sabato, novembre 21, 2009

Ora di religione, risorsa per una società plurale

Messaggio della presidenza Cei a studenti e famiglie

Pubblichiamo il testo integrale del «Messaggio» della Presidenza della Conferenza episcopale italiana «in vista della scelta di avvalersi dell’in­segnamento della religione cattolica nell’anno scolastico 2010-2011».
 L’
anno scolastico ha preso avvio da qualche settima­na, segnato da cambia­menti e innovazioni finalizzati a te­nere il passo con le trasformazioni della società nell’orizzonte europeo e globale. La Chiesa che è in Italia, consapevole che la scuola è luogo imprescindibile di formazione del­la persona nella dimensione indivi­duale e sociale, ne segue con atten­zione e partecipazione gli sforzi, condividendo le ansie di quanti si a­doperano attivamente nel compito educativo. Essa si fa «compagna di viaggio», dei genitori, dei docenti e degli studenti, cooperando – nelle modalità che le sono proprie – all’e­ducazione integrale delle giovani generazioni. I n particolare, con l’insegna­mento della religione cattolica, propone all’interno dell’offerta formativa l’orizzonte di valori pro­venienti dal ricco patrimonio del cristianesimo, che segna profonda­mente la cultura occidentale, decli­nandosi in Italia soprattutto nella forma cattolica. I grandi valori uni­versali della dignità della persona, della pace e della giustizia, le mol­teplici espressioni dell’arte, della musica e della letteratura, delle fe­ste, degli usi e costumi costituisco­no la trama organica della nostra ci­viltà e resterebbero incomprensibi­li, se disancorati dalla radice cri­stiana che li ha generati e dalla fi- gura e dall’opera di Gesù Cristo, che ne è il fondamento. Il Santo Padre Benedetto XVI ci ha ricordato che «grazie all’insegnamento della reli­gione cattolica, la scuola e la società si arricchiscono di veri laboratori di cultura e di umanità, nei quali, de­cifrando l’apporto significativo del cristianesimo, si abilita la persona a scoprire il bene e a crescere nella re­sponsabilità, a ricercare il confron­to ed a raffinare il senso critico, ad attingere dai doni del passato per meglio comprendere il presente e proiettarsi consapevolmente verso il futuro» ( Discorso ai partecipanti all’incontro degli insegnanti di reli­gione cattolica ,
Roma, 25 aprile 2009).
 
S ono queste le ragioni che ci in­ducono a invitare genitori e studenti a scegliere l’insegna­mento della religione cattolica, pre­ziosa opportunità culturale che consente anche di confrontarsi con maggiore consapevolezza con altre realtà culturali e religiose presenti oggi nelle nostre città. Esso contri­buisce a caratterizzare la scuola co­me occasione di formazione uma­na e civile, intessuta nelle dimen­sioni dello spirito e dell’esperienza
religiosa. L’insegnamento della re­ligione cattolica, come disciplina scolastica specifica, muovendo dai grandi interrogativi esistenziali e dal patrimonio storico della cultura i­taliana, promuove infatti la rifles­sione sul senso ultimo della vita e apre al confronto con le altre istan­ze religiose, facendo conoscere l’o­riginalità della risposta religiosa cri­stiana, senza precludersi al con­fronto con altri sistemi di significa­to.
 
L’ esperienza di tanti inse­gnanti di religione, ai qua­li va la nostra sincera rico­noscenza, testimonia che questo o­biettivo è perseguibile. Di ciò è pro­va anche l’alto livello di adesione da parte di famiglie e studenti prove­nienti da altri paesi e culture: il dia­logo e l’amicizia nata sui banchi di scuola fanno ben sperare quanto al superamento di pregiudizi e in­comprensioni che minerebbero le basi della convivenza sociale. N el 2009 l’insegnamento del­la religione cattolica è sta­to scelto dal 91% delle fa­miglie e degli alunni della scuola pubblica. Il dato sale al 91,7 %, se si tiene conto anche di quanti fre­quentano scuole di ispirazione cat­tolica. Si tratta di un risultato lusin­ghiero, che attesta la validità della proposta, confermando nel loro proposito quanti hanno deciso di avvalersi di tale insegnamento e provocando positivamente coloro che sono chiamati a sceglierlo per il prossimo anno scolastico.

