informò dei fatti. Cercò di fare ogni cosa umanamente possibile per salvare quanti più ebrei. Secondo il diplomatico e storico israeliano Pinchas Lapide, fu capace di aiutare 850 mila ebrei a sfuggire al genocidio nazista.
  Quando il Vaticano era a corto di soldi, prese in considerazione l’idea di vendere i migliori capolavori di Raffaello per aiutare i rifugiati ebrei. Dopo la guerra quasi ogni organizzazione ebraica e molti politici israeliani lo ringraziarono per quanto fatto. Ma un commediografo tedesco (Rolf Hochhuth, ndr) costruì un’opera terribile (
Il Vicario , ndr) e così l’immagine pubblica di Pio XII cambiò completamente. Il Papa che aveva sfidato Hitler divenne improvvisamente il 'Papa amico di Hitler'».

 In Italia ci sono libri - come quelli di Augias - che vogliono distruggere la verità storica del cristianesimo. Come devono rispondere i cristiani a questi attacchi?

 «Augias è un esempio perfetto di autore scandalistico. Certo, è facile ignorarlo, ma è la strategia sbagliata, dal momento che i lettori di quei testi potrebbero credere
che abbiamo qualcosa da nascondere.
  Invece credo in una prassi dell’apertura.
  La peggior bugia sulla Chiesa primitiva e la sua tradizione è affermare che i Vangeli sono stati manipolati. Niente può essere più lontano dalla verità. Ogni volta che un nuovo frammento di una copia originaria del II o del III terzo dei quattro Vangeli canonici è stata rinvenuta, gli esperti sono rimasti stupiti dal fatto che vi hanno trovato meno variazioni rispetto al testo già conosciuto. I Vangeli sono i testi dell’antichità meglio conservati: nessun autore antico ha una tradizione migliore.
 
La maggior parte dei lavori dei classici greci e romani, scrittori, storici o filosofi, sono conservati in traduzioni arabe dei primi secoli del Medioevo o in copie conservate nei monasteri medievali, scritti forse un migliaio di anni dopo. Nel caso dei Vangeli, meno di un secolo separar i loro autori dai manoscritti più antichi».

 Lo studioso Philip Jenkins (anglicano) ha definito l’anti-cattolicesimo 'l’ultimo pregiudizio accettabile'. Come mai persistono tante critiche contro la Chiesa?

 «'L’anti-cattolicesimo è l’antisemitismo degli intellettuali', scrisse lo scrittore americano Peter Viereck nel 1950: è ancora vero. Questo è il solo pregiudizio non solo tollerato ma anche praticato su ampia scala nei media. Attacca la Chiesa e scrivi un best-seller: questa è la formula di autori come Dan Brown, David Yallop, Donna Cross o John Cornwell. Molti vogliono vedere la caduta della Chiesa: la sua esistenza è una provocazione al mondo moderno. Essa non sembra idonea in una società edonistica, basata sull’egoismo, sul sesso e sul consumismo. È come una roccia, insegna valori eterni in contrasto con il trend libertino del 'tutto è lecito'. Essa tramanda una cultura della vita e della responsabilità in contrasto con quella che propugna la morte e il profitto. Benedetto XVI ha ragione quando indica nel relativismo la sfida più grande per la Chiesa nel III millennio. Esso è il credo della società del divertimento senza scopo».

 «Pacelli fu amico degli ebrei e operò concretamente per salvarli durante gli anni bui del nazismo. Ma oggi ormai l’anticattolicesimo è l’antisemitismo degli intellettuali».

Lorenzo Fazzini

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mercoledì, luglio 15, 2009

I punti salienti dell'enciclica di Benedetto XVI "Caritas in Veritate"