 Roma, 13 novembre 2009

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sabato, novembre 14, 2009
Papa: difesa della vita non è compito solo dei cattolici
"La difesa della vita appartiene a tutti, credenti e non credenti". Lo afferma il Papa che lancia "un appello alla formazione delle coscienze" nel suo discorso ai vescovi brasiliani della regione Sud 1, in Vaticano per la visita ad Limina. Per Bendetto XVI, "la difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale non appartiene solo ai cristiani ma ad ogni coscienza umana che aspiri alla verità".

"La questione della vita e della sua difesa e promozione - scandisce il Pontefice - non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità. E il 'popolo della vità gioisce di poter condividere con tanti altri il suo impegno perchè la nuova cultura dell'amore e della solidarietà possa crescere per il vero bene della città degli uomini".

Oggi, denuncia il Papa teologo, "la vita umana, dono di Dio da accogliere nell'intimità amorosa del matrimonio tra un uomo e una donna è talora vista come un mero prodotto dell'uomo". Così l'attuale sfida della bioetica diventa "campo primario e cruciale della lotta culturale tra l'assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell'uomo", nel quale "si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale".

Davanti a questi nuovi rischi, Ratzinger esorta a riscoprire "il ricco patrimonio cristiano del popolo brasiliano" sottolineando, nello stesso tempo, la necessità urgente di educare le coscienze in un tempo che vede crescere la violenza e il disprezzo della vita umana". "Missione della Chiesa - spiega - è proprio quella di illuminare le profondità del cuore umano per il bene dell'uomo". Si tratta - per il Papa - di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l'uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio. Le scoperte scientifiche in questo campo e le possibilità di intervento tecnico sembrano talmente avanzate da imporre la scelta tra le due razionalità: quella della ragione aperta alla trascendenza o quella della ragione chiusa nell'immanenza". In proposito, Benedetto XVI cita Giobbe che in modo provocatorio chiama gli animali a dire all'uomo chi ha creato la vita; e la Genesi che dice: "della vita dell'uomo domanderò conto a suo fratello perchè ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo" e con queste parole invita infine i presuli a "non stancarsi mai di lanciare l'appello alle coscienze, anche 'sperando contro ogni speranzà, con la ferma fiducia di chi sa di poter contare sulla vittoria di Cristo".
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martedì, novembre 03, 2009
Il Consiglio di Stato nel 2006:
«Il crocefisso ha valore anche per i laici»
È un segno che non discrimina ma unisce, non offende ma educa: fuori dalle chiese, in un ufficio pubblico come può essere una scuola, il crocifisso resta un riferimento alla fede per i cristiani, «ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata e assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile e intuibile (al pari d'ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono e ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile». Ovvero «tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, riguardo alla sua libertà, autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità, solidarietà umana, rifiuto di ogni discriminazione». Valori che «hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano». In questo senso «il crocifisso potrà svolgere, anche in un orizzonte "laico", diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni».

Con la sentenza numero 556/2006 del febbraio 2006 la sesta sezione del Consiglio di Stato presieduta da Giorgio Giovannini ha fissato alcuni punti fermi, in termini strettamente giuridici, in un dibattito, quello sulla libertà religiosa e sulla laicità della Repubblica italiana, troppo spesso ispirato da interpretazioni che gli stessi giudici hanno descritto come «ideologiche». Non a caso, anche dopo la pubblicazione del verdetto, si erano levate voci di contestazione che ricorrono esattamente agli stessi argomenti respinti dai giudici di Palazzo Spada. Questi, infatti, hanno giudicato «infondato» il ricorso in appello della signora finlandese di Abano Terme, che nel 2002 si era rivolta al Tribunale amministrativo regionale del Veneto per chiedere la rimozione, dalla scuola frequentata dai suoi figli, del crocifisso, la cui esposizione avrebbe a suo dire violato i principi di laicità dello Stato e d'imparzialità dell'amministrazione.