« La Carità nella ve­rità, di cui Gesù s’è fatto testimo­ne » è «la principale forza pro­pulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera». È l’ incipit della Cari­tas in veritate , terza enciclica di Benedetto XVI, che il Papa indirizza al mondo cattolico e «a tutti gli uomini di buona volontà». Centoquarantadue pagine, suddivise in sei capi­toli, più un’introduzione e u­na breve conclusione.
 Introduzione –
Il Pontefice ri­corda che «la carità è la via maestra della dottrina socia­le della Chiesa». Tuttavia, da­to «il rischio di estrometterla dal vissuto etico», essa va co­niugata con la verità, perché «un Cristianesimo di carità senza verità può venire facil­mente scambiato per una ri­serva di buoni sentimenti, u­tili per la convivenza sociale, ma marginali». Quando inve­ce, lo sviluppo ha bisogno della verità, altrimenti «l’agi­re sociale cade in balia di pri­vati interessi e di logiche di potere, con effetti disgrega­tori sulla società».
 Capitolo I –
Benedetto XVI lo dedica alla Populorum pro­gressio
  di Paolo VI, ricordan­do come «senza la prospetti­va di una vita eterna il pro­gresso umano in questo mondo rimane privo di re­spiro ». Montini ribadì «l’im­prescindibile importanza del Vangelo per la costruzione della società secondo libertà e giustizia», e nella
Humanae vitae «indica i forti legami e­sistenti tra etica della vita ed etica sociale». Un «collega­mento » che anche oggi la Chiesa «propone con forza», in quanto lo sviluppo è dav­vero «integrale» quando è «volto alla promozione di o­gni uomo e di tutto l’uomo». Infatti «le cause del sottosvi- luppo non sono primaria­mente di ordine materiale», ma innanzitutto nella vo­lontà, nel pensiero e ancor più «nella mancanza di fra­ternità tra gli uomini e i po­poli ». «La società sempre più globalizzata – rileva – ci ren­de vicini, ma non ci rende fra­telli ».

 Capitolo II –
L’esclusivo o­biettivo del profitto «senza il bene comune come fine ulti­mo rischia di distruggere ric­chezza e creare povertà». Un’attività finanziaria «per lo più speculativa», i flussi mi­gratori «spesso solo provoca­ti » e poi mal gestiti, «lo sfrut­tamento sregolato delle ri­sorse della terra» rappresen­tano «distorsioni dello svi­luppo » rispetto ai quali il Pa­pa invoca «una nuova sintesi umanistica». La crisi «ci ob­bliga a riprogettare il nostro cammino». Dopo la fine dei «blocchi», ricorda papa Rat­zinger, Giovanni Paolo II ave­va chiesto «una riprogetta­zione globale dello sviluppo», ma ciò «è avvenuto solo in parte». Le persone appaiono sempre più smarrite e debo­­li, mentre invece «il primo ca­pitale da salvaguardare e va­lorizzare è la persona nella sua integrità». Il Pontefice a­nalizza i rischi di smarrimen­to delle culture, affronta lo «scandalo della fame», sotto­linea come il rispetto per la vita «non può in alcun modo essere disgiunto» dallo svi­luppo dei popoli. E, sulla glo­balizzazione, afferma: «Sen­za la guida della carità nella verità, questa spinta planeta­ria può concorrere a creare ri­schi di danni sconosciuti fi­nora e di nuove divisioni».
 Capitolo III –
Parlando di fra­ternità, sviluppo economico e società civile, papa Ratzin­ger mette in evidenza come la convinzione di autonomia dell’economia dalle «influen­ze di carattere morale ha spinto l’uomo ad abusare del­lo strumento economico in modo persino distruttivo». Ma ciò, e l’esperienza l’ha di­mostrato, non è vero. Il mer­cato, «senza forme interne di solidarietà e di fiducia reci­proca non può pienamente espletare la propria funzio­ne »; esso deve «attingere e­nergie morali da altri sogget­ti » e non deve considerare i poveri un «fardello, bensì u­na risorsa». Riprendendo la
 Centesimus annus ,
il Papa in­dica la «necessità di un siste­ma a tre soggetti» – mercato, Stato e società civile – e inco­raggia una «civilizzazione dell’economia»; così, osser­va, la gestione della crisi at­tuale «non può tenere conto degli interessi dei soli pro­prietari », ma «deve anche far­si carico» della comunità lo­cale. Alla globalizzazione ser­ve «un orientamento cultu­rale personalista e comunita­rio, aperto alla trascendenza» capace di «correggerne le di­sfunzioni ».
 Capitolo IV –
Riflettendo su sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente, il Papa ri­badisce che «l’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi bensì di un’etica amica della perso­na ». La stessa centralità della persona deve essere il princi­pio guida «negli interventi per lo sviluppo» della coopera­zione internazionale, che de­vono sempre coinvolgere i beneficiari. Quanto all’am­biente, Benedetto XVI ricorda come per il credente la natu­ra è un dono di Dio da usare responsabilmente, e «l’acca­parramento delle risorse» da parte di Stati e gruppi di po­tere «un grave impedimento per lo sviluppo dei Paesi po­veri ». Le «società tecnologi­camente avanzate possono e devono diminuire il proprio fabbisogno energetico».
 Capitolo V –
Qui il Papa evi­denzia che «lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia». Con «la negazione del diritto a pro­fessare pubblicamente la propria religione», la politica «assume un volto opprimen­te e aggressivo», e «nel laici­smo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo» tra la ragio­ne e la fede, rottura che «com­porta un costo molto gravo­so per lo sviluppo dell’uma­nità ». Non manca un riferi­mento al principio di sussi­diarietà, che rappresenta «l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenziali­smo paternalista». Il Papa e­sorta poi gli Stati ricchi a «de­stinare maggiori quote» del Pil per lo sviluppo, in parti­colare all’istruzione e alla for­mazione «integrale». Quanto poi al fenomeno «epocale» delle migrazioni, ricorda che ogni migrante «è una perso­na umana» che «possiede di­ritti che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione». E conclude con un richiamo «all’urgenza della riforma» dell’Onu e «dell’architettura economica e finanziaria in­ternazionale », auspicando «la presenza di una vera Autorità politica mondiale».
 Capitolo VI –
Affrontando la relazione tra sviluppo e tec­nica, il Papa mette in guardia dalla «pretesa prometeica» secondo cui «l’umanità ritie­ne di potersi ricreare avva­lendosi dei 'prodigi' della tecnologia». La tecnica infat­ti non può avere una «libertà assoluta». Campo primario «della lotta culturale tra l’as­solutismo della tecnicità e la responsabilità morale del­l’uomo è oggi quello della bioetica», spiega Benedetto XVI, affermando che «la ra­gione senza la fede è destina­ta a perdersi nell’illusione della propria onnipotenza».
 Conclusione –
Lo sviluppo «ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera», di «a­more e di perdono, di rinun­cia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace».