Il Tar del Veneto nel 2005, dopo aver sollevato la questione davanti alla Corte costituzionale (che l'aveva dichiarata inammissibile), aveva respinto il ricorso. Lo stesso ha fatto un anno dopo, in grado d'appello, il Consiglio di Stato, massimo organo giurisdizionale amministrativo. Che ha motivato la decisione proprio con il principio di laicità dello Stato: «Non si può pensare al crocifisso esposto nelle aule scolastiche come a una suppellettile, oggetto di arredo - scrivono infatti i magistrati - e neppure come a un oggetto di culto; si deve pensare piuttosto come a un simbolo idoneo a esprimere l'elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato». Uno Stato laico, dunque, che rispetta la sensibilità e la libertà religiosa di ciascuno, riaffermando al tempo stesso valori comuni a tutti i cittadini.

Anzi, si legge ancora nella sentenza, «nel contesto culturale italiano appare difficile trovare un altro simbolo, in verità, che si presti più di esso (del crocifisso, ndr) a farlo; e l'appellante del resto auspica (e rivendica) una parete bianca, la sola che alla stessa appare particolarmente consona con il valore della laicità dello Stato». La decisione delle autorità scolastiche «in esecuzione di norme regolamentari» di esporre il crocifisso - ha osservato il Consiglio di Stato - «non appare pertanto censurabile con riferimento al principio di laicità proprio dello Stato italiano». Né vale obiettare - come hanno fatto gli avvocati della signora nel ricorso e continuano a fare sistematicamente alcuni esponenti politici - che quelle norme regolamentari (contenute nel regio decreto 965 del 1924) furono emanate quando la religione cattolica era «la sola religione dello Stato» perché «è altrettanto vero che tale norma non impedì minimamente al legislatore, nel corso di vari decenni, di adottare in molteplici settori della vita dello Stato una normativa contraria agli interessi della confessione cattolica» e perfino «di ascrivere la Chiesa cattolica tra le associazioni illecite».
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martedì, novembre 03, 2009
La Corte Europea dice no
ai crocifissi in aula
La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». È quanto ha stabilito oggi la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo nella sentenza su un ricorso presentato da una cittadina italiana.
 
Il ricorso. Il ricorso a Strasburgo era stato presentato il 27 luglio del 2006 da Solie Lautsi, moglie finlandese di un cittadino italiano e madre di Dataico e Sami Albertin, rispettivamente 11 e 13 anni, che nel 2001-2002 frequentavano l'Istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre, ad Abno Terme. Secondo la donna, l'esposizione del crocifisso sul muro è contraria ai principi del secolarismo cui voleva fossero educati i suoi figli. Dopo aver informato la scuola della sua posizione, la Lautsi, nel luglio del 2002, si è rivolta al Tar del Veneto, che nel gennaio del 2004 ha consentito che il ricorso presentato dalla donna venisse inviato alla Corte Costituzionale, i cui giudici hanno stabilito di non avere la giurisdizione sul caso. Il fascicolo è quindi tornato alTribunale amministrativo regionale, che il 17 marzo del 2005 non ha accolto il ricorso della Lautsi, sostenendo che il crocifisso è il simbolo della storia e della cultura italiana, e di conseguenza dell'identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato. Nel febbraio del 2006, il Consiglio di Stato ha confermato questa posizione. Di qui la decisione della donna di ricorrere alla Corte europea di Strasburgo.

I danni morali. La sentenza prevede che il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza, rende noto l'ufficio stampa della Corte, è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche.

La posizione della Corte di Strasburgo. "La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastische - si legge nella sentenza dei giudici di Strasburgo - potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso, che avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione". Tutto questo, proseguono, "potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose, o che sono atei".

Ancora, la Corte "non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione (europea dei diritti umani, ndr), un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana". "L'esposizione obbligatoria di un simbolo di una dataconfessione in luoghi che sono utilizzati dalle autorità pubbliche, e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni - concludono i giudici della Corte europea dei diritti umani - e il diritto dei bambini di credere o non credere. La Corte, all'unanimità, ha stabilito che c'è stata una violazione dell'articolo 2 del Protocollo 1 insieme all'articolo 9 della Convenzione".