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venerdì, luglio 03, 2009
Nuova enciclica del Papa,
presentazione il 7 luglio
Sarà presntata il prossimo 7 luglio l'attesa enciclica sociale di Benedetto XVI «Caritas in veritate».

Questa mattina, intanto, nell’udienza generale, davanti a circa 14 mila fedeli, il Papa si è soffermato sulla fine dell’Anno Paolino e sull’inizio dell’Anno Sacerdotale, auspicando che quest’ultimo «costituisca per ogni sacerdote un’opportunità di rinnovamento interiore e, conseguentemente, di saldo rinvigorimento nell’impegno per la propria missione».

Citando san Giovanni Maria Vianney, al quale l’Anno sacerdotale è dedicato, nel 150° anniversario della morte, Benedetto XVI ha sottolineato che «nella vita del sacerdote, annuncio missionario e culto non sono mai separabili, come non vanno mai separati identità ontologico-sacramentale e missione evangelizzatrice». Il «fine» della missione di ogni presbitero, ha spiegato infatti, il Papa, è «cultuale», perché «tutti gli uomini possano offrirsi a Dio come ostia viva,santa e a lui gradita ricevendone quella carità che sono chiamati a dispensare abbondantemente gli uni agli altri».

«L’amore per il prossimo, l’attenzione alla giustizia e ai poveri - ha proseguito il pontefice - non sono tanto temi di una morale sociale, quanto piuttosto espressione di una concezione sacramentale della moralità cristiana, perché, attraverso il ministero dei presbiteri, si compie il sacrificio spirituale di tutti i fedeli, in unione con quello di Cristo».

«Attraverso l’annuncio del Vangelo», ha spiegato Benedetto XVI, i sacerdoti infatti «generano la fede in coloro che ancora non credono, perché possano unire al sacrificio di Cristo il loro sacrificio, che si traduce in amore per Dio e per il prossimo». «A fronte di tante incertezze e stanchezze anche nell’esercizio del ministero sacerdotale – l’esortazione del Papa - è urgente il recupero di un giudizio chiaro ed inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina». Anche per i preti, ha detto il Papa, vale quanto da lui raccomandato nella sua prima enciclica, Deus caritas est: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».
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