I giudici (tra cui l'italiano Zagrebelsky). I sette giudici autori della sentenza sono: Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia).
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domenica, novembre 01, 2009
La sfida a Zapatero: i figli in arrivo contano come quelli già nati
Cittadini a tutti gli effetti. E, per questo, con lo stesso diritto degli altri ad avere un alloggio. A riconoscere le prerogative dei bambini non ancora nati, è una nuova risoluzione del governo autonomo – o Generalitat – della regione valenciana, guidato dal Partito Popolare. Il provvedimento stabilisce che i membri della famiglia “in arrivo” vengano conteggiati come già nati nella domanda per l’assegnazione delle casi popolari, a livello locale e nazionale. Se, cioè, una coppia aspetta un bambino, il nucleo viene considerato di tre persone e non di due, come è stato finora. Per dimostrare la gravidanza è necessario presentare un certificato medico.

Si tratta di una novità importante. Anche perché arriva proprio mentre nel Paese si discute il progetto di legge per la legalizzazione dell’aborto, voluta dal governo Zapatero. Non a caso, l’esecutivo centrale ha ventilato l’ipotesi di ricorrere contro la risoluzione valenciana, ideata dal vicepresidente regionale Juan Cotino. «Attribuire diritti ai feti pone dubbi sulla legalità della misura. Le gravidanze, poi, non sempre vengono portate a termine. Se il bambino non nasce si toglie la casa alla famiglia?», ha commentato il delegato governativo Luis Felipe Martinez.

La Generalitat di Valencia, però, va avanti. La risoluzione sulle case popolari è la prima di una lunga serie, elaborata dalla Generalitat, in cui i “figli non nati” vengono ritenuti membri effettivi della famiglia. Almeno per quanto riguarda la garanzia dei servizi sociali. A breve, i “bambini in arrivo” faranno aumentare i componenti effettivi della famiglia nella distribuzione di incentivi per l’istruzione. Verrà, inoltre, previsto un fondo straordinario per le gravidanze a rischio. I provvedimenti sarebbero dovuti entrare in vigore nel 2010. La Generalitat valenciana ha però deciso di anticipare i tempi. Per dare un segno che gran parte della Spagna non è d’accordo con Zapatero sull’aborto.
Un dato confermato anche da un sondaggio pubblicato ieri dal quotidiano di sinistra Publico.

Secondo il giornale, tre spagnoli su quattro sono contrari al fatto che le adolescenti fra i 16 e i 18 anni possano interrompere la gravidanza, fino alla quattordicesima settimana, senza nemmeno avvertire i genitori, come previsto nel nuovo disegno di legge all’esame del Parlamento. Una disposizione inammissibile per ben il 73% dei cittadini. Fra questi, anche il 64% degli elettori socialisti. Oltre il 43% degli spagnoli ritiene che le ragazzine non debbano essere lasciate sole di fronte alla scelta se abortire o meno. La decisione dovrebbe essere presa insieme ai genitori.

Un’opinione condivisa dalle stesse adolescenti. La maggior parte di loro – circa il 70% – ha dichiarato di considerare fondamentale il parere dei genitori in una simile circostanza. Esiste poi un campione più ristretto di adulti – il 31% – secondo cui dovrebbero essere madre e padre ad avere l’ultima parola. Solo una minoranza, infine, il 26%, è convinto che la decisione spetti unicamente alla futura mamma adolescente, senza che questa debba consultarsi con altri. Non è, però, solo la parte dell’aborto libero per le ragazzine a preoccupare i cittadini. La Spagna è spaccata sulla legalizzazione dell’aborto, con un 41,6% di favorevoli e il 40,8 di contrari.
Lucia Capuzzi
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domenica, novembre 01, 2009

Bud Spencer compie 80 anni

Dopo quarantadue anni di carriera, non ha voglia di riposarsi un po’?
Per carità, guai a riposarsi. Se ti fermi, sei fregato! Da un po’ di tempo sto scrivendo la mia autobiografia, si intitola Lasciatemi passare, un titolo che la dice lunga sul mio modo di affrontare la vita e sull’ottimismo che, per grazia di Dio, mi ha sempre accompagnato.

Ha citato Dio. Lei è credente?
Io credo perché ho bisogno di credere in Dio e nel «dopo» che c’è oltre la vita. La fede, per me, è un dogma. Un valore assoluto. Che fa parte della vita di chiunque, anche di quelli che dicono di non credere.

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